Di Filippo Nesi, giubberossenews.it – 10.01.2025
Huffpost prova a spiegarci perché Elon Musk e George Soros non possano essere messi sullo stesso piano e, di conseguenza, uno sia preferibile all’altro. Così facendo, però, palesa il solito assioma tipico del progressismo, ossia la propria pretesa superiorità morale e intellettuale rispetto al resto della società. Pretesa usata a sua volta come presupposto per giudicare la realtà e, in ultima analisi, distinguere il Bene dal Male.
Partiamo dal punto più dibattuto: i soldi. Qui l’atteggiamento dei due miliardari, seppure su due fronti diversi, è simile. Ungherese ed ebreo d’origine, cosmopolita e liberal, il finanziere Soros ha fondato nel 1979 Open Society, una fondazione privata che promuove, anche e soprattutto economicamente, progetti democratici, inclusivi e sociali in tutto il mondo. Dove c’è una crisi umanitaria o un conflitto, come in Afghanistan o in Ucraina, spesso arrivano i soldi di Soros. I suoi finanziamenti toccano anche le democrazie più evolute, come gli Stati Uniti, dove sostiene i candidati del partito democratico, in linea con la posizione della fondazione. Un sistema di lobby e investimento consultabile, in modo trasparente, sul sito di Open Society.
Da questo punto di vista, quello del finanziamento della politica, la traiettoria di Soros si incrocia con quella di Musk. Anche il miliardario sudafricano è un attore privato, che ha deciso di mettere il proprio conto corrente a disposizione di un partito, i Repubblicani negli Usa. Dopo aver sostenuto, in passato, il fronte democratico, alle ultime presidenziali statunitensi ha riempito di soldi la macchina elettorale di Donald Trump. I suoi assegni sono stati versati nelle casse del partito repubblicano tramite i cosiddetti PAC, i comitati che raccolgono i finanziamenti per i candidati. L’investimento di Musk, per quanto ne sappiamo, ammonta circa 120 milioni di dollari. Poiché il sistema delle PAC è quantomeno oscuro, non è possibile tracciare un bilancio esatto delle spese, legittime, di Musk.
Su X Musk ha sdoganato l’alt-right, i complottisti di ogni specie e riabilitato molti account politici influenti, primo fra tutti quello dell’ex presidente Trump, eliminato dalla piattaforma nel gennaio 2021, cioè a scadenza di mandato. Contrastare una presunta censura democratica, ridando possibilità di parola virtuale ad account potenti ma controversi, è criticabile solo ammettendo quanto dannosa sia stato il bavaglio imposto in nome del politicamente corretto dal management precedente.
Come evidente, per quanto assimilabili sotto la lente del capitale e delle possibili influenze finanziarie, i due miliardari differiscono su quasi tutto il resto. Anche senza considerare l’ultimo grado di separazione, il più dirompente: Soros non ha mai preso parte, con un incarico o una consulenza, ad alcun governo; Musk presto sì. Il più grande finanziatore di Donald Trump, dopo mesi di campagna al suo fianco spesi tra comizi, lotterie e post sui social, entrerà alla Casa Bianca. Dal 20 gennaio, quando Trump inaugurerà la sua amministrazione, Musk sarà il capo di DOGE (Department of Government Efficiency), un nuovo dipartimento governativo avviato per tagliare la spesa pubblica e la burocrazia americana.
Giulio Ucciero, Huffpost, 9 gennaio 2025
Non perderemo tempo a confutare un articolo inficiato in partenza da un macroscopico bias ideologico, da cui poteva solo discendere un giudizio fazioso e smaccatamente sbilanciato a favore di uno dei due personaggi del confronto. Chiariamo subito: Giubbe Rosse non ama né Soros né Musk. Li ritiene i rappresentanti di due diverse forme del sistema capitalistico moderno, oggi in conflitto tra loro. Il che, se vogliamo dare retta a Costanzo Preve, è poi quello che è accaduto in tutte le rivoluzioni, ossia che un pezzo di sistema entra in conflitto con un altro aprendo spazi per la rivendicazione di istanze popolari. Per motivi diversi, detestiamo sia l’uno che l’altro.
Tanto meno, Giubbe Rosse vuole difendere il governo Meloni, che considera in larga parte una continuazione del governo Draghi e dei governi a targa PD che l’Italia ha avuto dal 2011 a oggi, solo con una diversa retorica e un diverso make-up.
Il punto interessante è piuttosto un altro ed è già racchiuso in quello “Spieghiamo” che si legge nel titolo. Il professorino piddino-progressista insegna agli analfabeti funzionali (cioè a tutti coloro che si collocano al di fuori della sua area di centrosinistra e che include indistintamente più del 70% degli italiani, dai meloniani, ai leghisti, ai sovranisti, ai senza partito, ai delusi della politica, a tutto il popolo del dissenso e degli scontenti, della vecchia sinistra come della vecchia destra, tutti arbitrariamente gettati nello stesso calderone del populismo) qual è la verità. Perché, ça va sans dire, la verità la conoscono solo loro, depositari di un’illimitata chiaroveggenza per diritto divino. Loro, il popolo eletto, la crème de la crème, il prodotto distillato e purificato di 3000 anni di civiltà. Loro, il punto finale e culminante della storia, come con molta modestia e umiltà lo vedeva Francis Fukuyama.
L’articolo è il più classico esempio della morale a giorni alterni che da sempre caratterizza il pensiero liberal-progressista. Il lunedì una cosa è moralmente inaccettabile e va quindi ostacolata, se necessario, punita con il massimo del rigore. Il martedì la stessa cosa si ripresenta in forme diverse e con attori diversi e a quel punto magicamente non è più inaccettabile. Dunque, si cambia la morale e la si fa coincidere con la nuova situazione. Le manganellate della polizia sono moralmente accettabili? Dipende. Sui no-vax che protestano a Trieste vanno anche bene. Sui figli di papà che si improvvisano rivoluzionari antifascisti fuori dalle università a Milano, a Torina o a Roma, assolutamente no. Specie se tra quelli che c’è anche il figlio di qualche influencer che si spaccia per giornalista. Lì proprio no, è violenza arbitraria, è fascismo.
Non si contesta il fatto che due uomini finanziariamente potenti influenzino in maniera massiccia i processi democratici a partire da quello che è oggi l’elemento più importante di ogni democrazia, ossia la formazione del consenso. No, ci si sforza capziosamente di spiegare che uno è cattivo e l’altro buono. Se non proprio buono, un po’ meno cattivo del primo e, quindi, preferibile. Insomma, il caso del martedì non può essere messo sullo stesso piano del caso del lunedì. No, non capisci, è diverso.
Perché allora noi giornalisti che ci stiamo a fare – ha detto Lilli Gruber un paio di giorni fa rispondendo a Travaglio – se ci togliete il diritto di decidere quali notizie sono vere e quali sono disinformazione? Che cosa resta dell’informazione attuale, se permettiamo indistintamente a tutti, sui social, di esprimere le loro idee, senza censurare preventivamente quelle che non ci piacciono? Signora mia, dove andremo a finire di questo passo? Si rischia che il lunedì venga giudicato allo stesso modo del martedì. Si rischia che la legge e la morale siano uguali per tutti. E poi come facciamo a dimostrare che noi siamo quelli buoni e quelli bravi? Che gli altri sono fascisti e disinformatori? No, così viene giù tutto. Non si può, proprio non si può.
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Fonte: https://giubberossenews.it/2025/01/10/huffpost-ci-spiega-perche-il-lunedi-e-diverso-dal-martedi/