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Lo scientismo come nuova religione.  

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Ilaria Bifarini

Lo scientismo come nuova religione

La scienza non è democratica” è il nuovo mantra utilizzato come scudo per allontanare chiunque provi a manifestare un pensiero divergente da quello accreditato dalla vulgata dominante e per questo inconfutabile, non passibile a critiche di alcun tipo. Il monito è molto efficace, ed emana quell’autorevolezza che ci si aspetta dal rigore e dall’inaccessibilità della scienza, intesa come campo esclusivo di un élite di esperti, la cui competenza e preparazione implicano qualità tali da giustificare un certo distacco dal popolo, il demosappunto. Mai come in questo periodo di diffusione della paura collettiva legata al Covid-19 la scienza, o come meglio vedremo la sua degenerazione scientista, ha avocato a sé il ruolo di padre primigenio, che sorveglia i propri figli e impone loro la propria indiscussa autorità.

Ma cosa è la scienza?

Sciens, participio presente del verbo latino scire, sapere, essa comprende quel sistema di cognizioni acquisito con lo studio e la riflessione.

Ricostruire la genesi della scienza richiederebbe un trattato a sé, ed esula dall’obiettivo della nostra esposizione; peraltro esiste già una vasta e importante letteratura in merito da poter esaminare.

Già nella cultura classica i filosofi greci distinguevano due diverse forme di conoscenza, l’opinione (doxa), fondata sull’esperienza sensibile e perciò ingannevole e incerta, e la scienza (epistème), basata sulla ragione e dunque fonte di conoscenza sicura e incorruttibile.

A segnare un punto di svolta nell’ambito della gnoseologia, la teoria della conoscenza, è Socrate, che attraverso il procedimento dell’induzione preconizza la nascita del metodo scientifico. La sua è una rivoluzione copernicana del sapere, che scuote il pensiero filosofico e il sentire generale del tempo. Cosa è in grado di conoscere l’essere umano? Chi è davvero sapiente? domanda Socrate. La risposta è che “è sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.”

La vera conoscenza per il filosofo greco non è insegnabile, il maestro può solo condurre l’allievo a generarla da sé, attraverso l’arte della maieutica. Essa infatti non proviene dall’esterno, ma nasce all’interno dell’individuo, da quel luogo che è l’anima e di cui Socrate può essere riconosciuto come il primo scopritore nella cultura occidentale.[i]

Il metodo socratico rappresenta un elemento portante nello sviluppo epistemologico, cui si ispireranno sia l’età dell’Umanesimo che quella dell’Illuminismo, dove l’interesse per la scienza troverà massima espressione, elevandosi a ideale contro l’oscurantismo, l’intolleranza e ogni forma di assolutismo.

Lo scientismo contemporaneo

L’approccio odierno alla scienza la allontana notevolmente dal suo fine massimo di raggiungimento del sapere quale emancipazione dell’essere umano, attraverso il percorso arduo e incessante della ricerca della conoscenza. Al contrario, lo scientismo attuale costringe l’individuo dentro una gabbia ristretta di norme e dogmi che appaiono imperscrutabili al comune intelletto, divenendo roccaforte di un gruppo di eletti, forti del prestigio conferito loro dall’appartenenza a enti rappresentativi del sapere in quello specifico settore. Rinnegando la strada percorsa dai grandi scienziati del passato che pagarono con la propria vita l’aver messo in dubbio le credenze contemporanee, gli attuali preferiscono muoversi nel solco del conformismo e dell’omologazione. Non c’è spazio per il dubbio, elemento fondamentale della ricerca della sapienza, ma solo per l’assertività, la dogmaticità inconfutabile e autoreferenziale delle proprie affermazioni. Uno scientismo imperante e anti-dialogico sta contaminando tutti gli ambiti della conoscenza, con una smania positivista che ha pervaso persino le scienze umane. Così nell’economia, la cui radice etimologica [ii] –oikos nomia, legge della casa, della sua amministrazione – non lascerebbe dubbi circa la natura sociale di questa scienza. Eppure, a partire dal liberismo ottocentesco prima e dalla sua cristallizzazione attraverso il neoliberismo attuale, tra gli economisti è invalsa la credenza categorica di trattare l’economia alla stregua di una scienza esatta, come la fisica o le scienze naturali.

In un saggio dal titolo “Il Negazionismo economico” [iii] due economisti francesi, ripresi poi dal mondo accademico, dichiarano che siamo giunti a un punto in cui l’economia avrebbe acquisito il rango delle scienze sperimentali, come la medicina e la biologia, per cui molte questioni potrebbero essere trattate da un gruppo di esperti nello stesso modo in cui si testa un medicinale. Questa conquista sarebbe però oggi messa in discussione da una frangia di individui che, con un certo disprezzo, vengono definiti “esperti autoproclamati”, i quali oserebbero negare con metodi non scientifici la verità contenuta nelle riviste del settore. Essi si presenterebbero all’opinione pubblica come difensori del bene comune, ma in realtà sarebbero una sorta di ciarlatani, che agiscono secondo la strategia del negazionismo.

Questa disposizione all’ostracizzazione e al disprezzo manifesto verso chiunque metta in discussione una teoria accreditata e prevalente negli ambienti accademici e istituzionali è diffusa ormai in tutte le branche del sapere.

Durante l’emergenza legata al coronavirus, ma già prima, alcuni autorevoli virologi hanno fatto massiccio ricorso a tale atteggiamento nei confronti di chiunque mettesse in dubbio la natura e la letalità del nuovo virus, di cui peraltro essi stessi hanno dimostrato una scarsa conoscenza, costretti a smentire più volte le proprie tesi, proclamate con grande convincimento.

Il concetto di competenza, utilizzato come fortezza per difendersi dalle incursioni dei dissidenti, viene sganciato da ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti e all’attendibilità delle previsioni dichiarate. L’unico parametro di valutazione diventa la legittimità degli attori, il prestigio che viene loro tributato dall’appartenenza a enti e istituzioni riconosciuti. Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di riprodursi senza interruzione, nell’ambito della ricerca scientifica vengono privilegiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello già universalmente riconosciuto. Si giunge al paradosso per cui a essere premiato e legittimato è proprio chi adotta un metodo anti-scientifico, parlando in termini socratici, con il risultato che l’adesione a una teoria preesistente prevale sul senso critico e sulla ricerca della verità.

Il bisogno di un padrone

La tendenza attuale è quella di sostituire la pratica del dubbio sulla conoscenza con l’accettazione e la divulgazione secondo un registro fideistico, che non lasciano spazio allo spirito innovativo e all’approccio sperimentale.

In questa cornice è accaduto che nel XXI secolo un virus di tipo parainfluenzale, molto contagioso e piuttosto letale rispetto alla sua famiglia, ma che non ha nulla a che vedere con le grandi pestilenze del passato, sia stato combattuto con l’isolamento forzato, un metodo che risale al Medioevo se non all’Antico Testamento, che non si riscontrava nei paesi dell’Europa occidentale da secoli. Metodi di dubbia efficacia, che riportano più a una questione di pensiero magico che di razionalità scientifica, hanno fatto leva sulla paura della popolazione. Ai politici e ai cittadini è stato chiesto di adeguarsi alla verità promulgata dalla nuova scienza, quale dottrina del mondo contemporaneo, totalitarista e reazionaria ma capace di fare larga presa sulla popolazione. Una massa che, come ce la descrive Freud, è “fondamentalmente conservatrice in senso assoluto, ha una profonda ripugnanza per tutte le novità e tutti i progressi e un rispetto illimitato per la tradizione”. [iv]

Attraverso una comunicazione sensazionalistica, basata su immagini forti e cariche di dolore, l’individuo ha subito un lavaggio del cervello, si è trovato di colpo a convivere con il pensiero e l’immagine incombenti della morte, che aveva sempre rifuggito attraverso l’iperattivismo lavorativo e sociale. L’immaginario collettivo è stato subissato di testimonianze provenienti dai reparti ospedalieri di pazienti morenti, familiari straziati, medici martiri ed eroi, fino a culminare con la rappresentazione ultima del trapasso, le bare, trasportate addirittura da convogli militari, simbolo dell’ordine precostituito che subentra al caos. Armi che da sempre vengono utilizzate per far presa sulla massa che, in quanto tale “può venir eccitata solo da stimoli eccessivi. Chi desidera agire su essa non ha bisogno di coerenza logica tra i propri argomenti; deve dipingere nei colori più violenti, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa”. [v]

L’effetto suggestione è stato potente, un panico collettivo si è impossessato dell’intera popolazione che, senza distinzione di età e di condizioni fisiche, sebbene la pericolosità del virus fosse sensibile a tali parametri, si è abbandonata totalmente al verbo dei virologi della vulgata dominante, quella accreditata e amplificata dai media. Adottando una forma di superstizione per placare la propria angoscia, i cittadini hanno aderito alle disposizioni imposte e ha rispettato pedissequamente la reclusione domiciliare forzata, mettendo da parte persino le preoccupazioni economiche legate all’impossibilità di lavorare. A chi osava dissentire dalle imposizioni prescritte per il bene comune è stato riservato un trattamento punitivo severo ed esemplare, finalizzato a dissuadere la popolazione dalla ribellione all’autorevolezza dello scientismo scambiato per scienza. L’atteggiamento totalizzante di obbedienza ha ingenerato la nascita spontanea di delatori tra la popolazione e la piena adesione al nuovo culto sanitario, oggettivato attraverso il feticcio della mascherina, utilizzata da alcuni persino in luoghi all’aperto e isolati.

Se i sociologi denunciano oggigiorno un crescente allontanamento dalla Chiesa come fenomeno diffuso in tutto l’Occidente e un aumento del laicismo, permane nell’individuo il bisogno ineludibile di una guida autorevole, che gli indichi cosa è giusto e cosa sbagliato, dove sta il male e come tenerlo lontano.

Nella visione freudiana religione e scienza sono in conflitto tra loro,[vi] in quanto entrambe assolverebbero alla funzione di soddisfare la sete umana di conoscenza e di placare l’angoscia degli uomini di fronte ai pericoli e alle alterne vicende della vita. Ma l’aspetto principale in cui esse si distinguerebbe in modo sostanziale consiste nel fatto che, mentre la religione indica precetti ed emana divieti e limitazioni, la scienza si limita a indagare e rilevare. Dunque entrambe mirano agli stessi obiettivi ma con mezzi profondamente differenti, che vedono la scienza avulsa dall’utilizzo dell’azione coercitiva.

Possiamo affermare che oggi tale disputa è superata: la nascita di una nuova creatura, la religione scientista, ha surclassato entrambe le istanze, adottando – in modo tendenzioso e tale da non dare adito al dubbio – la metodologia scientifica per finalità proprie di una religione. Questa nuova entità metafisica è in grado di rispondere ai bisogni di protezione da parte del soggetto che fa parte della massa, alla sua volontà di de-responsabilizzarsi e all’esigenza di attenersi a rigidi divieti imposti da un’autorità alla collettività intera, in modo da sentirsi tutti uguali al cospetto del padre primigenio. Le affermazioni degli scienziati vengono accolte come dei dogmi indiscussi e le loro prescrizioni come dei culti da rispettare. Riproducendo il sistema di premi d’amore e di punizione del bambino, la fede scientista consente all’uomo di permanere in uno stato di minorità e di soddisfare i desideri e i bisogni dell’infanzia, che si sono protratti fino all’età adulta.

La veste scientifica rende la nuova religione più adatta di quelle tradizionali allo spirito dei tempi, in cui la paura della morte e il rifiuto di accettare la caducità della vita umana hanno preso il soprassalto sull’amore per la vita stessa e la ricerca di un senso etico: per paura di morire l’uomo sceglie di non vivere. A essere appagata è la pulsione di morte, che trova così espressione nella rinuncia alla vita reale.

Ilaria Bifarini

(Articolo originale pubblicato sul Psicoanalisi e Scienza, 4 luglio 2020)

Note:

[i] G. Reale, Introduzione a Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997, pg. 16.

[ii] I. Bifarini, Inganni economici, falsi miti di una scienza sociale, pubblic. Indipendente, 2019.

[iii] P. Cahuc, A. Zylberberg, Le Négationnisme économique, Flammarion, 2016.

[iv] S. Freud, Il Disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, 2014, pg 74.

[v] S. Freud, Il Disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, 2014, pg 7

[vi] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 2019, pg 568.

 

ILARIA BIFARINI

 

10 Risposte
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Stimo molto Ilaria Bifarini per i suoi articoli economici,  e concordo con le tesi dell'articolo sino alle considerazioni finali, perchè non mi pare che questa  nuova entità metafisica sia  in grado di rispondere ai bisogni di protezione da parte del soggetto che fa parte della massa.... Le affermazioni degli scienziati vengono accolte come dei dogmi indiscussi e le loro prescrizioni come dei culti da rispettare.  Chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma del "non respirare del covid", sa che non c'era rassicurazione per chi restava a casa senza cura, aspettando di aggravarsi, e alla fine(?) della pandemia siamo sempre più perplessi, anche insofferenti, a leggere ogni giorno dichiarazioni costantemente contraddittorie.

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Articolo assurdo che dimostra l'ignoranza profonda dell'argomento che si vuol criticare.

-La scienza è in sostanza il metodo scientifico di validazione delle teorie che descrivono, con linguaggio matematico, i fenomeni della natura. La validazione avviene attraverso la sperimentazione, con esperimenti che devono essere riproducibili da chiunque e in qualunque ambiente adatto allo scopo. Convenzionalmente si parla allora di verità scientifica.

-Socrate con la scienza non c'entra un fico secco e neanche il ciarlatano Freud

-La scienza, vedi sopra, non può essere democratica, una teoria scientifica è vera o non è vera, cioè è stata invalidata dagli esperimenti. Il padrone lo lasciamo a quelli che si comprano l'editoria e i media per manipolare la gente.

-Lo scientismo è la degenerazione della scienza a categoria sociale filosofica e politica, segna la fine dell'illuminismo e il ritorno al medioevo. È quello che stiamo osservando oggi in Europa e Nord America.

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Pietro,

Ti compiaci di scrivere:

"...il ciarlatano Freud..."

che però ci prende anche con te:

...Ai politici e ai cittadini è stato chiesto di adeguarsi alla verità promulgata dalla nuova scienza, quale dottrina del mondo contemporaneo, totalitarista e reazionaria ma capace di fare larga presa sulla popolazione. Una massa che, come ce la descrive Freud, è “fondamentalmente conservatrice in senso assoluto, ha una profonda ripugnanza per tutte le novità e tutti i progressi e un rispetto illimitato per la tradizione”...

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Lui voleva essere uno scienziato, questa le differenza. Se avesse fatto il giornalista uno avrebbe detto che erano le sue opinioni e basta. Invece pretendeva che le sue elucubrazioni senza senso fossero scienza. Se vuoi qualcuno responsabile della transizione o meglio del degrado da scienza a scientismo lo hai trovato.

Meno male che ci sei tu a rimettere le cose a posto...

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Mi inoltro in un discorso meno teorico sulla scienza, ma che  è anche uno dei punti focali del dibattito in ambito medico e mediatico di questa pandemia. In Francia si è discusso per mesi proprio su questo: se l'uso di un determinato farmaco, nel caso l'idrossiclorochina, dovesse essere giustificato dall'unico metodo considerato  dalla maggioranza dei ricercatori "scientifico" per le sperimentazioni , cioè la presenza di un gruppo che ricevesse solo un placebo. A questo si contrappose già da febbraio (all'annuncio del prof Raoult della negativizzazione di un piccolo gruppo di persone dopo aver ricevuto nei primi 3 giorni dal tampone positivo,  idrossiclorochina e azitromicina) la presa di posizione sia dell'equipe dell'IHU di Marsiglia sia del prof Perronne dell'ospedale di Garches che avrebbero rispettato il giuramento di Ippocrate e avrebbero, come ritengono si debba fare in un regime di guerra o di pandemia, privilegiato la cura, con tutti i mezzi che i medicamenti tradizionali offrivano, e soprattutto testando e rassicurando la popolazione standole vicino, con telefonate e assistenza domiciliare e territoriale. Alla costante domanda dei giornalisti e dei politici del perchè non ci fosse stato un gruppo che avrebbe potuto ricevere anche un placebo, il prof Raoult  ha sempre risposto con tre argomentazioni: 1) Non stavo prescrivendo un nuovo farmaco, ma uno usato da più di 40 anni e di cui conosco perfettamente il dosaggio e gli eventuali effetti collaterali che tenevo sotto controllo. 2)Se avessi condotto uno studio sperimentale ci sarebbero voluti due mesi per avere i risultati, e quanta gente sarebbe morta nel frattempo? 3) la domanda all'intervistatore: " Se si fosse trattato di lei, o di sua madre, avrebbe sottoscritto che io le avrei potuto dare anche un placebo?.

Nonostante siano stati pubblicati i dati degli ospedalizzati all'IHU di Marsiglia, che non ci siano stati morti sotto i 50 anni, e la percentuale di decessi sia stata dell'0, 5% rispetto al 15% di Parigi, per esempio, questi dati non sono stati tenuti in considerazione dalla maggior parte dei media e dalla commissione dell'assemblea nazionale, che continuano a rimproverare di non aver adottato un metodo scientifico.

@emilyever
Mi sembra che la Bifarini sviluppi una critica ordinata.

Non ho letto ancora niente che tratti l'argomento della responsabilità dei medici, delle polizze assicurative che li mettono al riparo in caso di richieste di risarcimento, e della conseguente adozione di procedimenti codificati che ne fanno degli impiegati alle prese con dei malati/pratiche.

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Anch'io condivido il modo in cui è scritto l'articolo della Bifarini, avevo introdotto un esempio per mettere in dubbio la definizione di scienza sostenuta da PietroGe

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Mi sembra valido l'articolo della Bifarini, anche se dissento dalla citazione di Socrate, che nella sua affermazione di non sapere niente, faceva il tipico gioco di parole dei sofisti, anzi la frase potrebbe essere presa ad esempio del sofismo, in quanto è logicamente nulla.

Ma Socrate in quanto precursore del dubbio metodico può essere visto come un pensatore che prepara la nascita della scienza. E qui vorrei rispondere a PietroGE: l'esperimento ha senso se prima c'è stata una fase di apertura mentale nella quale si possono pensare teorie in contrasto con le conoscenze diffuse. La teoria va poi sistematizzata. Poi va pensato un esperimento.  e alla fine si fa l'esperimento. Che andrà ripetuto da altri in grado di capirlo e replicarlo.

Quindi identificare il metodo scientifico con l'esperimento è parecchio riduttivo. La scienza nasce dal sospetto, dalla sensazione che le conoscenze comuni possano essere incomplete o addirittura errate, e qui vorrei ritornare su Freud (ma vale anche per Marx), che Paul Ricoeur classificava tra "i maestri del sospetto". Ecco, per aprire nuove vie i maestri del sospetto sono i migliori elementi, mentre per rinchiudere la conoscenza in scatole vanno bene i pedanti come Popper, incapaci di far avanzare la conoscenza scientifica si mettono a criticare chi sa pensare idee nuove. (Comunque apprezzo Popper come comico, la sua critica di Platone meriterebbe un posto tra le opere letterarie umoristiche, e anche la critica di Hegel.)

Ritornando al tema originario di "scienza e democrazia", sono in parecchi ad avere notato parentele tra i due concetti.

Personalmente penso che alla base ci sia la pulsione universalistica della scienza, in contrasto con una forma di conoscenza di tipo gnostico, nella quale solo gli iniziati possono capire, e solo dopo un opportuno percorso, nella scienza c'è l'idea originaria che il sapere debba essere di tutti. Evidentemente per capire la scienza serve intelligenza e impegno, ma non serve il tocco di un iniziato che ti rivela segreti, non servono libri nascosti e criptici, la scienza vive alla luce del sole.

Ecco, secondo me la scienza nasce da un'etica di condivisione del sapere, che oggi tendiamo a dare per scontata, dimenticando che fin dalla notte dei tempi chi aveva il sapere tendeva a nasconderselo.

(In quest'ottica lo scontro con la Chiesa è una scaramuccia interna al pensiero universalistico).

E allora tendo a pensare che la scienza preceda la democrazia, perchè ha contribuito a formare quel terreno comune di conoscenza di cui vive la democrazia. Per qualche tempo la scienza e la democrazia hanno progredito insieme, fecondandosi a vicenda. Finchè il potere nascosto si è appropriato del valore immaginifico della scienza e ha trasformato la scienza in una parola vuota, usata solo per propagandare una nuova religione.

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Era sottinteso, nel mio post, il fatto che una teoria deve avere un consistenza logico-matematica interna prima ancora di essere testata con gli esperimenti. Questi ultimi però hanno la parola decisiva NON la consistenza interna.

Di questi tempi, con il problema degli esperimenti che diventano sempre più difficili e costosi c'è stato un 'movimento' molto minoritario che andava nella direzione di sostituire gli esperimenti con una serie di criteri che dovevano essere soddisfatti dalla teoria : consistenza logico-matematica interna, sola teoria capace di spiegare i fenomeni, accettazione della teoria da parte di una maggioranza di specialisti. Sono soddisfatto nel constatare che questo modo di operare è stato rigettato da quasi tutti perché avrebbe aperto una voragine molto pericolosa nella metodologia scientifica. Francamente, a questo preferisco il vecchio Popper.

Ritengo l'ultimo punto particolarmente deleterio. La scienza non è democratica, si sono verificati, nella storia della Fisica ad esempio, casi di teorie alle quali non credeva quasi nessuno che si sono poi affermate nella pratica sperimentale. L'esempio classico è la Fisica Quantistica e il famoso "Dio non gioca a dadi" con il quale il rappresentante principe della Fisica classica ha commentato l'interpretazione probabilistica della funzione d'onda proposta al Congresso di Solvay (1927) dai giovani leoni. Lui aveva dalla sua parte l'opinione della maggioranza dei fisici, scettici della nuova teoria, i giovani leoni avevano dalla loro la corrispondenza tra le loro formule e li spettri dell'atomo di H. Come si sa, hanno vinto loro anche se con lo strascico intellettuale della natura dell'esperimento in Fisica quantistica, un dibattito che dura da 100 anni! e che non ha risolto il problema. Sono state proposte teorie alternative fantasiose e folli, tutte valide dal punto di vista matematico, come la Many World ( https://it.wikipedia.org/wiki/Interpretazione_a_molti_mondi) ma, a mio modestissimo parere, nessuna di queste è riuscita a scalfire l'interpretazione di Copenhagen. Lo scientismo, secondo me, inizia proprio quando ci si allontana troppo dalla pratica sperimentale. La realtà, nella scienza, è ciò che si misura. Potrà sembrare riduttivo e forse lo è ma è il metodo al momento più oggettivo che si conosca.

@pietroge

Lui aveva dalla sua parte l'opinione della maggioranza dei fisici, scettici della nuova teoria, i giovani leoni avevano dalla loro la corrispondenza tra le loro formule e li spettri dell'atomo di H. Come si sa, hanno vinto loro

La democrazia non e' pero' semplicemente una dittatura della maggioranza, ma prevede delle regole, c'e' un metodo. Nel caso della scienza e' il metodo scientifico, ma non solo; possiamo considerate anche il meccanismo delle pubblicazioni peer-reviewed e la misura dell'impatto degli articoli in termini di citazioni. Se vogliamo, il primo punto puo' essere visto come un voto dato dalla natura, gli altri come voti dati dalla comunita'. Io vedo il tuo esempio proprio come un successo della democrazia nella scienza.

Aggiungerei anche che, nonostante in pratica le cose non funzionino sempre cosi' bene, mi sembra che la democrazia funzioni molto meglio nella scienza che (nel tradizionale contesto politico) nelle cosiddette democrazie occidentali.

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La democraticità della scienza non ha nulla a che fare con il confronto tra il numero di persone che crede alla Terra piatta o che la nega.

Il fatto che ciascuno, avendo accesso al sapere, sia messo in condizione di cercare di farsi delle opinione (e sia così messo anche di fronte ai propri limiti) apre alla possibilità di una relazione dell'individuo con il creato (o come si voglia chiamarlo) che appartiene ad una condizione che si può definire democratica.

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una relazione dell'individuo con il creato (o come si voglia chiamarlo) che appartiene ad una condizione che si può definire democratica.

Che razza di relazione 'democratica' sarebbe questa? Un individuo ESISTE nel creato e basta.

@pietroge

Ah! Come una pietra.
Illuminante.

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