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UCRAINA: LABORATORIO NEONAZI, GAS E PETROLIO (SECONDA PARTE)

UKR1DI VICTOR WILCHES
The Oil Crash

Crisi energetica: gas e petrolio

La crisi economica mondiale che galoppa dal 2007/2008, soprattutto nei paesi sviluppati (malsviluppati sarebbe una migliore definizione), si deve alla scarsità e al declino degli idrocarburi. Non potendo disporre di enormi quantità di energia sul mercato, in particolare di petrolio, il complesso sistema industriale e tecnologico, che si basa su queste fonti energetiche, non può funzionare, figuriamoci se può crescere. Di conseguenza, il sistema non può continuare a crescere, e il suo consumo illimitato entra in crisi. Il sistema ha cozzato contro un mondo che è finito, una realtà fisica da cui non c’è scampo: il picco del petrolio.

Il picco del petrolio che abbiamo già superato, e che viene adesso riconosciuto anche dall’Agenzia Internazionale per l’energia nel suo rapporto annuale del 2010 (World Energy Outlook 2010), l’abbiamo avuto nel 2006. Inoltre, molti esperti e studi suggeriscono che il picco degli idrocarburi e dell’uranio si verificherà nel 2018, e questo è un problema davvero enorme. Questi grafici di differenti lo possono testimoniare: quello di sinistra è dell’Energy Watch Group: Fossil and Nuclear Fuels, the Supply Outlook 2013. E l’altro l’ho preso da The Future.

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Il panorama è mutato, e dà una nuova svolta alle politiche di sicurezza e alle relazioni internazionali delle economie dei paesi (mal)sviluppati, perché il loro affanno per garantirsi l’accesso, l’utilizzo, il trasporto e il controllo delle risorse energetiche si scontra frontalmente con gli interessi di altri paesi e poteri che sono in competizione per le stesse risorse. Pertanto, USA/UE NATO si sono adoperati negli ultimi dieci anni in vari attacchi e invasioni verso paesi che hanno ancora risorse come petrolio e gas, o con acqua fresca e terra fertile.

Nell’attuale crisi internazionale, l’Ucraina è un obiettivo cruciale nella ricerca per il controllo degli idrocarburi provenienti dalla Russia, dal Mar Caspio e dell’Asia centrale. L’Ucraina è una zona geostrategica che svolge un ruolo centrale nella strategia degli Stati Uniti nel loro desiderio di egemonia globale. Con questo assalto Washington, innanzitutto, cerca di sottrarre l’Ucraina alla Russia e, a sua volta, toglierle l’opportunità di accedere al Mar Nero e al Mar Mediterraneo. In secondo luogo, portare i confini della NATO se possibile fino al centro della Piazza Rossa. Terzo, smembrare la Russia per controllare i suoi idrocarburi e il suo vasto territorio. Quarto, cercare di strangolare la Cina sui fianchi settentrionale e occidentale come rafforzamento della politica del “pivot Asia-Pacifico” di Obama, per cercare di assestarle il colpo di grazia.

Pertanto, nessuno si può autoingannare o lasciarsi ingannare. Tutto ciò ha a che fare con il petrolio e il gas. Il petrolio è quasi sinonimo di potere. La trama ucraina degli Stati Uniti/UE/NATO persegue l’accesso e il controllo del petrolio e del gas dalla Russia, del Mar Caspio e dell’Asia centrale. Senza energia e senza petrolio non vi è alcuna possibilità di nutrire la macchina del dominio, ed è impossibile fermare la caduta dell’impero. Senza petrolio il dollaro diventa un rottame, perché non ci sono più quelle forze armate o quei missili che lo impongono come valuta globale.

L’”apparente sensazione di stallo” che si presenta nella crisi ucraina ha in sé molti pericoli nascosti. Da un lato, perché gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, anche se sono felici del loro governo fantoccio neonazista a Kiev non possono essere soddisfatti di quanto hanno raggiunto. E d’altra parte, la Russia non dorme sogni tranquilli nonostante la rapida adesione della Crimea, dopo la massiccia adesione al referendum per l’autodeterminazione.

L’interruzione forzata della marcia a cui si sono visti obbligati gli Stati Uniti/UE/NATO, dopo la rapida mossa del Cremlino per consolidare la sua posizione in Crimea e per controllare la base militare di Sebastopoli, è un mero interregno per preparare le successive operazioni. Nel frattempo, la realtà viene oscurata da sanzioni e espulsioni di personaggi che non svolgono un ruolo importante nel contesto internazionale.

La domanda che si pone è: cosa costringe gli Stati Uniti/UE/NATO a fermarsi in queste marcia di conquista? La risposta è nella carenza di sicurezza dell’approvvigionamento energetico (gas e petrolio) per permettere di proseguire con l’aggressione.

Pertanto, il petrolio e il gas, e la garanzia del loro approvvigionamento, sono il tema ricorrente nella crisi ucraina da parte delle élite dominanti europee e statunitensi, un aspetto che ha due temi centrali: 1) che i paesi europei non dispongono di petrolio e gas, e 2) che l’Europa per larga parte dipende dalle importazioni di gas e petrolio dalla Russia.

Questo va a favore della Russia, e il fatto che Mosca possa tagliare le forniture di energia fa sì che l’aggressione si sia stoppata, mentre dall’altra parte si lavora per garantire gli approvvigionamenti di modo che l’economia europea non venga compromessa e paralizzata. Per questo, sono sorte varie soluzioni e risposte. Vanno dall’affidarsi alla presunta ricchezza e indipendenza energetica degli Stati Uniti da usare come arma energetica contro la Russia, fino a considerare la presunta fornitura energetico del gas dal Nord Africa.

Queste alternative non sono reali, e neppure facili da realizzare, anche se i leader le danno per certe. Per il gas dal Nord Africa si pone un problema: se questo percorso per fornire gas all’Europa è così semplice, perché non lo si è utilizzato prima. Oltre al fatto che l’Europa manca di gasdotti, oltre agli impianti di liquefazione del gas. E anche di impianti per il deposito di grandi quantità. Pertanto, la cosa può andar bene per rassicurare i cittadini, ma con i desiderata non si riesce a garantire la sicurezza energetica di un continente che non ha petrolio e gas.

Per quanto riguarda l’abbondanza di petrolio e gas negli Stati Uniti, alcuni argomentano che Washington possa soddisfare le richieste europee di gas o, come ha detto Angela Merkel: “Il gas degli Stati Uniti potrebbe essere una possibilità”. Si presume che la Merkel sappia cosa si nasconde dietro la favola dello shale gas, che non ne esiste un’abbondanza tale da permettere l’esportazione, e che questa non è altro che una grande bolla energetica simile a una piramide Ponzi. Il declino del gas shale negli Stati Uniti è già in corso, come sottolinea questo articolo pubblicato su Oil Price.com. Inoltre, sicuramente saprà che gli investitori stanno fuggendo da un business che ha bassa redditività e per l’opposizione degli abitanti dei luoghi colpiti dal fracking a causa dei gravi problemi di inquinamento ambientale. Lei e gli altri leader europei avranno potuto consultare lo studio completo sul tema, “Baby, Drill, Baby” di David Hughes, perché non si mettano a speculare con il gas di scisto negli Stati Uniti, e neppure in Polonia.

Vediamo che fine possono fare le pretese di inondare l’Europa col gas degli Stati Uniti se diamo ascolto ai militari e agli esperti che si sono riuniti per l’ultimo vertice decembrino del Dialogo Transatlantico di Sicurezza Energetica. Ha detto il colonnello dell’esercito americano Daniel Davis: “La produzione di gas di scisto negli Stati Uniti è piatta nell’ultimo anno, ed è improbabile che riesca a mantenersi a questi livelli nel lungo termine a causa degli impressionanti tassi di declino, e anche perché gran parte della produzione proviene da solo due o tre giacimenti.

E parlare della creazione di una “unione energetica europea” sembra davvero vanagloria per i cittadini europei. Come se non avessimo bisogno del gas russo. E che comunque non c’è da preoccuparsi, perché casomai si può sempre garantire che, con l’entrata in guerra, il freddo in inverno sarà evitato. La domanda è dove trova gli idrocarburi l’Unione Europea, forse si affida alle risorse di altri paesi.

Neppure il petrolio shale degli USA inonderà l’Europa. L’abbondanza e l’indipendenza derivante dal boom dallo scisto bituminoso ha toccato il picco e sta iniziando il suo declino. Leggiamo il rapporto presentato da BP per il 2012 in materia di import/export degli Stati Uniti, per vedere se si può davvero inviare petrolio ai paesi europei assetati. Gli Stati Uniti prodotto 8,9 milioni di barili al giorno, ne hanno consumati 18,5 e importati 10,5. Secondo la US Energy Information Administration (EIA), nel gennaio del 2014 il consumo è stato 18,89 mbd con 8,39 mbd di produzione, con un deficit di 10,5 mbd, che devono essere importati. Allora, dov’è il petrolio da spedire in Europa per evitare la dipendenza dalle importazioni europee dalla Russia?

Allo stesso tempo, troviamo informazioni che confermano quale sarà il destino del boom energetico degli Stati Uniti nel breve periodo, e ci sono molte domande su cosa accadrà quando scoppierà la bolla del gas e del petrolio da scisto. Il francese Le Monde si chiede: “Per Washington, il boom del petrolio di scisto statunitense raggiungerà il picco nel 2016. E poi?” Nel frattempo il Christian Science Monitor del 21 gennaio 2014, si chiede:”Cosa succede quando finirà il boom shale?” Mentre Bloomberg il 27 febbraio, 2014 dice che “il sogno dell’indipendenza petrolifera statunitense si prende la porta in faccia per i costi di estrazione degli scisti bituminosi.” E il Wall Street Journal del 28 gennaio 2014, preoccupato per gli affari, riporta che “le grandi compagnie petrolifere lottano per giustificare il crescente aumento dei costi dei progetti“. E come rimpallo prendiamo quello che ha detto l’esperto Arthur Berman in un’intervista del 5 marzo 2014: “Siamo onesti, dopo tutto. La produzione di combustibili shale non è una rivoluzione, è una festa di pensionamento.” (Arthur Berman – “Produktionen från Skiffer är inte en Revolution utan ett Pensionärsparty!”).

Questo completa il quadro. Ciò suggerisce e ribadisce che l’apparente “calma che si presenta” nella crisi ucraina, dopo l’adesione di Crimea alla Russia, è un periodo di preparazione mentre gli USA/UE/ NATO cercano di risolvere in modo spedito e “sicuro” il problema centrale: quello energetico per poter continuare con i piani per circondare l’Ucraina, smembrare la Russia e continuare la marcia verso Pechino.

In questo momento dell’analisi di questa avventura bellica manca in modo plateale un pezzo del puzzle energetico: il Venezuela. Gli idrocarburi del Venezuela sono quelli che danno la garanzia a Stati Uniti/UE/NATO di poter continuare con i loro tentativi di imporre un nuovo ordine internazionale egemonico. La destabilizzazione del governo di Nicolas Maduro è parte di questo lavoro geostrategico. Quindi, il Venezuela potrebbe subire un attacco con la combinazione di tutti gli strumenti in mano a Washington per rovesciare il governo bolivariano, perché questo petrolio è richiesto con urgenza. Questo petrolio per gli Stati Uniti è la garanzia per non scomparire dalla scena internazionale sotto forma di impero. I paesi che dispongono di risorse energetiche sufficienti e che solleticano gli interessi americani dovranno aspettarsi la stessa medicina. Ai paesi che hanno gas o petrolio verranno elargiti “bombardamenti umanitari” e la democrazia arriverà grazie ai droni.

In conclusione, dobbiamo evidenziare il gambetto Sebastopoli Севастóпoль di Putin, la profilattica difesa Crimeana che si estende sul suo fianco orientale, e la minaccia con i raggi X della sua potente coppia di alfieri: petrolio e gas naturale, il cuore dell’industria e dell’affannata economia europea che non dà segnali di ripresa. Lo Zar prepara l’arrocco corto, mentre si introduce nelle complesse strategie del weiqi, gioco degli eruditi cinesi. Tutto questo avviene sotto l’occhio vigile dei BRICS, giocatori di un moderno chaturanga. Ma, malgrado i rapidi movimenti rapidi e le alleanze difensive necessarie per fermare il mostro, sulla scacchiera mondiale danza minacciosamente una guerra mondiale nucleare. Nello scenario globale, l’ordine mondiale più probabile è quello di un darwinismo social-militar-mercenarizzato, retto da un neofascismo sociale, capitanato dalla plutocrazia degli Stati Uniti con a ruota l’Unione Europea e Israele. Se questa grave minaccia per l’umanità non verrà contenuta dai poteri che hanno consolidato l’attuale ordine internazionale multipolare, il futuro sarà fosco. E se, oltre a questo, i popoli del mondo e le loro lotte non saranno sufficientemente unite e potenti, il futuro delle generazioni future sarà desolante. Pertanto, tutti gli sforzi e le lotte intraprese per fermare la barbarie sono una conquista. Ogni istante guadagnato per evitare l’avanzata del Leviatano è un momento prezioso per l’umanità. Lo sbattere le ali di una farfalla può scatenare ondate di emancipazione sociale e politica a livello globale, e la sete di libertà dei popoli può rovesciare gli imperi.

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VICTOR WILCHES
The Oil Crash

Link: La clave ucraniana

31.03.2014

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da SUPERVICE

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Scelto e tradotto per Come Don Chisciotte da SUPERVICE

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