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Dominare il Cuore Narrativo: l'esempio di Hitler "il pazzo"  


GioCo
Noble Member
Registrato: 13 anni fa
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Quello a cui stiamo assistendo in questo periodo è la creazione di una nuova narrativa. Ovviamente ciò che è obbligatorio fare per creare una nuova narrativa è trascendere la vecchia che non è di certo meno necessariamente robusta. Di seguito, dopo una piccola introduzione, cercheremo di capire come questo sia affrontabile strumentalmente da ognuno di noi (singolarmente).

La vecchia narrativa non si può semplicemente aggredire in modo diretto, cioè dimostrando che "questa è meglio di quella", prima va sistematicamente minata alla base la narrazione esistente, cioè è obbligatorio "preparare il territorio" per arginare la prevedibile dissidenza. Proprio questa prima fase (preparatoria) ci aiuta a vedere come l'atto sia manipolatorio, oltre ogni dubbio.

Ovviamente il processo è delicato perché ogni volta che si crea una resistenza sufficiente a mettere in discussione la nuova narrazione che è per ovvi motivi più debole, occorre reagire prontamente per puntellarla e rinforzarla, possibilmente a spese di quella vecchia. Ma le truppe cammellate che agiscono in nome e per conto della nuova narrazione (non chi le gestisce e sovrintende il dogma ovviamente) sono addestrate dogmaticamente, cioè sono inquadrate militarmente, per cui quando agiscono in autonomia tenderanno ad eccedere, rendendo così evidente la loro fede, più che la loro ragione, per ciò andranno continuamente moderate e spesso anche eliminate. Ma sono solo soldataglia e la loro fine è parte del sacrificio già incluso nella conta di una guerra.

Come è stato dimostrato empiricamente (anche se per chi segue il principio dell'evidenza evidente non era necessario, bastava osservare le dinamiche di una qualsiasi guerra) l'effetto Lucifero (l'esperimento della prigione di Stanford) esattamente come qualunque altra condizione drammaticamente divergente da quella abitudinaria, tramite lo shock mette in moto dinamiche di quella che ho chiamato "mutua esclusione" che determina la rimozione di gran parte di quello che sapevamo (più o meno consapevolmente) in favore di "celle di consapevolezza emozionale" differenti che hanno la funzione di ricalibrare il comportamento secondo esigenze ambientali di natura adattiva.

In altre parole, tendiamo ad adattarci emotivamente (dal momento che è la reazione più rapida ai cambiamenti repentini e drammatici come quelli tipici delle catastrofi ambientali) per rispondere alle mutate condizioni generali, funzionalmente alle esigenze biologiche più complesse (ad esempio la sopravvivenza della specie) che rispondono alle regole ferree con cui agiscono le emozioni. Questi meccanismi corporei sono particolarmente suscettibili di manipolazione nell'Uomo per diverse ragioni strutturali interne ai rapporti umani. Una ad esempio è la cosiddetta "nascita prematura", cioè l'uscita dal grembo materno del feto che avviene prima che siano completamente sviluppate le terminazioni nervose (oltre che i muscoli) e quindi in una fase in cui il neonato è incapace di provvedere a se stesso e lo rimarrà per diverso tempo, dipendendo così integralmente (e non solo per l'allattamento) dall'adulto. Se lo confrontiamo ad esempio a un cerbiatto che nasce già pienamente sviluppato, il confronto lascia perplessi: quale ragione avrebbe selezionato questo adattamento evolutivo?

Bene, abbandoniamo ogni velleità teorica e lasciamo la domanda in sospeso, sia perché non ci serve la risposta, sia perché conservare le domande è utile a mantenere la mente aperta. Facciamoci però un altra domanda parallela utile al nostro ragionamento: quali conseguenze porta questa condizione neonatale alla nostra vita adulta? Ovviamente una delle prime evidenze evidenti che salta all'occhio è l'estrema facilità con cui si possono sviluppare dipendenze emotive nefaste nelle prime fasi che poi ci porteremo dietro per il resto della vita. Un altra è che queste dipendenze pur non avendo alcun vincolo genetico saranno ereditarie più o meno come la predisposizione a una malattia. In altre parole, dal momento che l'emozione chiama sempre se stessa (se sei allegro tendi a trasmettere allegria esattamente come quando sei triste) possedendo ognuno una propria orma emotiva innata saremo nelle condizioni migliori perché sia modellata nei primi anni di vita insieme alla struttura nervosa per sviluppare conflitti interiori. Ad esempio se verrà esalta la componente dell'insicurezza e della fragilità in un "carattere" innato forte, questo vivrà di frustrazioni e da adulto tenderà a legarsi al partner (emotivamente "attraente") compatibile con questo quadro emotivo e quindi a trasferire sulle generazioni successive queste stesse frustrazioni acquisite.

Ora mettiamo insieme l'effetto Lucifero (la risposta comportamentale al cambiamento ambientale drammatico) con la nostra predisposizione neonatale alla manipolazione emotiva (sia come vittime che come carnefici a seconda dell'età) e otterremo un quadro generale abbastanza inquietante da cui nessuno, NESSUNO, si può dire al riparo.

Per fortuna la natura (o Dio per chi ci crede) ci ha lasciato in eredità tantissimi meccanismi compensativi che tendono a contrastare le derive più nefaste di questa condizione oggettiva umana. Ma purtroppo la maggioranza di questi meccanismi non sono automatici e quello che ci rimane tra le dita è di fatto insufficiente ad evitare il baratro dell'incoerenza adattiva (cioè dal mettere in pratica comportamenti distruttivi fini a se stessi o autodistruttivi) a meno che non sia sostenuto dall'immaginazione.

Quindi (e qui termina il lungo ma doveroso incipit di questo contributo) la volontà di sostenere la contemplazione (che adesso spiegherò meglio) è funzionale a contenere le derive più nefaste della nostra tendenza alla degenerazione emotiva. In passato veniva chiamata "speranza" e si sosteneva con la preghiera, oggi dovremmo riuscire a comprenderla come "resistenza" funzionale a contenere le nostre risposte distruttive ai cambiamenti drammatici che stiamo subendo.

Tenete conto che se sembra poco più che un palliativo, più andremo avanti più questi "palliativi" si sveleranno semplicemente indispensabili.

Ora cambiamo argomento. Parliamo di Hitler e facciamoci una domanda strumentale: Hitler era un pazzo? Quando ho provato a mettere in discussione questa semplice idea (parte di un dogma che vede il nazismo come "il male assoluto") fui attaccato con veemenza da orde di amici (sinceri) manco stessi incrinando l'idea che l'intera impalcatura ideologica nazista fosse esistita, come se l'ideologia nazista rispondesse per forza alle sole velleità di un unico pazzo. Tutti quelli che lo avevano seguito erano per ciò pazzi o scemi, perché tedeschi. In effetti questa è l'esatta narrazione che ci è stata venduta e noi l'abbiamo accolta nella nostra cella emotiva così come ci è stata venduta dopo la seconda guerra (cioè dopo lo shock della caduta del nazifascismo) a molti livelli. Pensiamo a Sturmtruppen ad esempio e come una rappresentazione analoga dell'esercito statunitense o russa non avrebbe superato la soglia dell'editore perché non era la fazione perdente. Per ciò mettere in discussione la follia di Hitler equivale a rendere insostenibile l'intera narrazione nazista che è oltre ogni dubbio frutto della propaganda. Non importa nemmeno far notare che se Hitler era pazzo, era anche in buona compagnia perché l'epoca viene ricordata dagli storici come forgiata dall'improvviso fiorire in tutto il Mondo di dittatori particolarmente feroci e abili a manipolare la società e le masse. Stalin in Russia, Mao in Cina, Tito nella ex Jugoslavia, Franco in Spagna, i colonnelli in Grecia e così via. Il nazionalsocialismo era solo un movimento politico che generò dittatura, nemmeno quello più longevo.

Certamente, le particolari condizioni della Germania dopo il crollo traumatico dell'Impero Austro-Ungarico, avevano creato tutte le premesse per proiettare la stessa verso la rottura della fragile pace che si era creata in Europa dopo la prematura fine della prima guerra. Che fosse prematura, ce lo suggerisce solo tutto, anche perché tre anni sono un tempo incompatibile con la necessità di suggellare un nuovo ordine sociale dai nuovi rapporti di forza globale che la storia aveva partorito.

I rigurgiti infatti porteranno alla seconda guerra a stretto giro, perché era una prosecuzione della prima ma con nuovi e più sofisticati mezzi per combatterla: la definitiva sconfitta (sul piano militare) della Germania erede dell'ex impero (austriaco) sacrificato alla storia era per ciò già sulla carta ben prima che la Germania fosse rasa al suolo dall'armata rossa e dagli alleati. Anche qui, ce lo suggerisce solo tutto.

Il processo di demonizzazione dell'ideologia nazionalsocialista è stato di fatto necessario per il contenimento dell'avanzata (ideologica) dell'armata rossa, una vittoria militare che avrebbe inevitabilmente portato verso derive indesiderabili dell'immaginario collettivo per economie centrate sul capitalismo finanziario e questa drammatica conseguenza doveva essere contenuta nell'immediato per evitare catastrofi peggiori. Un conto era sacrificare sull'altare della politica "il pazzo Hitler" ben altro era mettere alla sbarra tutte quelle forze che fino al giorno prima l'avevano sostenuto, sempre in funzione anticomunista (si intende). Bisognava cementare come nobile l'ignobile e quindi Hitler è diventato il capro espiatorio per tutti i mali del mondo.

Infatti coerentemente il nazionalsocialismo nasce in Inghilterra per contrastare il comunismo (leggasi "Fabian Society") non in Germania o in Italia sfruttando esattamente il principio "dell''adeguamento costruttivo" a cui ho accennato in questo mio contributo (QUI). In altre parole è stata riproposta la stessa identica ideologia comunista come "nuovo movimento più maturo", con l'idea che la rivoluzione era necessaria ma non subito: dopo, più avanti. Questo è un tipico trucco che serve ad affrontare una cella emotiva di massa senza contravvenire alle due regole ferree che reggono l'impalcatura: l'indirezione e la contro-intuitività. In altre parole si mina alla base la solidità della struttura emotiva che regge la cella, senza affrontare direttamente il problema (la minaccia di una rivoluzione in questo caso che avrebbe "tagliato al testa" alle élite -nobili- di quel paese) con una soluzione contro-intuitiva rispetto all'obbiettivo ma coerente rispetto all'emozione sottostante. La carica rivoluzionaria infatti e propria della rabbia e non è mai destinata a durare perché porta scompiglio e l'Uomo tende a preferire l'ordine. Se quindi prolungo il tempo del disordine questo tenderà a spegnersi da solo lasciando intatto (in tutto o in parte) il vecchio ordine conservato.

Ma una politica di resistenza portata avanti con il principio dell'adeguamento costruttivo è una politica di resistenza e di conservazione dell'esistente cella emotiva. Questa politica è efficace nella  misura in cui si resiste alla provocazione. Pensiamo a Gandhi e alla sua rivoluzione "pacifica". La lotta è stata efficace (molto efficace) finché non si è trasformata in risposta  violenta, perché? Semplice perché il piano della battaglia non era quello fisico, era una guerra per il possesso dell'immaginario collettivo (indiano) e ha preservato la cultura indiana per quel tanto che la stessa ha resistito alla provocazione inglese. Una volta ceduto, gli inglesi sono di fatto risultati vincitori anche se sul piano pratico sembra sia accaduto il contrario. Ha vinto "l'ideale" inglese che è risultato più forte di quello indiano. Infatti la rivoluzione di Gandhi puntava alla liberazione del popolo che dopo la rivoluzione è rimasto dipendente dai capricci della talassocrazia inglese. Una ben magra liberazione, no?

Ora, chi sta manipolando l'informazione (ed è indubbio che la manipolazione sia pesantemente manipolata) mi aspetto che sia a conoscenza di queste evidenze. Non si può quindi battere sul piano tecnico e nemmeno sul piano strumentale, perché ha mezzi indubbiamente straordinariamente più forti. Non si può battere sul piano organizzativo e quindi non si può battere nemmeno sul piano della distribuzione dell'informazione: l'informazione rimarrà contenuta o verrà censurata.

Ergo, non si può battere sul piano funzionale e materiale. Ma non esiste solo quel piano. Si può concedere al nemico la vittoria sapendo che è (in realtà) una sconfitta. Cristo è un esempio di come si possa essere consapevoli del valore del sacrificio concedendo una vittoria che è una sconfitta. Bisogna però capire chi è disposto a un tale passo che senza ombra di dubbio non è per tutti. Questo ci porta a rifiutare la condanna verso chi si fa debole nel momento del bisogno perché scatta la comprensione: nel dramma estremo tutti sono deboli, soprattutto chi resiste.

Senza contemplazione del bello, del vero e dell'evidente non c'è quindi resistenza che tenga e la depressione, la facilità con cui ci si abbandona alla tristezza nella palude dell'incertezza, cresce con il crescere delle condizioni difficili. La disperazione si sostituisce alla speranza gradatamente e alla fine c'è solo la perdita di ogni lume di ragione.

Allora, Hitler era un pazzo? Forse, ma noi non siamo meglio dal momento che lo giudichiamo e così smettiamo di contemplare il bello, il vero e l'evidenza che accompagnano gli avvenimenti e non il giudizio sulla persona.


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