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UN’EUROPA NATA COME L’ITALIA: UNITA MA SENZA UNIT

..DAVIDE NOTA
esseblog

Nel dibattito sull’Europa l’Italia avrebbe un sorprendente esempio storico cui far riferimento: una recente unificazione nazionale priva di consenso popolare e vissuta dal Regno delle due Sicilie come una vera e propria occupazione militare (e di classe) teorizzata da avanguardie della borghesia piemontese e direttamente collegata agli interessi mercantili britannici di avere uno scalo sul Mediterraneo.

La nostra pessima Unità senza italiani, il cui primo elemento di unificazione è stato il regime fascista e il secondo il regime democristiano Rai, si è basata strutturalmente su un ufficioso federalismo dei feudi e dei baronati locali. Vale a dire che in talune aree d’Italia lo Stato ha chiuso più di un occhio su Costituzione, riforma agraria e obbligo scolastico.

L’assenza di un piano industriale omogeneo che riguardasse l’intero territorio nazionale, il fallimento della Cassa del Mezzogiorno e il conseguente fenomeno di emigrazione di massa verso il Nord sono state le condizioni necessarie e sufficienti per il mantenimento dell’equilibrio tra Stato burocratico, capitalismo settentrionale e latifondi ex borbonici.

Cosa c’entra la storia d’Italia con la crisi europea di oggi? Arrivo al punto. Il problema di un Sud Italia sacrificato per “ragion di Stato” alla povertà e all’immobilismo ha determinato, durante la Prima Repubblica, tre tipi di risposta: 1) la linea governista (che ha pensato come ineluttabile il sacrificio di metà Paese al fine della stabilità); 2) la rivolta di tipo localistico e separatista (dal Movimento per l’Indipendenza della Sicilia nel primo dopoguerra ai Moti di Reggio Calabria del 1970); 3) la risposta del Pci e dei sindacati: né populismo regressivo né eterno presente governista ma proposta di utopia e trasformazione.

La sinistra marxista o marxiana si oppose severamente a tutti i moti autonomisti e restaurativi, che non poteva non considerare come un peggioramento delle condizioni di vita popolari, ma non chiuse mai gli occhi di fronte alla “Questione meridionale”, cercando di indirizzarne il malcontento verso un conflitto di classe unitario e nazionale: le lotte sindacali.

La questione europea si fonda su presupposti simili.

Certo, i poteri in campo sono radicalmente mutati, il capitalismo reale si è fatto finanziario e transnazionale, siamo nel mezzo di una guerra speculativa mondiale che si combatte radendo al suolo gli Stati e assorbendone enti pubblici e pacchetti azionari svalutati e svenduti da governi tecnici o sotto attacco. Tutto il dolore che stiamo provando in questi anni deriva da questo bombardamento invisibile e silenzioso, come nel film The Happening di Shyamalan dove una forza misteriosa deprime e uccide la popolazione ma non si riesce a capire di cosa si tratti.

Un giorno, quando ne usciremo, la speculazione finanziaria e il liberismo dovranno essere iscritti tra i crimini contro l’umanità.

Eppure sono sempre tre le risposte possibili al dramma di un’unificazione valutaria coatta e prepotente, che schiaccia le regioni meridionali svuotandole di democrazia e diritto.

La prima è l’immobilismo della “larga intesa”, la cui parabola è ben descritta dalla profezia della Costa Concordia.

La seconda è la rivolta regressiva e nazionalista (la cui capacità egemonica è imponente; si rimane allibiti ad esempio leggendo un intellettuale come Costanzo Preve che invita a votare Le Pen e definisce l’immigrazione come un’arma del “mondialismo” contro gli Stati nazionali. Anche nel nostro campo l’utopia schiacciata dal terrore può produrre mostri e deliri rosso-bruni: facciamo attenzione!).

La risposta che noi dobbiamo dare deve essere diversa. Né con la Bce, né coi nazionalisti! Cambiare è possibile? Dipende.

La “Nuova questione meridionale” si affronta innanzitutto non negandola. Studiandola scientificamente, divulgando nozioni e proposte di riforma valutaria praticabili. Solo con la scienza può essere smagnetizzata la calamita populista.

In secondo luogo, a mio avviso, è necessario adottare un punto di vista radicalmente e definitivamente europeo.

Indietro non si torna. Di fronte a poteri transnazionali in grado di sbriciolare in due colpi di mouse uno Stato, pensare di dare una riposta di tipo nazionale è solo una bella favola. Occorre contribuire alla costruzione di un sindacato europeo. Dare vita a battaglie, a manifestazioni, a scioperi continentali.

Dobbiamo essere europei come ieri siamo stati italiani, non per ideologia ma per prassi: si può combattere un potere solo se si ha una forza altrettanto grande ed efficace.

Davide Nota

Fonte: www.esseblog.it
Link: http://www.esseblog.it/autori/davide-nota/uneuropa-nata-come-litalia-unita-ma-senza-unita.html
8.12.2013

Pubblicato da Truman

  • AlbertoConti

    Dobbiamo essere europei come ieri siamo stati italiani? No grazie, abbiamo già dato, è ora di voltar pagina. La terza via è quella della dignità e del rispetto, atteggiamenti possibili, con grande fatica, solo nella sfera pubblica, nella dimensione politica.

    I “colpi di mouse” sono impotenti di fronte ad un buon firewall, e questo firewall dev’essere al centro del cambiamento. Proteggersi per non dover attaccare, questa è la ricetta del III millennio, se vogliamo che i posteri ne vedano il compimento. Mi riferisco alla riforma monetario-bancaria, con regole ferree da far retrocedere la deregulation come satana di fronte a un crocefisso. Regolamentare il gioco economico non è di destra ne di sinistra, è solo il modo intelligente per non essere un ingranaggio sacrificabile dell’economia, per diventarne invece Signore e Sovrano, come del coltello in cucina o dell’auto nel box.

    Da quest’europa irriformabile bisogna solo uscirne, rifiutarla in blocco e retroattivamente, perchè troppe sono le porcate che ci hanno fatto e continuano imperterriti a fare i paladini dell’inazione di larga intesa.

    Ai delinquenti e ai bari bisogna rispondere con forza e dignità, non è questo il problema; il problema è cosa fare dopo, o meglio capire come fare per consentire “alle persone perbene di vivere in pace a casa propria”, con un tetto sulla testa e un lavoro quotidiano da svolgere sapendo che è un lavoro utile veramente, per se e per gli altri.

    E’ tempo di rivoluzione vera, quella pacifica e costruttiva di nuovi paradigmi economici, sociali, politici.

  • Truman

    Ci sono notevoli parallelismi tra la cattiva unità d’Italia e la pessima Europa delle banche di oggi.
    Vale forse la pena di notare che una delle poche analisi serie di ciò che fu l’unità d’Italia fu scritta da Nicola Zitara: “L’Unità d’Italia. Nascita di una colonia”, Jaca Book.

    Questo aspetto coloniale dell’operazione unitaria mi sembra da approfondire, insieme all’idea del “proletariato esterno” definita successivamente. Insomma ho il sospetto che per capire il mostro europeo la lettura di Zitara possa essere molto utile.

    Poi la macchina del tempo l’ho vista solo nei film di fantascienza, quindi il tempo insiste ad andare avanti. Qualcuno aveva preteso che fosse arrivata la fine della storia ma è stato smentito. Il tempo è ostinato, non si ferma e non indietreggia. Ma questa Europa delle banche deve essere demolita. Andando avanti, certo.
    Altrimenti schiatterà da sola, creando disastri apocalittici. Meglio ucciderla prima. Tutto sommato è eutanasia.

  • Truman

    Nicola ZITARA ha evidenziato come
    “…Lo stato italiano ha imposto al popolo meridionale un risparmio forzoso, in alcuni momenti fino alla fame. Il capitale così formato è stato consegnato nelle mani degli imprenditori e dei tangentisti padani, che se ne sono appropriati e sempre con l’aiuto dello stato italiano l’hanno enormemente allargato…”. E di fronte alla miseria fisica e spirituale indotta dalla gestione coloniale del potere, lucidamente Nicola ha evidenziato come “…Il Sud è senza lavoro perché non controlla il proprio risparmio. Non può usarlo per realizzare il suo passaggio a paese moderno. Questo vincolo non è interno, ma esterno alla società meridionale e viene dallo STATO ITALIANO, che è uno stato falsamente nazionale. Esso infatti ha assolto la funzione storica di assicurare buoni profitti alle aziende e il pieno impiego dei lavoratori nelle regioni padane… “