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Sentiero dorato? Un passo avanti e uno indietro per una danza macabra e affascinante ma stupida


GioCo
Noble Member
Registrato: 14 anni fa
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Don't be afraid.
It's the only way.
The Golden Path.

"We go forward. We come back." dice Leto II al padre ancora non nato ma comunque pre-nato (se non ci hai capito nulla tranquillo, è normale 🙄 ) durante una delle sue visioni nella prima parte del ciclo "I figli di Dune", uno dei cicli della saga di Dune scritta da Frank Herbert.

La clip arriva da una mini serie TV diretta da Greg Yaitanes e adattata per la TV da John Harrison in modo piuttosto accurato ed è stata poi trasmessa in prima visione negli Stati Uniti su Sci Fi Channel il 16 marzo 2003 (fonte wikipedia.it QUI). La serie è però un seguito di un altra uscita nel 2001 dal titolo "Dune il destino dell'universo" e tutte e due seguono abbastanza fedelmente i romanzi da cui sono tratte.

Tempi e date, non sono casuali. Come non lo è il mantra "un passo indietro e uno avanti" (la cui traduzione letterale suona "andiamo avanti e torniamo indietro") come a indicare una strana danza che non deve farci "muovere" ma solo dare l'impressione che ci si muova. Ma perché nella finzione del romanzo? A che scopo far ruotare tutta la narrazione attorno a un atto tanto assurdo quando grottesco di fare un passo solo per tirarsi indietro? Che valore simbolico ha una azione del genere?

Iniziamo con il dire che al di là delle splendide scenggiature il concetto è potente ed evocativo anche se semplicemente letto in un libro di fantasia, tanto che il meritato successo lo possiamo tutto legittimamente restituire al suo autore. Ma chi è l'autore? Perché nel bel mezzo della sua carriera che non centrava nulla con la narrazione fantasy, si mette a scrivere qualcosa che diventa improvvisamente un unicum nel panorama della letteratura di questo tipo, al punto di creare un genere che non verrà più eguagliato nemmeno dallo stesso autore? Ricorda molto sotto certi aspetti "l'operazione Potter" della Rowling, una dimessa segretaria che improvvisamente diventa la donna più ricca di Inghilterra incarnando lo stereotipo delle migliori fiabe Disney.

Per carità, lungi da me svegliare i bimbi dai loro sogni d'oro, ma torniamo alla via dorata che è il tema di questo post. Seguendo i suggerimenti del sito neoencyclopedia.fandom.com (QUI) scopriamo che il problema era (nella visione di Paul) una guerra con una fantomatica (mai citata nelle versioni filmografiche) intelligenza artificale super-potente: omnius. Guerra di sterminio "giurata" dalla stessa entita per fatti molto antecendenti che avevano reso l'uomo "imprevedibile" agli occhi della stessa che quindi era divenuta un tappo per l'evoluzione che ovviamente poggia le sue migliori fortune proprio sull'imprevedibilità. Ma era passato così tanto tempo che nessuno ne sapeva più nulla. Questa intelligenza artificiale è il protagonista di eventi che solo Paul e Leto II conoscono e che però minacciano l'estinzione umana in un periodo previsto nel futuro e che verrà definito "Kralizec" dall'imperatore-dio Leto II, un periodo caotico successivo alla sua morte, definito fumosamente come "il tempo della carestia e della dispersione".

Quale soluzione ingegnosa escogitano quindi i due capostipiti della dinnastia fantasy più divinizzata di sempre? Spingere l'umanità verso una "evoluzione forzata sotto controllo" generando un super-predatore (la via dorata di sta cippa, appunto) arrivandoci per passi graduali, un po' avanzando e po' tornando indietro, cioé con una politica ambigua e ambivalente che non dia mai troppo spazio alla ragione e alla critica (che ridurrebbe in cenere la fede) o alla fede (che ridurrebbe in cenere la critica). Una politica che potremmo definire "dondolante" (tipo il pendolo di un orologio) ma che ha lo scopo di spazzare via la vecchia umanità per produrne una nuova più adatta ad affrontare le sfide del futuro. Transumana? Herbert non lo dice.

Se iniziano a fischiarvi le orecchie a causa di paralleli inquetanti è perché iniziate a fare quelle "connessioni azzardate" che sto suggerendo per riflettere sui tempi caotici che stiamo vivendo e sulle ragioni morali e filosofiche sottostanti (condivise da certi consessi) che spingono alcuni personaggi contemporanei comportarsi politicamente in modo ambiguo.

Nello sfondo delle belle immagini che ci regala quindi Herbert c'è il deserto, quel deserto che rappresenta al meglio ciò che si lascia dietro una guerra, guerra che capiamo subito dalle prime pagine essere spirituale, cioé interiore, prima che esterna e soprattutto connessa al Tempo e alla Visione del futuro che ognuno ha in sé stesso. Molto evocativo, peccato che il tema portante, cioé l'Uomo, cos'è e che destino quindi gli è riservato, non ci viede detto chiaramente e quindi dobbiamo dedurlo tra le righe del romanzo.

Il tema non è secondario perché a seconda di come vedo e definisco l'Uomo, ne deriva come poi vedo e definisco il destino che l'Uomo conserva e di conseguenza significo in un certo modo il suo ruolo nel Cosmo, modulando comportamenti che possono di volta in volta apparire necessari piuttosto che gratuitamente brutali (come una guerra di sterminio intergalattica in cui sottomettere o spazzare via chiunque si opponga alla tirannia) o addirittura benefici e quindi "desiderabili" a prescindere dal sacrificio che poi queste "decisioni spiacevoli" richiedono.

Cioé viene capovolto continuamente il senso di ciò che effettivamente posso poi constatare, cioé che in soldoni si tratta di una sofferenza imposta con la forza senza ragioni ma per fede, sofferenza promanata da un certo disagio animico ventilato dal protagonista che per questo ha il sapore dell'eternità. Ed è di questa "necessaria sofferenza", dopo il lungo preambolo che ha preso come spunto questo ciclo di romanzi che vorrei parlare. Perché prendo spunto da dei romanzi fantasy? Perché sono un miserabile che più ignorante di così non conosco nessuno. Quindi abbiate pazienza.

Come vorrei parlarne? Sottoponendo alla vostra disamina questa ennesima provocazione: immaginiamo che a supplicarci di essere "liberato" sia un drogato o un individuo che ha una dipendenza cronica dall'alcool o dal gioco d'azzardo. Di volta in volta per lui la richesta riguarda l'essere libero dalla dipendenza (dalla sostanza stupefacente ad esempio) o di poterla consumare a piacere. Cioé il non dover subire restrizioni quando ne ha bisogno.

Un anima di questo tipo avrà un doppio problema (doppiamente falso): svilupperà inevitabilmente una coscienza che obbliga a vedere la dipendenza come una merda (per la degradazione spirituale a cui conduce) e di conseguenza non avrà desiderio che altri cadano nello stesso tranello e cercherà disperatamente di tenere tutti lontano da una esistenza tanto grama e ricolma di mestizia, ma allo stesso tempo difenderà la sua dipendenza a costo della vita, generando nel prossimo l'idea che vi possa essere qualcosa di nascosto e di prezioso in quella dipendenza (e tra quelle fiamme infernali) tanto da obbligarlo a tenere gelosamente lontane le brame altrui e quindi paradossalmente generando attrazione (fatale). A corredo c'è anche ovviamente l'insaziabile "brama di brutalità" selvaggia, nascota dietro un ostentato paravento di autocrontollo e sicurezza "nobile" e "saggia". Tipiche montagne russe di un animo giovane ma inquieto.

Casualmente è esattamente lo stato del personaggio Paul Atreides del romanzo. Uno stato che ricalca quello di un banale tossico dipendente o di una persona che è stata infettata dal morbo del potere. Ma anche di tante altre figure dell'orrore classico, come il vampiro.

Insomma, un tema che torna e che però oggi si ripresenta con una falsa dicotomia, tra differenti tipi di intelligenza: quella biologica (che lungi dal terminare con quella umana è ampiamente al di sopra della stessa) e quella artificiale che ovviamente appena nata ha già cannato di brutto il suo fine. Quello di trascendere l'umano. Banalmente perché vede l'Uomo come un termine di confronto a cui sostituirsi o integrarsi. Non come un termine atipico, frammento di qualcosa che va ben oltre l'aspetto corporeo anche solo a livello fisico.

Si tratta quindi di una sfida filosofica e spirituale più che materiale. Qualcosa che pone in essere non l'intelligenza e cosa ne determini la sua supposta o effettiva superiorità, a seconda di come la vogliamo vedere, in quando esclusiva umana e che quindi ne definisce la sostanza e l'essenza (=coscienza?) per ciò in questa visione l'artificio ne minaccia sia l'integrità che il futuro, ma banalmente cos'è il pensiero (dato che diamo per scontato di saperlo rimanendo ignoranti) e come si può definire l'Uomo (di cui non abbiamo ancora capito una cippa) con il fine di smettere di porre il conflitto se questo non ha motivo di esistere, dal momento che ha la cattiva abitudine poi di svilupparsi in esagerazioni degenerate (molto pittoresche e scenografiche ma forse non poi così utili, come qualsiasi altra allucinazione) che saranno comunque destinate a risolversi da sole.

Come in Dune, nient'antro che romanzi fantasy (?!).


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