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Il rimedio è la povertà

DI GOFFREDO PARISE

corrieredellasera

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

 

Goffredo Parise

Questo articolo è apparso sulla pagine del Corriere della Sera il 30 giugno 1974

 

visto su: http://www.globalist.it/culture/articolo/77560/il-rimedio–la-povert.html

Pubblicato da Davide

  • gianni

    ” il rimedio e’ la povertà”….da un po’ di anni ho questa cosa nella testa , i soldi e il materialismo ci hanno avvelenato il cuore

    • ws

      ” il rimedio e’ la povertà”. …

      … dei poveri , che sazii della loro “felice povertà” non romperanno i coglioni ai ricchi

    • Divoll79

      Io credo che il cuore ce l’abbia avvelenato la cronica mancanza di lavoro e di soldi, l’impossibilita’ di poterci progettare la vita e viverla secondo le nostre inclinazioni intellettuali, spirituali, professionali. La materialita’ e il materialismo hanno fatto il loro tempo. Dal punto di vista ideologico, sono un fenomeno in recessione, ancche se ancora non si nota troppo.

      • gianni

        la maggior parte dei soldi che spendono gli italiani li spendono per cose superflue e vizi

        • Divoll79

          Lei e’ rimasto indietro di qualche decennio, temo. Oppure, ha abbastanza denaro da spendere in cose superflue. Non sa che, stando alle stime nazionali, gli italiani hanno cominciato a risparmiare perfino sul cibo?

          • Leno Lazzari

            Avrei bisogno di fare un impianto, un premolare . La capsula che ho attualmente è ai limiti. Non so se questo fa di me un povero ma sto rimandando il più possibile il lavoro .

            Da quello che leggo e sento in TV molti italiani stanno ben peggio di me :

            https://www.left.it/2016/06/08/aumentano-gli-italiani-che-non-si-curano-e-gli-incassi-della-sanita-privata/

            E intanto all’ospedale di Nola (o sbaglio ?) Sono stati sospesi dal lavoro (De Luca li vorrebbe licenziare) dei medici del pronto soccorso per i malati soccorsi sul pavimento.
            Ci scommetto la faccia che le responsabilità siano di dirigenti tanto del nosocomio quanto della regione Campania . So di cosa sono capaci questi quadri nel caso del Policlinico Umberto I, diciamo dal di dentro, e dopo tutti gli arresti e denunce degli ultimi tempi ne gli assenteisti ne i ladri hanno benché minimamente pensato di “ridimensionarsi” e a subirne le conseguenze sono, nel caso specifico, i malati oncologici .

          • Tizio.8020

            Risparmiare sul cibo?
            Magari!
            Non ci sono mai stati tanti sfratti (per morosità) come negli ultimi tre anni.

  • nicolass

    come essere poveri e felici… se solo si cominciasse a insegnarlo nelle scuole.

  • Toussaint

    Ho cominciato a leggere, ma non ce l’ho fatta a continuare. Credo che un po’ di vivacità espressiva possa molto giovare all’autore. Così, per dare un non richiesto contributo di sintesi, direi che c’è differenza fra consumo e consumismo. Semplificando al massimo, il primo è la domanda aggregata, il secondo potrebbe essere definito come una forma di consumo veicolata dall’immagine, dal prestigio e dallo status-symbol.

    Ha senz’altro contribuito ad eliminare la coscienza di classe, facendo aumentare i consumi in una fase del capitalismo in cui le disuguaglianze dovevano diminuire in funzione anti comunista. Ma non mi sento di andare oltre. Quanta gente lavora nella moda e nel suo indotto (“consumismo”, quindi, e non “consumo”)? Della Valle ha assunto 100 persone nel cratere del terremoto per produrre le Tods … negativo anche questo?

    La povertà eretta a sistema, i decrescisti …. Mah. Non li ho mai capiti.

    • SanPap

      strano che non capisci, perché è semplice

      rimanendo nel tuo esempio

      certo che le assunzioni fatte da Della Valle sono una benedizione, e continueranno ad esserlo se Della Valle non inizierà ad inquinnare l’ambiente in modo irresponsabile, se retribuirà adeguatamente i suoi lavoratori, dirigenti
      impiegati operai, e non li costringerà a lavorare come schiavi, a dover far lavorare le loro mogli per necessità, o peggio i loro figli, se non li licenzierà pur sapendo che questo distruggerà la loro vite in nome di una concorrenza ottusa, insomma se riuscirà metter insieme una comunità umana degna di questo nome.

      (prima della globalizzazione le aziende più importanti, quali Pirelli, Olivetti, Zegna, Alitalia, IBM, le alcune Banche, ecc avevano degli uffici studi che calcolavano le retribuzioni dei lavoratori in base ad un loro “basket” commisurato a quello che chiedevano ai lavoratori; ad es. una società o una banca pretendeva un certo modo di vestirsi, il basket prevedeva l’acquisto di un adeguato numero di vestiti l’anno;
      arrivavano ad ipotizzare stili di vita: qualità del cibo, possibilità di recarsi al teatro o al cinema un certo numero di volte al mese, praticare degli sport, acquisto di una casa, l’educazione scolastica, cure mediche particolari ed eccezionali ecc; gli studi erano meticolosi e lunghi, solo alcune se li potevano permettere, se li scambiavano e ne confrontavano i risultati; diventavano un sorta di filo rosso nelle contrattazioni sindacali; i sindacati se li studiavano attentamente e poi dopo un po’ di teatrino li facevano propri; le aziende più piccole si adeguavano)

      • Toussaint

        Purtroppo continuo a non capire. Ma non è per polemica, è che proprio non capisco. Che c’entra l’inquinamento con la teoria della povertà che ci salva tutti? Non è che non esista il problema del consumo delle risorse planetarie. Ma è proprio il progresso tecnologico che può risolverlo, progresso che non fa rima con decrescita e povertà.

        Ed i salari ed i fringe benefits che c’erano una volta (ma senza esagerare) cosa c’entrano, a loro volta? Se li vuoi aumentare significa che anche tu non sei molto d’accordo con il ritorno alla sana povertà di una volta (sana soprattutto per chi non l’ha mai sperimentata. C’è chi ha scritto che solo i ricchi elogiano la povertà).

        Se invece mi fai il discorso del globalismo (liberismo) che ha impoverito tutti (notizia di questi giorni, le 85 persone più ricche posseggono quanto le 3,5 miliardi di persone più povere), sono molto più che d’accordo. Ma che c’entra, anche stavolta, la teoria della sobria povertà o della decrescita?

        Il consumo non è sempre buono, siamo d’accordo, ma non è nemmeno sempre cattivo. Ed in recessione, magari ce ne fosse di più. E poi la crescita del Pil non è più fatta solo di altoforni e centrali a carbone. È fatta anche di sviluppo del software, di cultura (turismo), di agricoltura biologica, di istruzione terziaria, di energie rinnovabili, di dissalazione dell’acqua etc. etc.

        Mi sovviene un brano a suo tempo scritto da Alberto Bagnai su Goofynomics (non trovo il link, me ne scuso), eccolo qui:

        “”” ….. l’idea di fondo sembra essere che occorra un cambiamento di stile di vita o un investimento iniziale per ridurre i consumi, ponendo le basi di una decrescita, unica strada possibile per la sostenibilità ambientale.

        Bene, ripartiamo dalla pattumiera. Cambio il mio stile di vita e compro la quantità giusta di cibo, per cui non lo spreco, i consumi si riducono, io sto meglio, ecc. Ma… mi sono rimasti dei soldi, giusto? Perché se ho comprato meno cibo per nutrire la pattumiera, ho più soldi in tasca, no? E con quei soldi cosa ci faccio?

        Ecco, questo Savonarola non lo diceva. Ma non ci vuole molta fantasia per fare delle ipotesi, visto che le possibilità sono due: o li spendo (e allora ho solo sostituito un consumo, indubbiamente dannoso, con un altro, forse meno dannoso, chissà…), o li risparmio.

        Se li consumo, ovviamente non c’è stata decrescita. Attenzione: non sto dicendo che non ho fatto la cosa giusta: riducendo uno spreco ho fatto la cosa giusta, solo che se poi i soldi li spendo in altro modo il Pil quello era e quello rimane: sarà un Pil migliore, ma non è decresciuto.

        Se invece risparmio i soldi accantonati riducendo lo spreco, si aprono due scenari: nel caso A il sagace sistema finanziario indirizzerà i sudati risparmi verso il solerte imprenditore che realizzerà qualche suo meritevole progetto (nel qual caso allo spreco di cibo si sostituisce l’acquisto di capitale fisso, e quindi non c’è decrescita, anzi, forse maggiore crescita nel medio periodo); nel caso B la finanza userà questo denaro fresco per gonfiare qualche bolla in giro per il mondo. E quindi da una buona decrescita sarà nata una pessima crescita.

        Lo stesso discorso vale per la casa teutonica [Bagnai in precedenza aveva fatto riferimento ad una casa costruita con tecniche moderne di contenimento energetico]. A parte il fatto che costruirla costa soldi (ed è un bene spenderli, perché così si dà lavoro) e necessita, tra l’altro, dell’importazione di tecnologie e materiali che non abbiamo … immaginiamo che si sia costruita da sola. Poi abitandoci risparmiamo. E con questi risparmi cosa ci facciamo? Mistero. Savonarola su questo taceva, suppongo per motivi di tempo”””.

        Concluderei, amico SanPap (se non ti ho annoiato troppo con questo mio intervento), sostenendo che le ricette keynesiane, quelle del buon senso, hanno permesso all’Europa del dopoguerra di essere, con tutti i suoi limiti, la società più decente mai sperimentata nella storia dell’umanità. Per questo capisco Keynes, ma non capisco i decrescisti, i pauperisti fautori del ritorno alla zappa e al rastrello etc. Sarà un mio limite, che posso dire?

        • SimSim

          Se Keynes venisse seguito tout-court, oggi non saremmo a parlare di questo. Questo discorso era impossibile da risolvere in un solo articolo, perchè investe diverse sfere di azioni a diversi livelli della società contemporanea. La decrescita di per sè sottintende la fine del capitalismo per come lo conosciamo, cioè della fine di un’economia basata sul “vendere vendere vendere” ad un’economia magari meno vivace dal punto di vista della varietà e dei numeri, ma più salutare per tutti. Alla fine, banalmente parlando, tolti i disoccupati, noi tutti siamo abituati a lavorare chi 8, chi 10 ore ogni giorno, facendo vite spesso tristi o accontentandoci dei pochi e giusti momenti belli e liberi che ne restano a margine. Questo sempre che si abbia la fortuna, alla fine della giostra, di permettersi quello che si vorrebbe fare.

          Per come la vedo io, certamente la decrescita dal basso non è il primo passo. Ma è una condizione che, in presenza di un cambiamento profondo dell’economia, si può tranquillamente avverare, ma SE e SOLO SE. E che a mio parere è anche salutare.

          Ma ribadisco, SE e SOLO SE.

        • Bella di Giorno

          La zappa e il rastrello sono obsoleti. Parise non voleva tornare a zappa e rastrello ma ricuperare una coscienza che già nel 1974 era in via di sparizione. Ciò che Parise dice è distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, e così via. Una coscienza della qualità aiuta i consumi, parolaccia che scandalizza tutti, perché vedere giovani e poveri che affollano i MacDonald’s ingerendo schifezze, quando in Italia si producono ingredienti e preparazioni alimentari immensamente migliori e a prezzi abbordabili, è disperante.
          Il cibo è una necessità e usare il cibo come prodotto nocivo di consumo e status symbol come fanno i fast food d’importazione americana è criminale.
          Questa posizione, insieme a molte altre “snob”, è una crescita e non una decrescita.

    • fastidioso

      Le scarpe di Della Valle durano vent’anni e più, quindi chi le acquista (anche se costose) è in linea con quanto espresso nell’articolo.

      • Bella di Giorno

        vent’anni??? ma scherza…

    • Bella di Giorno

      Se 100, 1000, 10000 persone fossero assunte per produrre costruzioni antisismiche sarebbe immensamente più utile che produrre ciabatte. Si continua a produrre SOLO effimero. Le ciabatte possono avere un significato SOLO se c’è la costruzione antisismica, perché alla prossima scossa il disastro si allarga e le Tod’s non servono a nessuno.
      Questa non è decrescita, è programmazione per una crescita cosciente. Parise, il cui articolo è del 1974, insieme al citato Pasolini, avevano una visione.
      Chi ha incrementato unicamente il consumismo compulsivo visioni non ne ha.

      • Tizio8020

        Credo sia la prima volta che sono d’accordo con te.

        Fra l’altro, le risorse non sono infinite.
        Il produrre oggetti che non durano, è un doppio errore.
        Primo, perchè produrre prodotti dalla vita breve esaurisce le risorse.
        Secondo, perchè con poca spesa in più (a livello produttivo , non parlo di prezzo d’acquisto) si possono avere prodotti durevoli.

        L’obsolescenza programmata e tutta la rincorsa al “nuovo sempre”, servono all’industria per rimanere a galla.
        Ci sono attrezzature costruite “per durare” che veramente misurano la loro vita nell’arco dei decenni, e costano sì di più di quelle “da poco”, ma non nell’ordine dei due zeri.

        Case costruite per durare, isolate, confortevoli, la cui manutenzione sia possibile senza grosse spese, sarebbero una opportunità.
        Invece si è continuato a ristrutturare edifici assurdi, con consumi altissimi, a spese della comunità

        • Bella di Giorno

          il costo delle cose viene deciso da chi stabilisce i prezzi, non c’è ragione per fare costare molto di più una cosa, un ortaggio, un manufatto di qualità migliore. Se il prezzo viene stabilito per la rarità è un’altra cosa.

  • Servus

    Articolo scritto 40 o 50 anni fa? “se la benzina aumentasse fino a mille lire “, “vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale” ?

    • RenatoT

      mi stavo chiedendo la stessa cosa 🙂

    • yakoviev

      Sicuramente non ieri, visto che l’autore è morto una trentina di anni fa 😀

    • Tizio.8020

      Goffredo Parise

      Questo articolo è apparso sulla pagine del Corriere della Sera il 30 giugno 1974

    • Bella di Giorno

      … ma come se fosse stato scritto oggi, colle dovute differenze di valuta e di pubblicità televisiva. Perché, se si andassero a rivedere le pubblicità di Carosello (che fu seppellito nel 1976, due anni dopo l’articolo di Parise), si scoprirebbe che, allora, PERFINO certa pubblicità istruiva un paese ancora semianalfabeta su storia, arte, musica, geografia, e così via, e il linguaggio usato spingeva a riflettere, era narrativa, raccontava storie: arriva Lancillotto, succede un 48 (e già ci sono due informazioni letterarie e storiche: chi sa oggi chi era Lancillotto e che cos’è un 48?); e così via. Alle pubblicità intervenivano attori e registi come De Filippo, Fo, Gassman, Tognazzi, Fabrizi, e tutto il gran mondo di allora. Il linguaggio era immensamente più ricco e pertinente; istruiva, in un certo qual modo.
      “È notte, Biol lava” e si introduceva per la prima volta nelle famiglie il concetto di detergenti enzimatici e biologici… e così storie e storielle, inzuppate spesso nel kitsch, ma che oggi brillano come opere d’arte.

      Certo, si proponeva un’immagine della donna relegata a casalinga, MA, se si faceva pubblicità a un prodotto alimentare, si dava anche la rapida e semplice ricetta per preparare da mangiare in casa anziché spendere soldi fuori al ristorante come si fa comunemente oggi. E si risparmiava, avendo anche la sicurezza di ciò che si mangiava. C’è molto da rivalutare rispetto all’oggi.

      Se Parise fosse vivo, oggi, farebbe probabilmente il terrorista e le posizioni di Grillo risulterebbero moderate, mentre il paese ritorna a velocità supersonica verso l’analfabetismo.

      • Tizio8020

        Conosco parecchie donne che sarebbero ben felici di “poter” fare la casalinga, SE le condizioni economiche lo permettessero!
        La donna può realizzare sé stessa anche dedicandosi alla casa ed ai figli.
        Il problema è che l’introduzione della donna nel mondo del lavoro è servita ad abbassare le retribuzioni, non ad elevare la donna.
        Ora è già difficile campare lavorando in due, hanno raggiunto l’obiettivo.

        • Bella di Giorno

          non c’entra nulla con ciò che ho scritto

          • Tizio8020

            Se rileggi, vedrai attinenze.
            Il sistema aveva bisogno di introdurre la donna nel mondo del lavoro, contestualmente c’è stata l’invasione dei supermercati e del “cibo pronto” che fanno risparmiare tanto tempo.
            Tempo , che una volta iniziato a lavorare, la donna non ha più.
            Nello stesso momento, hanno introdotto il desiderio di cose “nuove”, che solo il magior introito dato da un secondo stipendio, poteva far comprare.
            La televisione, la lavatrice, l’automobile, una marea di oggetti utili e meno utili.
            Ma che hanno legato mani e piedi la generazione dei nostri padri a quest’idea di consumismo.

            Non noti una manovra di accerchiamento?

          • Bella di Giorno

            Mah… forse lei è disinformato. Le donne lavoravano, se per lei lavoro significa quello svolto fuori dalle mura domestiche, già da molto tempo prima che nascessero la televisione e la pubblicità di massa. Facevano le operaie, le mondine, le contadine, le dattilografe, le commesse, le cameriere, le insegnanti, le ricamatrici, le sarte, le infermiere, le cuoche… E poi dovevano pure occuparsi di casa e famiglia, oltre al “lavoro”. La nuovissima, allora, pubblicità televisiva, che era rivolta a una classe media che si stava faticosamente riformando dopo l’azzeramento causato dalla Seconda Guerra Mondiale, mostrava giovani mogli con giovani mariti, secondo un modello americano dove la moglie faceva la “signora” e basta e “consumava”.
            Lo sapeva che le famiglie del dopoguerra, quelle già esistenti, erano spesso prive della figura maschile perché molti uomini erano morti in guerra o erano rimasti menomati? Le donne, per potere sopravvivere e far sopravvivere i vecchi e i bambini, lavoravano, continuavano a lavorare, hanno sempre lavorato, con una mole di lavoro inimmaginabile. E la televisione non era ancora nata.
            Le mie nonne, mia madre, le loro sorelle, le mie cugine e le mie sorelle, io, abbiamo sempre lavorato. In casa e fuori.
            Di quale “tempo” parla? Di quale “introduzione della donna nel mondo del lavoro” parla? Quanti anni ha lei? Se è giovane posso capire, ma non giustificare, perché parla di un mondo che non ha conosciuto e crede che il mondo sia sempre stato così com’è oggi, con idiosincrasie e schiavitù moderne. Se invece ha più di 50 anni vuol dire che è stato disattento o ha vissuto in una bolla dorata dove le donne facevano le signore servite e riverite.

          • Tizio8020

            Perdonami, ma faccio sempre più fatica a capire se “ci sei” o “ci fai”.
            Se leggi le mie risposte in altri articoli, vedrai che la condizione della donna la conosco bene.
            Mia nonna era del 1915, ha lavorato nei collettivi agricoli fino ad oltre 64 anni, mia mamma e mia zia (risp. del 1940 e del 1942) sono andate a servizio in un’altra città nel 1952 (quando avevano 12 e 10 anni), per paghe da fame, fino al matrimonio.
            Mia mamma anche dopo sposata, dal 1965 al 1985 , NON aveva l’acqua in casa, quindi NON poteva avere la lavatrice: lavava a mano.

            Già a 40 anni (ed ancora adesso…) aveva le dita perennemente piegate per artrite reumatoide.
            Data la miseria patita in gioventù ha l’ospeoporosi e mille altri acciacchi.
            Non pensare che fosse un problema solo di tanto tempo fa: in alcuni posti è ancora così.

            No, la “bolla dorata” credimi non l’ho mai vista!

            E’ palese che le donne abbiano sempre lavorato, chi ha mai detto il contrario?
            IL punto, che tu non vuoi capire, è che fino alla metà degli anni ’60 la donna “doveva” scegliere: o faceva la casalinga, o lavorava fuori.
            Le mondine, per la maggior parte andavano in altre regioni! pensa te se alla sera potevano curare la famiglia: NO, non potevano.

            Dai primi anni ’70, la cosa cambia:

            citazione:

            http://www.ecn.org/reds/donne/cultura/formadonnelavoro900cont2.html

            Da un lato, sembra un miglioramento della loro condizione, ma è una farsa, perchè (come hai detto tu) la donna sempre deve gestire le due cose, lavoro “fuori” e lavoro familiare.

            Il convincere il “consumatore” a dotarsi di tanti elettrodomestici, serve all’industria, da un lato a vendere tali oggetti, dall’altro a garantirsi manodopera femminile, meno costosa e specializzata.

            Che poi l’abbiano fatta passare come una conquista della donna, dimostra solo quanto sono furbi!

            Da qui la mia frase:

            Poter fare la casalinga (poter fare “solo” quello) vuol dire che uno stipendio solo basta per campare , e non c’è bisogno di lavorare in due.

            Chi poi lo “vuole” fare, faccia pure.

            Ma che non sia una costrizione!

            Costituzione:

            Articolo 36

            Il lavoratore ha diritto ad
            una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e
            in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza
            libera e dignitosa.

            Ti sembra sia mai stato così?
            A me non risulta!

          • Bella di Giorno

            Ma che c’entra? Continuo a non capire cosa c’entri tutto questo col mio intervento che ha aperto le porte alla sua graforrea incontenibile.

            Il considerare poi la tecnologia solo negativamente (“Il convincere il “consumatore” a dotarsi di tanti elettrodomestici, serve all’industria, da un lato a vendere tali oggetti, dall’altro a garantirsi manodopera femminile, meno costosa e specializzata.”) o strumentalmente, senza considerare che un elettrodomestico sia realmente utile e faccia migliorare la salute delle persone, lasciando anche più tempo per sé stessi, è incomprensibile.

            Certamente chi produce degli elettrodomestici ha interesse a venderli ma l’invenzione di per sé non è negativa. Secondo ciò che scrive è invece esclusivamente strumentale per garantirsi manodopera femminile.
            Se non avessimo la lavabiancheria, e tante altre invenzioni, oggi, chissà come sarebbero le nostre mani, le nostre schiene, le nostre braccia. Ma ben vengano l’aspirapolvere, il mixer, la pentola a pressione. Non sono solo consumismo ma invenzioni che ci hanno facilitato la vita, a maschi e femmine.

            Riguardo a ciò che lei asserisce: “IL punto, che tu non vuoi capire, è che fino alla metà degli anni ’60 la donna “doveva” scegliere: o faceva la casalinga, o lavorava fuori.
            Le mondine, per la maggior parte andavano in altre regioni! pensa te se alla sera potevano curare la famiglia: NO, non potevano.” questa è una sua idea. Per le mondine, forse può aver ragione.

            Le donne della mia famiglia facevano l’uno e l’altro. E non solo quelle della mia famiglia. Ho provato a spiegarle che moltissime famiglie italiane, nel dopoguerra, quindi fino a oltre la metà degli anni ’60, erano caratterizzate dall’assenza della figura maschile per cause belliche. Questo perché l’ho vissuto in prima persona. Ma lei preferisce pensare a statistiche fatte da eminenti sociologi che forse hanno una visione della realtà tutta personale.

            Chiara Saraceno, da lei citata, parla degli anni 70 e 80, come trasformazione profonda di relazioni e poteri interni ed esterni alla famiglia, ma non dice, come invece lei afferma, che prima le donne dovessero scegliere fra lavoro e famiglia. Spesso le donne erano obbligate dalla realtà a fare i conti colla medesima. Altro che scelta. Si faceva l’uno e l’altro, perché si doveva fare, e senza lamentarsi tanto. Dei cinque zii, quattro sposati e con figli, che andarono in guerra ne tornarono solo due, e uno dei due senza gambe, l’unico non sposato. Le loro giovani mogli, madri di due o tre bambini, dovettero provvedere a tutto, lavorando come negre e occuparsi della famiglia, e non le ho udite mai lamentarsi. Una di loro ebbe pure la casa distrutta dalle bombe, perdendo tutto. Lo zio invalido visse con sua madre e suo padre, i cari nonni, che si occuparono di lui con un amore senza fine finché vissero. I cari nonni aiutarono, nelle loro possibilità, anche le figlie vedove, occupandosi dei figli più piccoli quando necessario, e sempre con una gioia e un amore senza pari, insegnando a tutti noi cosa significasse la famiglia. Nessuno di noi era cristiano (tranne tre cugini che poi lo sono diventati), per precisare, anche se in un paese come il nostro ne eravamo circondati, e il nostro concetto di famiglia andava ben al di là, ribaltando tutte le tabelle e i comportamenti standard o, almeno, considerati standard secondo modelli imposti. Scegliere tra lavoro e famiglia? tsè…

            Come la mia famiglia ce n’erano migliaia di altre, eccome, mai prese in considerazione da codesti studi sociologici che DEVONO dimostrare determinate teorie e nutrirle coi loro “dati”. Poi, se c’è qualcuno che vuole crederci o ha dimenticato come siano andate realmente le cose… La nostra storia economica e sociale del secondo dopoguerra sarebbe tutta da integrare, se non riscrivere, altro che.

            Ciò che sta scritto nella Costituzione è sacrosanto. Ogni caso, comunque, ha la propria realtà di riferimento.

          • Tizio8020

            E ridaglie.
            La lavabiancheria, l’aspirapolvere ed il mixer in case isolate sui monti, senza acqua e senza corrente, cosa sarebbero serviti?
            E soprattuttto: come potevano permetterselo?
            Dai ricordi dei miei, la prima volta che andarono al ristorante tutti insieme fu per il loro matrimonio!

            Puoi farmi un esempio di lavoro che veniva svolto in quel periodo e lasciasse tempo per la famiglia?
            O mi parli di gente che aveva botteghe artigiane sotto casa, o comunque lì vicino, sennò diventa difficile.

            Tolto il mezzadro , non vedo nessun lavoro che lasciasse tmepo a sufficienza per fare le due cose.

          • Bella di Giorno

            l’insegnante, l’infermiera, la dattilografa, la cameriera, la portiera, la commessa, la fornaia, la contadina, la parrucchiera, la fruttivendola, la cuoca, l’operaia, e molti altri lavori sono quelli che hanno fatto molte donne che conosco e che hanno pure tirato su delle famiglie senza i mariti. I bambini piccoli andavano a scuola, fino alle 13. Poi, se le madri o i padri non potevano preparare il pranzo ci pensavano le nonne o le zie che non lavoravano. Le nonne, quelle non analfabete, spesso seguivano anche i bambini nei compiti pomeridiani, altrimenti poteva succedere che i bambini andassero all’oratorio dove c’era il prete che li faceva studiare (e se non studiavano volavano scappellotti) e poi giocare al pallone, mentre le bambine erano seguite da volontarie che tramandavano i lavori considerati “femminili”. Poi, può darsi che le mie conoscenze siano limitate e che invece la stragrande maggioranza delle donne, come quelle che conosce lei, non lavorassero fuori casa e non facessero tutto ciò che le racconto io. Io parlo di ciò che so, che ho visto e che ho vissuto.

            Le case isolate tra i monti senza corrente, gas e acqua erano una grande minoranza rispetto alle abitazioni del resto del paese e molte erano già disabitate nel dopoguerra per l’emigrazione (o per la morte in guerra di molti uomini. In molte case o catapecchie isolate tra i monti poi, soprattutto nel centro sud, vivevano stagionalmente solo gli uomini, pastori, boscaioli, carbonai. Le donne vivevano nella casa in paese, spesso grossi agglomerati, coi figli, dove lavoravano prodotti alimentari del territorio e artigianali (oltre a tirare su la famiglia). Forse non avranno avuto la lavatrice nel 1948 ma nel 1965 diverse famiglie sì, anche perché la corrente e l’acqua nei paesi c’erano, e c’era ancora la doppia tensione a 125 v e 220 v… con prezzi diversi. Forse non era in ogni casa ma incominciava a diffondersi e, se l’aveva una famiglia, quest’ultima ne consentiva l’uso ai parenti più stretti che non l’avevano. Io ho vissuto queste cose e immagino che fosse così un po’ dappertutto.

  • redfifer

    Mai avrei pensato di applaudire un giornalista del corriere della sera, ma l’articolo appena letto, dice cose pesate e sensate, per cui non si può essere che d’accordo a meno di non essere semplicemente ottusi.

    • Bella di Giorno

      sul Corriere della Sera di oltre quarant’anni fa ci scriveva pure Pasolini…

      • Tizio8020

        Impossibile: è morto nel 1975!

  • ignorans

    Un bell’articolo, anche se uno potrebbe pensare che delle persone “consapevoli” possano (perchè hanno capito come stanno le cose) determinare il proprio destino. In realtà non possono, a meno che non abbiano delle regole stringenti. Potrebbe essere il caso degli Amish, per esempio, i quali scelgono di aderire alle loro regole fregandosene di quello che succede intorno a loro.
    Ma un umano inserito in un contesto “liberale”, e magari liberale lui stesso non può fare nulla. Semplicemente va dove va la barca, perché la barca è più forte di lui.
    Non abbiamo fatto nulla per diventare ricchi e se dovremo diventare poveri, lo diventeremo. Almeno ci servisse di lezione per comprendere quanto siamo impotenti!! (ma non è così a livello individuale, però. A livello individuale uno può anche darsi a una povertà volontaria)

    • Tizio.8020

      NI.
      Anche per gli Amish , vale il detto “fatta la legge, trovato l’inganno”.
      La loro “legge” vieta di allacciarsi alle linee della corrente elettrica?
      Nessun problema, basta acquistare un generatore!

  • Adriano Pilotto

    Potessi conversare con Parise, mi piacerebbe chiedergli se “sobrietà” non sarebbe un termine più preciso, più indicato per conquistare le menti.

  • gnorans

    La tesi dell’articolo è povertà = oculatezza.
    In altre parole la povertà come unico rimedio all’imbecillità umana.
    Io credo che sarebbe possibile essere ricco e oculato insieme.
    Tanto per cominciare vieterei la pubblicità.

    • Leno Lazzari

      Vietare la pubblicità “anima del commercio” ? Forse in Russia ai tempi che furono. Ma scherzi a parte e detto fuori dai denti, troppo spesso vedo fare scelte come suggerisci tu in base alla pubblicità . Eppure basterebbe un minimo di raziocinio per capire che la pubblicità è un messaggio interessato di una parte interessata che potrebbe non dire la verità, o dirla soltanto in parte.
      Insomma, personalmente, e forse sono un po’ duro, ma io non ho mai avuto grande considerazione delle masse, del popolo bue . Del resto, da un popolo che sa di più del calcio che dei propri diritti-doveri costituzionali cosa di più ci si può aspettare ?

  • brunello di M.

    bei tempi…si era ancora in tempo…ma tanto, queste parole sarebbero rimaste comunque inascoltate; anche oggi c’è qualcuno che le considera esagerate.

  • Leno Lazzari

    ………”Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello”………
    Faccio spesso spesa in un negozio e panetteria di qui, non esattamente economico, perché ci sono certe cose per cui mi rifiuto di risparmiare . Il Gorgonzola di riserva per dirne una. Il titolare del negozio che conosco da tempo mi ha spiegato il motivo per cui tiene anche, in palese contraddizione, il provolone dolce di un noto marchio (la notorietà poi non è garanzia di nulla !)…………. “Che vuoi, mi devo tenere informato con la pubblicità TV per fare cassa” .
    Si, troppe persone “assorbono” acriticamente la pubblicità sparata, in maniera ormai ossessiva anche sul web .Non distinguono tra pubblicità e informazione. Errore, questo, in cui il vero povero non cade. Non se lo può permettere.
    Ci sono persone meno fortunate di me che hanno, esempi concreti, un’auto più figa della mia e/o il cellulare sempre di ultima generazione che in questi giorni, da Natale a tutto oggi, non si sa dove siano . Sta di fatto che ancora oggi a Monterotondo in pieno orario d’apertura dei negozi per parcheggiare c’è l’imbarazzo della scelta .
    Tutti ne parlano, tutti la temono ma a quanto pare tutti fuori a esorcizzarla…………oppure ad approfittare per tempo prima che colpisca anche loro ?
    Di tanto in tanto e quando sono a corto di volontari do una mano a un gruppo di gente di qui dell’Associazione S. Egidio . Giorni come Natale, capo d’anno, Pasqua etc si cucina in grande per dare un attimo di sollievo (anche morale) alla vedova con € 260 di pensione da casalinga, l’invalido al 100% (vero in carrozzella elettrica che con la pensione e l’accompagno tra medicine, affitto, bollette non arriva mai a fine mese. C’è rappresentato un po’ di tutto dell’umanità più debole e sono i veri poveri .
    Per contro, ragazzi da medie e liceo con l’IPhone, il vicino col SUV che è disoccupato da due anni e mazzo e i locali della movida e dello spritz a ruota libera che se i negozi chiudono (maledetti centri commerciali ! ! !) loro vanno sempre a gonfie vele .
    Alla fine ho la netta impressione che di povertà vera ce ne sia meno di quanto suggeriscono i TG e la stampa e il piagnisteo di maniera . Però, anche grazie a uno stato che spende cifre inquantificabili per migranti non aventi diritto d’asilo, i veri poveri ci sono e stanno davvero male . Meno che a Natale, capodanno, Pasquetta etc anche se non grazie allo stato bifronte e guercio .

  • GioCo

    Girando l’Italia, ma poi anche la Francia e la Spagna (meno so della Germania, ma non temo si ripeta la storia ovunque nel mondo) si vedono sorgere parchi di ipermercati. Parlo di “parchi” perché somigliano un poco a quei parchi a tema, come Disneyland o Gardaland: li ricordano alla lontana. Marchi e colori sono ricorrenti: per i vestiti e le scarpe, per lo sport, per fast food, per l’acquisto generico. Alcuni cambiano ma la divisione rimane. Li troviamo a volte dentro un unico gigantesco centro al chiuso a volte attorno ad un enorme piazza all’aperto che fa da parcheggio. Impressionante come il passaggio da un area del tutto periferica, come può essere il piacentino, il triveneto, ma anche più giù in Abruzzo o in Sicilia, i luoghi si ripetono sempre identici. Paiono ricordare quella corsa alla realizzazione di chiese che fu un segno di altri tempi, secoli e secoli or sono.

    Chiaramente è il radicamento di un culto che a questo punto mi pare di capire centra con il denaro, più o meno come l’ostia centra con la comunione. Cioè il denaro è una parte del tutto marginale di un complesso ben più strutturato. Quando dico “marginale” non intendo che il denaro non abbia il suo ruolo simbolico e funzionale centrale, nel rituale del consumo, ma che è del tutto marginale la sua concretezza. Il denaro può essere un numero, un ente totalmente virtuale: ecco la tessera ecco i numeri che viaggiano sui display. Tanto virtuale che si potrebbe comunicare a voce: io ho cento e questo costa quattro quindi adesso ho novantasei. Come i numeri del lotto, vengono dati a caso e a caso piovono sulla vita delle persone, ma anche come i numeri delle preghiere e dei rosari che si facevano per penitenza o dopo la confessione. Una penitenza perpetua che si rinnova ogni volta che usciamo dai templi dell’acquisto. C’è sempre qualcosa da consumare, qualche obolo per la cassa: il luogo dell’offerta rituale, con il suo sacerdozio, il suo rituale, il suo mito.

    Acquisto che ti distrae mutando pelle, differenziandosi nell’aspetto come le Ombre, come l’equo e solidale o il biologico. Ciò che conta è che l’acquirente, stia consumatore, cioè monade scollata dalla realtà che sta oltre lo scaffale. Ma anche oltre la realtà del sacco della pattumiera dove poi finisce la maggioranza della massa acquistata e consumata.

    Il Progetto Manhattan coinvolse una decina di Stati Americani, 130 000 persone e costò quasi 2 miliardi di dollari americani. Ma nessuno si accorse di nulla nemmeno tra coloro che parteciparono al progetto, perchè ognuno lavorò a un pezzettino e pochissimi rimanevano al corrente del progetto complessivo. Così venne realizzata la prima Bomba Atomica e quando fu sganciata nessuno immaginava che razza di orrore smisurato fosse stato creato. Così creperemo, senza avere idea del progetto generale che ci ha chiesto il nostro contributo per essere realizzato.

    Ogni volta che qualcuno dice che nessun progetto potrebbe essere tanto malato da mettere a rischio l’intero pianeta, la vita su di esso o anche solo l’umanità nel suo complesso, perchè non avrebbe senso un piano così assurdo, dovrebbe chiedersi prima se la Bomba Atomica poteva avere un senso diverso da quello di mettere a rischio l’intero pianeta, la vita su di esso o anche solo l’umanità.

    La verità è che l’Uomo agisce con un briciolo appena di senno che chiama pomposamente “razionalità”, perché ne ha bisogno per giustificare la sua cronica dipendenza emotiva. Se ha potere semplicemente non sente la necessità di giustificarsi: così il potere (cercato, voluto) che poi è il sogno di lasciarsi possedere dalle proprie emozioni senza mai doverne pagare le conseguenze, moltiplica la sete emotiva (trasforma nel vampiro) facendoti sprofondare nel paese dei balocchi, dove per te c’è un solo destino … e non è invidiabile.

    • ignorans

      Ottimo il parallelo con la bomba atomica. Infatti è la scienza, la civiltà “scientifica” quella che beneficia del contributo inconsapevole che noi razza umana forniamo al sistema.
      Il denaro in sé non sarebbe il vero problema. Il vero problema è che tutto è finalizzato all’affermazione delle macchine quali vertice della creatività umana. Siamo “bravi” perchè creatori di macchine. Applausi!!!

    • Gino

      Vedi GioCo, tu parli di “cronica dipendenza emotiva”.

      In realtà tutto il discorso si dovrebbe riassumere nella continua ricerca di “felicità” o “benessere” dell’ “Uomo”.
      Il fatto è che non sappiamo come essere felici. La società consumista ha radicalizzato in noi (ma c’era anche prima) l’idea che la felicità si compra! Come la droga (o il sesso), l’acquisto di qualcosa di desiderato, anche solo per “sfizio”, da un effimero senso di benessere che come per tutto il resto svanisce in fretta. Esattamente come la droga dunque, l’acquisto deve essere ripetuto per mantenere un livello di benessere e non scadere in una depressione che ormai è sempre piu diffusa.
      Il danaro dunque, è quel mezzo che mantiene l’idea di poter sempre comprare la felicità. Più ho soldi più potrò essere felice comprando tutto ciò che mi rende felice.
      Si può ancora andare oltre, trovando nel semplice possesso del denaro la fonte diretta della felicità eliminando il passaggio successivo dell’acquisto che può addirittura diventare doloroso per la separazione dal denaro.

      Ma la ricerca della felicità non è patologica. E’ insita nella nostra natura ed è causata dalla separazione dalla felicità che avviene crescendo ed essendo indottrinati. Venendo separati dal nostro “involucro” di felicità nel quale siamo sempre immersi ma dal quale siamo stati distratti al punto da credere che non esista, per la maggioranza della popolazione terrestre.
      La felicità che va dunque ricercata “fuori” ed è sempre una felicità effimera perchè surrogato di quella felicità “eterna” e immutabile di cui siamo fatti e in cui siamo immersi.

      In questo senso il danaro è demoniaco perchè surrogato della vera luce, come satana è surrogato della luce di dio.
      E in questo senso viviamo nell’era satanica.
      Ma non da oggi. Da qualche millennio.
      Gli ultimi 120 anni (circa) sono l’apice di questo periodo satanico.
      Il mondo non è cambiato molto dall’anno 0(zero) al 1899. E se si aveva la fortuna di non vivere nelle metropoli (gia esistenti) si viveva piu o meno tutti alla stessa maniera e tutti come si viveva 1000 o 2000 anni fa. Con cavalli e buoi, un pezzo di terra, un panorama “ristretto” a causa della lentezza negli spostamenti, e senza sapere cosa succedeva un po’ piu in la per la lentezza delle comunicazioni e l’analfabetismo.
      Gli ultimi 120 anni sono una svolta clamorosa e un’accelerazione spaventosa globale. Ma non hanno certo portato una evoluzione spirituale. Si è invece accentuata la ricerca esterna di felicità e benessere per la moltiplicazione di surrogati di felicità e il danaro è quel mezzo per cui si ha l’accesso al mondo dei balocchi.

      • ignorans

        Però sei in contraddizione, perché dici:
        1- è colpa del danaro
        2- è colpa del fatto che cerchiamo una felicità “esterna”
        Poi concludi che è il denaro è il demonio perché ti illude di poter ottenere la felicità comprandola. Ma la vera causa mi pare che risiede nel numero 2.
        E dunque la cosa migliore che possiamo fare è dire con Epiteto “l’uomo è felice. Se non è felice la colpa è sua”.

        • Gino

          non vedo nessuna contraddizione.
          il tuo punto 1 (è colpa del danaro) è una tua personale interpretazione di uno scritto ben piu articolato.

          1) Il “motore” di tutto è la ricerca della felicità a causa della separazione dalla “naturale felicità”. (un motore naturale inevitabile)

          2) Il “problema” è che ricerchiamo felicità esternamente.

          3)Il danaro è un ottimo surrogato della felicità (direi il surrogato perfetto) perchè ci permette di ottenere sempre nuovi surrogati (piu ho danaro piu compro ciò che mi fa stare bene, droga, sesso, materia, viaggi..e in sostanza tutto ciò che è esterno)

          4)Nella società moderna c’è l’esplosione di mezzi esterni di felicità.

          PS posso aggiungere che la societa moderna ha ridotto tutto al danaro restringendo sempre piu gli spazi in cui il danaro non è necessario.

          • ignorans

            Può essere una mia interpretazione. Non mi sembrava abbastanza chiara la vera causa.
            Tra l’altro se fosse il denaro la vera causa, si tratterebbe ancora di una causa “esterna”, il che ci riporta fuori da noi stessi.

          • Gino

            Certo. Capisco. Infatti ho scritto che la causa di tutto è la ricerca del benessere. Ma non é un problema in quanto non evitabile, intrinseco in noi. Il problema nasce dalla ricerca esterna. Anche questo in realtà non è evitabile ma piu ci si fa prendere dai surrogati meno si rivolgera la ricerca verso la vera fonte. Più surrogati mantengono per più tempo nella ricerca esterna.
            Finita la rierca esterna non si puo fare altro che cercare altrove. Con una vita semplice piu facile. Ecco perché i saggi predicano poverta e vita ritirata.

        • gianni

          Belle riflessioni , difficili da fare con il 90 %della gente , grazie

    • Bella di Giorno

      È molto interessante ciò che scrive, però vorrei farle notare che le scoperte e le invenzioni non sono moleste di per sé. Possono diventarlo a seconda dell’uso che se ne fa. Senza l’energia atomica non ci sarebbe la medicina e la diagnostica nucleare. Tutto deriva dalle scelte che si fanno, ciò che fa la differenza è la coscienza. Nel paese dei balocchi si può accedere come no, si può anche evitare che ci si trasformi in asini come Pinocchio e Lucignolo.

  • Primadellesabbie

    Sarebbe l’unico sistema per togliere potere al gruppo di criminali che ci trattano come animali da allevamento, e disperderlo.

    E ci farebbe crescere.

    Ma siamo in balia di quelli che hanno deciso di non capire, e che ci hanno fatto arrivare a questo punto.

  • Primadellesabbie

    E poi dobbiamo considerare che l’equilibrio neo aristocratico che si sta cercando di imporre é stato pensato con un respiro spirituale, e della dimensione spirituale ha la forza e l’efficacia, non si potrà fermare con meri provvedimenti economici, né con rattoppi politici di corto respiro.

    Quella indicata qui dal brano di Parise é una buona base per contrapporre un bastione, alla realizzazione del quale ciascuno é chiamato a partecipare con il suo proprio contributo, che il momento stesso della presa di coscienza unisce in un progetto spiritualmente positivo, adatto a ritrovare la strada di riscatto dalle bassezze, che ostinatamene difendiamo e tra le quali annaspiamo impotenti.

  • natascia

    Che nostalgia….quanto tempo passato nell’incoscienza a superare queste riflessioni per diventare ciò che siamo diventati oltre questo consumismo naif…..: schiavi. Schiavi in vendita al miglior offerente. Ormai il cibo spazzatura e i fac-simile della lana sono marginali. La falsa comunicazione, la falsa informazione, l’acqua manipolata, la salute intermittente, i trasporti assenti , la scuola deformante, sono le uniche priorità, vere o false in questo paese del sole non so , per le quali siamo siamo disposti a tutto. Beni e servizi che ai tempi di questo nobile scritto si riteneva fossero calmierati, diffusi e inattaccabili per tutti. Che tempi…. ma come è potuto accadere un capovolgimento di valori, di contenuti, di onestà intellettuale di tale portata. Fame, sete, sporcizia, freddo, malattia,miseria e squallore sociale sono le attuali prospettive dinanzi alla maggior parte di noi . La povertà oggi non esiste più perchè ad essa è sub-entrata la mistificazione.

  • fuffolo

    Siamo quello che consumiamo, altro che ideologie e lamentele da sfruttati.
    Si può scegliere e chi non lo fa è responsabile delle conseguenze.
    Io ho lasciato la città da oltre venti anni, ho azzerato i consumi per caldo/freddo, la famiglia produce oltre il 50% dei consumi alimentari e barattando rimedia una buona percentuale del resto, non ho alcun dispositivo smart solo il pc, mi tengo i vecchi in giro per casa (suocera compresa) ed i figli crescono contenti.

    • natascia

      Lo stato moderno dovrebbe risanare, bonificare, e abbattere al fine di permettere l’autoproduzione e l’autosufficenza. UNICA VIA D’USCITA.

  • Ronte

    Dissento dal concetto di ‘povertà’ descritto da Parise. Forse sarebbe stato più attinente usare il termine ‘semplicità’.
    La povertà è una condizione sociale tremendamente ingiusta, sancisce le differenze di vita volute dal Sistema Capitalista che si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulle risorse della terra. Basta guardare ciò che succede negli USA, paradigma della libertà, della democrazia e dell’emancipazione: milioni di persone muoiono ogni anno per povertà e sperequazione.

    • Primadellesabbie

      “…La povertà è una condizione sociale tremendamente ingiusta…”

      Quando é inflitta, non quando é frutto di una scelta. Nel brano é ben chiarito cosa intenda l’autore, che non é uno caduto dal pero, per povertà.

      Per ulteriori delucidazioni di questo concetto di povertà, vedere padre Davide Maria Turoldo e la sua distinzione tra miseria e povertà.

  • fastidioso

    Questo articolo me lo stampo !!!

  • Truman

    Di base l’articolo va bene. Per i giovani è esemplare.
    Ursula K. Le Guin con “The Dispossessed” arricchisce secondo me il concetto.

  • Bella di Giorno

    E già… bisognerebbe ripassare Parise e rileggere, o leggere per chi non ha mai letto, Lettere Luterane e Scritti Corsari di Pasolini.

  • Sergio Bulian

    parlare di Povertà senza averla provata e Esaltarla secondo la mia esperienza è da “Incompetenti”. la Povertà si subisce e solo qualche Santo la sceglie. Quando sei povero non decidi ma prendi quello che viene e non la auguro a nessuno, è un ricordo del passato e spero che non torni almeno per me, se il Sig Parise vuol provare mi offro come Tutor.

    • Tizio8020

      Vi informo che :

      “è mancato all’affetto dei suoi cari Parise Goffredo, di anni 56.
      Treviso, 31 agosto 1986”.

      Nell’articolo non intende la povertà come “mancanza di mezzi” ma come scelta consapevole.

      • Sergio Bulian

        la povertà e stata largamente presente nel mondo occidentale fino alla fine della 2° guerra mondiale e sta sfortunatamente tornando, forse e meglio un pò più di storia dell’economia e meno filosofia.

        • Tizio8020

          “Sfortunatamente”, un par di balle: la povertà sta tornando come effetto voluto.
          E’ semplicemente il risultato della guerra fra ricchi e poveri,, ed i poveri la stanno decisamente perdendo!
          Il PIL mondiale è cresciuto tantissimo, semplicemente è stata accentrata la ricchezza nelle mani dell’ 1% della popolazione.
          E’ sufficiente eliminare le condizioni di dittatura finanziaria che ci hanno imposto, e la povertà sparirà decisamente.
          Studiatevi voi un pò di storia dell’economia!

  • Teopratico

    L’abbondanza è il tema, non la povertà, che è il punto da dove gli uomini son partiti. Viviamo una condizione che non fa parte della natura selvaggia, l’abbondanza in natura può essere solo sporadica, è tramite la tecnologia che l’homo ha potuto sperimentare questa condizione e nessuno potrà più tornare indietro. Come consiglia questo vecchio articolo, ci si potrebbe pure limitare, ridimensionare ( con quali sforzi, quanto impegno etico e intellettuale ci vorrebbe? Chi lo infonderebbe alle masse, un dittatore, Gesù?) ma solamente per riprendere fiato un po’ e riprendere la corsa, prima o poi, verso l’abbondanza. Forse dovremo fare questo percorso più e più volte nella storia a venire e chissà? Tra qualche secolo riusciremo a superare questo dilemma, questa condanna cui ancora siamo sottomessi.

    • Tizio8020

      Non dimenticare che il deciso passo in avanti verso il benessere si è avuto grazie all’energia a basso costo garantita dai combustibili fossili.
      Senza petrolio e derivati non avremmo i fertilizzanti azotati, e senza questi la resa dei terreni sarebbe infinatamente minore.
      Immaginati di coltivare terreni con mezzi a trazione animale e senza azotati.
      Nel volgere di pochi anni sparirebbe oltre il 50% della popolazione mondiale.

  • Divoll79

    La “poverta’ ” di cui parla l’autore dell’articolo dovrebbe, pero’, presupporre l’assenza della “ricchezza” (metto entrambe le parole tra virgolette, perche’ rappresentano nel suo modo di vedere, se ho ben capito, un concetto, una filosofia), la quale non potra’ non prevaricare la “poverta’ ” fino a farla diventare miseria (senza virgolette) come vediamo oggi, 43 anni piu’ tardi.
    Penso che se Parise avesse cocepito questo articolo aggi, lo avrebbe dedicato alla decrescita.