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Matteo Salvini e lo slogan: "L'altra Europa con Salvini".

Sovranismo all’italiana

DI FRANCESCO MAZZUOLI

Comedonchisciotte.org

“Italia sì, Italia no…? si chiedevano anni fa a Sanremo  Elio e le storie tese, una domanda amletica che un altro milanese, Matteo Salvini, guardandosi allo specchio con indosso la felpa con la scritta “Padania”, deve aver ruminato a lungo, prima di attraversare il Rubicone e presentarsi a Roma come paladino della sovranità nazionale.

Chissà, se è stata una sua intuizione, oppure – come si vocifera – un suggerimento di Claudio Borghi Aquilini, altro meneghino dallo spiccato pragmatismo, che, partito come fattorino in Borsa, è passato per una carriera Deutsche Bank, per approdare alla docenza universitaria e, infine, in Parlamento?

Ma se non il suggerimento, certamente il programma è venuto da ben più in alto e più lontano. E il passo, apparentemente temerario, è stato scortato in tutta sicurezza.

Dirigersi nella capitale, ostentando una immacolata felpa con scritto “Roma”, ancora fresco dei lavacri rituali di Pontida, non sembrava sulla carta impresa facile, ma le cose sono andate oltre le più rosee aspettative.

Del resto, Salvini è uomo di comunicazione di razza purissima e dopo aver mosso i primi passi in televisione con Doppio slalom e Il pranzo è servito,  non ha mai dimenticato che chi sa parlare allo stomaco degli italiani – la loro parte più sensibile – ha sempre successo.

E bisogna ammettere che gli americani, maestri di marketing, raramente sbagliano la scelta dell’uomo immagine su cui scommettere.

Così, la resistibile ascesa di Salvini – pur nel vuoto italiano- è stata tutt’altro che ostacolata, contando, invece, su una presenza televisiva assidua, ospite gradito del salotto di Vespa e di trasmissioni del gruppo del biscione, che hanno consentito al pubblico dei tele-elettori di familiarizzare con il presunto orco cattivo, pronto a sciogliersi per i suoi pargoletti, o a mostrarsi accorato e solidale con la vecchina sinistrata dal terremoto.

Insomma, il personaggio scelto è stato quello del duro dal cuore buono, l’ex ragazzo della porta accanto, che non transige sui sani principi e non si tira mai indietro: lo puoi chiamare anche a mezzanotte per sturare lo scarico del lavandino. Uno che davanti al Rubicone, con un sorriso, avrebbe più volentieri tratto un dado da brodo e stappato una bottiglia di Lambrusco, per parlare del progetto che avreste realizzato assieme una volta giunti nella capitale. Un affabile compagnone, che usa la parola “amico” con gli sconosciuti con una frequenza che non ha paragoni neppure nel mondo dei venditori di pentole a domicilio.

Non occorre sottolineare come chi sia davvero antisistema non trovi diritto d’asilo in televisione, dove, tutt’al più – per dare l’idea di un inesistente dibattito pluralistico – è consentita la presenza a roboanti filosofastri alla moda, che blaterano un inoffensivo grammelot pseudorivoluzionario mescolando massimi sistemi con minimi mezzi intellettuali, e che, quando comprensibili, mostrano tutta la propria vacua sterilità imbelle, che ci riporta alla memoria gli inconcludenti comizi del liceo.

In questa attenta politica dell’immagine, un tocco di maestria è stata la comparsa della barba sul volto, che ha donato magicamente al nostro un fotogenico e maschio carisma dal sapore marinaresco: un marinaio delle grandi pianure, non a caso chiamato “il Capitano” dalla ciurma degli elettori. Un pirata sentimentale, ma fermamente determinato a traghettare il rattoppato vascello italico attraverso i marosi della crisi economica, e ad assaltare l’arcigna fortezza di Bruxelles, sfidando il fuoco di sbarramento della finanza maligna e reazionaria all’ordine dei crucchi. La guida sicura, per questo ceto medio senza bussola, l’unico che conosca davvero l’approdo, perché indicatogli da Steve Bannon a nome dell’amministrazione Trump.

Adesso, non fate, per cortesia, l’errore di leggere le mie parole come una critica ad personam: la politica è l’arte della menzogna.

“Dietro la barba,” diceva il regista Sergio Leone, quando – dubbioso – decise di farsela crescere, “si nasconde sempre un genio o uno stronzo”: sarà la a storia a dirci in quale categoria collocare l’ex-ragazzo di Pontida.

Il marketing h24

Dall’operazione Tangentopoli in poi – grande messa in scena con la quale si travestì da pulizia morale un colpo di Stato che prevedeva l’eliminazione di un ceto politico legato alla prima repubblica e ostile alla marginalizzazione dell’Italia prevista dal progetto Europeo – la politica è cambiata: le parole d’ordine del marketing imperano e sono tutte telegeniche e tutte provenienti dall’America: spettacolarizzazione, personalizzazione, carisma.

Berlusconi e le sue convention aprono la via, maldestramente imitate dalle altre forze politiche, frenate, in principio, da pastoie moralistiche e forse qualche residuo di antica e sincera militanza. Arrivano gli appassionanti e reclamizzati duelli televisivi, rodati già da decenni sugli schermi americani:  Occhetto contro Berlusconi, come Kennedy contro Nixon.

Berlusconi è il profeta della americanizzazione della tv e della politica: l’uomo che si è fatto da sé, che porta in Italia il sogno americano dell’uomo qualunque che ha costruito una fortuna e, in aggiunta, con sanguigno e indomito spirito latino, organizza, già ultrasettantenne, festini orgiastici in grado di rivaleggiare con antichi baccanali o suggestioni da “Mille e una notte”. L’italiano medio va in visibilio di fronte a questa luccicante proiezione dei propri desideri elevata al cubo: donne, potere, miliardi. E il frustrato Nando Meliconi di Un americano a Roma è finalmente compensato e sublimato dal suo contraltare: l’imprenditore milanese che ha trovato una via italiana all’America e fonda città e imperi televisivi come un novello pioniere della frontiera del benessere.

Salvini cresce in questa atmosfera di marketing permanente, resa ancora euforica dagli ultimi fumi della Milano da bere: è l’uomo sandwich, inventato a Madison Avenue, che oggi si veste con magliette e felpe, corredate di slogan. Poche parole e poche idee, per un popolo che ne ha ancora di meno.

Marketing, ai tempi attuali, significa l’uso di internet, dei social network, per rivolgersi direttamente alla base come fa Trump, da one man show, altro grande personaggio di spettacolo e di comunicazione, che deve il successo alla televisione e all’edilizia spregiudicata.

Twitter è il mezzo ideale per un pubblico americano che fatica a leggere oltre i 200 caratteri e riesce a esporre contenuti sgrammaticati a malapena per la metà.

E anche Salvini è maestro nell’uso della rete, con le sue dirette su Facebook, col rendere partecipe anche l’ultimo sconosciuto della sua vita privata, delle feste di compleanno, del saggio scolastico del figlio. Può donarsi, telematicamente, e fondersi virtualmente con l’elettore, in un rapporto che trapassa l’epidermide e tende a divenire quasi osmotico.

E’ un marketing estenuante, senza pausa, h24, che lo costringe a non mollare mai il suo personaggio, pena il senso di abbandono che proverebbero ormai i suoi seguaci, smarriti senza il proprio intrepido e indomito capitano.

La scuola della comunicazione diretta in cui è cresciuto l’ex direttore di Radio Padania Libera  è, però, anche quella di Bossi, il senatur, che ammoniva la socialista Margherita Boniver, fra le grida di approvazione dei militanti: “Cara bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, ma di manico…!”. L’ uomo il cui carisma – scriveva Enrico Deaglio nel 1987 – gli consentiva di dire che a Roma non si lavorava, senza avere egli stesso mai lavorato.

Il personaggio Salvini è l’erede di tale filo diretto con la base, e anche per quanto attiene all’orizzonte dei riferimenti culturali – che non si spingono più in là del mondo Disney e di ciò che accade allo Stadio San Siro durante le partite del Milan – sembra pennellato in modo che tanta classe media, e il suo elettorato in particolare, possa identificarvisi. Un elettorato che, anche in questo caso, ha un difficile rapporto con la parola scritta, come testimoniato dalla rinuncia, da parte del professor Bagnai – l’intellettuale di punta del gruppo leghista- alle sue chilometriche citazioni in francese, ora che ha preso tristemente coscienza che i suoi elettori confondono Proust con Prost, e pensano che Alla ricerca del tempo perduto sia l’autobiografia dell’ex pilota della Ferrari.

Fenomenologia del nulla

Hic iacet pulvis cinis et nihil  è scritto su una pietra tombale della Chiesa dei Cappuccini in via Veneto, a Roma. Talvolta, come attualmente nel nostro Paese, l’annichilimento culturale consente di raggiungere questa condizione ancora in vita.

Ho parlato, appunto, di resistibile ascesa, perché se qui c’è il nulla, dall’altra parte della barricata c’è il niente: il falò delle vanità in versione provinciale.

Sto parlando, naturalmente, dei radical chic, con figli all’università in Inghilterra, pronti ad una carriera internazionale, o, più probabilmente, a tornare senza parlare inglese nello studio professionale del padre; e mogli che si dedicano allo yoga, ma abbandonano prima della fine del corso, perché non si vedono tracce della tartaruga degli addominali.

Sono le stesse mogli che amano gli immigrati, con i quali i mariti sono contenti che si sollazzino, quando sono impegnati con le amanti.

Scrittori osannati come grandi autori, che girano con la scorta e rampognano il prossimo, dopo essere stati condannati per plagio.

Attempate turiste sessuali, sottoposte a chirurgia anale ricostruttiva, dopo aver mostrato estremo interesse per la cultura Masai.

Sono carriere nell’editoria o nelle comunicazioni di massa, senza conoscere neppure l’articolo uno della nostra Costituzione.

Sono appartenenze massoniche plurime, perché il trasformismo è applicato ad ogni sfera dell’esistenza e l’opportunismo deve avere sempre una giustificazione culturale.

Sono collezionisti di arte contemporanea, capaci di pagare decine – o addirittura centinaia di migliaia di euro- ciarpame neppure degno di riciclo in discarica.

Invertiti che hanno, finalmente, trovato in politica lo sfogo e la legittimazione pubblica al proprio narcisismo (una volta, si limitavano a fare gli attori e i cantanti e, in tempi remoti – da alcuni rimpianti – a soddisfare le voglie di giovanotti infoiati nelle ultime file dei cinema di periferia).

Una pletora di personaggi vuoti, in cerca di autore alla moda.

Pronti a tutto per distinguersi moralmente, anche all’utero in affitto, basta che sia a piazza di Spagna.

Del resto, non si può pretendere che un popolo la cui ignoranza è stata tanto tenacemente coltivata dalla Santa Chiesa, sia in grado di pensare autonomamente, di acculturarsi. L’analfabetismo, almeno quello funzionale, grazie alla scuola, è stato finalmente raggiunto.

Il vero successo della pornografia, nel nostro Paese, non dipende, come molti credono, dalla morale cattolica repressiva, ma dal fatto che le storie si possano seguire guardando solo le figure.

Il livello dell’accademia è talmente scaduto che persino Rocco Siffredi ha potuto aprire, qualche anno fa, una scuola per attori porno e chiamarla “università”. Nessun coro di meraviglia o indignazione si è levato: anzi, si sono apprezzati i possibili sbocchi occupazionali.

E ciò spiega anche lo smodato successo della televisione. Un popolo che non sa leggere, può solo sbirciare. E, purtroppo, non può mai riflettere.

Americanizzazione a tappe forzate

All’epoca del senatur, il minacciato secessionismo leghista, surrettiziamente  brandito, serviva ad impaurire Roma e a renderla più docile di fronte ai diktat di Bruxelles. Ma quale è, oggi, il ruolo del partito di Salvini?

L’americanizzazione a tappe forzate della nostra società procede spedita, di conserva col progetto di aggressione alla democrazia e al parlamentarismo – teorizzata già nel documento della commissione Trilaterale “crisi della democrazia”, del 1973a partire dalla privatizzazione delle banche centrali – strappate al controllo democratico- e all’introduzione del sistema maggioritario, di pari passo con l’agenda della costruzione dell’Unione Europea, che prevede la cessione della sovranità statale ad organismi sovranazionali non elettivi, e l’approdo finale agli Stati Uniti d’Europa, terra promessa dell’oligarchia, sulla cui bandiera luccicheranno, di smorta luce riflessa, le stelle massoniche che già campeggiano sul vessillo americano.

All’indomani delle elezioni del 4 marzo, è stata proprio la Lega, la prima forza politica che l’ambasciatore americano ha voluto incontrare.

Un euforico Salvini, al termine dell’incontro, ha comunicato ai suoi seguaci l’identità di vedute e dei punti focali del programma leghista con quello portato avanti dall’amministrazione Trump: sicurezza, frontiere, abbassamento delle tasse.

Anche lo slogan, “Prima gli italiani”, ammicca ad “America first“, con dei fondamentali distinguo che vedremo più avanti.

E, dell’americanizzazione, temo che faccia parte anche la legge sulla legittima difesa, che aprirà la porta, piano piano, non ad una deterrenza del crimine, bensì a familiarizzare con le sparatorie che insanguinano le strade americane.

Il programma di cambiamento delle istituzioni politiche, fin dall’affacciarsi del maggioritario, mira alla riduzione della rappresentatività democratica tipica di un sistema parlamentare proporzionale, col fine di giungere ad un bipartitismo con rafforzamento dell’esecutivo. Meno parlamento, meno intralci e più velocità di esecuzione per gli ordini che provengono dai centri di comando sovranazionali non elettivi. Non vi ricorda la riforma di Renzi?

Un altro passo inevitabile sarà l’introduzione del presidenzialismo, del quale si parla prendendo le mosse dal caso Mattarella, che si è comportato come se tale regime fosse già in vigore, in quelle che appaiono, con tutta evidenza, le prove generali.

In questo disegno, c’è da scommettere che sia la Lega di Salvini il fulcro del partito destinato a divenire l’avatar italiano dei Repubblicani statunitensi.

Tuttavia, è pronto anche il piano B: Salvini, consumata l’esperienza “populista” del “governo del cambiamento”, tornerà con Berlusconi nel centro-destra unito. La politica del piede in due staffe non è nemmeno nascosta, ma pubblicamente dichiarata.

Berlusconi – fedele alla linea almeno dal golpetto del 2011 – si mostra apparentemente accigliato, almeno a quanto si può decifrare dalla ridotta mobilità facciale, frutto di un accanimento estetico degno di miglior causa.

Quale “sovranismo”?

Quindi, tornando al passaggio del Rubicone, un partito nato con identità e forte radicamento territoriali, che ha fatto della secessione del Nord la sua bandiera, oggi si proclama “sovranista” e difensore dell’unità nazionale.

Ma con quale credibilità, quando sappiamo benissimo che il vecchio stato maggiore – e una parte non trascurabile dei militanti- non condivide queste posizioni e le accetta solo perché elettoralmente premiate?

Il senatur, lasciandosi andare, con il poco fiato rimastogli, ha addirittura affermato che “se per colpa sua [di Salvini] saltavano le autonomie di Lombardia e Veneto, lo appendevano in piazza, come il suo amico Mussolini” e che “quelli del M5S hanno un programma vecchio dei tempi della Democrazia Cristiana, vogliono fare la cassa del Mezzogiorno per l’assistenzialismo, che è già fallito una volta”.

Ma, soprattutto, su quali fondamenta culturali, in senso antropologico, dovrebbe sostenersi questo “sovranismo”?

Nemmeno Mussolini, avendo a disposizione tutti i mezzi (dalla scuola, alle comunicazioni di massa), riuscì a fare gli italiani. Secondo lo storico Renzo De Felice – uno dei massimi studiosi mondiali del fascismo – questo fallimento fu il suo grande rammarico.

Il consenso che Mussolini ebbe, tra il 1929 e il 1936, per De Felice si appoggiava sulla sicurezza, sul quieto vivere che assicurava agli italiani, mentre nel resto d’Europa imperversava la bufera (erano, pur quelli, anni di grandi sconvolgimenti: crisi di borsa del ’29, fronte popolare in Francia, iperinflazione in Germania…).

Anche Salvini incentra il suo messaggio su questo recupero della “normalità”, del quieto vivere italiano, perché, come scriveva Longanesi: “Gli italiani sono tutti estremisti per prudenza.”

Riaffiora, serpeggia, in questi giorni di entusiasmi precoci (ma quale entusiasmo non lo è?), un concetto che potrebbe ispirare qualche speranza: “l’interesse degli italiani”.

Ma è davvero l’interesse degli italiani?

Dal 7 al 10 Giugno Torino ospita la riunione dell’ormai noto Club Bilderberg , i cui ambìti appuntamenti si tengono, tradizionalmente, proprio nel Paese bersaglio delle imminenti operazioni in calendario.

Rammentiamo che il cardine della politica estera americana, che il Bilderberg rappresenta,  è sempre stato -e resta- quello di impedire che qualunque potenza antagonista possa emergere in Europa.

La partita europea è fondamentale, nel grande gioco geopolitico, per tentare di frenare il multipolarismo incipiente: l’Italia, con le sue rivendicazioni “sovranistiche”, sarà ora utilizzata dall’amministrazione americana come pedina fondamentale, come spauracchio e arma di pressione per riequilibrare i rapporti, e frenare pericolose tendenze euroasiatistiche manifestate dalla Germania, in avvicinamento pericoloso a Cina e Russia.
Naturalmente, tale politica è a detrimento dell’Europa tutta, che deve –in modo imperativo – essere mantenuta sotto tutela e privata di politica autonoma: una gabbia per contenere ogni possibile minaccia all’egemonia a stelle e strisce.
Questa, purtroppo, è la vera sostanza dell’eterodiretto “sovranismo” italiano.

Come ha detto Bannon: “Ho convinto io Salvini a stringere con Di Maio”.

Fate attenzione alle parole: Salvini può permettersi di gridare “Prima gli italiani”, ma non “Prima l’Italia”, come sarebbe più logico e in linea con una politica davvero sovranistica; perché “Prima l’Italia” non si potrà mai dire, dato che al nostro Paese non deve, in nessun caso – in ottemperanza alla “dottrina Churchill” essere concesso di avere politica estera autonoma, basata su un proprio interesse nazionale. 

Cosa potrebbe, presumibilmente accadere, allora?

I trattati europei possono essere modificati solo all’unanimità e ciò significa che, al di là delle promesse da marinai, non possono essere riformati.

Nella migliore delle ipotesi, si allenteranno un po’ i cordoni della borsa, si potrà spendere qualcosa a deficit, un po’ di liquidità aggiuntiva circolerà.

Chissà, dopo la beat generation, sarà forse il turno della mini-bot generation, al grido di “Sesso, Draghi e rock’n’roll”.

Ho paura che, ancora per un bel po’, ai giovani, per emergere, resteranno soltanto i concorsi televisivi (chiamati talent con altro anglicismo da colonia); dopotutto non solo Salvini, ma anche Renzi è partito dalla televisione con La ruota della fortuna.

Per distrarsi, ci sarà ancora internet – certo, più censurato, ma state tranquilli che i video con le flatulenze, che ci piacciono tanto, continueranno ad allietarci e a farci compagnia con i  sempre più onnipresenti smartphone: controllati più di duecento volte al giorno dagli utenti, fanno la gioia dei controllori, che così non ci perdono mai d’occhio.

Nascono nuove terapie per nuove forme di dipendenza, ma l’imbecillità non si può ancora curare e, anzi, ha davanti a sé un grande futuro.

“Lo sa che con whatsapp si può telefonare gratis?” mi ha detto una signora, in sala d’attesa al Monte di Pietà; era lì ad  impegnare le fedi nuziali,  perché doveva cambiare il suo iPhone ogni sei mesi per non sembrare una poveraccia.

“L’Italia” – scrisse Flaiano – “è un paese di cantanti e di giocatori di totocalcio”; ma ora abbiamo fatto un passo avanti: c’è anche il Superenalotto, il Lotto istantaneo e il Sovranismo.

In qualche modo, abbiate fede, si dovrà pur vincere…

 

Francesco Mazzuoli

Fonte: www.comedonchisciotte.org

07.06.2018

 

Pubblicato da Francesco Mazzuoli