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La rivoluzione della Libertà  

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Tashtego
(@tashtego)
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28 Aprile 2020 , 22:51 22:51  

Un estratto dal testo "La Francia contro i robot" scritto nel 1945 da uno dei Maestri del nostro tempo, George Bernanos. Questo testo è inserito nel libro La Rivoluzione della Libertà, edito da Cantagalli.

Capitalisti, fascisti, marxisiti, tutta questa gente si assomiglia. Gli uni negano la libertà, gli altri fanno ancora finta di crederci, ma, che vi credano o non vi credano, tutto questo non ha più molta importanza, perchè non sanno più servirsene. Ecco, il mondo rischia di perdere la libertà, di perderla irreparabilmente, poiché ha perso l'abitudine di servirsene... Vorrei avere, per un solo momento, il controllo di tutte le postazioni radio del pianeta per dire agli uomini: "Attenzione, state in guardia! La libertà è lì, sul bordo della strada, ma voi le passate davanti senza rivolgerle uno sguardo, nessuno riconosce questo strumento sacro, le cui grandi canne sono di volta in volta furiose o tenere. Vi faranno credere che sia fuori uso. Non credetelo! Facendo anche solo scorrere la punta delle dita sulla tastiera magica, la voce sublime riempirà di nuovo la terra intera... Non aspettate troppo tempo, non lasciate troppo tempo la macchina meravigliosa esposta al vento, alla pioggia, alla derisione dei passanti! Ma, soprattutto, non la affidate ai meccanici, ai tecnici, agli accordatori, che vi assicurano che essa ha bisogno di una messa a punto, che la vogliono smontare. La smonteranno fino all'ultimo pezzo e non la rimonteranno mai!".
Si, ecco l'appello che vorrei lanciare attraverso lo spazio; ma anche voi che leggete queste righe, temo che le ascoltiate senza comprenderle. Si, caro lettore, temo che tu non immagini la libertà come un grande organo; temo che sia per te una parola grandiosa – come vita, morte, morale -, un palazzo deserto in cui non si entra se non casualmente e da cui si esce molto velocemente, perchè rimbomba di passi solitari. Quando si pronuncia la parola ordine, sai subito di cosa si tratta: ti rappresenti un controllore, un poliziotto, una fila di persone alle quali il regolamento impone di tenersi molto saggiamente le une dietro le altre, aspettando che lo stesso regolamento le ficchi in disordine in un ristorante dalla cucina assassina, in un vecchio autobus senza vetri o in un vagone sporco e puzzolante. Se voi foste sinceri, ammettereste forse che la parola libertà vi suggerisce vagamente l'idea del disordine – la confusione, la bagarre, il prezzo che sale di ora in ora dallo speziale, dal macellaio; il coltivatore che stocca il suo mais, le tonnellate di pesci gettate in mare per tenerne alto il prezzo. O forse non vi suggerirà niente, se non un vuoto da riempire – come quello, per esempio, dello spazio... Questo è il risultato della propaganda incessante fatta da tanti, da tutti coloro che nel mondo sono stati interessati alla formazione in serie di un'umanità docile, sempre più docile, perchè l'organizzazione economica, la concorrenza e le guerre esigono una regolamentazione più e più minuziosa. Quello che i vostri avi chiamavano libertà, voi lo chiamate già disordine e fantasia. "Nessuna fantasia!" dicono l'agente d'affari o il funzionario, egualmente preoccupati di andare veloce, "il regolamento è regolamento, non abbiamo tempo da perdere con degli stravaganti che pretendono di non fare come tutti gli altri...". Questo genere di discorsi si fa avanti velocemente, caro lettore, molto velocemente. Io ho vissuto in un'epoca in cui la formalità del passaporto sembrava abolita per sempre. Qualsiasi galantuomo che volesse spostarsi in America o in Europa aveva il solo fastidio di andare a pagare il suo viaggio alla Compagnia Transatlantica. Poteva fare il giro del mondo con una semplice carta da visita nel portafoglio. I filosofi del XVIII secolo protestavano con indignazione per l'imposta sul sale – la gabella – che gli pareva immorale, essendo il sale un dono della natura al genere umano. Vent'anni fa, il piccolo borghese francese rifiutava di lasciar prendere le proprie impronte digitali, formalità fino a quel momento riservata ai galeotti. Si, lo so, voi direte che si tratta di sciocche bagatelle. Ma protestando contro queste bagatelle il piccolo borghese impegnava senza saperlo una eredità immensa, tutta una civiltà il cui svanimento progressivo è passato quasi non percepito, perchè lo Stato Moderno, il Moloch tecnico, pur ponendo solidamente le basi della sua futura tirannia, restava fedele all'antico vocabolario liberale. Al piccolo borghese francese che rifiutava di far prendere le proprie impronte digitali, l'intellettuale di professione – il parassita intellettuale, sempre complice del potere, anche quando sembrava combatterlo – rispondeva con disprezzo che questo pregiudizio contro la Scienza rischiava di porre un ostacolo ad una ammirevole forma dei metodi di identificazione, che insomma non si poteva sacrificare il Progresso al timore ridicolo di sporcarsi le dita. Immenso errore! Non erano le dita che l piccolo borghese francese, l'immortale La Brige de Courteline, temeva di sporcarsi: era la propria dignità, l'anima. Può darsi in effetti che non ne avesse il dubbio, o ne dubitasse solo a metà; forse la sua rivolta era più quella dell'istinto che della preveggenza. Poco importa! Gli si sarebbe potuto ben dire: "Che cosa rischia, lei? Che cosa le importa di essere immediatamente riconosciuto, grazie al metodo più semplice e più infallibile? Il criminale, solo lui, ha un qualche vantaggio nel nascondersi...". Il piccolo borghese riconosceva certamente che il ragionamento non mancava di valore, ma non per questo se ne sentiva persuaso. In quel tempo, il procedimento di Bertillon non era in effetti preoccupante se non per il criminale – e lo è ancora oggi. Ma è la parola criminale che ha visto prodigiosamente allargarsi il suo senso, fino a designare ogni cittadino poco favorevole al regime, al sistema, al partito, o all'uomo che li incarna. Il piccolo borghese francese non aveva certamente tanta immaginazione da rappresentarsi un mondo come il nostro, così diverso dal suo, un mondo in cui ad ogni crocevia la Polizia di Stato controlli i sospetti, filtri i passanti, faccia di ogni più piccolo portiere d'hotel, responsabile dei suoi archivi, un suo ausiliario benevolo e pubblico. Ma anche felicitandosi, vedendo il vantaggio della Giustizia sui recidivi, grazie al nuovo metodo, il piccolo borghese presentiva che un'arma così perfezionata, nelle mani dello Stato, non sarebbe restata molto tempo innocua per i semplici cittadini. Era solamente la propria dignità che egli credeva di difendere, ma difendeva con essa la nostra sicurezza e le nostre vite. Da vent'anni ormai, quanti milioni di uomini, in Russia, in Italia, in Germania, in Spagna, grazie alle impronte digitali, sono stati messi non solo nell'impossibilità di nuocere ai Tiranni, ma anche di nascondersi o di scappare? E questo sistema ingegnoso ha anche distrutto qualcosa di più prezioso che milioni di vite umane. L'idea che un cittadino, che non ha mai avuto a che fare con la giustizia del proprio paese, debba perfettamente essere libero di dissimulare la propria identità a chiunque voglia, per motivi di cui lui solo è giudice, o semplicemente per uzzolo, che ogni indiscrezione di un poliziotto su questo argomento non potrebbe essere tollerata senza le più gravi ragioni – quest'idea non viene più alla mente di nessuno. Non è lontano il giorno in cui ci sembrerà tanto naturale lasciare la nostra chiave nella serratura, affinchè la polizia possa entrare di notte e giorno, quanto loè aprire il nostro portafoglio ad ogni perquisizione. E quando lo stato giudicherà più pratico, al fine di riparmiare il tempo dei suoi innumerevoli controllori, di imporci un marchio esteriore, perchè dovremmo esitare a lasciarci marchiare a fuoco, alla guancia o sulla nuca, come il bestiame? L'epurazione dei Malpensanti, così cara ai regimi totalitari, ne risulterebbe assai facilitata.


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