Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
V'è una teoria esposta da illustri saggisti che descrive le più grandi rivoluzioni popolari della storia come il manifestarsi di un quid indotto. In parole povere, la differenza tra un incendio che scoppia per autocombustione e un incendio che ha, invece, origine da un intervento tanto esterno quanto forzato. Il confine tra queste due situazioni è spesso labile, delicato; per questo motivo, dunque, occorre sempre addentrarsi in tale zona assai pacatamente e senza avere alcuna presunzione di possesso della verità. Tutto ciò ricordando che la verità non risiede mai né nelle mani dei tribuni urlanti né in quelle dei demiurghi della manipolazione sociale (in tutte le sue forme, espressioni e varianti). La verità è come quel monaco shaolin che vedi calmo, in pace con il creato, ma assolutamente in grado di difendersi (sfruttando sia la forza sia le debolezze dell'avversario) in caso di attacco. La verità non ha bisogno né della prepotenza né della violenza in quanto esse rappresentano la forma di espressione più nota della menzogna.
Quando si parla di "rivoluzione" spesso si pensa a eventi dove il primo attore è certamente il popolo. La Rivoluzione Francese del 1789, per esempio, è sempre stata descritta dai libri di testo come la vittoria del popolo sulla nobiltà. Il cartone Versailles no bara creato dal fumettista giapponese Riyoko Ikeda (che si era documentato in maniera meticolosissima), meglio conosciuto come Lady Oscar, mette però in risalto alcuni elementi che portano a comprendere come il popolo di Francia, ridotto alla disperazione, fu, di fatto, utilizzato come un ariete dalla borghesia (e dalle inerenti infiltrazioni massoniche) allo scopo di "sfondare" la nobiltà dell'epoca e poter così mettere le mani su quei diritti politici che, sino a quel momento, gli erano stati preclusi (erano monopolio esclusivo di nobiltà e clero). La gente comune, dunque, era stata l'inferocita lama affondata nella carne mentre la borghesia, impugnando il manico con l'ausilio di guanti, aveva ben saputo sia dove indirizzarla sia con che forza colpire. Tutte le atrocità (gran parte delle quali non necessarie) vennero considerate il prezzo silente da pagare per poter raggiungere lo scopo prefisso.
Rammento bene che né al liceo né tantomeno all'università (son sempre stato un cultore e appassionato di questo evento storico) nessuno mi parlò mai in maniera netta e approfondita di Luigi Carlo di Borbone (alias Luigi XVII), figlio di Luigi XVI, fatto morire all'età di dieci anni e due mesi.
Fino al luglio del 1793, nonostante il re fosse già stato ghigliottinato, la famiglia reale rimase unita nella prigione del Tempio. Il bambino viveva con la madre Maria Antonietta, la zia e la sorella maggiore. Il 3 luglio precisamente, i commissari del Comitato di Salute Pubblica si presentarono nella loro cella con un ordine spietato: strappare il bambino alla madre. I rivoluzionari temevano che la regina stesse educando il figlio secondo i principi monarchici e che i realisti potessero rapirlo. Maria Antonietta si oppose con tutte le sue forze, facendogli scudo con il proprio corpo e resistendo per un'ora, finché i commissari non minacciarono di uccidere sul posto sua figlia maggiore. Il bambino, terrorizzato e in lacrime, venne portato via. Non rivedrà mai più sua madre, che sarà ghigliottinata tre mesi dopo.
Il Comitato di Salute Pubblica decise che il bambino non doveva essere ucciso, ma "rieducato" ai valori repubblicani onde dimostrare che anche un principe di sangue reale poteva diventare un perfetto cittadino giacobino. Venne affidato a un ciabattino analfabeta e fervente rivoluzionario di nome Antoine Simon e a sua moglie. Simon ricevette l'ordine di far dimenticare al bambino le sue origini. Il trattamento fu brutale.
Abusi fisici e psicologici: il bambino veniva picchiato regolarmente, costretto a bere grandi quantità di alcol (che ne minarono la salute già fragile), a fumare la pipa e a vestire gli abiti dei sanculotti. L'indottrinamento: gli venne insegnato a bestemmiare, a insultare la memoria di suo padre e a cantare i canti rivoluzionari più sanguinari (come La Carmagnole). La firma delle false accuse: sotto l'effetto dell'alcol, delle percosse e delle minacce, Simon e i magistrati rivoluzionari (tra cui il cinico Jacques-René Hébert) estorsero al bambino di soli 8 anni una falsa confessione scritta in cui accusava sua madre, Maria Antonietta, di incesto. Questa confessione, totalmente inventata dai rivoluzionari, fu usata in tribunale per umiliare pubblicamente la regina durante il suo processo e condannarla a morte. Nel gennaio del 1794, Antoine Simon lasciò l'incarico. Da quel momento, i rivoluzionari decisero di applicare una strategia ancora più disumana: l'isolamento totale. Il bambino venne murato vivo in una cella senza finestre, con solo una piccola grata sulla porta da cui le guardie gli passavano una misera razione di cibo. Per sei mesi, Luigi Carlo visse nel buio più totale, in mezzo ai propri escrementi, ai topi e ai parassiti. Non gli venivano cambiati né i vestiti né le lenzuola. Le guardie avevano il divieto assoluto di parlargli: l'unica interazione consisteva nei turni di guardia notturni in cui i soldati lo svegliavano, urlando nella grata, per verificare che fosse ancora vivo. In questi mesi di oscurità e terrore, il bambino smise quasi completamente di parlare e sviluppò gravi forme di depressione e allucinazioni.
Dopo la caduta di Robespierre (luglio 1794), le condizioni della prigionia vennero leggermente ammorbidite dal nuovo governo. La cella fu pulita e un medico, il dottor Philippe-Jean Pelletan, fu finalmente ammesso a visitarlo. Tuttavia, era ormai troppo tardi: il corpo del bambino era devastato dalla tubercolosi ossea (scrofola), contratta a causa della malnutrizione, della mancanza di luce solare e delle precarie condizioni igieniche. Il piccolo era coperto di tumori e piaghe infette sulle ginocchia e sui gomiti. Morì l'8 giugno 1795, a 10 anni appena, assistito negli ultimi giorni da guardie impietosite che descrissero il suo sguardo come quello di un vecchio precocemente spento.
Durante l'autopsia del 1795, il dottor Pelletan compì un gesto rischioso: seguendo un'antica tradizione monarchica, asportò segretamente il cuore del bambino, lo avvolse in un fazzoletto e lo conservò nell'alcol. Quel cuore affrontò un viaggio incredibile nei secoli, passando di mano in mano e sopravvivendo a rivolte e bombardamenti.
Nell'anno 2000, gli scienziati eseguirono l'esame del DNA mitocondriale su quel cuore, confrontandolo con i capelli di Maria Antonietta e delle sue sorelle. Il test ne confermò l'autenticità: esso apparteneva senza ombra di dubbio al figlio di Maria Antonietta.
Oggi, quel piccolo cuore consumato dal tempo riposa nella cripta reale della Basilica di Saint-Denis, accanto alle tombe dei suoi genitori, a perenne memoria di una delle più atroci crudeltà commesse in nome della "ragion di Stato".
Ogniqualvolta pronunciamo il termine "rivoluzione", dobbiamo avere la coscienza di non ricordare solamente ciò che il "politicamente corretto" quasi impone alle nostre menti di immagazzinare: è nostro dovere rammentare anche (e soprattutto) il prezzo di pagine e pagine di testimonianze celate in quanto intrise di atrocità, crudeltà e sangue senza un valido motivo.
Va considerato che, nei momenti di grande confusione, chi si ribella non sfoga necessariamente la propria rabbia in nome di un ideale: molto semplicemente coglie l'occasione per lasciar defluire tutto ciò che, magari per anni, ha represso dentro sé.
E una parte degli ultimi eventi riguardanti il nostro Paese ne rappresenta un piccolo, fulgido sunto (ovviamente senza far di tutta l'erba un fascio). Per quanto mi riguarda, io vedo una sola e unica rivoluzione: quella che ciascuno di noi dovrebbe vivere consapevolmente nel suo intimo, rapportandosi col mondo in modo nuovo. Niente distruzione, niente odio, niente violenza: sarebbero gli ingredienti peggiori.
La vera rivoluzione non si fa spazio nel terrore e nel fragore; non trova accoglimento in mastini inferociti lanciati all'assalto dal sordido padrone che resterà lì, fermo a guardare, con le mani pulite e un ghigno di soddisfazione di fronte a ogni nuova carneficina. Perché, per ognuno di questi momenti, corrisponderanno sempre quelle pagine scomode che nessuno vorrà mai leggere, evitando così, ancora una volta, di guardare in faccia il lato oscuro, il lato peggiore, il lato più sinistro e inquietante della storia.
Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
06.11.2026
Federico Cantore. Tecnico IT, Laurea in Lettere Moderne e Contemporanee presso l'Università degli Studi di Torino.
omega 7 novembre 2026
Si passa facilmente dai nostalgici della rivoluzione ai denigratori a prescindere della stessa.
La violenza non dovrebbe essere indiscriminata ma talvolta è un male necessario.
Il buonismo fa ridere in ogni caso, sia quando viene agitato ipocritamente a senso unico dalla sinistra che invoca contestualmente disordine e legalità, sia dalla destra conservatrice che ritiene la vita sociale un pranzo di gala.