Notifiche
Cancella tutti

L'industria e l'Uomo  

  RSS

GioCo
Noble Member
Registrato: 13 anni fa
Post: 1160
20 Settembre 2020 , 21:38 21:38  

Volevo partire dalla Macchina di Anticitera, arrivare allo Zodiaco di Dendera per approdare alla  citazione ormai abusata di Atlantide nei dialoghi di Platone, ma tutto questo mi sembra adesso inutile per proporre un concetto molto semplice: noi riteniamo l'industrialesimo un evento "unico" (passatemi il termine) umano che è avvenuto in tempi relativamente recenti.

Ma se invece supponessimo sia un evento ciclico che non si presenta necessariamente allo stesso modo ogni volta, come ogni fenomeno ciclico complesso (ad esempio il meteo o le glaciazioni) ma uguale e diverso allo stesso tempo, allora dovremmo rivedere il significato che oggi ha per noi la nostra epoca "tecnologica" di supposta libertà e uguaglianza, sempre meno libera e sempre più diseguale.

Iniziamo da un principio, quello del lavoro. Poche altre parole hanno cambiato così radicalmente il loro significato nei secoli. Oggi per lavoro si intende quello salariato e innestato più o meno direttamente nell'infrastruttura industriale che è tutta concentrata in una corsa contro il tempo. Pensiamo ai trasporti e alla loro evoluzione solo per fare un esempio.

Spesso troviamo che al lavoro industriale si affianca quello contadino, come se "lavoro" a un certo punto della nostra storia abbia assunto due dinamiche differenti, quelle del ciclo produttivo e quelle del ciclo stagionale. Poi il ciclo produttivo industriale, svincolato da quello stagionale, ha iniziato a divenire sempre più veloce e adesso punta alla velocità della luce con la fibra ottica e il telelavoro.

Personalmente credo che la dinamica sia differente e le prospettiva coerente non sia quella. Il ciclo è uno ed è quello umano quando trasforma e manipola l'ambiente secondo il suo proprio bisogno e tornaconto. Ad esempio, se produciamo un vaso non lo produciamo per una intelligenza artificiale (un meccanismo) ma per un altro umano. Se mettiamo tra il produttore e l'utilizzatore (smettiamo di usare il termine "consumatore" o non faremo mai ordine nella testa) un tramite che può essere un mercante umano o Amazon (poco importa) non spezziamo questa catena, la rimandiamo a un passaggio più articolato che va da A (il vasaio) a B (colui che userà il vaso). Se però il vaso è prodotto dall'industria allora spezziamo il legame tra il prodotto e il produttore.

Cosa significa?

Significa che il bisogno da soddisfare non sarà più quello umano ma quello di chi produce che nella forma industriale diventa l'industria. Così il tempo di produzione esce dallo schema umano e dalla necessità vitale umana e diventa quello della macchina e del processo produttivo meccanico a cui l'uomo (come notava già argutamente Chaplin nel suo "Tempi Moderni") deve adeguarsi. Qualcuno in passato ha fatto notare che l'indistinguibilità della copia della copia di un qualsiasi prodotto fa perdere personalità al prodotto anche se è indubbio che la qualità industriale è infinitamente più "perfetta". Certo si tratta di una perfezione impersonale quindi si è passati all'industria della personalizzazione per mettere la pezza. A me della personalizzazione del prodotto esattamente come della garanzia di qualità mi interessa però pochissimo. Non condanno infatti l'industria ma la sostituzione del bisogno della medesima con quello umano: noi non siamo macchine ne possiamo diventarlo senza sapere cosa perderemo.

Per ciò mi interessano già di più i volumi ma non perché la misura di una produzione migliore è rapportabile alla quantità di prodotto finito per unità di tempo, in una corsa all'abbattimento dei costi che fra poco vedremo non contempla fenomeni socio-politici sovrastanti, ma perché sono l'esatto specchio del distacco tra il bisogno umano economico e quello industriale.

Seguitemi: l'economia è da sempre l'arte del risparmio, ma non è mai stata confusa con l'arte dell'accantonamento monetario (alla Zio Paperone per intenderci). In epoca preindustriale chiunque poteva osservare che le monete non si mangiavano e questo chiudeva il discorso. Le monete avevano senso solo nel mercanteggio e se la produzione era massivamente locale avevano un significato più simbolico che reale. Mi chiedo spesso cosa avrebbero pensato gli abitanti del mondo preindustriale se fossero divenuti consapevoli che ci sarebbe stata un epoca dove non per oro e argento, ma per manciate di impulsi elettronici, cioè del vuoto del vuoto assoluto, si sarebbero combattute guerre planetarie mettendo a rischio il futuro dell'umanità. Se l'oro non si mangia un impulso elettrico nemmeno si può toccare. Ed ecco che infatti siamo alla deriva di una realtà sempre più intangibile e sempre più effimera: niente abbracci, niente strette di mano, niente contatto. Siamo partiti dal distacco nel lavoro del prodotto dal produttore per arrivare al distacco dell'Uomo dall'Uomo.

Ma riprendiamo il filo: dicevamo dei fenomeni socio-politici che non contemplano il risparmio. Se il bisogno produttivo diventa industriale e poi meccanico, non è solo la velocità e i volumi produttivi in crescita che si svincolano dal bisogno umano, perché il problema diventa da subito distributivo: a chi vanno tutti questi prodotti? Impensabile siano adeguati al consumo interno di un paese, tanto più se il ritmo produttivo deve obbligatoriamente crescere a meno che la popolazione locale non aumenti di conseguenza in via accelerata. In quel caso le risorse finite di un luogo finito diventerebbero presto il problema più urgente alimentando guerre di depredazione a danno di altri fino alla necessità di andare nello spazio infinito a ricercare risorse infinite, più o meno come un virus. Tuttavia questo modo di procedere e ragionare (molto moderno) è proprio di una psicopatologia pura e noi che ancora ci aggrappiamo a un misero ciuffetto di logica non possiamo che rigettarla per non cadere nel baratro dell'ignavia. Teniamo conto però che per un certo tempo è stata la soluzione paventata dalla chiesa cattolica (senza però scagliarci contro la stessa, dando solo a Cesare quel che è di Cesare) e ancora oggi è la speranza di masse minoritarie.

Perché la macchina produttiva rimanga abbastanza in piedi da consentire a una economia disumana come questa di funzionare è obbligatorio conquistare sempre nuovi mercati e quindi sovraccaricare la distribuzione di un compito che altrimenti non avrebbe: allungare il più possibile la distanza tra A e B in modo che B non veda mai A e non possa in alcun modo collegare (nel suo immaginario del possibile) il prodotto al produttore. In altre parole non pensi che si tratta di accettare un economia disumana.

Ora odo già gli echi delle solite risibili critiche riguardo il voler tornare alle caverne, messo e non concesso, come ho scritto tante volte, che nelle caverne ci abbiamo mai effettivamente vissuto o che sia mai esistita una "età della pietra" così come ci viene raccontato. Troppi indizi mi fanno pensare che l'Uomo sia un fenomeno più importante o quantomeno diverso da quello che siamo stati addestrati a credere per volontà di chi domina il discorso. Ma non è di questo che mi preoccupo quanto della tenacia con cui il discorso viene imposto. Perché non si può mettere accanto l'opzione che la macchina abbia una dimensione propria che non è quella umana? Perché dobbiamo credere che la macchina sia migliore? Perché la produzione deve rimanere per forza lontana dal bisogno umano di chi produce? Forse come ribadisco, l'Uomo non è esattamente ciò che ci viene raccontato.

Prendiamo ad esempio il valore del prodotto: se a produrre non è l'Uomo ma la macchina, quale è il valore del prodotto? Nessun prodotto ha un valore in sé, questa è una delle distorsioni necessarie a mantenere in piedi l'economia centrata sull'industria. Il prodotto è di valore se è utile per qualcuno in un certo arco di tempo. "Utile" è un altra parola che ha perso il suo significato originale. Uno smartphone è utile? Beh, se andiamo verso il telelavoro, l'identità e la socialità digitale come discriminante legale è chiaro che diventa indispensabile non solo utile. Eppure è una utilità autogena, cioè è lo stesso abuso dello smartphone che rende utile e poi indispensabile lo strumento nella misura in cui cresce l'infrastruttura che aumenta la banda per lo scambio di informazioni tra chi lo maneggia e chi lo produce.

Però però è chiaro che tale infrastruttura non nasce perché l'industria ha bisogno di produrre un prodotto specifico invece che un altro, nessun meccanismo ha bisogno dello smartphone, come non ha bisogno della vanga o della zappa con cui si lavora la terra o dei frutti che poi se ne ricavano. L'industria adegua l'utilizzatore umano al suo bisogno produttivo, ma il bisogno umano (essenzialmente emotivo) modella poi il tipo di prodotto che l'industria rende disponibile.

In altre parole, se ci piace lo smartphone allora l'industria cavalcherà qualsiasi emozione che possa amplificare quel piacere, per quanto effimero questo possa essere. Si crea allora un economia dell'effimero che si divide subito in due: economia per esigenze periferiche ed economia per esigenze centrali.

Un esempio di economia per esigenza periferica è qualsiasi prodotto rivolto alla massa di successo. Un esempio speculare di economia centrale è un qualsiasi prodotto il cui costo monetario e talmente elevato che solo pochissimi (diciamo nell'ordine delle migliaia in tutto il mondo) possono permetterselo. Pensiamo al panfilo, quell'oggetto che viene ancora oggi prodotto quasi interamente a mano come d'altronde le navi da guerra di ultima generazione e che infatti vogliono anni di lavori per essere realizzate. Pensiamo alle ville di lusso che non rispettano nessuno standard edile. Pensiamo alle automobili o alle moto di fascia più alta. Insomma, ci accorgiamo guardando bene il rapporto tra l'umano e il lavoro che il prodotto industriale non rappresenta un prodotto di élite per le élite ma un prodotto di massa per le masse, spesso spacciato come "di valore" con l'effimero che poi stringi stringi è solo propaganda.

Da qui un altra stortura dell'economia industriale: la dipendenza stretta dalla propaganda per isolare nell'immaginario collettivo il vissuto delle élite da quello della massa. Come il produttore separato dal prodotto, così la massa viene separata dalla sua frazione più influente e le esigenze dell'una iniziano a divergere sempre più nettamente da quelle dall'altra. L'una è sempre più dipendente dalla propaganda e specularmente sempre più confusamente alla ricerca di un riscatto dalla stessa, l'altra sempre più dipendente dai recinti e quindi sempre più bisognosa di sicurezza e autonomia decisionale. Entrambe rimangono però intrappolate entro una struttura unica che produce nella sua interezza una forma interessante di prigionia, la prigionia della produzione esclusiva.

Esclusiva non nel senso che è per pochi ma nel senso che esclude a prescindere l'Uomo come centro del suo proprio interesse produttivo, esclude il principio di utilità (che non è più riconoscibile) e con esso la parsimonia e la saggezza propria di un mondo di relazioni centrate sul significato emotivo. In questo ciclo storico che si avvia al suo crepuscolo credo sia questo il senso auto-distruttivito: l'avere confuso il bisogno emotivo sacrosanto con quello dello strumento (l'industria) che ci occorre per produrre emozione fino a renderlo tempio simbolico esclusivo, abusivo e sostitutivo della nostra stessa realtà.

 

Questa discussione è stata modificata 1 mese fa 5 tempo da GioCo

esca hanno apprezzato
Quota
Condividi:

Comments are closed.