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Buon anno

DI MIGUEL MARTINEZ

kelebeklerblog.com

Dal sito Airwars, apprendo alcuni dati interessanti sulla campagna di bombardamenti aerei contro il cosiddetto Stato Islamico.

La campagna è in corso da 872 giorni, sono stati buttati quasi 63.000 bombe e missili in oltre 17.000 azioni e si stimano almeno 2.000 civili uccisi. Delle vittime militari non ci viene detto nulla, anche se sarebbero quelle più utili per valutare l’efficacia della campagna.

santa-hatsPer i bombardamenti del 25 dicembre scorso, i piloti americani buontemponi si sono messi i cappellini da Babbo Natale

Morale della favola: lo “Stato Islamico” è ancora saldamente in piedi.

La risposta dello “Stato Islamico” consiste in una serie di azioni, per la maggior parte in Medio Oriente e di cui non ci occuperemo qui; ma anche alcune in “Occidente”.

E’ difficile fare un confronto preciso, comunque nel 2015, secondo l’Europol, nell’Unione Europea, ci sono stati 17 attentati “jihadisti” (riusciti o falliti) con 150 vittime.

Per avere un’idea, lo stesso anno 13,286 persone persero la vita a causa di armi da fuoco nei soli Stati Uniti. E anche se le due cifre non sono perfettamente paragonabili, colpisce l’elegante sproporzione degli attacchi: 17 dell’Isis, 17.000 contro l’Isis.

Le vittime europee dell’Isis (ma in realtà non tutti gli attentati del 2015 erano legati all’Isis) sono  insignificanti anche sul sul piano militare, mentre possiamo presumere che i 17.000 bombardamenti anti-Isis abbiano colpito, fosse anche solo per sbaglio, qualche combattente o qualche deposito d’armi.

Consideriamo poi che gli attacchi contro l’Isis hanno comportato pochissime perdite per gli attaccanti, mentre quasi tutti gli attacchi condotti dai “jihadisti” hanno comportato perdite dirette del 100%,  oltre a un numero successivo di arresti superiore a quello delle vittime stesse.

Cosa pensare di un esercito costituito da pochissimi volontari, disposto a perderne tre pur di far fuori una sola innocua casalinga?

Se lo scopo fosse davvero quello di “colpire i nostri valori” o addirittura “conquistare l’Occidente”, sarebbe la strategia più autolesionista mai ideata.

Però non è affatto demenziale, se pensiamo che si cerca sostanzialmente di creare uno spettacolo, che susciti alcune reazioni automatiche. Anche perché non dobbiamo mai dimenticare che mentre un “occidentale” possiede un solo mondo, la maggioranza degli abitanti del pianeta, di mondi ne possiede diversi e non sono cretini.

Una caratteristica delle azioni dell’Isis (a differenza di quelle di al-Qaeda) è la provocazione: fanno proprio i cattivi,in un mondo in cui anche i peggiori mostri cercano di farsi vedere buoni. Questo comportamento garantisce un fascino spettacolare straordinario. I giornalisti campano scovando mostri, ed ecco un vero mostro che regala loro, che so, un video di un gruppo di bambini che sgozza dei prigionieri? Permette di ottenere una visibilità mediatica incredibile, a un costo almeno economico ridicolo.

La visibilità mediatica offre molti vantaggi, tra cui il primo è quello di creare l’illusione che il mondo sia diviso in due parti confrontabili tra di loro: da una parte, tutte le potenze politiche, economiche e militari del pianeta, dall’altra un piccolo gruppo di squinternati.

Ma soprattutto serve a suscitare reazioni di estrema ostilità. Idealmente, lo spettatore deve essere indotto a pensare che queste piccolissime e fallimentari azioni di pochi siano il principale problema del mondo; e che bisogna fare qualcosa subito.

E poiché è impossibile fare qualcosa contro un attentatore che ci ha già lasciato le penne, il “qualcosa” deve necessariamente prendere una delle seguenti forme:

1) Il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza ovunque: lo Stato deve spendere somme enormi per blindare luoghi, nessuno dei quali sarà attaccato (tanto, un posto non blindato si troverà sempre); e lo spettacolo militare non fa che ricordare in ogni momento lo spettacolo dell’attentato che lo giustifica.

colosseo

perché mai i cattivi monoteisti dovrebbero scegliere proprio il Colosseo, che non era nemmeno un santuario politeista? Ma tutto fa spettacolo e anche questo potrebbe essere un ottimo sfondo televisivo

2) Spingere ad “attaccare la base del nemico“: ma questo è da sempre l’obiettivo – peraltro dichiarato – dell’Isis. Attirando Europa e Russia in Siria, si spera di ripetere il miracolo dell’Aghanistan, dove fu distrutta l’Unione Sovietica.

3) Spingere i non musulmani contro gli immigrati musulmani. La pressione antislamica dovrebbe rimandare idealmente tanti musulmani in paesi islamici, dove saranno coinvolti nella lotta militare; ma di quelli che restano, milioni smetteranno di essere indifferenti e per difendersi contro i governi e le masse dei non musulmani, inizieranno ad armarsi e combattere, creando un focolaio inestinguibile all’interno del territorio nemico. Ripetendo così la parabola del sionismo, che potè conquistare la simpatia di tanti tranquilli ebrei solo grazie all’aiuto dei pogrom zaristi e delle persecuzioni naziste.

Per smascherare il meccanismo, dobbiamo innanzitutto liberarci dall’idea narcisista che i “terroristi odino i nostri valori”, dove “nostri valori” indica un confuso misto di Gay Pride e crocifissi nelle aule scolastiche.

Ricordiamo che  per i cattivi esistono cose infinitamente peggiori di entrambi, ad esempio, secondo loro, striscerebbero su questo pianeta degli esseri immondi che crederebbero che Ali fosse vissuto senza peccato, o che visitare la tomba di Hussein salvi dall’Inferno, i criminali seguaci del giudeo Abdullah ibn Saba, del furbo Harmuzan zoroastriano che finse di farsi musulmano e del trinodeista cristiano, Jafina al-Khalil, i tre che tramarono nell’ombra per assassinare il califfo Omar e distruggere per sempre l’Islam.

Nota: per correttezza, si ricorda che l’Isis di cui stiamo parlando non è l’Isis a cui appartiene Magdi Allam.

Buon anno ai bombardieri con il cappellino di Babbo Natale, ai rapper monoteisti di borgata, ai ragazzi furibondi delle banlieues, ai pellegrini al santuario di Hussein, agli spacciatori marocchini in Santo Spirito al freddo, ai giornalisti a caccia di demoni, ai ragazzotti furbi e affamati che fanno finta di essere profughi, ai turisti cinesi perquisiti mentre fanno le foto al Colosseo e ai paracadutisti di guardia a concerti di Capodanno e alla prossima bambina che morirà ammazzata senza sapere perché, che sia a Raqqa o a Parigi.

E a tutti quelli che in anonimi reparti di ospedale, attendono la morte per inquinamento, per tabacco, per aeroporto, per veleni nelle acque e nell’aria, per solitudine e per mille altre cose di cui non parla mai nessuno.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebeklerblog.com
Link http://kelebeklerblog.com/2016/12/31/buon-anno/
31.12.2016

Pubblicato da Davide

  • Primadellesabbie

    Buon anno! Martinez.

    “…Però non è affatto demenziale, se pensiamo che si cerca sostanzialmente di creare uno spettacolo, che susciti alcune reazioni automatiche. Anche perché non dobbiamo mai dimenticare che mentre un “occidentale” possiede un solo mondo, la maggioranza degli abitanti del pianeta, di mondi ne possiede diversi e non sono cretini. …”

  • fuffolo

    “Per smascherare il meccanismo”.
    Un altro mondo di cui parlare e far conoscere, altro che auguri e buone feste
    Gli Stati Uniti (anche noi facciamo la nostra parte in sardegna) stanno vendendo armi ad un paese che sta uccidendo un bambino ogni 10 minuti…
    http://sakeritalia.it/medio-oriente/yemen/basta-coi-regali-di-natale-ai-regimi-repressivi/

  • lenolazzari

    Non vedo soluzione facile fintanto che ì vari contendenti di questo macro casino continueranno a giocare ciascuno con il piede in due staffe . Chiaramente sto pensando tanto agli USA quanto alla Russia, a Bashar Alassad, Erdogan e anche l’Iran .
    Da notare che tutti si dicono intenti a combattere il terrorismo, tutti combattono una guerra evidente e altre meno evidenti e tutti trafficano in armamenti e a tutti interessa il petrolio e la preclusione a qualcun altro dello stesso .
    Correggo il mio incipit……………non vedo soluzione possibile .

  • PersicusMagus

    Uomo misterioso Martinez.
    Soprattutto, ma non solo, per essersi associato a una persona come Livraga Rizzi.

  • PersicusMagus

    Vabbe’…obiettivamente è un articolo notevole.

    “Ricordiamo che per i cattivi esistono cose infinitamente peggiori di entrambi, ad esempio, secondo loro, striscerebbero su questo pianeta degli esseri immondi che crederebbero che Ali fosse vissuto senza peccato…”

    (Per la consecutio teniamo presente che non è madre lingua)

    Il problema dei seguaci di Livraga Rizzi non era quello di “non aver capito” o di non avere una autonoma indipendenza di giudizio ma l’ideologia secondo la quale esistono degli eletti e dei sottomessi per cui il compito di chi agisce in maniera “buona” è la liberazione dei veri eletti che oggi vivono costretti in una prigionia voluta dagli “pseudo eletti”.
    Ossia il dominio e lo sfruttamento sono l’essenza ontologica dell’esserci nel mondo quindi il bene consiste nell’impedire che coloro che nascono eletti possano essere innaturalmente sottomessi insieme ai non eletti.

    Naturalmente un acropolista negherebbe fermamente ma voglio ricordare che l’argentino Livraga Rizzi si compiaceva di raccontare di quando da ragazzino veniva portato a scuola dall’autista personale e davanti alla calca degli adolescenti poverissimi si divertiva a gettargli delle monete per godere sadicamente dello spettacolo di quelli che si degradavano pubblicamente accapigliandosi per raccogliere l’elemosina.

    Poi in effetti è possibile che abbiano ragione loro, non sono più tanto sicuro di alcune mie idee.

    • Primadellesabbie

      “…il dominio e lo sfruttamento sono l’essenza ontologica dell’esserci nel mondo…”

      Con una premessa del genere non possono esserci élite, forse sfruttatori e sfruttati, ma non di certo élite.

      Per tacere il fatto che può stare in piedi se la riferisci alla società, interpretata in un certo modo,…dello stare al mondo, la vedo insostenibile, a meno di una roba di sado/maso molto dozzinale, ed infantile.

      É grottesco, ma interessante, che quando scopri l’imbroglio (e ci vogliono secoli), c’é sempre qualcuno che cerca di legittimarlo: Perché? Cosa c’é da meravigliarsi? Qui abbiamo giocato sempre con 5 assi !

      • PersicusMagus

        Hai un concetto elitario di élite. Non so quante persone siano disposte a condividere questa tua idea che – se non ho frainteso – definisce “élite” un gruppo di persone che esercitano il potere non solamente con assoluto spirito di servizio ma si sentono nell’obbligo di imporsi dei sacrifici maggiori degli altri.

        Ma la cosa più inspiegabile (non è la parola esatta, non la trovo) è che essere sottomessi è una ebbrezza ancora più coinvolgente e travolgente di dominare.
        Dominare è controllarsi, essere dominati è, per quanto possa sembrare paradossale, liberarsi.
        La gente vuole avere qualcuno da dominare o su cui infierire in vari modi ma il rapporto che informa le esistenze, che dà realmente il senso, che dà valore agli obiettivi personali da raggiungere, che li determina, che dà (nell’ottica di chi sente in questa maniera) autentica pienezza, è quello di sottomissione.
        È il fondamento della weltanschauung e della prassi della nostra società, per averne una rapida conferma basta leggersi qualche preghiera cristiana, qualche salmo ebraico o qualche testo islamico che parli dello sguardo di Allah.

        La domanda che mi stavo ponendo in questi giorni è se questa è una ineludibile condizione esistenziale di base dell’umanità o sia il portato di un “certo tipo” di società, per esempio quella che alcuni psicologi definiscono patriarcale e anale (nel senso di sodomizzazione).

        Razionalmemte mi sento di essere d’accordo con la seconda ipotesi ma a volte qualche dubbio mi viene.
        Non è una questione da poco, nel secondo caso le nostre esistenze hanno un senso e uno scopo, nel primo no.

        • Primadellesabbie

          Ma sì, credo che alcune cose vadano tenute in chiaro, anche per avere i termini delle possibilità.

          Che l’uomo sia un animale sociale, non vuol dire che sia adatto ad una società produttiva o che abbia come obbiettivo il profitto (comunque diviso). É questa una delle confusioni che si fanno per non essere rigorosi coi termini.

          Poi siamo qui, e non abbiamo la bacchetta magica, ma almeno cerchiamo di dare alle cose il peso ed il senso che dovrebbero avere.

          • PersicusMagus

            E allora devi definire il plebeo.
            È una condizione di nascita?
            I Romanov erano stallieri, i servitori (maggiordomi) dei regni delle case di Austrasia, Neustria e Burgundia spesso regnarono in luogo dei loro sovrani arrivando a essere i capostipiti di illustri e potenti famiglie, come Pipino il Breve padre di Carlo Magno. La nobiltà fiorentina nasceva come insieme di clan plebei di mercanti arricchiti.
            Il patriziato veneto si poneva come propria fons honorum fondando la rivendicazione di aristocrazia precisamente sulla ricchezza.

            Le persone si distinguono per le qualità innate?
            Se è cosí stiamo nell’unico dei mondi possibili.
            Se invece contano i principi e il tipo di rapporto fra i membri su cui si fonda il gruppo, se il soggetto è una comunità e non ogni singolo individuo – o ristretto gruppo di individui – che riesca a conquistare appropriandosene la posizione di “soggettività” operante di un gruppo (ossia a diventare l’ “io” dominatore e regolatore di quel gruppo) allora ha senso cercare altre strade.

            Qualche segnale c’è che potremmo essere alle soglie di un cambiamento di paradigma ma ci sono anche molti segnali del contrario.

            Non lo so ma con certezza so che qualsiasi classificazione porta a richiudersi sempre di più nel paradigma attuale.
            Ovviamente se si scopre che c’è solo quello ci si mette il cuore in pace e buonanotte.
            Se succederà qualcosa sarà in un futuro molto prossimo, meno o forse molto meno di cinque anni.

          • Primadellesabbie

            Io penso siano qualità transitorie, che però vengono in qualche modo scelte e praticate dall’individuo, con lo zampino del destino.

            Mi verrebbe da farti l’esempio di uno che ha sedotto mezza Italia, pieno di soldi, nato in ambiente borghese discretamente agiato: ti pare che qualcuno gli abbia imposto di essere la quintessenza del plebeo? Eppure ci sguazza. Esattamente come ti dissi una volta di certi indiani, che non cambierebbero mai la loro condizione con una superiore, per via della maggiore permissività di cui godono nella posizione in cui sono.

            Sono situazioni transitorie, e considerarle a questo modo indurrebbe una prudenza nei rapporti umani che la nostra società non conosce.

          • PersicusMagus

            Capisco che non ti stai limitando a una visione banalmente deterministica, cioè fondata su un innatismo di tipo “volgare”.
            Ma a mio avviso il “cambiamento” avverrà quando si comprenderà che la “decisione individuale”, a cui comunque sia ti stai riferendo, sostanzialmente non esiste e se per assurdo esistesse non avrebbe significato.

            Inoltre associ “plebeo” a negativo mentre io intendo quel termine come “nato non libero” e la vera novità che a volte mi pare di intravvedere nel prossimo futuro – una novità profondamente cristiana – è che il cambiamento avverrà proprio tramite l’esperienza plebea che dalla sua condizione non libera e subalterna potrà (potrebbe) elaborare un altro tipo di soggettività che vada oltre all’individualismo, quindi oltre un’idea di potere fondata sul dominio, lo sfruttamento e l’imposizione forzosa di una regolamentazione assoluta di tutti gli aspetti della vita dei “subalterni” (i plebei).
            Credo per esempio che Mujica si senta profondamente plebeo.
            Forse un certo ideale elitario anche se “buono” risente di una tendenza estetizzante alla quale credo si debba avere il coraggio di rinunciare, se non altro come estremo tentativo, perché al di là della lucidità del discorso, nei fatti non siamo in una situazione molto promettente.

            Insomma, alla “decisione individuale” dovrà sostituirsi il “sentimento collettivo” di cui i più dotati diventeranno una sorta di “interpreti-innovatori” ma sostenuti e motivati dalla profonda convinzione che io senso e l’origine del loro agire e decidere è l’appartenenza a una comunità e non il distinguersi.

            Discorso lungo ma devo farci un breve post nel forum perché ho trovato un passo di un articolo di Erich Fromm che è veramente interessante.

          • Primadellesabbie

            Va bene continuiamo lì, perché qui abbiamo ingarbugliato i punti di riferimento. Se vuoi che plebeo sia quello che dici tu, devo usare un altro termine, inoltre qui non avevo contemplato il nato non libero.

          • PersicusMagus

            Ma non è che si deve per forza prendere le parole nel senso che dico io.
            Condivido molte tue idee e in generale mi sento vicino alla tua impostazione però, non da oggi, non riesco ad afferrare bene cosa intendi per élite, nel senso che nella tua idea mi sembra di percepire un contenuto di predestinazione o quasi (sia nell’essere élite che plebei) che dal mio punto di vista eisukterebbe contraddittorio con il tuo indiscutibile desiderio di giustizia.

  • GioCo

    I nostri intendimenti nascono dal complesso simbolico che ci abita e che abbiamo costruito in gran parte senza averne coscienza (implicitamente) per tramite delle nostre esperienze.

    Miguel mi sembra abbia avuto una vita comunque ricca, cogliendo le occasioni di “tuffarsi” nell’avventura, uscendone con un dignitoso equilibrio. Già solo questo, a partire dai “maestri” che ci circondano e pretendono devozione, mi sembra notevole.
    Ma questo è sempre un “giudizio alla persona”. Non possiamo evitarlo e personalmente prendo le distanze da chiunque (credendo che sia possibile) affermi di “non giudicare il prossimo”. Anche solo pensare esista “l’elevazione spirituale che certuni possiedono” in virtù di un loro supposto “stato” di elevazione cognitiva, è già un giudizio bello pesante che nemmeno ha bisogno di troppe presentazioni.
    Quindi incontrando qualcuno che afferma di “non giudicare il prossimo”, possiamo già saperlo in cattiva fede. Però è bene non cadere nell’intolleranza opposta: alcune volte lo stress del confronto (spesso conflittuale) tra differenti complessi simbolici a cui ognuno fa riferimento nel proprio intimo, porta rapidamente al gelo, alla rigidità auto-difensiva. Questo è perfettamente comprensibile se rimesso nel “gioco delle parti”.

    Dovremmo secondo me invece avere l’accortezza (la prontezza e al forza) di riportare la tentazione di giudicare la persona, anche senza volerlo e senza che ce ne accorgiamo, verso il giudizio degli eventi e delle cose che accadono. Rimettere nel contesto e nel complesso degli accadimenti ciò che è stato astratto per costituire il nostro riferimento simbolico, “aggiornando” lo stesso complesso, “arricchendolo”. Chiunque oggi abbia questa accortezza e ce ne faccia dono, non può che essere benvenuto.

    • Primadellesabbie

      “…I nostri intendimenti nascono dal complesso simbolico che ci abita e che abbiamo costruito in gran parte senza averne coscienza (implicitamente) per tramite delle nostre esperienze. …”

      Va bene. Ereditato* no, eh?

      * Tutti, intendo.