GIÙ LE MANI DAI RAGAZZI!

GIÙ LE MANI DAI RAGAZZI!



Di Luciano Tovaglieri


MILANO -


Tra repressione, strumentalizzazioni politiche e rabbia sociale: chi ha interesse a trasformare una generazione senza futuro in un nemico pubblico?

Le immagini delle devastazioni, dei saccheggi e degli scontri nelle città italiane suscitano comprensibilmente indignazione. Distruggere negozi, aggredire persone e devastare beni pubblici o privati non è una forma di protesta che possiamo giustificare. Ma fermarsi a questa constatazione significa rinunciare a comprendere ciò che sta realmente accadendo.

E soprattutto significa rischiare di cadere nella trappola di chi, da una parte e dall’altra dello schieramento politico, vorrebbe utilizzare la rabbia giovanile per i propri interessi.

La destra liberale ha già individuato il suo colpevole ideale: il cosiddetto “maranza”. Poco importa che molti di questi ragazzi siano nati e cresciuti in Italia. Basta risalire alle origini dei genitori, alla provenienza etnica o alla presunta appartenenza religiosa per trasformare un problema sociale in una questione di immigrazione e ordine pubblico.

Naturalmente sarebbe assurdo negare che decenni di immigrazione incontrollata, ghettizzazione e fallimentari politiche di integrazione abbiano contribuito a creare situazioni esplosive, come dimostrano anche le esperienze francesi, britanniche e di altri Paesi europei.

Ma è altrettanto assurdo pensare che la soluzione consista esclusivamente nell’inasprimento delle pene, nella repressione e nell’ennesimo pacchetto sicurezza.

Il rischio è che il disordine diventi il miglior alleato di chi vuole uno Stato sempre più autoritario nei confronti dei cittadini comuni, senza mai mettere realmente in discussione i poteri economici che governano la società.

Dall’altra parte troviamo una sinistra ormai incapace di rappresentare le classi lavoratrici, che ha progressivamente sostituito la giustizia sociale con le battaglie dei cosiddetti “diritti civili”, che altro non sono che nuovi privilegi riservati alla tribù LGBTQ e una politica più permissiva per i consumatori di droghe.

Una sinistra che ha abbandonato operai, famiglie e periferie e che oggi potrebbe vedere nella rabbia di questi giovani un’occasione per ritrovare una qualche centralità politica. Ma non basta cavalcare il malcontento per rappresentarlo. E soprattutto non basta giustificare ogni comportamento in nome del disagio sociale.

Il problema è che entrambe le parti evitano accuratamente di mettere sotto accusa il sistema che ha prodotto questa situazione.

Un sistema che ha fatto del denaro il principale metro di giudizio dell’esistenza, che bombarda i ragazzi con modelli di successo fondati sul lusso, sul consumo e sull’ostentazione, salvo poi negare a molti di loro persino la possibilità di costruirsi una famiglia, acquistare una casa o trovare un lavoro dignitoso.

Ai giovani viene ripetuto quotidianamente che valgono per ciò che possiedono. Poi ci stupiamo se alcuni di loro, privi di riferimenti morali e sociali, arrivano a considerare il saccheggio di un negozio di abbigliamento firmato una forma di affermazione personale.

Non è una giustificazione. È una constatazione che dovrebbe interrogarci profondamente.

Ma la responsabilità più grave di questa società è aver sistematicamente demolito i valori sui quali si costruisce una vita: la famiglia, la maternità, la paternità, il desiderio di avere figli e di dare continuità alle generazioni. Al posto di ideali capaci di dare un senso all’esistenza, ai giovani vengono propinati l’odio per la famiglia, per i maschi, per la maternità, le idiozie sul patriarcato, che esiste solo nel loro cervello bacato, l’edonismo, il consumismo e il culto del denaro, celebrati dalla cultura trap, da film, serie televisive e social network.


Anziché educarli all’impegno, allo sport, al lavoro, all’amore e alla costruzione di una famiglia, li si abitua a inseguire piaceri effimeri e modelli di successo fasulli. E, come se non bastasse, li si sottopone a un incessante bombardamento di paure: ieri la pandemia, poi le emergenze energetiche, oggi lo spettro di una guerra sempre più vicina.

Prima si svuotano i giovani di ideali, poi li si riempie di angosce e infine ci si scandalizza del loro disagio. Una società che non insegna più ai propri figli perché valga la pena vivere, amare e generare nuova vita non può stupirsi se cresce una generazione che fatica a credere nel futuro.

C’è poi un’altra questione, ancora più inquietante: chi trae vantaggio dalla trasformazione delle manifestazioni in disordini?

Le convocazioni anonime, le locandine prive di organizzatori riconoscibili e gli inviti generici alla mobilitazione impongono prudenza. La storia italiana conosce fin troppo bene il fenomeno delle provocazioni e delle infiltrazioni nelle manifestazioni. Non possiamo affermare senza prove che dietro gli episodi attuali vi siano operazioni organizzate da apparati dello Stato, ma sarebbe altrettanto ingenuo escludere a priori il rischio di provocatori interessati ad alimentare gli scontri.

Perché il risultato politico è evidente: bastano poche immagini di vetrine infrante per oscurare completamente le ragioni di una protesta e offrire il pretesto per nuove restrizioni.

E mentre televisioni e giornali moltiplicano le immagini delle devastazioni, rischiano di passare in secondo piano le proteste sociali contro il caro carburanti, l’aumento insostenibile del costo della vita e le difficoltà di approvvigionamento dei beni essenziali, particolarmente avvertite nel Mezzogiorno.

È molto più comodo parlare per giorni di un negozio saccheggiato che interrogarsi su una società nella quale sanità e scuola arrancano, le famiglie perdono potere d’acquisto e miliardi vengono destinati agli armamenti.

E qui emerge la contraddizione più clamorosa: una classe politica che pretende giustamente il rispetto della legalità dai ragazzi, ma che troppo spesso sembra considerare inevitabili le devastazioni provocate dalle guerre, dalla speculazione finanziaria e dalle proprie scelte economiche.

Non tutte le violenze sono uguali, naturalmente, e ciascuna comporta responsabilità differenti. Ma non possiamo indignarci soltanto per quelle che fanno comodo alla narrazione dominante.

Soprattutto, non possiamo permettere che un’intera generazione venga identificata con le frange violente che emergono dalle cronache.

La maggioranza dei giovani non saccheggia, non aggredisce e non distrugge. Studia, lavora, cerca faticosamente una propria strada, spesso in condizioni peggiori di quelle conosciute dai genitori. Eppure rischia di pagare il prezzo di una criminalizzazione collettiva.
Questi ragazzi hanno bisogno di esempi credibili, di comunità, di responsabilità, di lavoro, di famiglia, di appartenenza e di una prospettiva concreta. Non di essere utilizzati come bersagli della propaganda securitaria o come manovalanza delle ambizioni politiche altrui.

La vera domanda non è soltanto perché alcuni giovani distruggano ciò che li circonda, ma chi abbia progressivamente distrutto le condizioni necessarie perché possano costruire qualcosa.

Ecco perché diciamo: GIÙ LE MANI DAI RAGAZZI!

Giù le mani da chi vuole trasformarli in nemici pubblici. Giù le mani da chi vorrebbe arruolarli in una guerra politica che non gli appartiene. Giù le mani da chi sfrutta la loro rabbia per nascondere le proprie responsabilità.

Perché il futuro di una nazione non si difende reprimendo indiscriminatamente i suoi giovani, né assolvendo chi commette violenze, ma restituendo loro ragioni concrete per credere nel domani.

Di Luciano Tovaglieri

21.10.2026



Commenti (4)

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Mostra commenti 4 caricati
    1. PietroGE 22 ottobre 2026

      Condivido solo in parte l'analisi e cioè quando parla in positivo di cosa dovrebbero (idealmente) fare i giovani. Alla domanda "perché alcuni giovani distruggano ciò che li circonda" non mi sembra che l'autore abbia le idee chiare oppure che non abbia il senso di andare fino in fondo. Fatto sta che una risposta chiara non la da. Il generico 'contro la repressione' non vuol dire niente perché l'ordine pubblico esiste per garantire quelli che per età o altre condizioni non possono accettare il caos e le distruzioni nella città, e quindi repressione ci deve essere. A mio avviso questo è solo l'inizio, la combinazione tra situazione internazionale e conseguenze inflazionistiche, situazione sociale di mancata crescita da decenni, fallimento dell'integrazione degli immigrati e elezioni politiche alle porte faranno da 'tempesta perfetta'.

    1. omega 22 ottobre 2026

      E invece io dico di mettere le mani addosso ai minidelinquenti e di frustare in pubblico i loro genitori, se li difendono o rimangono indifferenti.
      Per quelli stranieri espulsione (dopo le frustate e le botte).

    2. akel 22 ottobre 2026

      Trasferire tutte le colpe sul nucleo familiare vuole dire che lo stato vuole dimostrare a priori di non essere responsabile per quello che è successo. Vuol dire che chi governa, cioè chi decide cosa siano e come siano istruzione e sicurezza sul territorio italiano non ha nessuna responsabilità negli eventi violenti dei giorni scorsi. Ma allora cosa vuol dire «governare», essere governo? Solo reprimere e punire?

    1. akel 22 ottobre 2026

      La realtà è che lo stato non vuole assumersi nessuna responsabilità, come dimostra la decisione di far pagare alle madri e ai padri i danni prodotti dai figli durante i protesti. Sembra che le istituzioni pubbliche vogliano domostrare, limitandosi ad individualizzare le colpe di non avere nessuna responsabilita nella questione dell'educazione e della qualità di vita della popolazione.

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