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Bombe RWM. Indagati 2 funzionari del Ministero Esteri, ma anche Gentiloni e Pinotti dichiararono cose false.


marcopa
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https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/04/bombe-allarabia-saudita-indagati-per-abuso-dufficio-due-direttori-generali-pro-tempore-della-uama/6121922/

 

Va avanti la denuncia per la vendita degli ordigni della RWM venduti all' Arabia saudita.

 

Ora sono indagati due funzionari del Ministero degli Esteri,

 

ma anche i ministri Pd Gentiloni e Pinotti dichiararono pubblicamente cose false sulle vendite RWM .

 

La Pinotti disse che la ditta era tedesca, e quindi di conseguenza non doveva rispettare la 185, 

 

Gentiloni affermò invece che non ci erano embarghi internazionali, e per questo l' Italia non poteva fare niente, ma la 185 è una legge nazionale che controlla la vendita di armi e può bloccarla indipendentemente o meno da embarghi internazionali.

 

Indagare un funzionario ha senso se l' allora premier, e in precedenza ministro degli Esteri, Gentiloni affermava che era tutto regolare ? 

 

Non ho le competenze giuridiche per affermare con certezza che la 185 è sufficiente da sola a bloccare la vendita di armi all' Arabia saudita, so che comunque la scelta è politica, e quindi sicuramente Gentiloni e Pinotti sono politicamente responsabili delle vendite e ovviamente con loro tutto il centro sinistra, il centro destra, e il M5S, che hanno favorito la vendita di armi al Regno dei Saud fino a inizio 2021.

 

Speriamo comunque che la vicenda giudiziaria vada avanti, sarebbe un procedente importante che forse cambierebbe davvero qualcosa. 

 

M.P.

 

http://lecorvettedellelba.blogspot.com/2021/03/bombe-rwm-indagati-2-funzionari-del.html

 


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marcopa
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Un documento del 2016 della rete Disarmo, molto vicina al centro sinistra ma estremamente critica su Gentiloni e il governo Renzi.

marcopa

Armi italiane in Arabia: gravi dichiarazioni del ministro Gentiloni

 
 

Porteremo all’attenzione della Procura di Brescia anche le affermazioni odierne del Ministro Gentiloni sulle esportazioni italiane di sistemi militari all’Arabia Saudita

comunicato 26.10.16 rete italiana disarmo Le gravi affermazioni del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni al Question Time odierno confermano la necessità di un’indagine della magistratura sulle esportazioni di materiali d’armamento autorizzate dal Governo Renzi verso l’Arabia Saudita. Le porteremo perciò all’attenzione del Viceprocuratore di Brescia, dott. Fabio Salamone, che ha aperto un’inchiesta sulle spedizioni dall’Italia di materiali d’armamento destinate alle forze armate della monarchia saudita che, a capo di una coalizione di diversi paesi, dal marzo del 2015 è intervenuta militarmente nel conflitto in Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite” è questa la posizione di Rete Italiana per il Disarmo a seguito delle dichiarazioni odierne alla Camera del Min. Gentiloni.

Ad un’interrogazione presentata per il Question Time odierno alla Camera dall’on. Luca Frusone, il ministro degli Esteri ha risposto sostenendo sostanzialmente che gli unici divieti che porrebbe la legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, sarebbero derivanti da decisioni di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armi.

Il Ministro dovrebbe invece sapere che la suddetta legge non solo vieta le esportazioni di armamenti a paesi sottoposti a forme di embargo, ma che l’esportazione «di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e che «tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». La Legge vieta inoltre specificamente l’esportazione di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere», nonché «verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione».

Il ministro degli Esteri ha correttamente affermato che nei confronti dell’Arabia Saudita non esistono sanzioni di embargo sulle armi, ma ha taciuto la Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza lo scorso 25 febbraio, con la quale l’assemblea di Bruxelles ha chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza/Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, ciò alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Tale risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Il Ministro Gentiloni, confermando quanto già dichiarato dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, ha inoltre esplicitato che all’azienda RWM Italia, ditta italiana che fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall, «ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente».

In pratica per il Governo Italiano, ormai è ufficiale ed autorevolmente certificato dalle dichiarazioni di diversi Ministri, non è un problema legale e nemmeno politico vendere armi a Paesi che bombardano civili anche con tecniche terribili come il “double tap” (cioè il bombardamento differito per andare a colpire anche i soccorritori operanti dopo il primo attacco). Significa anche che non è considerato come “conflitto armato” quanto succede in Yemen e cioè una delle più gravi crisi umanitarie di questi anni secondo le Nazioni Unite.

Le forniture italiane in questione riguardano, come ha dimostrato l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia in uno specifico studio, bombe aeree MK 82, Mk 83 e MK 84 prodotte dall’azienda RWM Italia, con sede legale a Ghedhi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna.

Alcune dei relitti di queste bombe sono stati ritrovati in Yemen e – come ha documentato una recente inchiesta di Dino Giarrusso e Luigi Grimaldi per la trasmissione “Le Iene” – due di queste riporterebbero il medesimo “codice identificativo” (Nato Stock Number – NSN): un fatto alquanto anomalo considerato che – secondo le rigorose disposizioni della NATO – tale numero dovrebbe essere unico per ogni singolo pezzo (Item of Supply) di materiali d’armamento che viene esportato.

Il ministro Gentiloni ha fatto infine riferimento alla Relazione che il Governo invia annualmente alle Camere sulle esportazioni di materiali d’armamento. Anche a questo riguardo, Rete Italiana per il Disarmo evidenzia che negli ultimi due anni del governo Renzi la voluminosa relazione – pur riportando il valore complessivo delle autorizzazioni all’esportazione rilasciate e le generiche tipologie di armamento (munizioni, veicoli terrestri, navi, aeromobili, ecc.) esportate – non permette di conoscere con precisione gli specifici materiali, per quantità, valore e Paese destinatario che vengono esportati rendendo così impossibile un effettivo controllo da parte del Parlamento e dei centri di ricerca attenti al controllo degli armamenti.

 


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marcopa
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Svelate le bugie del governo Gentiloni sulle bombe in Yemen

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Gli attivisti oltre a boicottare banche armate possono anche «controllare» bilanci e manager

Anche l’autorevole New York Times ha di recente portato alla ribalta, con un reportage video sul proprio sito web, la vicenda della produzione ed esportazione di bombe della Rwm Italia SpA da porti e aeroporti della Sardegna verso l’Arabia Saudita. È più che verosimile che il paese degli emiri abbia utilizzato queste armi nella guerra, condotta senza alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale, contro lo Yemen, in cui è in coalizione con Emirati Arabi, Egitto, Kuwait, Qatar e Bahrain.

MA CHI È, O MEGLIO «di chi è» Rwm Italia SpA? Quando si parla di responsabilità d’impresa, in particolare di quelle del settore difesa, porsi questa domanda è fondamentale.

Fondazione Finanza Etica, insieme a Rete Italiana per il Disarmo e alla ong tedesca Urgewald si è fatta questa domanda e per questo ha svolto il 9 maggio 2017 attività di azionariato critico, utilizzando un minimo pacchetto azionario e sfruttando così i diritti di ogni azionista, presso l’assemblea generale degli azionisti di Rheinmetall AG, azienda tedesca fondata nel 1889, gruppo industriale composto da due settori, Rheinmetall Defence e Rheinmetall Automotive.

Società leader nel settore della difesa e della mobilità sostenibile (prego notare l’astuzia: si fanno armi di morte, ma anche auto sostenibili!), con 23.000 addetti e un giro d’affari di 5,6 miliardi di euro. Rheinmetall controlla al 100% Rwm Italia SpA, che ha tre sedi: Roma, Ghedi (BS) e Domusnovas, appunto a Cagliari.

DURANTE L’ASSEMBLEA generale degli azionisti della casa madre tedesca abbiamo chiesto per quale motivo la società avesse deciso di esportare le bombe in Arabia Saudita attraverso l’Italia e non, direttamente, dalla Germania.

Abbiamo avanzato l’ipotesi che la società temesse che il governo tedesco non avrebbe fornito le necessarie autorizzazioni, anche perché Die Zeit del 30 aprile 2017 riportava la notizia secondo la quale l’Arabia Saudita non avrebbe più chiesto autorizzazioni alla Germania per l’importazione di armi proprio per non creare imbarazzi al governo tedesco.

Per quale motivo il governo italiano non avrebbe dovuto avere lo stesso imbarazzo?

Noi pensiamo che avrebbe dovuto averlo e forse è stato così perché nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri sul commercio degli armamenti per l’anno 2016 (obbligatoria ai sensi della L.185/1990), depositata in Parlamento il 26 aprile, si può verificare che Rwm è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore della difesa (con 45 nuove esportazioni autorizzate dal Ministero degli Esteri per un totale di 489,5 milioni di euro, 460 milioni in più dell’anno 2015).

In particolare, la Relazione mette in evidenza una commessa di Rwm per 411 milioni di euro per l’esportazione di 19.675 bombe… ma non indica il committente, quindi non ci dice verso quale paese si sono dirette.

TUTTAVIA, LA RELAZIONE Finanziaria di Rheinmetall per il 2016 (che come azionisti, seppur critici, abbiamo avuto il diritto di leggere e analizzare), riporta un ordine «molto significativo» di «munizioni» per 411 milioni di euro da parte di un «cliente della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa)».

Ecco qua, dunque, svelato l’arcano che l’astuto e imbarazzato governo italiano non ha voluto rivelare, come avrebbe dovuto ai sensi della L. 185/1990.

Sono vietati esportazione e transito di armi verso i Paesi in stato di conflitto armato salvo diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri da adottare previo parere delle Camere Legge 185/1990

Ma a proposito di questa legge, occorre richiamare il suo articolo 1 (Controllo dello Stato): «L’esportazione, l’importazione e il transito di materiale di armamento … devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia.

TALI OPERAZIONI VENGONO regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Rispondendo a una interrogazione Parlamentare, il presidente Paolo Gentiloni ha detto (come già prima di lui la ministra per la Difesa Pinotti rispondendo a un giornalista) che tale operazione è perfettamente legittima e svolta all’interno della legge vigente.

Questa affermazione non può che significare una cosa: che l’esportazione di bombe verso un paese coinvolto in una guerra non legittimata dal diritto internazionale quale è l’Arabia Saudita è state regolarmente autorizzata dal Governo.

MA, PURTROPPO PER LUI (e per gli yemeniti) non significa che tale operazione sia legale.

Non lo è per due motivi: intanto perché le operazioni di transazione di armi vengono autorizzate («regolamentate») dallo stato secondo il principio costituzionale del ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (articolo 11) che, ovviamente come dichiarato dall’articolo 1 della Legge 185/1990, non vale solo per le guerre in cui fosse partecipe direttamente l’Italia, bensì per tutte le guerre in cui – anche con le transazioni di armi – l’Italia è coinvolta.

Ma in secondo luogo non si tratta di una transazione legittima perché la stessa Legge 185/1990 fa divieto di esportazione «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite» (art.1 co. 6 lett. a).

ECCO, L’AZIONARIATO critico, aiuta anche a comprendere le complesse articolazioni internazionali e responsabilità d’impresa e del governo (che in questo, come in altri, campi, ha funzioni precipue di controllo) che nel mondo globalizzato si presentano in molte attività economiche.

Ma anche a rafforzare l’azione della società civile che cerca di svegliare la politica spesso distratta e impegnata su schermaglie e questioni di poco momento, su questioni di rilevanza costituzionale e umanitaria come questa.
Pazienza se il Governo s’imbarazza; meglio sarebbe che il Parlamento svolgesse a pieno le proprie funzioni di controllo e di tutela dell’attuazione dei principi costituzionali.

 

FONTE: Mauro Meggiolaro e Simone Siliani *, IL MANIFESTO

Fondazione Finanza Etica

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