Di Luciano Tovaglieri
Dopo la devastazione di Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania e anni di conflitti, Netanyahu conserva un consenso impressionante. Le elezioni israeliane sollevano interrogativi drammatici sul futuro della pace in Medio Oriente.
Le elezioni israeliane del 27 ottobre restituiscono un quadro profondamente preoccupante. Il Likud di Benjamin Netanyahu si conferma il primo partito del Paese e, secondo i primi risultati parziali dello scrutinio, il blocco che sostiene il premier raggiungerebbe 53 seggi contro i 48 dell’opposizione, mentre i partiti arabi ne otterrebbero 19. Nessuno dispone ancora della maggioranza assoluta di 61 seggi.
Ma il dato che lascia maggiormente sconcertati è un altro: dopo tutto quello che è accaduto, Netanyahu continua a raccogliere il sostegno di una parte enorme dell’elettorato israeliano.
Dopo la devastazione di Gaza, le decine di migliaia di palestinesi uccisi, intere città trasformate in macerie, famiglie sterminate, bambini mutilati, ospedali distrutti, popolazioni affamate e costrette a fuggire ripetutamente dalle proprie case, ci si sarebbe potuti aspettare una condanna politica molto più netta nei confronti dei responsabili.
E invece Netanyahu è ancora lì.
Un primo ministro destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità, mentre davanti alla Corte internazionale di giustizia è pendente un procedimento sulle accuse di genocidio nella Striscia di Gaza.
Accuse di una gravità inaudita, che non possono essere liquidate come semplice propaganda anti-israeliana.
LA CISGIORDANIA: LA VIOLENZA QUOTIDIANA CHE IL MONDO PREFERISCE NON VEDERE
E mentre l’attenzione internazionale si concentra su Gaza, in Cisgiordania continua una tragedia meno spettacolare mediaticamente, ma altrettanto significativa della politica di occupazione.
Coloni estremisti israeliani aggrediscono contadini palestinesi, incendiano e sradicano ulivi, distruggono raccolti, danneggiano pozzi e infrastrutture idriche, attaccano abitazioni e interi villaggi.
Non si tratta soltanto di alberi o terreni agricoli. Un ulivo può rappresentare il lavoro di generazioni, il sostentamento di una famiglia, il legame materiale e spirituale con una terra coltivata da secoli.
Distruggere un uliveto significa colpire contemporaneamente l’economia, la memoria e la possibilità stessa di continuare a vivere su quella terra.
E quando vengono distrutti i pozzi, danneggiate le riserve d’acqua o impedito ai contadini di raggiungere i propri campi, si aggrediscono le condizioni fondamentali dell’esistenza.
Queste violenze, documentate ripetutamente dalle organizzazioni internazionali, non possono essere considerate semplici episodi isolati di criminalità.
Si inseriscono in un sistema di occupazione, espansione degli insediamenti e progressiva sottrazione di territorio alla popolazione palestinese. Il governo israeliano porta una responsabilità politica gravissima per la protezione insufficiente dei civili palestinesi, per l’impunità di molti aggressori e per il sostegno all’espansione degli insediamenti.
IL FALLIMENTO DEL 7 OTTOBRE E LE RESPONSABILITÀ VERSO GLI STESSI ISRAELIANI
C’è poi una questione che non riguarda soltanto i palestinesi, ma gli stessi cittadini israeliani.
Il 7 ottobre 2023 Hamas compì un massacro di civili e prese centinaia di ostaggi. Ma come fu possibile che uno degli apparati militari e di intelligence più potenti del mondo non riuscisse a impedire una catastrofe di quelle dimensioni? Noi crediamo che il governo di Netanyahu abbia lasciato fare o sia stato addirittura complice del massacro per giustificare poi il successivo tentativo di genocidio portato avanti dall’IDF.
Dove erano i servizi di sicurezza? Come furono ignorati o sottovalutati i segnali di allarme? Quali responsabilità politiche ricadono su chi governava il Paese?
E soprattutto, quante vite israeliane avrebbero potuto essere salvate con una gestione diversa della sicurezza e, successivamente, delle trattative per la liberazione degli ostaggi? Sono interrogativi ai quali Netanyahu non può sottrarsi.
Non è necessario attribuirgli responsabilità penali non accertate per riconoscere la portata del fallimento politico e istituzionale verificatosi sotto il suo governo.
Un leader che non è riuscito a proteggere i propri cittadini dalla più grave strage della storia recente di Israele continua, paradossalmente, a presentarsi come l’unico garante della loro sicurezza.
UN PAESE PRIGIONIERO DELLA LOGICA DELLA GUERRA
Il problema, tuttavia, sembra andare ben oltre la figura di Netanyahu.
Decenni di occupazione, conflitti, nazionalismo radicale e retorica della minaccia permanente hanno contribuito a creare un clima politico nel quale l’uso della forza viene continuamente presentato come soluzione inevitabile.
Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iran: la politica israeliana degli ultimi anni è stata segnata da un ricorso ripetuto alla forza militare, con conseguenze devastanti anche per le popolazioni civili. È legittimo domandarsi quanto questa concezione aggressiva della sicurezza abbia finito per normalizzare la guerra agli occhi di una parte della società israeliana.
E quanto sia diventato difficile riconoscere la sofferenza dei palestinesi come una tragedia umana, anziché considerarla semplicemente una conseguenza inevitabile delle operazioni militari. Naturalmente esistono israeliani che si oppongono all’occupazione, denunciano i crimini e difendono i diritti dei palestinesi. Ma il perdurante consenso verso Netanyahu impone di interrogarsi sulla profondità delle divisioni morali e politiche che attraversano il Paese.
IL VOTO ARABO: UNA RISPOSTA ALL’OCCUPAZIONE E ALL’ESTREMISMO
In questo scenario emerge un elemento di segno opposto: la straordinaria mobilitazione elettorale della comunità araba israeliana.
L’affluenza nazionale ha raggiunto il 77,7%, con percentuali particolarmente elevate in numerose località arabe. Gli exit poll avevano attribuito alle liste arabe fino a 19 seggi, risultati confermati dal voto.
Una mobilitazione che esprime anche il rifiuto dell’occupazione, delle discriminazioni e delle politiche dell’estrema destra.
Ma resta un interrogativo: i partiti arabi potranno davvero incidere sulle scelte del prossimo governo, oppure continueranno a essere esclusi dalle principali decisioni politiche?
LA PACE NON NASCERÀ DALL’IMPUNITÀ
La questione fondamentale è che Netanyahu non può essere considerato soltanto un incidente della storia israeliana.
Le sue politiche hanno trovato sostegno in settori consistenti della società e si sono alimentate attraverso alleanze con forze nazionaliste e religiose estremiste.
La sicurezza di Israele è un diritto, così come lo è quella dei palestinesi. Ma nessun diritto alla sicurezza può giustificare la distruzione indiscriminata, la punizione collettiva, l’espulsione forzata delle popolazioni o la sottrazione sistematica delle loro terre.
Non ci sarà pace senza giustizia. Non ci sarà sicurezza duratura senza il rispetto dei diritti dei palestinesi. E non ci sarà alcuna credibile riconciliazione finché le responsabilità per le violazioni del diritto internazionale continueranno a essere negate o minimizzate.
Il risultato di queste elezioni pone una domanda drammatica: quante altre tragedie dovranno verificarsi prima che la politica israeliana trovi il coraggio di abbandonare la logica della forza, della violenza indiscriminata e della aggressione permanente ai danni della popolazione araba e dei paesi confinanti?
Perché la pace non può nascere dallo sterminio di un popolo, dall’incendio dei suoi uliveti, dalla demolizione delle sue case o dall’umiliazione quotidiana di chi vive sotto occupazione.
E il futuro di Israele non potrà essere garantito da una successione infinita di guerre.
Di Luciano Tovaglieri
28.10.2026
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