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Oltre le apparenze


GioCo
Noble Member
Registrato: 14 anni fa
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Nell'ultimo pezzo che ho aggiunto come tema di riflessione (QUI) ho proposto il mito di Lucifero, certamente come ogni mito del tutto inventato, facendo notare come sia ripreso spesso e volentieri in letteratura e come riesca "a risuonare" nelle nostre coscienze, quindi c'è qualcosa che contiene, qualche scintilla che percepiamo oltre l'apparenza di ciò che viene suggerito, sfuggente ma presente come il fuoco che l'ha generata.

Secondo una delle "provocazioni" che di tanto in tanto rilancio per vedere che effetto fanno, "noi sappiamo senza sapere" più o meno come un cieco che è tale perché finge (cioé fisicamente vede benissimo) ma crede così assiduamente d'essere cieco da essere effettivamente cieco. Tali "provocazioni" sono definite da me così perché "so che non mi appartengono", non appartengono cioè all'identità che "naviga questo Mondo" e che guardo quando mi specchio credendo che quella luce riflessa sia "me", ma appartiene invece all'altra parte di me, luce consapevole rappresentata così come la mia immagine suggerisce dalla "Mente che mente" ma che sta oltre la luce fisica, che agisce proprio così, "provocando all'ombra della luce fisica" come se fosse una necessità senza esserlo. Il mio demone socratico.

Quella di Lucifero però era in un certo senso anche una provocazione che facevo a mia volta al mio demone. Perché lui insisteva nel dire che non avrebbe provocato commenti sciocchi e invece "io" mi sono lasciato corrompere dalla paura che sarebbe accaduto diversamente. Come sempre il mio demone mi mette davanti al fatto compiuto che "le sciocchezze" erano solo mie, cioé ho accolto pensieri che erano estranei hai fatti che poi si sono verificati.

Qui veniamo alla "provocazione" che invece intendeva portare il mio demone che non era quella di Lucifero. Quella che mi sono rifiutato di scrivere ma che devo constatare che avrei dovuto come lui mi ha suggerito di fare. C'è una parte di noi che riflettiamo in noi stessi nello specchio della nostra vita. Cioé, c'è indubbiamente una parte di "pensiero" che in qualche modo, in qualche misura, ci appartiene e non appartiene a "fuori", qualsiasi sia questo "fuori" (esterno da noi). Allo stesso tempo a certi livelli è davvero arduo definire "un fuori" o un dentro e qui sta tutta la problematica. Cerco di spiegarlo con una metafora: facciamo finta che il Mondo che ci circonda non sia affatto quello che sembra e non sia per nulla "vuoto", cioé assente di presenze quando lo crediamo tale. Vicino al nostro letto, nella nostra intimità, nella nostra quotidianità, vantiamo innumerevoli "incontri" che però non vengono "registrati" dalla "Mente che mente", come fossero del tutto ininfluenti perché "troppo abitudinari" per costituire una "realtà di cui accorgersi". Sono incontri "habitué" (nel senso che sono spesso legati al luogo, persistono negli spazi ma non come gli oggetti, più come "presenze" intelligenti) e sono incontri fisici, solo che il genere di entità che abita quello spazio di incontro ha una bassa interazione con quello elettromagentico della dimensione fisica in cui ci troviamo. Cerco di approfondire ma abbiate pazienza che non è niente facile "spiegare", sto dando fondo a tutti i miei limiti da miserabile. Allora, mettiamo che lo sviluppo dello spazio (e soprattutto del tempo) sia "diverso" a seconda di come l'elemento fisico di base (=particella) è "geometricamente" definito. Ma vi siano luoghi di incontro in cui i punti di contatto permettono una interazione relativa ma "naturale", per cui è possibile un transito (anche se minimo) di materia e di energia tra questo e quello sviluppo di spaziotempo. Per esempio, "trovare" qualcuno o qualcosa "di là" (qualsiasi cosa questo "di là" per voi voglia dire) che sia di questo Mondo, il nostro, non è proprio come per noi trovare qualcuno cercandolo in giro. Non funziona così "fisicamente" il luogo di incontro. Non è quella "la regola" che ne permette l'interazione. Mettiamo che per noi è sempre normalmente percepibile questa interazione, ma non tanto "vedendo" fenomeni "alieni" con gli occhi, più con una combinazione tra stati emotivi e immaginazione, provocati da ciò che percepiamo. Un esempio tra i tantissimi molto scemi, solo per capire di cosa stiamo parlando: entriamo in una stanza perfettamente vuota, in cui siamo certi di essere perfettamente soli e lo verifichiamo senza che possano esserci dubbi, ma non riusciamo a ignorare la sensazione forte quanto persistente che qualcuno ci stia "nonostante tutto" osservando.

Queste interazioni avverrebbero (sempre per ipotesi) tramite pensieri. Pensieri che vengono fisicamente suggeriti. Come sussurrati. Ma che non possiamo identificare come tali perché non c'è effettivamente nessuno osservabile che stia suggerendo qualcosa. In questo modo, pensieri "alieni" sarebbero aggiunti a quelli che già possediamo e che potrebbero essere altrettanto alieni come parte di un nostro patrimonio identitario acquisito in successiva battuta dalla nascita in questo Mondo. Siccome non sappiamo chi siamo, è molto arduo stabilire quale sia questo "nostro pensiero" e quale invece quello instillato dall'esterno e poi magari tramadato tramite la tradizione. Ma c'è un ma, perché come sempre il diavolo fa le pentole...

Questi pensieri hanno uno scopo. Provocare stati emotivi alterati. Perché c'è un emissione di energia che può essere utilizzata. Un po' come il nettare dei fiori o il latte delle mucche, possiamo essere "munti" e noi stessi abbiamo questa capacità di "mungere". Infatti, guarda caso, non tutte le volte che (per ipotesi) ci arrabbiamo finisce "energeticamente" allo stesso modo. Certe volte dopo ci sentiamo stanchi, altre invece addirittura più energici di prima. Diciamo che il "ci sentiamo più energici" dipende un po' da come si trasforma poi quella rabbia in concreto, un po' dal significato che assume. Nel primo caso potremmo trasformare noi stessi in vampiri, ad esempio quando riusciamo ad avere successo nel prevaricare, imponendo con la forza quelle che riteniamo essere le nostre ragioni (ma per quanto qui sostenuto, nell'ipotesi portata, non lo sono) priveremo l'altro di energie, risucchiandole, però coltivando un certo "fastidio" interiore che può anche (e spesso accade) traformarsi in rimorso, tanto da sentire l'esigenza di chiedere scusa. Ecco, alcuni si concentrano su questo aspetto e vogliono "uccidere il fastidio" per poter vampirizzare senza sentirsi in colpa. Questo aderisce (=è coerente) con il mito del vampiro classico, no? Altri invece cercano di rimediare e rinforzano il fastidio, fino ad abbandonare il desiderio di prevaricare. Ma spesso questo poi trasforma in vittime, lasciando nel limbo di una falsa dicotomia, cioé tra "non scegliere di essere vittime e non scegliere di essere carnefici".

Poi c'è ovviamente il significato che assume la rabbia. In questo caso potrebbe essere che non sia l'atto di vampirismo a riempirci di energie, ma la luce interiore di un altra conoscienza che "si ricollega" a noi, più o meno come inserire la spina nella presa di corrente, quella che ci riaggancia ai significati profondi che (insieme) ri-ri-definiscono la nostra identità, l'altra, non quella del mondo materiale. Come a dire che tramite quest'atto di apparente "ripresa", siccome siamo come addormentati, avvertiamo questo "piccolo risveglio" in cui ci rendiamo conto che prima eravamo come dormienti, non stavamo dando alle cose l'interpretazione che "adesso" riusciamo a dare e che ("ma guarda te che caso") è infinitamente più "ricca".

Ora ho già scritto del problema della discesa e della salita, cioé da dove ognuno di noi parte prima di arrivare qui in questa esistenza materiale. Ipotiziamo che di "esistenze" alternative (="identità") possano essercene più di una. Noi apparteniamo a una, ma quale? Beh, non è per tutti la stessa. Se quella a cui si appartiene in origine è più desiderabile, questa materiale ci apparirà uno schifo. Ciò rimette in armonia il motivo per cui spesso le persone che hanno una visione pessimista (e tendenzialmente distruttiva rispetto al corpo e la materialità ma non rispetto lo spirito) sono poi le persone più ricche interiormente. Se infatti "conoscono" un mondo straordinariamente più bello in cui esistere, quello materiale non potrà che venire sofferto in quanto "sbagliato". C'è da aggiungere che chiunque decida (messo che l'abbia "deciso" e non sia stato in qualche misura "forzato") di discendere nella materialità, ben sapendo che fa più schifo di ciò che è abituato a riconoscere, non starà bene. Non può stare bene, è impossibile! In ogni caso vivendoci non potrà che notare le mancanze. Ecco che allora diventa coerente quanto ripeto spesso: "ciò che manca ci dice sempre molto di più di ciò che è osservabile". Se hai consapevolezza dell'esistenza di un mondo migliore possibile dentro di te.

Al contrario chi viene da un Mondo che fa molto più schifo, non può che notare la meraviglia che lo circonda, il paradiso, le cose che a lui sono sempre mancate e quasi nemmeno mai le ha potute sognare e che qui "miracolosamente" abbondano. Tipo "energie" da succhiare a gogo a plotoni di imbecilli ignari che non sanno nemmeno cosa gli sta accandendo, cioè vittime perfette di cui potersi profittare senza troppe remore. Questa realtà quindi sarebbe una "terra di mezzo" e ciò che è davvero straordinario è l'incontro tra esistenze tanto differenti e la loro coesistenza tutto sommato abbastanza pacifica. Nel senso che "regge" in qualche modo e nonostante tutto, senza trasformarsi in una catastrofe biblica inenarrabile, sufficiente a cancellare ogni cosa. Minaccia ogni tre per due di diventarlo, ma alla fine qualcosa impedisce sempre l'avvento di una "soluzione finale".

Ecco che allora quando leggo articoli come questo QUI de "La resistenza conviviale" firmato Federico Nicola Pecchini, pieno di argomenti di cui vorremmo leggere più spesso e di cui si avverte solo l'assenza nel dibattito, non posso che far notare ciò che manca. Ad esempio, mancano le foreste ricche di vita selvaggia e lontane dall'interesse dei berberi che invece popolavano le zone urbane dell'impero all'epoca di San Benedetto. Foreste che circondavano (assediando) la vita "civile", confinando al tempo stesso nelle città la follia. Oggi le foreste vergini e selvagge ci sono, ma non stanno fuori. Siamo infatti in un epoca in cui pochi auto-eletti si considerano di fatto padroni del Mondo, stanno ottenendo di divenire padroni della vita (invi inclusa la possibilità di vivere un tempo controllato e virtualmente indefinito) e non hanno idea che questo "allargarsi fuori dagli spazi" umani consentiti, abusando dell'effetto domino che ha la dimensione virtuale, abbia la conseguenza indesiderata di escludere e in particolare di escludere la loro possibilità di sopravvivenza, perchè questo tipo di esclusione porta verso la distruzione di ogni alternativa.

Ad esempio, sempre un esempio sciocco, il gender non è un problema in sé e per sé, è un problema che sia esclusivamente e strumentalmente abusato per reprimere l'eterosessualità, non consentendone di fatto la coesistenza pacifica, perché non la vuole, non la cerca, non la desidera e non la sostiene. Infatti il gender esiste unicamente per decretare come "nemica" e "sbagliata" l'eterosessualità e questo modo di procedere si riflette su tutto, ivi inclusa la possibilità di ritagliarsi spazi dove praticare una "resistenza conviviale" percepita come nemica, come ad esempio "nemico" è un Putin che detta regole sociali conservative ben più blande. Un altro esempio è quello dell'educazione sessuale infantile. Da sempre sappiamo che la coscienza sessuale del bambino è inesistente o almeno, fino alla maturità, così dovrebbe essere. Per il bambino la sessualità può essere al massimo un @GioCo come la cacca o le parolacce. Quindi forzare l'idea che possa essere in un corpo che a lui non piace è grottesco, dal momento che lui il corpo dovrebbe almeno conoscerlo prima di realizzare che non lo accetta, no? Quindi qui il problema non è la sessualità come argomento e il gender come educazione, ma l'esclusione nel considerare la dimensione infantile scevra dalla malizia che poi si conquista in età puberale.

In altre parole, non stiamo discutendo con chi si ostina a ordinare la società secondo i suoi privati interessi e degli spazi che intendiamo riservarci dove ciò non avvenga per preservare l'umanità da una corruzione che rischia di non lasciarsi dietro che macerie. Creare quindi i presupposti perché si possa almeno discutere di isole alternative. Non stiamo con loro discutendo: "Siete proprio sicuri che la vostra sia la visione corretta? Se non lo fosse, qual'è la via di uscita che avreste in programma? Non conviene forse lasciare delle riserve, dove si possano perpetrare isole di sviluppo alternativo e diversificato di natura sperimentale e selvaggia, cioé anche confinate ma fuori dal vostro controllo al loro interno?". So che è molto difficile credere che esistano margini di confronto con il drago che assume il suo aspetto più "distruttivo" solo quando le sue sono intenzioni esclusivamente unilaterali e solo quando è perfettamente consapevole di non avere nemici che possano arginare la sua volontà. Ma il problema (di nuovo) non sta "fuori" e ciò che ci verrà consentito o meno, ciò che riusciremo o meno a fare, non dipenderà dalla fede o dall'intelletto tanto quanto dal drago, ma da come avremo inteso questa "resistenza" e di conseguenza, come le cose si disporranno per permetterla. Dato che come sempre, il riflesso di ciò che avviene fuori è solo la misura di quando rimaniamo consapevoli dentro e quindi dei significati che riusciamo scorgere in quello che accade e ci accade.

Bene, spero di essere stato esaustivo. Non lo so, i miei dubbi permangono nonostante il mio demone al solito non senta ragioni. Nel caso magari prendendo spunto dai commenti e proverò a "correggere il tiro" per migliorare la comprensione di quanto intendevo trasmettere, perché come sempre è la mia miseria che domina, non altro.


Hospiton e danone hanno apprezzato
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