Di Riccardo D'Amico per ComeDonChisciotte.org
Giuseppe Foscari. Laureato in Scienze politiche con il massimo dei voti con una tesi in Storia contemporanea, pubblicata anche sulla rivista “Ricerca di storia sociale e religiosa”.
Dipendente del Ministero dei Beni culturali e Ambientali dal 1980 al 1997, anno in cui diviene ricercatore di Storia moderna all’Università degli Studi di Salerno, presso la facoltà di Scienze politiche. Attualmente è professore di Storia contemporanea alle facoltà di Sociologia e Studi diplomatici. Inoltre è titolare della cattedra di History of modern and contemporary empires, al corso di laurea magistrale di Global Studies and EU.
Le sue principali pubblicazioni riguardano i seguenti temi: la storia delle città e della società locale nel Mezzogiorno in età moderna; i problemi ambientali ed amministrativi nell’Ottocento borbonico; gli ingegneri napoletani (secc. XVIII-XIX): profilo tecnico ed amministrativo; il dissesto idrogeologico tra XVIII e XIX secolo; la Repubblica Napoletana del 1799; il sistema finanziario e fiscale nel Regno di Napoli nella prima metà del Seicento, la politica del segretario di Filippo II Antonio Perez, e la Spagna di fine XVI secolo, la rivolta di Masaniello nel salernitano e la storiografia coeva, i problemi ecologici e il protoambientalismo.
Nel 2019 pubblica per Marlin il romanzo “L’americana”. Esso parla del viaggio. Il viaggiare nel mondo, nella vita e nel tempo. Il tutto – per dirla alla De André – per un amore nuovo.
Quattro anni dopo, per la D’Amico Editore pubblica il saggio storico “Il lungo 1922: da Roma a Salerno. L'entusiasmo della marcia il marcio dell'entusiasmo”. Questo libro esamina il successo del regime fascista e il modo in cui questo fosse interpretato con entusiasmo e ambiguità.
Nel 2024 è stata la volta di “Mediterraneo teatro delle incertezze. L’Unione Europea, l’Africa, il Medio Oriente, l’Italia, la NATO alla prova dei tempi”. Una pubblicazione (effettuata con la professoressa Donata Rega) che raccoglie i saggi degli studenti iscritti all’ultimo anno del corso di Studi diplomatici. Non un semplice esperimento, ma una valorizzazione (per niente scontata) di una nuova generazione di ricercatori.
A quattro mani, insieme al prof. Tony Brewer, nel 2025 pubblica il romanzo biografico “Frammenti di un no. Piccola biografia di un portiere di calcio”. Per Brewer, il professore Foscari curò la prefazione di “Libri di classe”.
- Professore, lei ha ricoperto un incarico accademico importante. In questi anni, il mondo universitario come è cambiato e in cosa è cambiato?
Io sono stato membro del Senato accademico. Ho vissuto da vicino l’esperienza politico-amministrativa, poiché il senato è l’organo di indirizzo del governo dell’ateneo. Diciamo che ho potuto verificare la capacità e, ovviamente, le criticità del mondo accademico. Un mondo che era ancora molto convinto dello spazio pubblico rispetto allo spazio privato. Mi riferisco alle università private che volevano cercare di accaparrare dei docenti. C’era una ferma volontà di mantenere il predominio – diciamo così – della parte pubblica; quindi dell’università pubblica. Questa è una cosa che ho sempre rispettato e caldeggiato. Poi, pian piano, ho visto un po’ scivolare questa dimensione, anche con il cambio dei rettori. Non parlo dell’ultimo perché è ancora presto per giudicarlo, in quanto il professore D’Antonio è stato eletto da poche settimane. Ma con il cambio dei rettori, da Pasquino a Tommasetti, da Tommasetti a Loia, c’è stata questa progressiva apertura verso tutto quello che è privato, tutto quello che ha a che fare con funzioni che non siano prettamente pubbliche. Questo cambia un po’ il paradigma dell’università. La rende più debole rispetto ai poteri forti che sono in grado di finanziare le strutture private, unitamente anche ai governi che ci hanno messo del loro. Quindi, anche in questo settore, che secondo me rappresentava uno dei fiori all’occhiello del concetto pubblico della cultura, si sta registrando un progressivo disinteresse del primato della cosa pubblica.
- Lei faceva riferimento ai poteri forti. Quali sono questi poteri?
I poteri forti sono poteri politici, poteri economici e finanziari, sono poteri che entrano dovunque nella gestione dell’università. Noi sappiamo che l’Università di Salerno ha avuto rapporti con strutture che hanno a che fare con la tecnologia applicata alle armi. L’università non è fuori dai meccanismi sociali. Nel momento in cui, a livello di società europea e italiana, è presente questo progressivo avvilupparsi attorno all’idea che bisogna armarsi, è chiaro che tutte le aziende e le grandi corporation, trovino nel mondo accademico un punto di riferimento.
- Sotto questo aspetto volevo chiederle: proprio perché sono presenti tali organizzazioni, sono avvenute le censure degli autori russi in Italia e di Marx e Omero negli USA? L’università sta diventando una struttura di riorganizzazione del pensiero?
Il rischio c’è ed è anche molto forte. Censurare la letteratura russa, o censurare qualsiasi altra letteratura del mondo, è una cosa vergognosa. Una civiltà democratica, come dovrebbe essere il pianeta, non può permettersi di censurare neanche i testi più duri, a meno che questi non presuppongano il genocidio delle persone. Ultimamente ho letto un testo su Israele. Israele non è nei nostri cuori per quello che sta facendo in Palestina, a Gaza e con l’Iran. Però, questo non mi deve impedire di capire dall’interno le loro ragioni religiose, culturali e politiche. Non leggo libri che fomentano il genocidio. Su questo non ci sono dubbi. L’Università, invece, sta scivolando nel pensiero unico. Francamente ritengo sia una cosa gravissima, perché considero l’università il tempio del sapere plurimo.
- Volevo collegarmi a un suo aneddoto che raccontò a lezione. Quando lei era studente, i giovani avevano un rapporto diverso con l’istituzione universitaria. Ecco, in certi casi, nell’accezione moderna, si poteva sfociare anche nella maleducazione, mentre all’epoca era semplicemente una conflittualità del tempo e del contesto. Lei vede ancora quel tipo di contrasto e quella voglia oggi? Le dico ciò in base ad un episodio di malagestione che ha visto protagonista l’Università di Salerno. Nonostante l’accaduto molte associazioni non hanno aperto bocca nei confronti del rettore; anzi, sono andate da lui a fargli gli auguri per il compleanno, postando anche qualche foto allegra sui social. Tra l’altro, tra queste associazioni c’era anche quella di studi diplomatici, che era la mia facoltà triennale.
La conflittualità c’è. Sono cambiate le forme. La metà degli anni Settanta, quando io ero uno studente, era un tempo storico diverso. C’era la voglia e la volontà di confrontarsi e di far capire le proprie idee al corpo accademico. Magari con qualche esagerazione, ma c’era la volontà di esprimere se stessi, in virtù di un bisogno generazionale, culturale e di partecipazione. Quel mondo lì, riproduceva lo schema sociale di una società molto gerarchizzata. Non che oggi non lo sia più, però qualche passo in avanti si è fatto. Nei giovani di oggi, ho notato che è presente un nucleo che ha voglia di commentare, di analizzare e di protestare. Poi c’è una fascia media che desidera ascoltare per farsi un’idea. Alla fine c’è una fascia medio-bassa – ovviamente non economica – disinteressata. Questa si ingrandisce sempre di più grazie ai social e allo stereotipo della “politica che fa schifo”. Il mondo è ancora frazionato. Noi dobbiamo lavorare su quella fascia medio-alta che è vogliosa di ascoltare. Noi lo abbiamo visto con il referendum sulla giustizia. Questa partecipazione dimostra che se tu sai trovare le parole chiave, puoi portarli a ragionare; che non significa assolutamente plagiare. Il compito di noi docenti non è manipolare, ma quello di aprire le menti e far capire che esiste un pluralismo di informazioni, proprio perché c’è la tendenza ad andare verso un pensiero unico e un’informazione unica. In poche parole, il mainstream. Persone come me e te, vanno a cercare informazioni alternative. Io ho un elenco costantemente aggiornato di siti alternativi. Ma la maggior parte delle persone non ha né il tempo né la voglia né tantomeno l’interesse di ricercare. Quindi, accetta ciò che dice il pensiero unico. Che sia del governo, del parlamento… o della Premier.
- Questo interesse forse oggi è calato perché non c’è nessuno dall’alto che lo coltiva?
Certe partecipazioni avvengono quando c’è una congiunzione tra l’alto e il basso. Le migliori proposte vengono dal basso, ma se la parte alta, come l’istituzione accademica, risponde alle richieste del basso, si crea un legame tra questi due livelli, trasformando la società. Con tutti i tempi, tutte le resistenze… e qui il mondo accademico non sempre segue ciò che dal basso viene detto. Di conseguenza, non si propone sempre come un punto di riferimento. Ciò è figlio di un tempo in cui anche il docente non si riconosce più nella forma partito o nelle persone che portano avanti un partito stesso.
- Parlando del coinvolgimento giovanile, come si ripete, in pratica, la ribalta avuta in marzo negli altri contesti?
Una delle chiavi è dare spazio ai giovani. Farli parlare e dare loro le opportunità per dire quello che pensano. Io alle mie lezioni dico sempre che chi non è d’accordo con me deve avere il doppio del tempo per esprimere la propria opinione. L’esperienza franco-ispanica è la prova. I giovani si stanno impadronendo del loro spazio. La Francia ha una tradizione rivoluzionaria, come la Spagna. Alla fine c’è sempre un conflitto generazionale, non solo politico. I ragazzi di oggi possono esprimere delle opinioni non diverse dal passato, ma con strumenti diversi. Noi avevamo bisogno del contatto. Loro invece lo costruiscono, mediante anche i social, per poi arrivare alla piazza.
- Forse la condizione del movimento studentesco italiano è antitetica agli esempi da lei citati. Noi viviamo una condizione di politicizzazione universitaria. Gli studenti non sono da meno. In virtù di ciò, la presenza di un ex parlamentare ed ex delegato alla NATO come Iovino è indispensabile per andare avanti in questa università?
Io conosco Iovino da quando lui era all’interno del Movimento 5 Stelle. Non personalizzo la scelta personale, perché la democrazia è anche questo. Io di queste cose ho parlato con il professore D’Antonio, il quale mi ha detto che voleva impedire la politica (a livello di partiti) di entrare nelle istituzioni. Chiaramente ci sono delle difficoltà. La politica entra quando è pilotata. Ci sono dei pensieri: armare l’Europa, armare la NATO, difendersi dalla Russia, difendere Israele. Ciò che si vuole affermare nel mondo accademico è l’idea secondo cui chi non è d’accordo deve essere zittito. Anche il DDL Antisemitismo è una cavolata colossale. Dimostra apertamente che se dici che Israele è stata vittima della Shoah, affermi una cosa giusta. Se invece dici che Israele non ha fatto tesoro di quell’esperienza, diventa reato. Sul piano storico rivendico il mio diritto di dire entrambe le cose. Dico sempre ai miei studenti: io sono ucraino, sono russo, sono palestinese, sono israeliano, sono europeo, sono italiano… sono napoletano. Forse non sono proprio americano, nonostante negli anni della mia infanzia abbia avuto il mito dell’America. Per noi l’America era tutto: dalla musica alle gomme da masticare. Ma anche la politica. Kennedy era un mito, con tutte le difficoltà e i suoi problemi.
- Giusto una piccola parentesi: si può dire che più che Israele, l’orrore della Shoah lo abbia subito la povera gente?
Su questo ci sarebbe molto da discutere, non voglio fare questa differenziazione. Con Israele intendo dire il mondo degli ebrei. Discorso diverso invece è il sionismo. Tra ebrei e sionisti c’è una differenza abissale. Gli ebrei di allora hanno pagato sulla loro pelle, anche perché erano il popolo. Dietro gli ebrei di oggi c’è una struttura fondamentalista, politica, e sovranista con Netanyahu che muove le fila dei ragionamenti.
- Su questo tema, allora anche la Segre è dentro questa struttura? Lo dico perché non ha mosso bocca sull’orrore che sta avvenendo in Palestina.
Io non utilizzerei la Segre come paradigma di un fondamentalismo degli ebrei. Lei è una vittima della Shoah. Per certi aspetti va compresa, per altri potrebbe anche non dir nulla. Lei, come altre persone, ha un ruolo pubblico per parlare del mondo israelitico. Tutto ciò lascia molte perplessità. Ma io rivendico il diritto a dirlo. Qualche anno fa, tra l’altro, sono stato un promotore per dare la cittadinanza cavese alla Segre insieme a Settimia Spizzichino. Detto questo, le sue uscite le giudico in maniera non positiva, ma non la demonizzo.
- Forse Bidussa aveva ragione quando cercava di separare il senso emozionale dalla storia?
Io sono un organizzatore della Giornata della memoria e non lo faccio per creare un’emotività maggiore, che fa piacere al mainstream. Io lo faccio per il mio dovere di storico, che consiste nel documentare e raccontare i fatti in maniera non faziosa, mantenendo un equilibrio nella lettura. Io leggevo, sempre attraverso circuiti alternativi, la notizia per la quale un evento storico oggettivo raccontato da uno studioso o da un giornalista serio può arrivare fino a 500.000 like sui social. Dieci influencer che prendono le informazioni, interpretandole in maniera sbagliata, arrivano fino a 10 milioni. Ci sono verità da 500.000 e menzogne da 10 milioni. Qui si costruiscono le fake news e le emozioni contrarie al fatto storico vero e proprio. E lo storico deve confrontarsi di fronte a questi elementi, senza fare finta di nulla.
- Il dipartimento di Sociologia organizzò un convegno in cui coinvolse lei e un suo collega: il professor Orsini.
Con non poca difficoltà. Perché invitammo Orsini all’inizio della guerra russo-ucraina, e quindi era già malvisto a livello nazionale. Tant’è che fu invitato un po’ in sordina. Io non credo che il 100% delle cose che dice sia condivisibile. Ma il 90% si. Per quanto mi riguarda, quel 10% restante è dovuto al fatto che lui è un sociologo e io uno storico. Quindi, potremmo avere degli aspetti metodologici diversi. La base del suo ragionamento non fa una grinza.
- A lui è stata revocata la direzione dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS Guido Carli, in seguito alla chiusura della struttura. Allora, non bisogna solo essere allineati al pensiero unico, bisogna farne parte proprio da dentro come se fosse una lobby?
Ti rispondo in un unico modo: 1, 10, 100, 1000,10000 Orsini.
- Sarebbe un mondo migliore?
Si perché sarebbe il mondo del dibattito. Di fianco a lui metterei anche una persona che non condivide il suo pensiero. È dal dibattito che gli studenti possono capire chi sta dicendo la verità o meno. Non come in televisione, in cui avviene la spettacolarizzazione del litigio come accade in qualche rete privata per avere più ascolti. Ma una rete pubblica, per la quale paghiamo un canone, dovrebbe presentare sempre le due voci.
- E allora perché nella “Cartabianca” targata Rai, il confronto tra Orsini e Parsi sfociò in uno scontro dettato dalla presunzione di quest’ultimo?
Dobbiamo tornare alla libera università sganciata dai poteri forti e sganciata dagli interessi economici. È una visione ambiziosa e utopica. Anche quelli che erano contro la pena di morte, da Beccaria in poi, erano pochi. Tranne in America, chi ha vinto?
- Negli anni Settanta, come mostrato dal film “Sbatti il mostro in prima pagina”, la polizia mascherava gli agenti infiltrati nelle università. Oggi invece, in tutta Italia abbiamo professori e studenti ex parlamentari. Come si fa a non far entrare la politica se oggi non c’è più il pudore di mascherarsi?
Ripeto: l’università deve tornare ad essere il luogo principe della cultura libera. Ciò non significa indirizzare i voti alle elezioni politiche a favore di un determinato partito, ma coltivare il pensiero autonomo.
- Non crede che il girovagare di Iovino nei corridoi possa condizionare le associazioni?
Certo che può.
- E allora come si può essere liberi?
Ci vuole il rettore che se lo chiama. Io ho avuto anche l’occasione di parlare con lui. Ripeto che non voglio giudicare le scelte personali. Evidentemente quello era il suo ambiente naturale.
- Nel 2025, nella bozza del Decreto Sicurezza era prevista l’infiltrazione dei servizi segreti nelle università. Inoltre, era stata contemplata l’idea di redigere rapporti periodici per salvaguardare la sicurezza nazionale. Tutto ciò in riferimento alle aree di dissenso che si creavano. Qualcuno pensa che le leggi debbano essere rispettate anche se non condivise. Lei avrebbe mai rispettato questa legge?
No. Altrimenti non sarei coerente con quello che ho detto. Poi il controllo silenzioso avviene già.
- Ultima domanda: crede che questa intervista darà fastidio a qualcuno?
Certamente a quelli che la pensano in maniera diversa da me. Ma io sto esprimendo il mio diritto a dire ciò che penso.
Grazie professore.
Grazie a te.
Di Riccardo D'Amico per ComeDonChisciotte.org
07.10.2026
akel 7 ottobre 2026
L'antico testamento è ricco di brani che incitano al «genocidio delle persone». Dio stesso decide lo sterminio di tutte le forme di vita. O forse quando è dio che vuole, esige la violenza indiscriminata è differente?