𝐕𝐢𝐯𝐚 𝐥𝐚 𝐏𝐎𝐅𝐈𝐂𝐀!

di Nicolò Sergio Gebbia*
Sint ut sunt aut non sint.
Siano come devono essere, o piuttosto non siano.
L’autoreferenzialità dell’Arma non è seconda a nessuno.
Certo noi siamo nati esattamente quando sta scritto nella nostra storia, e cioè un giorno dopo la polizia di Malta, il cui decreto istitutivo è per giunta scritto in italiano, lingua che all’epoca gli inglesi concedevano agli isolani per ogni documento che riguardava la pubblica amministrazione.
Di un giorno più vecchi di noi, i poliziotti maltesi continuano tuttavia a fare porcherie nelle indagini sulla uccisione di Dafne Caruana Galizia. A riprova del fatto che un ricambio nelle forze di polizia che gestiscono centri di limitate dimensioni è sempre necessario.
Per l’Arma, quando essa era ancora fedele ai suoi principi costitutivi, ciò era fisiologico: i comandanti di stazione sapevano che dopo cinque anni al massimo sarebbero stati avvicendati, a prescindere dal comportamento che avevano tenuto. Appuntati e carabinieri riuscivano a conseguire permanenze anche più lunghe, ma i dieci anni, massimo quattordici, erano proprio un limite stiracchiato. Il concetto che presiedeva a questa filosofia era il seguente: tu, militare dell’Arma, ti sei fidanzato e subito dopo sposato con una ragazza del paese dove prestavi servizio. Con queste premesse (vedasi trasferimento del carabiniere Stelluti appena notificò al maresciallo De Sica il suo fidanzamento con la Bersagliera), noi ti abbiamo trasferito in un’altra stazione dipendente da tenenza o compagnia diversa da quella che inquadrava la stazione competente sul comune di cui è originaria tua moglie. Diamo per scontato che tu abbia messo incinta la tua futura moglie proprio nei giorni in cui hai notificato il fidanzamento con lei. Questo è il motivo per cui nove mesi dopo il tuo trasferimento è nato anche il tuo primo figlio, il quale circa tredici anni dopo, divenendo quattordicenne, acquisisce il titolo giuridico dell’imputabilità. E noi superiori, se il ragazzetto è figlio di puttana come lo è tanta della nostra prole, non ti vogliamo mettere nelle condizioni di dover essere proprio tu ad arrestarlo, e nemmeno ci vogliamo mettere nelle condizioni di sospettare che tu ne copra le malefatte.
Era un motore ben oliato, i cui ingranaggi erano stati ideati da chi si lasciava guidare dal comune buon senso e dal convincimento che anche il carabiniere, come ogni italiano, “tiene famiglia”, ed essa anche per lui viene prima dell’Arma.
Oggi tutto ciò è archeologia, e mi meraviglio di essere uno dei pochi che se ne ricorda.
Marescialli comandanti di stazione ed appuntati trascorrono tutta la loro carriera nel paese in cui hanno gli interessi familiari, e quindi nulla li potrebbe differenziare dai questurini e dai vigili urbani, anzi i primi, visto che i commissariati di polizia sono in misura enormemente inferiore alle stazioni dei carabinieri, tendenzialmente sono meno condizionati di questi ultimi.
Faccio l’esempio del paese di cui è originaria la mia famiglia, il “malfamato” Mezzojuso che la Prefettessa di Palermo ha dipinto come popolato solo da appartenenti a Cosa Nostra e loro parenti: i militari della stazione sono tutti lì da tempo immemorabile, e qualcuno ha addirittura dei figli e delle mogli che si sono presentati come candidati alle ultime elezioni amministrative, senza riuscire a farsi eleggere. Le malelingue sostengono che tanti dei problemi dell’amministrazione fatta decadere nascano proprio lì, fomentati da invidie elettorali. C’è poi un ex comandante di stazione che già si vocifera sarà il prossimo sindaco oppure, quantomeno, vice-sindaco. Io lo conosco e mi è anche simpatico. È un uomo in gamba, ottimo investigatore, e sono convinto che assolverebbe benissimo al suo mandato. Però è una manovra che trovo inelegante, e spero che se ne renda conto lui stesso.
Con tutte queste premesse mi chiedo: se alla fine si scoprirà che la mafia dei pascoli se la sono inventata il maresciallo Saviano, i suoi appuntati, le sorelle Napoli ed il loro cugino acquisito Salvo Palazzolo, e che Giletti e Salvini l’hanno cavalcata, grazie ad una prefettessa che aveva gli occhi foderati di prosciutto, solo allo scopo di fare diventare sindaco di Torino lo stesso Giletti, l’Arma non dovrebbe sentire il dovere morale di sciogliere la stazione di Mezzojuso e trasferire tutti i suoi uomini al di là dello Stretto? Forse che i miei concittadini ne sentirebbero nostalgia, oppure essere amministrati dal commissariato di polizia di Corleone apparirebbe loro come una riconquistata garanzia di terzietà ed imparzialità?
Continuando a chiudere gli occhi, come hanno fatto fino ad adesso, i miei colleghi di Palermo corrono il rischio di ritrovarsi con un altro caso come quello della stazione dei carabinieri di Piacenza Levante. A questo proposito voglio osservare che le efferatezze scoperte dalla Guardia di Finanza, delle quali oggi sappiamo solo quello che loro ci hanno voluto raccontare, hanno il sapore della vendetta di un corpo nei confronti dell’altro.
I finanzieri sono ricchi, anzi ricchissimi. Tanto ricchi che si sono permessi di inventare centotrenta anni di storia inesistente, visto che essi sono nati nella realtà  tra il 1907 ed il 1911, quando sono state attribuite loro le stellette che avevano inseguito per tanti decenni, invidiosi di quelle dell’Arma. Solo loro hanno oggi  i soldi per permettersi di pagare le spese di trasferimento, così da consentire quella alternanza sul territorio che è garanzia di imparzialità. Il magistrato che ha affidato le indagini a finanza e vigili urbani ha dato uno schiaffo al nostro Comandante Generale, ed anche al ministro degli Interni, la cui polizia è stata scartata, di portata epocale!
Nello specifico voglio portare un esempio che riposa sulla mia esperienza personale.
Siccome sono uno dei migliori investigatori della mia generazione, e me lo dico da solo senza tema di smentita, e siccome indagini sul traffico di stupefacenti ne ho fatte di rilevanza ancora insuperata, posso affermare con la certezza  di essere nel giusto che l’unico rimedio è la completa legalizzazione di ogni tipo di droga, mediante l’autodenunzia dei tossicomani e la somministrazione controllata.
Quando arrivai a Treviso, nel ’94, e per due anni feci il comandante del Reparto Operativo, prima di diventare, per i quattro anni successivi, comandante provinciale, mi accorsi che i miei investigatori più bravi in realtà bluffavano alla grande: mai una rapina in banca scoperta, mai una rapina ad un ufficio postale di cui essi avessero preventiva notizia, ma solo periodici arresti di piccoli spacciatori di eroina, con il sequestro di quantità che non superavano i duecento grammi.
Detti ordine che nessuno di loro intraprendesse di iniziativa un’indagine antidroga, e li informai che non avrei mai espresso neanche una parola di lode per il sequestro di stupefacenti o l’arresto di trafficanti, se non superava  la soglia dei dieci chilogrammi.
Li misi a indagare su rapinatori e ladri, ottenendo qualche misurata soddisfazione, ma il malcostume di sbattere comunque la faccia, asseritamente quasi per sbaglio, contro piccoli spacciatori e ridotte quantità di eroina, o addirittura erba, non se lo tolsero, e fu allora che capii come la mia fosse una lotta donchisciottesca, che dovevo combattere da solo perché i superiori non la avallavano.
Solo per una cosa sono stato fortunato, ed ancora me ne rallegro, quella cioè di non aver dovuto  combattere anche la guerra contro sadici e violenti. Al mio comando non ce n’erano, e dubito che sia mai volato qualche schiaffone. Se comprovato in giudizio quanto accaduto a Piacenza, e mi riferisco solo alle violenze, è davvero una vergogna esecranda che ricade su tutta l’Arma. Mentre però sono certo che le generazioni dei fomentatori di torture fra gli ufficiali dell’Arma sono ormai estinte, e io l’ultimo che ne ha avuto in gioventù qualche indizio, purtroppo i miei colleghi teste di cazzo, che continuano a elargire encomi a chi arresta piccoli spacciatori e sequestra quantità di stupefacenti inferiori al quintale, continuano ad essere la maggioranza, e finché essi non capiranno quali circuiti viziosi di virtù investigative costruite alla catena di montaggio siano sottesi a tale logica, non ne verremo mai fuori.
Oggi però scopriamo che, unitamente al linciaggio di Claudio Fava, ieri in Parlamento si è avuta la consacrazione sugli altari del maresciallo luogotenente Paolo Conigliaro, già comandante della stazione di Capaci, che ha vomitato di tutto e di più contro i suoi superiori palermitani, asseritamente favoreggiatori, si spera inconsapevoli, di una amministrazione comunale dove forse mafiosi iscritti come tali nel registro della Questura di Palermo non ce n’erano, ma intrallazzisti invece tanti.  Conigliaro lamenta di aver sentito dire a un generale dell’Arma che capitani come il Bellodi, descritto da Sciascia ne Il giorno della civetta, non ne nascono più. Lui ci lascia intendere di essere destinato a diventare l’emulo di Franco Nero ma, a giudicare dalla foto, gli suggerisco di cominciare a dimagrire, e comunque lo metto in guardia da un pericolosissimo rivale, quel Saviano che comanda la stazione di Mezzojuso: quest’anno egli ha avuto la terza sbarretta, e se prosegue la crociata contro la “rinata” mafia dei pascoli, corre il rischio di diventare capitano prima ancora di lui. Io, nella mia superbia antica, di questi marescialli che hanno trovato la fascia azzurra lungo la strada diffido sempre, e per me il loro campione resta il maggiore Montemagno, che sapete essere da me ammirato solo per le sue virtù di salvamento a nuoto.
Concludo con l’augurio di una confluenza di Polizia , Finanza e Carabinieri in un unico corpo, la POFICA.

* generale dei Carabinieri in pensione, pubblicista, autore di una trilogia di gialli internazionali di successo edita da ISPE: Accadde a Malta; Toro Farnese; Un Caravaggio in Salotto.