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VE LO MERITATE, IL LEPENISMO (MA COME E' POTUTO ACCADERE ?)

“Valanga in Francia, Le Pen prima col 25%” (Corriere.it); “Terremoto in Francia: Le Pen vince” (Repubblica.it) “La valanga “Front”“(lastampa.it); “Euronoir” (ilmanifesto.it)

DI PIERRE-ANDRE’ TAGUIEFF
ilfoglio.it

“Ci sono in effetti tre France estranee e ostili le une rispetto alle altre: la Francia urbana delle élite mondializzate, la Francia periferica delle classi popolari (comprendente una parte importante delle cosiddette classe medie), la Francia delle banlieue dove si concentra la popolazione proveniente dall’immigrazione. Il sentimento di alienazione affligge particolarmente i cittadini che abitano la Francia periferica e che si percepiscono prima di tutto come francesi. Costoro si sentono odiati dalle élite nomadi che vivono in un mondo post nazionale, abbandonati o negletti da una classe politica rivolta verso l’Europa e in situazione di concorrenza con gli immigrati venuti dal Maghreb o dall’Africa sub-sahariana. Questo sentimento di alienazione può prendere la forma del doppio sentimento di essere spossessati e colonizzati. Ciò costituisce certamente una delle più forti motivazioni per votare Fn.

La sinistra non comprende la situazione e rifiuta di prenderla in considerazione, perché per far questo dovrebbe togliere i suoi occhiali ideologici”.

“Essa ha perso le classi popolari, ma non si chiede mai perché. Pone i suoi dogmi sopra a tutto il resto, presentendo oscuramente di essere impotente di fronte al proprio declino. Per loro è certamente più comodo stigmatizzare i cittadini ‘lepenizzati’ o ‘destroidi’ che si sono allontanati dalla sinistra”.

“Il neo-antifascismo è stato uno strumento di creazione continua del consenso di base nelle democrazie pluraliste. Istituiva un assoluto nello spazio del relativo. Insufflava un surrogato di trascendenza nella prosa di un mondo strettamente pragmatico. Legittimava la formazione implicita, non dichiarata, dei ‘fronti repubblicani’. Ma, soprattutto in Francia, l’operazione è stata fatta a beneficio della sola sinistra.

E’ lei che, di fronte a ogni figura del diavolo, aveva il ‘consenso in pugno’ (Philippe Muray) quando si trattava di vincere le elezioni. Sottomessa a un perverso ricatto della virtù e ansiosa di non mostrarsi mentre ‘perde la propria anima’, la destra ha per molto tempo seguito a ruota. In futuro potrebbe non essere più così. Il neo-antifascismo ha per molto tempo costituito il più frequente modo di demonizzazione dell’avversario, in Francia come nella maggior parte dei paesi occidentali. Denunciare l’avversario come ‘fascista’ o ‘nazista’ significava delegittimarlo in maniera massimale. Ma ormai il re è nudo. E’ sempre più evidente che il neo-antifascismo è ciò che resta del comunismo sovietico negli spiriti. La sua sconfitta, in quanto strategia anti-Fn, è totale. Il suo principale effetto perverso è eloquente: la demonizzazione ha permesso al Fn, utilizzando la stigmate del suo statuto di escluso demonizzato, di affermarsi contro tutti gli altri partiti, per presentarsi come una alternativa seducente”.


“Al cuore della demonizzazione classica del Fn si trova un sillogismo, tematizzato o meno, così formulabile: ‘Il Fn è di estrema destra; l’estrema destra è razzista (e/o antisemita); il Fn è razzista (e/o antisemita)’. Nella seconda proposizione, ‘razzista’ può essere rimpiazzato da ‘fascista’ o ‘nazista’, il che permette di concludere che il Fn è un partito ‘fascista’ o ‘nazista’. ‘F come fascista, N coma nazista’, recita uno slogan emblematico (e derisorio) dell’antilepenismo goscista. Ma si tratta di un anatema, non di una dimostrazione”.

“Chiamo ‘neo-antifascismo’ l’appello a lottare contro ‘il fascismo’, ritenuto la minaccia principale che pesa sulla democrazia, nell’assenza di ogni fascismo osservabile. Il neo-antifascismo, macchina da denuncia dei ‘fascismi’ immaginari, sopravvive nell’antilepenismo redentore, eretto a metodo di salvezza, che non ha niente a che vedere con una lotta intellettuale e politica contro il Fn condotta in buona fede, consapevole delle cause e preoccupata della propria efficacia. Dopo il 1945, la trasmissione della cultura antifascista ha generato un sistema di rappresentazioni e di credenze centrato sulla paura fantasmatica della ‘rinascita’ o della ‘risorgenza’ del fascismo. Il neo-antifascismo ordinario postula che ‘il fascismo’ non cessa di rinascere o di minacciare di rinascere. Esso continua a immaginare nuovi fascismi minacciosi di fronte ai quali chiama alla ‘resistenza’. Questi fascismi inventati gli permettono di costruire l’odioso nemico contro il quale pretende di lottare e che dà un senso al suo impegno. Il neo-antifascismo tende dunque a ridurre l’impegno politico in democrazia a una vigilanza permanente contro una minaccia fascista immaginaria. Questa politica fantasmatica è una impolitica”.

“C’è un altro stereotipo che è di moda a sinistra: la denuncia della ‘deriva a destra’ (droitisation) della società francese, della quale ‘l’ascesa’ del Fn sarebbe la prova. Ma l’argomento della deriva a destra, supponendo l’esistenza di una egemonia delle ‘idee di destra’ (che restano da definire), permette anche agli eredi residuali del comunismo e del goscismo di mettere sotto accusa la politica della sinistra al potere, ovvero di negarle la sua identità ‘di sinistra’. Così, Manuel Valls rappresenterebbe la ‘deriva a destra’ del Partito socialista. Gli ambienti neogoscisti, in particolare, il cui antirazzismo settario si traduce in uno strano partito preso immigrazionista (ovvero l’elevazione della causa degli immigrati a causa universale), accusano la sinistra di governo di fare una politica ‘neoliberale’ (uno dei nuovi volti del diavolo), di abbandonare ‘il popolo’ (o le ‘classi popolari’) in vantaggio dei ricchi e di scivolare verso la xenofobia o il razzismo anti immigrati, allineandosi alle presunte posizioni del Fn. Da qui i nuovi cliché argomentativi: la sinistra imita la destra, che a sua volta imita l’estrema destra. Detto altrimenti: le ‘idee del Fn’ (per parlare come i sondaggisti) avrebbero ‘contaminato’ l’insieme del campo politico.

La Francia sarebbe in stato di lepenizzazione avanzata. Un tale discorso è cieco rispetto alla realtà ideologico-politica: non solo il Fn è ostile tanto al ‘neo liberalismo’ che al Partito di sinistra di Jean-Luc Mélenchon o al Npa, ma pretende di incarnare la causa del popolo, anzi di monopolizzarla. Si denuncia con una continua litania la ‘deriva a destra’ senza sapere di che si sta parlando. Di quale ‘destra’ si parla? Del liberalismo, del tradizionalismo reazionario o del conservatorismo? E, nel dettaglio, di quale liberalismo e di quale conservatorismo?”.

“La sinistra francese utilizza sempre la retorica della demonizzazione, anche se essa ha fallito. Si continua a lanciare imprecazioni e a sgranare cliché: ‘Il Fn non è cambiato’, ‘Il Fn avanza camuffato’ etc. La maggior parte degli attori politici, degli editorialisti e degli intellettuali di sinistra persevera, senza dar mostra della minima immaginazione, nel discorso della denuncia e dello smascheramento, pretendendo di svelare ‘il vero volto del Fn’, lasciando intendere che esso sarebbe ‘fascista’ e ‘razzista’. Lo stesso ritornello è ripetuto da trent’anni. Questi riflessi condizionati ideologici sono pietosi”.

“In Francia, dalla metà degli anni Ottanta, l’antilepenismo è l’oppio delle élite. Costituisce la bevanda ideologica che le solleva e le addormenta, confortandole nell’idea che appartengano al campo del Bene. L’antilepenismo, inoltre, gioca il ruolo di surrogato di un programma politico. Esso maschera l’impotenza intellettuale della sinistra, privata delle illusioni mobilitanti del comunismo. ‘Socialismo’ non è che una parola vuota, una etichetta a malapena identificante, una bandiera scolorita. L’ossessione antilepenista, inoltre, conduce a porre le proposizioni lepeniste al centro del dibattito politico, il che equivale a una sconfitta intellettuale dei partiti di destra e di sinistra”.

“Il Fn è una formazione politica divenuta inclassificabile nei termini di destra o sinistra. Si tratta di un movimento nazionalista la cui specificità risiede nello stile populista del suo leader e fondatore, Jean-Marie Le Pen, di cui la figlia Marine ha preso il testimone spostando nettamente a sinistra il programma economico e sociale del partito. Non è una novità nella storia delle dottrine politiche: dalla fine del XIX secolo, la maggior parte dei movimenti nazionalisti combinano nei loro programmi motivi e argomenti ideologici improntati a tutte le tradizioni politiche, dal tradizionalismo controrivoluzionario all’anticapitalismo rivoluzionario, passando per il conservatorismo e il socialismo. Ogni nazionalismo si situa per principio al di là dell’opposizione tra destra e sinistra. E’ un tratto che il nazionalismo alla francese ha ereditato dal bonapartismo, il cui appello al popolo va di pari passo con l’obbiettivo di un raggruppamento interclassista, trasfigurato dalla comunità nazionale, incarnazione del nuovo sacro politico”.

Pierre-André Taguieff, uno dei maggiori politologi europei, direttore di ricerca al Centro nazionale francese per la Ricerca scientifica e docente all’Istituto parigino di Studi politici. Il 15 maggio è uscito in Francia “Du diable en politique. Réflexions sur l’anti-lepénisme ordinaire” (Cnrs, 400 pp., 22 euro)

Estratti da: Adriano Scianca – Ve lo meritate, il lepenismo

Pubblicato da Davide

  • Whistleblower

    Eh sì, era meglio Hollande…

  • mazzam

    I francesi hanno preparato l’antidoto alla Merkel.

     Vive la France!
  • yago

    Vivo in una piccola città dove si sa tutto di tutti e qui tutti coloro che facevano affari con la destra ( carriere , incarichi dirigenziali, assunzioni ecc.) sono diventati tutti renziani. Se a costoro si aggiungono i voti dei sinistri storici che votano per tifo, incuranti di qualsiasi incoerenza, ecco che da noi l’Europa passa in secondo piano. E’ triste assistere a questa vergognosa sceneggiata peraltro già vista con Monti. Tra qualche mese , tramontato Renzi , assisteremo ad altri cambi di casacca di gattopardiana memoria ed anche se la torta da spartire sarà un misero piatto di lenticchie, saranno tutti pronti a svendere ogni briciola di dignità residua.

  • Georgios

    Tanto di cappello a Pierre André Taguieff ed anche ad Adriano Scianca che conclude egregiamente l’ultimo paragrafo del politologo commentando: "Decisamente troppo complesso, per gli unti del Bene assoluto. Meglio
    ricondurre l’ignoto al noto, la realtà all’ideologia, la politica alla
    vigilanza. Il resto andrà da sé. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto
    bene".
    Si aspetta lo schianto, non solo in Francia.

  • Georgios

    A scanso di equivoci: i complimenti a Scianca vanno limitati al commento riportato sopra. Quello dell’ultimo paragrafo.
    Altra cosa e’ il suo tentativo di assimilare l’anti-lepenismo (fenomeno sociale e storico come descritto da Taguieff) con l’anti-berlusconismo.

  • Giaurro

    “la
    Francia periferica delle classi popolari (comprendente una parte
    importante delle cosiddette classe medie) […] Costoro si sentono
    odiati dalle élite nomadi che vivono in un mondo post nazionale,
    abbandonati o negletti da una classe politica rivolta verso l’Europa
    e in situazione di concorrenza con gli immigrati venuti dal Maghreb o
    dall’Africa sub-sahariana. […] La sinistra non comprende la
    situazione e rifiuta di prenderla in considerazione, perché per far
    questo dovrebbe togliere i suoi occhiali ideologici […] Essa ha
    perso le classi popolari […] Pone i suoi dogmi sopra a tutto il
    resto”

    Taguieff, che pure ha scritto cose importanti (la definizione del "differenzialismo"
    culturale è di sua coniazione), affoga in un bicchier d’acqua,
    potendosi almeno consolare di essere in buona compagnia. Il fatto che
    la sinistra abbia "perso le classi popolari" si fonda
    infatti su un malinteso di carattere semantico su cosa sia il
    "popolo" della sinistra, e su una conseguente valutazione
    anacronistica di cosa siano sinistra
    e destra
    oggi.

    Sinistra
    è (secondo una definizione già di Bobbio) la formale apertura ai
    processi di trasformazione sociale in vista dell’inclusione nello
    Stato (ai diritti, alla sociabilità, ad altri aspetti di natura
    sostanziale e simbolica) dei marginali. Formale,
    perché perdura al mutare degli spazi e dei tempi, ma proprio in
    forza del mutamento necessita di cambiare, al variare del contesto,
    il soggetto cui si riferisce.

    Ad
    esempio, ai tempi dell’ascesa della grande manifattura industriale
    (secoli XIX-XX) la sinistra profondeva la propria tendenza a favore
    di quelli che all’epoca erano i marginali:
    maestranze urbane e proletarie.

    Oggi,
    in un contesto mutato dal punto di vista strutturale, la sinistra si
    rivolge a soggetti sociali diversi, in quanto le vecchie "classi
    popolari" (che oggi coincidono con i ceti medio-bassi
    dell’Occidente), avendo potuto costituirsi nel vasto complesso
    dell’economia-mondo, soprattutto durante il Trentennio dorato del XX
    secolo, uno spazio di benessere ignoto alla grande maggioranza dei
    tempi e dei luoghi passati (e probabilmente futuri) non sono più i
    marginali. Oggi, i marginali, o, se vogliamo, le nuove "classi
    popolari", sono quelle masse "immigrate" di cui parla
    Taguieff, pur non capendolo. In questo senso la sinistra non è
    gravata di "occhiali ideologici", ma perfettamente aderente al proprio destino storico.

    Ed
    a questo punto si rende necessaria la precisazione sul termine
    "popolo". Storicamente Popolo
    ha designato due soggetti diversi: da una parte l’assieme dei buoni
    cittadini, ovvero di coloro che, entro un consorzio sociale, godono
    di conformità giuridica (pieni diritti civici), economica
    (disponibilità di mezzi o risorse in qualche grado), simbolica
    (appartenenza alla stirpe, alla comunità etnica, al ceto, ecc.);
    dall’altra il concetto di Popolo
    si è riferito alle masse disordinate e tumultuarie della popolazione
    medio-infima, opposta ai migliori
    (aristoi, optimates, ecc.) in quanto tendenzialmente esclusa dallo
    Stato sotto il profilo giuridico, economico, simbolico. Ora, è a
    questa seconda formulazione che la Sinistra si è sempre rifatta per
    costituire il soggetto della propria azione, il proprio Popolo. Ed è
    appunto necessario notare che oggi alla definizione di
    sinistra

    di Popolo
    si
    adeguano non i ceti medio-bassi europei, ma le masse immigrate e
    migranti dell’amplissima fascia di marginali del Sistema-Mondo. I
    ceti medio-bassi europei sono piuttosto, oggi, l’espressione di un
    conservatorismo proprio ad esempio dei teorici, alla Aristotele,
    della politeia fatta ad uso dei
    buoni
    cittadini.

    La
    cosa più pressante, oggi, per tutti i politologi, sarebbe quella di
    sottoporre a una completa ri-teorizzazione la maggioranza dei
    concetti di cui fanno uso, perché questi signori li hanno accolti
    acriticamente, e dunque anacronisticamente, dal passato
    Otto-Novecentesco, applicandoli con effetti scarsi a una realtà
    profondamente mutata. Si capiranno dunque anche le difficoltà del
    sottoscritto nel dover postare teorizzazioni "a braccio" nel
    contesto di una terra che è, ancora e salvo qualche ombrosa faglia
    accademica, sostanzialmente vergine.

  • Georgios

    Non ho un idea chiarissima della situazione sociale francese ne ho però una molto buona di quella del mio paese.
    I marginali o il popolo disordinato e tumultuario comunque li vogliamo chiamare comprendono moltissimi greci (un 11% in situazione di estrema povertà secondo un recente rapporto ONU). Questi, ma anche moltissimi altri, fino a poco tempo fa facevano parte di quei "cittadini buoni" di definizione aristotelica o nietzschiana che sia. Al peggio erano l’operaio-massa, l’operaio consumatore che sudava ma aveva anche certe garanzie di vita decisamente superiori a quella dei suoi padri e dei suoi nonni. Secondo me, e sempre che abbia capito bene, esistono due elementi che rendono valida l’analisi di Taguieff:
    Le masse immigrate sono appunto immigrate cioè sono state spinte verso i paesi europei non per volontà loro ma come oggetti nella nuova tratta degli schiavi. Per cui, e’ automatico che verranno in rapporti conflittuali con i lavoratori europei. E’ sempre successo cosi fin dai tempi di Marx che nel 1866 cosi descrisse l’assoldare di crumiri dal continente durante uno sciopero in Inghilterra: «Lo scopo di questa
    importazione è analogo alla importazione dei braccianti indiani a Giamaica:
    la perpetuazione della schiavitù». Questo porta in ogni caso ad un degrado nelle caratteristiche qualitative della lotta di classe che può svilupparsi soltanto in condizioni di parità retributiva. Se no, nella migliore delle ipotesi, rischia di trasformarsi in opera caritativa verso i "nuovi arrivati". Per cui e’ essenziale che lo stato mantenga la sua identità nazionale e che non sia trasformato in una discarica umana. Che contenga dell’immondizia sia propria che importata in concorrenza tra loro.
    E qui c’entra il secondo elemento, il ruolo della sinistra. Esiste un partito della sinistra oggi? Secondo me, no. Secondo me i partiti operai nell’Europa sono stati infiltrati e presi dalla borghesia in un processo lungo e lento che e’ durato per quasi tutto il 20o secolo. Naturalmente non intendo che dentro i partiti della sinistra lavorino delle spie. Intendo che questi partiti sono impregnati dell’ideologia borghese ed e’ questa la loro miopia, la loro incapacità di decifrare la vera natura di movimenti o partiti come quello della Le Pen. Descritta molto efficacemente da Taguieff nell’ultimo paragrafo dell’articolo.
    Un vero partito della sinistra mobiliterebbe la gente affinché cessassero le guerre in paesi lontani, finanziate con i soldi di questa gente, che provocano distruzione e miseria e sono la causa di questa immigrazione forzata. Il guaio e’ che senza stato nazionale e le sue garanzie costituzionali conquistate con le lotte, non si potrà mai avere un vero partito di sinistra.

  • Giaurro

    Ovviamente parliamo per schemi (di sicuro nei singoli casi nazionali le cose sono più movimentate di qualsiasi capacità di una categoria concettuale di descriverle compiutamente). Però io sono fermamente convinto che oggi (ma, direi, da almeno più di un secolo in molti casi) non si possa parlare di unità di classe tra ceti subordinati europei e ceti migranti del Sud del Mondo. Al contrario, credo che questi due ceti siano propri i termini contrari dell’opposizione sociale più significativa all’interno del sistema-mondo contemporaneo. Per non stare a ripetere cose già scritte, questa mia opinione la espongo più in dettaglio in alcuni commenti su un articolo chiamato "La retorica dell’immigrazione" più sotto in questo sito, quindi eventualmente puoi vederlo lì, se ti interessa. Si tratta comunque di cose complicate, e difficilmente qualcuno può arrogarsi la certezza di avere ragione. Per cui, anche se lo condivido meno di quanto non lo accetti, rispetto il tuo parere.

  • Georgios

    Il rispetto ovviamente e’ reciproco. E siccome qui ci scambiamo delle opinioni o tesi, certi aggettivi a meno che non descrivano il proprio parere circa la definizione politica (o se vuoi filosofica) di una certa situazione (non persona), sono da buttar via. Per cui al cestino i "fessi" e i "destroidi".
    Per quel che riguarda il punto centrale del discorso, concordo che, come punto di partenza, i ceti subordinati del fino a poco fa primo mondo, certamente erano altra cosa rispetto a quelli del terzo. Dato però il ruolo della sinistra (come l’ho già descritto nel precedente intervento) e quello del capitale che fa leva sull’esercito industriale di riserva (cito l’intervento di Georgejefferson), se le cose continuano cosi, non intravedo altra soluzione per tutti i subordinati che non sia quella di una guerra fratricida. Dei segnali se ne vedono già, e non c’è metodo o discorso di carattere educativo che possa mettere freno. Anzi, per dirla meglio, non esiste la minima probabilità che "loro" (i dominanti) lascino spazi a iniziative del genere. Perché lo scontro "loro" lo vogliono.
    A meno che non reinventiamo la vera sinistra naturalmente. Cosa che, secondo me, deve ripartire proprio da dove aveva incominciato il suo cammino nel 19o secolo. La (ri)conquista dello stato nazionale garante di diritti.
    Come avrai capito io concordo con Fusaro e non mi interessa qualsiasi caratterizzazione nei suoi confronti. Io concordo con quel che ha scritto in quell’articolo. Certo, personalmente non avrei usato la parola "fesso". Ma il concetto non cambia.

  • cardisem

    Mi fa piacere notare una assonanza di idee: io parlo di "antifascismo fascista”, mentre l’Autore dice neo-antifascismo: credo che intendiamo la stessa cosa. A mia volta, desumo l’«antifascismo fascista» dall’«Antisionismo sionista» di Gilad Atzmon. Per il resto non mi dichiaro un conoscitore del fenomeno Le Pen-Fronte nazionali e simili movimenti esistenti nei vari paesi. Vengono tutti preventivamente demonizzati. Ma io credo che andrebbero studiati tutti attentamente e senza preconcetti o pregiudizi.