Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
L'artista è colui che, attraverso delle profonde visioni, si esprime come artefice della creatività sulla base di quel piacere intrinseco dato dall'estetica. Un tempo (fino al XVIII secolo circa), infatti, il termine "artista" e il termine "artefice" viaggiavano in parallelo. L'artista resta ancora ora un vero e proprio "artigiano dell'estetica": colui che, partendo da un sentimento, crea, genera un'emozione.
Tutto questo nasce da quell'innato, sempre vivo istinto che neppure l'artista stesso sarebbe in grado di spiegare; e questo perché, nella vita, vi sono cose che, per quanto uno possa scervellarsi ad libitum, una spiegazione logica non l'avranno mai. Oggi, però, in un sempre più strampalato contesto contemporaneo, per essere considerati artisti sembra non servire più il talento ma, molto semplicemente, pare più che sufficiente il poter contare su una buona disponibilità economica.
Quando il successo e la visibilità mutano in beni acquistabili, il valore intrinseco delle opere svanisce, lasciando spazio solamente a un sistema nel quale il "marketing culturale" non ama più scoprire e valorizzare il genio ma decide più pragmaticamente di fabbricarlo a tavolino.
La storia di un artista vero è lunga, spesso travagliata, irta di ostacoli e ondeggiante tra il tormento e l'estasi (come nell'omonimo film del 1965, diretto da Carol Reed e incentrato su una parte importantissima della vita di Michelangelo Buonarroti). Si pensi a un fenomeno come Vincent Van Gogh, le cui opere divennero famose solo dopo la sua dipartita. Un solo quadro venduto in una vita anonima, estremamente povera e tristemente conclusasi con un suicidio. Antonio de Curtis, in arte Totò, artista di indubbio talento, dichiarò: "... Perché questo è un bellissimo Paese in cui, però, per venire riconosciuti in qualcosa, bisogna morire." a dimostrazione di quanto appena scritto sopra. La vera creatività richiede tempo, fallimento, studio e, soprattutto, una forte spinta interiore che prescinde dal giudizio altrui. Quando il riconoscimento diventa innaturalmente immediato e subordinato (palesemente o meno) a una transazione commerciale, l'artista smette di sfidare sé stesso e i propri limiti per diventare un semplice prodotto da scaffale.
Su queste basi, dunque, si scrive, si dipinge o si compone non più per urgenza espressiva (una sensazione tanto pressante quanto galvanizzante che, avendola provata personalmente, potrei definire di un'intensità tale da poter essere paragonata al bisogno pulsivo di stringere forte a sé l'anima gemella), ma per compiacere o un format (perlopiù social) o i criteri inclusivi di chi deve vendere il servizio di stampa. L'arte si conforma (contrariamente alla sua stessa natura anti-conformista), perde la sua forte carica rivoluzionaria e si trasforma in un qualcosa di standardizzato e impersonalmente innocuo.
Il ribaltamento del paradigma economico disintegra così il concetto di "merito" (la cosiddetta "meritocrazia") in senso artistico. Il portafoglio sostituisce il talento: se basta pagare una quota d'iscrizione oppure acquistare un blocco di copie della propria antologia per potersi fregiare del titolo di "autore pubblicato", la selezione qualitativa cessa di esistere. Il filtro critico che un tempo era affidato a editori lungimiranti, galleristi appassionati e accademici viene sostituito da un ufficio vendite sapientemente organizzato. In questo tipo di scenario non è l'artista a fare la differenza con la propria opera bensì è la macchina commerciale che gli ruota intorno a farsi spazio, muovendosi molto spesso ai limiti della legalità.
Chi ha le risorse per investire in uffici stampa, follower artificiali, pacchetti di promozione e mostre a pagamento ottiene la qualifica di artista indipendentemente dal valore del proprio lavoro. Chi non ha queste possibilità economiche, pur possedendo magari un innato talento cristallino, è destinato a rimanere forzatamente in ombra. Nell'anno 2024, facendomi coraggio, presentai un mio modesto lavoro di poesie, riflessioni e brevi racconti a un editore (chiamato in questo contesto "editore x") che mi era stato caldamente raccomandato in quanto adatto agli autori esordienti. Passate alcune settimane fui contattato da quello che scoprii solo dopo essere un vero e proprio "segugio", ovverosia un semplice ma quanto mai abile affarista del settore. Dapprima, il suddetto personaggio mi scrisse in merito alla validità del mio lavoro e a una conseguente proposta editoriale. Passati dallo scritto al vocale tramite una telefonata, finii per scoprire l'inghippo: detta proposta (che avrebbe previsto la produzione di 3.000 copie) mi obbligava a pagare di tasca mia (al prezzo pieno di copertina di € 13,50) le prime 200 copie, per un totale complessivo di € 2.700.
Mi venne anche detto che avrei dovuto partecipare a tutta una serie di forum e convegni (non propriamente previsti da contratto ma, in modo direi subdolo, "fortemente raccomandati") a spese totalmente mie. La mia risposta finale fu letteralmente questa: "Grazie: ho capito da questa telefonata che, per pubblicare un libro, bisogna essere ricchi; e io, molto onestamente, non lo sono." Qualche tempo più tardi, un conoscente mi suggerì di provare una seconda casa editrice (chiamata in questo contesto "editore y") alla quale lui stesso si era rivolto per presentare una raccolta di haiku. "Tentar non nuoce", mi dissi. Guarda caso, scoprii che il nuovo "segugio" era la stessa, identica persona che mi aveva contattato in precedenza: due editori nettamente diversi, lo stesso "procacciatore" di possibili business. Game over.
La mia piccola opera trovò ugualmente la luce attraverso il self publishing a gennaio 2025. Ovviamente, senza sponsorizzazioni, la visibilità è ancora ora pressoché nulla. La soddisfazione, però, rimane, soprattutto per sapere di poter contare su una pubblicazione dove il 100% di ciò che contiene non è passato attraverso filtri, revisioni e faccende simili. Poco e, forse, imperfetto; ma totalmente mio.
Altro, annoso problema, è che questo modus operandi sta letteralmente distruggendo la creatività, già menzionato fondamento su cui l'arte ha sempre trovato un solido appoggio. Se un artista può essere considerato tale non sulla base delle proprie potenzialità ma sulla base del proprio conto corrente e della predisposizione all'investimento di qualcosa (non voglio apposta chiamarlo "qualcuno" in quanto il sistema ha ormai scavalcato il singolo individuo) che ha solamente desiderio di sfruttare la persona in nome degli affari, allora la creatività perde totalmente sia importanza sia valore.
Un esempio lampante giunge dall'ambiente della musica contemporanea italiana, subissata ormai dal cosiddetto Team Writing, ove una serie di super-autori finisce col firmare buona parte dei testi in auge.
L'era dei cantautori, "padroni spirituali" delle canzoni che componevano, lascia il posto a tantissime "pedine" in preda molto spesso all'immagine creata appositamente per loro, al becero (mi venga consentito questo aggettivo senza voler ferire nessuno: pura opinione personale) Auto-Tune e a un oligopolio di tutta una serie di testi, di produzioni provenienti dal medesimo, gigantesco calderone.
Le canzoni suonano sempre più uguali e le parole sembrano una cantilena che tocca puntualmente le medesime, trite e ritrite, tematiche; e non tanto a scopo di riflessione o eventuale denuncia sociale (i brani di questo tipo sono sempre meno) ma per soddisfare un humus che è ormai diventato un vero e proprio cliché social al quale ciascun brano deve appartenere. Hanno ammazzato l'arte. E a me vien da reagire, nel bene e nel male, come coloro che, nel lontano 1913, sostennero che la povera Elvira Andressi (soprannominata "Rosetta") non si era suicidata ma era stata mantenuta e picchiata dagli agenti che l'avevano fermata. D'altra parte, era solo una prostituta e chi la difendeva, faceva parte della malavita (credenziali indubbiamente poco attendibili sulla carta). Il canto, però, la ricorda diversamente, iniziando proprio con: "Hanno ammazzato un angelo".
Quel canto che, dalle osterie milanesi, è entrato a far parte della memoria collettiva italiana; quel canto che, ancora oggi, fa venire la pelle d'oca con la sua forza e la sua tristezza. Parla di un angelo ucciso: un angelo che era costretto a vivere ai bordi delle strade. Qui non ci sono né prostitute né guardie né malavitosi: c'è solo la creatività soffocata e quell'arte diventata di facili costumi, sospinta, da un lato, dai cosiddetti "protettori conformisti" e, dall'altro, da chi sarà sempre più pronto a bastonarla vedendola andare fuori dalle righe.
Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
11.10.2026
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