Home / Notizie dal Mondo / “Guarite il cancro, poi svegliatemi”
cryonics tanks ibernzione

“Guarite il cancro, poi svegliatemi”

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

La Scienza, nel suo inesausto tentativo di spazzar via dalla nostra vita tutto ciò che è umano, sta preparando altri piatti tanto appetitosi quanto avvelenati. Al lettore non sarà certamente sfuggito (sul Fatto ne ha parlato Caterina Soffici) il caso della ragazzina londinese di quattordici anni che si è fatta ibernare nella speranza di poter un giorno risuscitare attraverso la tecnica chiamata della criogenesi. Ma non è la sola, negli Stati Uniti ci sono già 200 persone criogenicamente ibernate e duemila in attesa di poter accedere a questa pratica.

Si è parlato di costi, di profitti, di truffe nell’alimentare speranze illusorie. Ma il tema è assai più profondo. La nostra è la prima società che rifiuta la morte, la morte biologica, s’intende, che è inevitabile, da quella violenta si può sempre sperare di scapolarsela. La verità è che nella nostra società la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita, dichiarata pornografica. La morte è diventata il Grande Tabù, “il Vizio che non osa dire il suo nome” (altro che la pederastia di vittoriana memoria) tanto che non si osa chiamarla col suo nome nemmeno là dove parrebbe inevitabile. Basta leggere i necrologi: “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, “è terminata la giornata terrena” c’è di tutto tranne la parola morte ad indicare ciò che è realmente avvenuto (quando morì mio padre il necrologio fu affidato, non so perché dato che ero il più giovane della famiglia, a me e io ribellandomi a queste ipocrisie scrissi: “è morto Tal dei Tali”).

Tutti questi interdetti e scomuniche significano una cosa sola: una paura della morte sconosciuta, in ugual misura, nelle società che ci hanno preceduto. E come diceva il vecchio e saggio Epicuro “muore mille volte chi ha paura della morte”.

Nella società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la Natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma ne è la precondizione. Sapeva che non c’è la vita senza la morte. Sentiva di far parte di un tutto, di un destino più ampio, della sua famiglia, della comunità, della specie, della natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si scioglievano nell’eterno gioco del passaggio di testimone fra generazioni, fra i vecchi e i giovani. E quindi, anche se a nessuno è mai piaciuto morire, accettava, insieme alla vecchiaia (altro tabù contemporaneo), questo nucleo tragico dell’esistenza come lo chiamavano i filosofi quando esistevano ancora.

Ma questi motivi che consentivano all’uomo di ieri di accettare la morte con una certa serenità, sono, capovolti, gli stessi che lo impediscono a noi. Noi viviamo lontani dalla Natura, a contatto con oggetti che non si riproducono ma semmai si sostituiscono, e alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, abbiamo perso il senso di un destino collettivo e quindi sentiamo la nostra morte come un evento radicale, definitivo, assoluto, esclusivamente individuale e quindi totalmente inaccettabile.

Ma poniamo che i nuovi Frankenstein realizzino il loro obbiettivo. Ciò avverrebbe gradualmente. All’inizio ci sarebbero alcune centinaia di individui ‘resuscitati’, poniamo, dopo qualche decennio. Come ha notato anche il padre della sfortunata ragazza si troverebbero in un totale spaesamento, a fianco di figli lasciati bambini e ora ottantenni. Ma andiamo ancora avanti in questo delirio seguendo il mito dell’immortalità (almeno le religioni, un po’ più sapienti, l’avevano pensata metafisica, noi la pretendiamo fisica) e che gli scienziati completino la loro opera per tutti. Alla fine, se non altro per mancanza di spazio, non ci sarebbe più alcun rinnovo. Ci troveremmo di fronte ad una umanità pietrificata. E quindi, paradossalmente, l’immortalità porterebbe alla morte.

Massimo Fini

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

22.11.2016

Pubblicato da Davide

  • fuffolo

    “Nella società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la Natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma ne è la precondizione”

    Con la terra si instaura un rapporto affettivo, sentimentale, che giustifica la vita rurale, erratamente considerata “dura”.
    Ma servono delle (pre) condizioni, perchè altrimenti è realmente difficile, impossibile, uscire dal “giro” (a meno di non essere ricchi o molto fortunati).
    Ridistribuire la terra in base alla forza lavoro di una famiglia, un sistema che renda possibile praticare l’agricoltura di sostentamento (dal baratto alla esenzione dalla normativa per le imprese societarie o con prevalenza di capitale, dalla normativa tecnica per la produzione agricola ed alimentare industriale), obbligo generale di un anno di lavoro contadino (in caso contrario un anno da soldato), esproprio terreni incolti (oltre il limite delle esigenze agricole).
    Il grano italiano quest’anno è stato pagato al produttore 13 euro al quintale, neanche le spese del seme. Che quindi l’anno prossimo non ri crescerà malgrado lo sguardo attendo del contadino

    • Mylan Key

      Chiunque ci abbia creato, ha prestabilito che il ciclo sia , vita, morte, e rinascita ultima, se ci entrerai . Quali siano le caratteristiche, solo LUi e te, potrai farne una valutazione relativa, qui .

      • Roberto Giuffrè

        Sono interessanti quei passi dei testi biblici dove si dice che i nostri creatori da un certo periodo non avrebbero “contribuito” più il nostro tselem “quel quid che contiene la forma – cit. DNA” con il loro in modo da ridurci la vita da 800-900 a 120 anni.
        Ora sei fortunato se ne campi la metà…

        • Mylan Key

          Si, ce n’e’ da dire in merito, sulle verita’ della genesi e della creazione umana, e di tutto un mondo parallelo e in altre dimensioni e spazi. Dobbiamo accontentarci di quello che disponiamo, perche’ se non ci e’ stato dato di piu’, significa che nemmeno quello che ci e’ stato dato , ci e’ servito . Ma pure la declassificazione e l’ abbandono vita e sistema vita, era contemplato , e lasciato volutamente cosi’ . Si vede che, quel poco che ha attecchito nel personali di ognuno, basta e avanza per il rimanente a proseguire. Dopo tutto, anche se imperscrutabile, ma comprensibile, pure il creatore si e’ fatto umano e ha subito la sua dipartita da qui . Ma e’ ritornato da dove e’ venuto. ; ) che tu possa trovarne illuminazione, e uscita.
          Se mi permetto, c’e’ uno che con tutte le sue ambiguita’ che gi si possono addossare, ( e non sono vere ) ( e’ la deformazione umana viziata ) , ti puo’ dare qualcosa in piu’ . William Merrion Branham. Trovi ogni scritto in internet. Un vero profeta voluto, per questo tempo. Dio agisce cosi’ . Lui ha molto da spiegare. Che ti sia propizio.

  • Mylan Key

    Solo UNO dell’ UNO , disse ad un decomposto irrecuperabile, Lazzaro esci fuori.
    Se non ci credete, e non serve, credono a questo . E’ una delle trappole demenziali che rende . Frankenstein e Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Ciak si gira .
    ( Certo che la genetica puo’ riprodurre in laboratorio, ma mai te stesso . Solo pezzi di avanzi . Carne per cani )

  • clara

    Immagino che lei non utilizzi farmaci e che si sia sempre affidato al destino ( altresi’ chiamato culo )..Che , memore di quanto da lei dichiarato, abbia sfidato la selezione naturale con l’ausilio del suo , immagino, poderoso sistema immunitario. La morte di una giovane creatura è quanto di piu’ contronatura vi sia. Prima i novantenni rincoglioniti e perfidi , dopati da cialis, viagra ,antipertensivi, cumarinici e quant’altro..le giovani creature vanno preservate, anche dalla morte.

    • ignorans

      Contronatura ci sono solo i froci.
      Dov’è il problema di un quattordicenne che muore?

      • clara

        Cretino

        • ignorans

          Non direi creino, direi amante del selvatico.
          L’uomo con la sua mentalità ha rovinato se stesso e ha reso il suo stesso mondo invivibile.
          Perciò le cose più belle sono quelle che lo superano, lo battono, lo sconfiggono.

          • clara

            Posso anche concordare con lei, parzialmente e con i dovuti distinguo.Ma se è frustrato se la prenda con i responsabili di tutto ciò. Ci sono pur sempre mazze e spranghe. Faccia l’uomo

          • PersicusMagus

            Lol…una risposta molto carina.

          • ignorans

            Lei rifiuta la sua di responsabilità. E questo è già grave.

      • Lili Armando

        “La morte fa morire chi vuole lei”? Accipicchia!

      • RenatoT

        La morte è il finale del deperimento organico-cellulre, che comincia da quando si nasce. Lo si puo’ accelerare o rallentare con le nostre abitudini quotidiane.

        E’ il rischio che aumenta le possibilitá di morire, e meno si sa di rischiare, piú si muore facilmente… la propaganda che inizia nelle scuole e continua nella facoltá di medicina serve proprio a questo.
        Mentre invece, la gente ha paura del morbillo, degli extracomunitari, dei morti viventi e dei malocchi.

        Un classico esempio è stata l’epidemia di morbillo in America con piu’ di 400 morti nel 2015. Cnn e tutti gli altri network hanno terrorizzato la popolazione con questo aumento repentino dei casi di morbillo e moltissimi sono corsi a vaccinarsi quando la sola malasanitá italiana, produce 100 morti al giorno e in Usa sono piú di 1000.

        Serve terrorizzare la popolazione per 400 casi morbillo su mezzo miliardo di persone quando poi ogni anno in America ci sono 1.000.000 di bambini autistici in piú… e i dati dicono che nel 2032, l’80% dei bambini sará autistico?

        E’ palese che qualsiasi cosa venga detta da questi organi ufficiali… è solo menzogna.

        Io starei molto attento a credere che si muore per caso, in un universo basato sulla causa -> effetto.

        • ignorans

          Infatti è ridicolo che di fronte alla morte l’unica cosa che alcuni sanno fare è commuoversi, lamentarsi e protestare. Dedicati piuttosto a esplorare le cause. Perché questa è morta a 14 anni? Questa è l’unica cosa di un certo interesse. E “la scienza” non lo sa. Questo è interessante, chi dovrebbe saperlo non lo sa. E se non lo sai cosa stai lì a fare? Vattene. Questa è la sola ribellione.
          Quanto alla causa->effetto, lo so anch’io che si tratta di causa->effetto, ma siccome non c’è consapevolezza di ciò, acquisisce le caratteristiche del caso.

        • ga950

          Condivido le sue riflessioni tranne “la paura per gli extracomunitari” a dire il vero ho paura dei comunitari.

          Sposo anche le esternazioni di ignorans.

          • RenatoT

            certo, posso capire che a seconda della situazione la percezione della persona extracomunitaria possa essere differente.
            Pero’ se la malasanitá in Italia produce 100 morti al giorno (in aumento) gli extracomunitari… sono un problema ma non sono un problema se paragonato a quello che succede realmente negli ospedali… questo dimostra quanto sia forte il nostro corpo e quanto ogni singola cellula cerchi di sopravvivere sempre e comunque.
            La bambina in questione, con un cancro a 14 anni, non è normale, non dovrebbe esserlo nemmeno a 70… ma tutti i bambini vengono alimentati a mangimi a base di zucchero, farine raffinate e latticini.
            Quando si esagera su questa strada, l’acidificazione del corpo va marengo e comunque tutti i pre-allarmi vengono ignorati o nascosti con cortisone, analgesici e altre porcherie simili come se fosse normale essere malati giá da bambini… oppure abitava a Fukushima.

          • ga950

            Sono d’accordo sulle sue riflessioni mediche, ma non ha detto nulla sulla paura degli extra o comunitari.

          • RenatoT

            mi era sfuggito.

    • stefano passa

      niente , ha capito molto dell articolo…..
      la morte è parte integrante della vita, come la vecchiaia, è questo che la società “moderna” ha perso di vista, e nella “naturalità” ci sta anche la morte di una 14enne o di un neonato, e questo non significa che si fa di tutto per evitarlo, ma che bisogna accettare anche queste situazioni…

    • MarioG

      “La morte di una giovane creatura è quanto di piu’ contronatura vi sia. ”

      Non le resta che comunicare questo suo pensiero direttamente alla Natura, dal momento che questa persona non e’ stata condannata a morte da esseri umani.

      E a proposito del suo argomentare sui farmaci: Fini NON ha detto che non bisogna curare le persone. Ha detto un’altra cosa.

  • Adriano Pilotto

    “Si è parlato di costi, di profitti, di truffe nell’alimentare speranze illusorie. Ma il tema è assai più profondo”.

    No!.Fini ha già detto tutto nel primo periodo, in senso grammaticale. Solo la deformazione giornalistica -tante righe, tante parole, tanti soldi- lo spinge a delirare: “Nella società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la Natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma ne è la precondizione. Sapeva che non c’è la vita senza la morte”.
    Generalmente, l’uomo premoderno aveva trasformato la morte in una porta per la vera vita, quella nell’aldilà. E questa vita oltre la morte ha richiesto un prezzo pesantissimo; un prezzo pagato dalla vita al di quà della morte.

  • Fabrizio Copertino

    Come sempre Massimo Fini, nelle sue osservazioni, è puntuale e caustico. Nell’articolo individua uno dei maggiori punti deboli della nostra civiltà. Tuttavia, il tema della rimozione della morte è datato e sono molte le intelligenze che ne hanno denunciato l’aberrazione:

    L’uomo è chiaramente fatto per pensare, è tutta la
    sua dignità e il suo merito; e tutto il suo dovere consiste nel pensare come si
    deve. Ora, l’ordine del pensiero è quello di cominciare da sé, e dal suo autore
    e dal suo fine. Ma a che cosa pensa la gente? Mai a questo; ma a ballare, a
    suonare il liuto, a cantare, a comporre versi, a infilzar l’anello nelle
    giostre, e cose simili, a battersi, a farsi incoronare re, senza pensare cosa
    vuol dire essere re e che cosa vuol dire essere uomo.>> <> <>
    (B.Pascal, Pensées, Parigi 1658)

    “Non raramente si vede nella morte degli altri un
    disturbo sociale o addirittura una mancanza di tatto, nei confronti della quale
    la vita pubblica deve prendere le sue misure” (Heidegger, Essere e tempo; 1927)

    Mentre, nel XIX secolo, già Tolstoj, in “La morte di Ivan Il’ic, preannunciava l’angoscia e il relativo tentativo di rimozione della società moderna nei confronti dell’evento estremo.
    Non che il tema non sia attuale, ma nonostante le denunce la nostra cultura procede indifferente in questo tabù, con tutti gli sconcertanti corollari evidenziati dalla cronaca.

    Ci sono, però, dei passaggi nell’articolo di Fini, che non mi convincono.
    Per prima cosa le società tradizionali, quelle in simbiosi con la natura, avevano certo un rapporto diverso con la morte, ma accettazione non vuole dire serenità. Cio è dimostrato da tutte le pratiche messe in atto per esorcizzare la morte e i defunti. In epoca romana, ad esempio, le sepolture dovevano realizzarsi al di fuori dell’urbe, un modo questo per separare il mondo dei vivi da quello dei morti, in un’ottica non certo di rimozione, ma certamente di allontanamento e timore ancestrale.

    Viceversa è proprio il Medioevo – definito ancora da molti oscuro e superstizioso – che riporta i defunti all’interno delle cinta murarie della città. E’ questo il momento in cui, per dirla con Aries (Storia della morte in Occidente), l’uomo “addomestica” l’angoscia e il terrore che l’evento irrimediabilmente porta con sé. I cimiteri diventano luoghi di aggregazione, mercati, pubbliche piazze. Gli uomini, grazie alla prospettiva trascendente fornita dal cristianesimo, accettano con rassegnazione e speranza il segno della propria finitudine. Con l’individualismo moderno e l’idolatria del mercato la morte torna ad essere un tabù.

    “Negando la morte e la sua funzione di avvenimento
    ostacolo, la società capitalistica bottegaia porta a termine la reificazione
    dell’uomo.”
    (Jean Ziegler, I vivi e la morte)

    Inoltre, la citazione riguardo Epicuro, non è, a mio modesto parere, puntuale nel contesto del discorso. Epicuro, infatti, con il suo granitico materialismo propone – filosoficamente – lo stesso modello della società contemporanea. Per il filosofo del Giardino, la morte non deve far paura perché: quando c’è lei non ci siamo noi, mentre quando ci siamo noi non c’è lei. Questo è, per l’appunto, l’enunciato del fondamento della rimozione, il porre i due aspetti (vita e morte) non in continuità, in modo che l’anticipazione del pensiero della morte possa contribuire a dare un senso all’esistenza, bensì separarli su due piani nettamente distinti.
    Vivere, per Epicuro, equivale a sentire, percepire sè e il mondo con i sensi, per cui la privazione assoluta del sentire non deve spaventare l’uomo: la morte per lui è niente, non essere, mera e non misteriosa disgregazione di atomi.
    Quindi, Epicuro, forse suo malgrado, è perfettamente contemporaneo. Del resto, qual è oggigiorno il tipo di morte auspicato dall’uomo? La morte improvvisa, quella di cui gli antichi avevano orrore e che i moderni associano proprio alla mancanza di dolore, quindi di sensazione: la morte arriverà, ma noi non vogliamo averne coscienza.

    Altresì, nella vicenda di cronaca riportata da Fini, c’è un’altra interpretazione possibile – che è assolutamente in continuità con quella della rimozione.

    Pensavamo che dopo aver eliminato Dio, una volta conquistata la kantiana maturità e autonomia di pensiero (Sàpere aude), gli uomini si sarebbero comportati di conseguenza, avrebbero dato vita ad una società laica, disincantata e rappacificata – perchè adulta – con la propria caducità.

    E invece, dopo aver ucciso Dio – lo aveva capito chiaramente Nietzsche – l’umanità, smarrita di fronte al peso di tale azione, lo ha semplicemente sostituito con dei feticci, degli idoli, spesso crudeli e disumani: lo Stato, la lotta di classe, il profitto ecc.
    In questa corsa all’immortalità tecnologica si rende evidente il carattere di nuova religione, tipica dello scientismo. Lo aveva già annunciato Comte: la nuova civiltà – anch’egli usava la metafora dell’individuo adulto, ormai maturo e disincantato – avrà i suoi pontefici (tecnocrati e scienziati) e i suoi imperatori (gli imprenditori, le corporation). Ora sappiamo che ha anche la sua resurrezione.
    La scienza è diventata il nuovo Dio; essa ha i suoi dogmi e i suoi sacerdoti (quelli che pontificano da tutte le reti – gli Odifreddi e i Cecchi Paone – che incantano le folle con il loro linguaggio forbito e i loro dogmi indiscutibili, trasformando l’inconcepibile e l’assurdo in una verità degna di fede (Darwin docet).
    Sono già centinaia gli individui che ricorrono – soprattutto negli Usa, ossia la Mecca di questa nuova religione – al sogno elargito dalla criotecnologia. E se non sono migliaia è solo perché questa nuova divinità non è affatto democratica: la resurrezione è garantita per quei pochi eletti che hanno le possibilità finanziarie per esserne meritevoli. Una divinità che promette ulteriore vita per pochi e dispensa morte a buon mercato per tutti (milioni di aborti, milioni di vittime nelle cosiddette guerre umanitarie, generazioni di giovani immolate ai paradisi artificiali degli stupefacenti).
    A nulla serve spiegare ai novelli Lazzaro che l’ibernazione uccide le cellule e che, quindi, anche con una cura contro il cancro, sarà impossibile risvegliarli: qui non è certo in gioco la ragione, il buon senso; un atto di fede va oltre, e poi la Scienza, onnipotente e onnisciente, troverà – statene certi – una soluzione anche a questo.
    E intanto già si parla di trapianto della testa.
    Benvenuti, signori, nell’era del transumanimso, dove con Dio – ma era inevitabile – è scomparso anche l’uomo.

  • cedric

    MASSIMO FINI ha detto: “La nostra è la prima società che rifiuta la morte”

    Questa è una sciocchezza scritta per fare colpo sigli ignoranti. Da oltre seimila anni tutte le società hanno sempre rifiutato la morte biologica, qualche esempio che si studia anche alle scuole medie.
    – gli egiziani imbalsamavano i corpi perchè credevano in una futura rinascita col loro vecchio corpo
    – i sumeri narravano il viaggio di Gilgamesh da Utanapishtim per cercare l’erba che avrebbe potuto riportare in vita Enkidu.
    – i greci raccontavano le storie di Titone ed Endimione, entrambi resi immortali dal dio o dalla dea che li amava
    – buoni ultimi i cristiani credono nella resurrezione dei corpi quando verrà il regno dei cieli

    A ben vedere qulle narrate nei miti sono tutte “crioconservazioni ante litteram” quindi l’uomo di oggi non ha inventano proprio nulla . Anche oggi per credere di poter rivivere basta essere ricchi (e creduloni) proprio come allora quando occorreva essere un re, un ricco dignitario oppure essere amici di un dio compiacente……

    • PietroGE

      D’accordo con cedric. Dal tempo delle prime sepolture, migliaia di anni fa, insieme al corpo del defunto venivano riposti gli oggetti che gli sarebbero serviti nella sua futura vita. Era anche questo un modo per rifiutare la morte.

    • Tonguessy

      Ricchi e creduloni per potere avere accesso all’immortalità. Può essere. La differenza sta tutta nel metodo che consacra il tentativo. Un conto è affidarsi alla metafisica per non cessare di sperare, altra cosa è affidarsi alla fisica. Esistono cioè molte morti. Quella fisica non è mai stata messa così all’angolo (eh, la presunzione…) come oggi. In altri tempi ci si affidava ad altre cose. La scrittura, ad esempio. Può morire lo scrittore ma gli scritti restano (se contemporanei e posteri dimostrano clemenza). I primi segni rupestri hanno fatto sopravvivere il talento dei graffitari alle incessanti morti fisiche.
      Ma qui si sta parlando di qualcosa di diverso. Si sta parlando di bloccare la morte fisica. Più precisamente si sta parlando di credere di bloccarla e della speranza che è legata alla scienza come fattore risolutivo definitivo. Certo, bisogna essere ricchi e creduloni per farlo. Non tutti sono ricchi, ma creduloni temo proprio di si. L’iperbole della crescita infinita si vede qui, non solo in ambito finanziario. Come le promesse di Veronesi, quando vent’anni fa giurò che saremmo riusciti a sconfiggere il cancro. Oltre le bolle finanziarie ecco le bolle (balle?) mediche.
      Alimentare il credo medico, questo è il mantra. Servirà l’esplosione di decine di bolle mediche per fare entrare nel nostro immaginario collettivo l’idea che non ci sia troppo da fidarsi di certe liturgie mediche. Nel frattempo fatevi pure surgelare come una merluzzo appena pescato, o voi che oltre a creduloni siete anche ricchi.

      • Fabrizio Copertino

        Giusto. La differenza è sostanziale.

    • ga950

      ” buoni ultimi i cristiani credono nella resurrezione dei corpi quando verrà il regno dei cieli”
      Gentilmente potrebbe fornirmi qualche riferimento a sostegno di questa sua personale affermazione? Grazie.

      • cedric

        Una fonte è il catechismo cattolico presente sul sito ufficiale del vaticano
        http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p123a11_it.htm
        ed un’altra è la recente istruzione “ad resorgendum”
        http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20160815_ad-resurgendum-cum-christo_it.html

        Per completezza servirebbe cercare analoghi riferimenti per gli ortodossi ed i riformati ed anche per le decine di altre sette che compongono il cristianesimo, intanto puoi leggere i link citati.

        • ga950

          La ringrazio ma siamo alle solite! Lei ha scritto cristiano ma intendeva cattolico, se non fa lumi all’interno della sua conoscenza si troverà sempre più in confusione.

          • Roberto Giuffrè

            Cattolici e cristiani adorano lo stesso dio e le stesse minchiate.

          • ga950

            Temo che questa volta abbia toppato!
            I Cristiani non adorano nessun Dio, mi spiace per lei, quanto ai cattolici: chi se ne frega?

    • Apollonio

      Cedric è un po diverso..!

      Gli antichi egizi credevano nella sopravvivenza dell’ anima dopo la morte. Dato che l’anima, per sopravvivere, aveva bisogno anche del corpo, essi praticavano l’ imbalsamazione, una tecnica che garantiva la perfetta conservazione dei defunti.

  • Tex42

    Articolo che condivido pienamente.
    La rimozione della morte è conseguenza dell’ideologia oggi dominante, quella del godimento assoluto.

  • Georgejefferson

    Non esiste UNA Scienza, esistono innumerevoli correnti di pensiero, in cui tante c’e’ condivisione verso un metodo, quello empirista e dell’evidenza, criticato in altre correnti riguardo all’estremismo riduzionismo, e delle derive “interessate” dai rappresentanti del potere del privilegio che cercano di corrompere ed imporre un immaginario pubblico, funzionale ai loro interessi.
    Ma la cultura conservatrice ipocrita, unifica in un unico calderone “la scienza” auto attribuendosi l’autorità di reclamare essa stessa cosa sia “umano” e cosa no. Al di la della giusta denuncia degli interessi economici e di profitto cinico che spesso sta dietro a tantissime cose, l’ideologia conservatrice da sempre fa leva sulle “truffe” nell’alimentare speranze illusorie, che si tratti di legislazioni che mettano al bando la schiavitù, oppure legislazioni con intenti di garantire un minimo di diritto di base per tutti, da costruire nel corso storico.Ma spesso il tema è assai più profondo, c’e’ bisogno di costruire un immaginario che inculchi nelle coscenze una illusione che “il passato” sia stato un luogo paradisiaco e non comprendente tanti mali criticabili al giorno d’oggi.

    Il senso di tragedia, paura e tristezza, di fronte la morte e’ sempre esistito, non “rifiuto della morte biologica”, e’ sempre stato presente, più o meno, il desidero di rimandare la fine vita il più possibile, con meno dolori possibili e…al di là dei fanatismi fantascientifici dei deliri sull’immortalità, quello appena descritto e’ un sentimento umano, comprensibilissimo e probabilmente presente in tutte e le epoche e culture, con le dovute differenze contestuali.

    Non scomunicata, interdetta, proibita, o dichiarata pornografica…la morte, con tanto di parolette colorite e simil poetiche per stimolare l’emotività…ma spesso, banalmente, un dissenso diffuso verso il cinismo della banalizzazione della morte stessa, della ipocrita e sempre verde consolazione illusoria di una metafisica destinale, a cui mai nessuno ha dato dimostrazione, ma che molto riempiva la retorica del servo del potere, preposto a sbattere in faccia con negativo cinismo il disprezzo verso le persone semplici,innoque e subalterne, la maggioranza delle persone nel mondo, negando speranze umanissime ma non dimostrando nulla in verità riguardo all’inevitabilità del soffrire, e perire nella miseria.

    Perchè il popolo deve stare al suo posto, sempre e comunque, negando artificialmente (col controllo dell’immaginario collettivo) il divenire storico con il suo possibile, quale esso sia nella mobilità sociale e maggiore serenità-
    Nessun tabu quindi, eterno spauracchio per spaventare i bambini, ma derisione e dissenso verso i vecchi catastrofisti scoraggiati dalla vita che banalizzano il dolore e la tragedia del sentimento verso la morte.

    “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, “è terminata la giornata terrena” …sono umanissime espressioni di sentimento, che connotano proprio quell’empatia verso la sofferenza che deriva dal senso dell’affettività, anch’esso umanissimo. Perchè le parole, non sono “vere” i sè, sono segni rappresentanti un senso, e conta poco il fatto che in senso cronologico anteriore, si sia scritto un segno, al posto dell’altro. Esiste il tempo, e la realtà e’ tendenzialmente dinamica, non statica e sempre uguale.

    Ma capisco che oggi va di moda, sentirsi “ribelli”, non quando si esprime solidarietà verso una sofferenza, o contestare l’uso delle parole a scopi di diffusione del cinismo, disprezzo e denigrazione…ma quando si usano le parole “vere”…quali “morte”…o “anticappato”…o “poveraccio”, e cosi sentirsi, o illudersi di sentirsi, più grandi e maturi.

    Piccoli ribelli crescono.

    Non e’ per nulla vero che le società prima della nostra, non avessero paura di fronte alla fine della vita, paura del “nulla”, cioè di non esistere piu come coscenza consapevole del suo esistere, ognuno nella propria interiorità. Negarlo e’ una favoletta per i bambini.
    Paragonare le persone, con le loro coscenze ed unicità, alle piante e ad una fantomatica “natura” con paragoni metaforici, non basta a far credere che il nesso vita morte sia “uguale”, non tenendo conto della particolarità della consapevolezza di sè, al confronto alla vita vegetale. Sentirsi parte del “tutto” e’ un sentimento bellissimo, ma non e’ scritto da nessuna parte che “il tutto” debba essere per forza “negativo”, o per lo meno che il negativo non sia legittimo cercare di attenuarlo, infatti lo fanno tutti, riguardo a se stessi, per vivere più serenamente. Questo non vuol dire legittimare malsane idee suprematiste di “dominio” della natura, tutt’altro.

    Nell’ eterno gioco del passaggio di testimone fra generazioni, fra anziani e i giovani (Ps. non e’ un ribelle chi si vanta di chiamare vecchi gli anziani, perche parola più “vera”)… esistono e sono esistite anche innumerevoli soprusi derivanti il privilegio ereditario, che nega a priori le fantomatiche “pari opportunita” con cui tanti si sciacquano la bocca. Ma questo si tace spesso, nella narrazione mitologica del mitico passato.

    Alleviare il dolore, l’ansia e la paura, per sè e gli altri, senza intenzionalità di illudere, non significa “negare” la fine e deperimento della propria esistenza, e un qualcosa di bellissimo, nella narrazione del “passaggio di testimone fra generazioni” e’ proprio testimoniato da quelle interpretazioni umanissime quali:
    “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, “è terminata la giornata terrena”.

    Fermo restando che del dopo vita, nessuno sa nulla con certezza, non verso l’aldilà e qualsiasi cosa d’altro, sia del “nulla cosmico”, e quindi le tante narrazioni metafisiche, o destinali, hanno lo stesso valore relativo del paradiso con gli angioletti. Al più si puo solo credere, credere in qualcosa di più grande, anche nel “nulla”, ma sempre di, rispettabilissima ognuno nella propria intimità, credenza.

    Seri dubbi che “l’ uomo di ieri accettasse la morte con una certa serenità” diversamente di oggi, e il giovanilismo inculcato dai potentati economici, ai fini del profitto, non provano niente del passato.

    Che differenza c’e’ tra una persona che, empaticamente, esprime ipotesi e speranza, verso la vità oltre la morte, per se stessi o per altri suoi cari, appunto perchè non c’e’ certezza…dalla persona che esprime ipotesi e speranza verso un “destino collettivo che sente la morte come un evento effimero, non definitivo, relativo, esclusivamente collettivo e quindi serenamente accettabile”?

    Nessuna, essendo l’approccio più sensato e onesto, un approccio agnostico senza certezza. Ma in alcuni ambiti si cerca di spacciare la propria narrazione cinica e scoraggiata come più assoluta di altre.
    Come se le case costruite (e’ una metafora) siano solo alcune, brutte, e le altre sarebbero, “sconfinati campi aperti di natura”.

    Al di la dei deliri di onnipotenza ed immortalità buoni per i romanzi di fantascenza, usati strumentalmente in funzione della persuasione alla propria visione mondo da inculcare, il problema della “mancanza di spazio”, si risolve col tempo stabilizzando la crescita demografica sviluppando e diffondendo maggiore benessere, almeno al livello del diritto di base, cosa che tantissimi “ribelli” di oggi e di ieri dimenticano di narrare, concentrando l’attenzione solo sugli effetti dell’agire negativo, e capri espiatori vari.