Home / ComeDonChisciotte / TTIP: LA STORIA SI RIPETE
14036-thumb.jpg

TTIP: LA STORIA SI RIPETE

DI ALBERTO BAGNAI

goofynomics.blogspot.it

La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com’è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.

Da ognuno c’è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva “Economia”, che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria.

Deriva da questo semplice (ma ineludibile) fatto il vantaggio comparato di questo blog. So che dispiace a molti, ma per fortuna piace a voi, e tanto mi basta.

Oggi voglio parlarvi, da economista, e più precisamente da economista applicato, del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è, lo premetto, una lettura riduttiva, e lo sappiamo benissimo. Quello che inquieta del TTIP sono alcuni aspetti giuridici, in particolare giurisdizionali, come la possibilità, che abbiamo sentito evocare più volte, per le imprese multinazionali di chiamare in giudizio gli Stati sovrani (?) che non si attengano alle prescrizioni di liberalizzazione del mercato che il trattato promuove (e che si riferiscono, badate bene, non alle barriere tariffarie – cioè ai dazi – ormai in via di definitivo smantellamento nel quadro dell’OMC, ma a quelle non tariffarie, cioè alle normative ambientali, igieniche, di sicurezza alimentare e fisica, ecc.). Insomma, la famosa fiorentina all’ormone della quale sentite ogni tanto parlare sui giornali. Rimarrà deluso Emilio Pica, che in un afflato socratico ci ha confessato di amare le donne androgine: nel meraviglioso mondo del TTIP tutti avranno una sesta di reggiseno, anche i maschietti.

(ah, Emilio, però quella me piace pure a me, sia chiaro: homo sum, nihil humani mihi alienum puto. E la Nappi la apprezzo più come filosofa…)

Questo, naturalmente, per quanto riguarda la parte “trade“. Poi c’è quella investment, che lasceremo da parte.

Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è quindi riduttivo, ma, come vedrete, indispensabile per cogliere pienamente il carattere truffaldino e antidemocratico dell’operazione in corso, un’operazione che, come solo un economista può aiutarvi a cogliere pienamente, è del tutto isomorfa a quella compiuta col Trattato di Maastricht. Vengono cioè vendute agli elettori come conquiste assodate risultati di studi metodologicamente dubbi, palesemente in conflitto di interessi, i cui risultati vengono proposti orchestrando un falso pluralismo, e dietro ai quali ci sono, ovviamente, i soliti noti.

Il prequel
Come andò con il Trattato di Maastricht lo sapete e comunque ve lo ricordo in l’Italia può farcela. Michael Emerson, Jean Pisani-Ferry e Daniel Gros, prezzolati dall’Unione Europea (perdonatemi: “pagati” non è il verbo giusto, anche perché sono morte delle persone, chiaro?), nel loro studio One market, one money, affermarono che “a major effect of EMU is that balance of payments constraints will disappear in the way they are experienced in international relations. Private markets will finance all viable borrowers, and saving and investment balances will no longer be constrained at the national level” (Emerson et al., 1990, p. 24)[i]. Notate la raffinatezza della loro linea di attacco. Studiosi come Kaldor avevano da tempo ammonito che una moneta senza stato avrebbe disintegrato politicamente l’Europa, in particolare perché avrebbe creato squilibri che sarebbe stato necessario rifinanziare attraverso un budget federale. E allora i tre porcellini che si inventano? L’uovo di Colombo: loro sostenevano che non ci sarebbe mai stato bisogno, per il Nord, di rifinanziare il debito del Sud mediante trasferimenti, perché i mercati finanziari avrebbero prestato solo a chi fosse stato in grado di generare sufficiente reddito da ripagare i debiti (i “viable borrowers”, appunto). Ritenevano, cioè, i nostri amici, che non sarebbe stato necessario costituire uno Stato europeo, almeno nell’immediato, perché il mercato, che non può sbagliare, avrebbe pensato da sé a trasferire ove necessario i fondi, all’interno della nuova area finanziariamente integrata, senza bisogno di costruire un bilancio federale, e anzi affidando ai bilanci pubblici nazionali il compito di “respond to national and regional shocks through the mechanisms of social security and other policies” (ibidem)[ii]. Non ci sarebbe quindi mai stata una crisi di debito estero all’interno dell’Unione Monetaria (tesi che alcuni economisti ancora oggi sostengono – vedi Boldrin – ma che è sconfessata dai fatti e dall’interpretazione della stessa Bce).

Infatti, che le cose non siano andate come Pisani-Ferry sosteneva (e Boldrin sostiene), ce lo ha spiegato Constâncio(2013) (ma anche De Grauwe 1998); prima che i tre porcellini si esprimessero, come sarebbero andate le cosa lo avevano chiarito Thirlwall 1991, e subito dopo Feldstein 1992, e decenni prima Kaldor 1971 e Meade 1957. Se siamo nei guai è proprio per colpa degli errori dei mercati finanziari privati, che hanno accumulato insostenibili debiti esteri all’interno dell’Eurozona. Quindi i tre porcellini mentivano sapendo di mentire, perché erano pagati per mentire.
Il percorso è sempre quello: da Pangloss (“tutto va per il meglio nel migliore dei mercati possibili”) a Eichmann (“non sapevo, eseguivo gli ordini”), con biglietto di andata e ritorno, perché in mancanza dei drastici rimedi adottati dal governo israeliano nel caso in specie gli illustri colleghi rimangono disponibili ad appoggiare il progetto successivo. Ma le “incognite” delle quali parla Pisani-Ferry tutto erano fuorché “incognite”: i rischi dell’Unione Monetaria erano stati denunciati dalla letteratura accademica e divulgati sulle più importanti testate finanziarie internazionali. Quindi “io non sapevo” meriterebbe il trattamento che ha avuto in altri tribunali, ma < em>passons. Noi siamo per la non violenza, cioè per subire la violenza, non per esercitarla, perché gli altri, come vedete, tanti scrupoli purtroppo non se li fanno.
Il sequel E oggi? Come vanno oggi le cose, con il TTIP? Nello stesso identico modo. Ci vengono proposte come verità oggettive i risultati di studi basati su una cieca fede nella capacità autoequilibrante del mercato, studi dei quali fin da ora è possibile sconfessare gli errori metodologici, ma, attenzione: gli studi vengono a valle di decisioni politiche già prese (come fu per One market, one money)…
Ci aiuta a orientarci un recente studio di Jeronim Capaldo, The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European Disintegration, Unemployment and Instability.
Non lasciatevi fuorviare dal nome: nonostante la collocazione negli States, il Jeronim cui facciamo riferimento non è questo, è questo. Jere è romano de Roma, ma la sua mamma no, da cui la scelta un po’ esotica del nome di battesimo. Io ho studiato Ragioneria I con suo zio, sono stato in commissione ricerca alla Sapienza con sua madre, e molti di noi sono stati, credo, clienti della sua famiglia (com’è piccolo il mondo…). Lui, a sua volta, è stato mio “cliente” quando ero ricercatore in econometria alla Sapienza, nel lontano anno accademico 2001-2002, quando discusse una tesina sulla curva di Phillips (pensa un po’ te…). Ora è finito qui, da dove è stato mandato qui a lavorare sul Global Policy Model. Mi illudo di essergli stato un po’ utile (o per lo meno lui la pensa così), e sono contento che ci sia un economista eterodosso infiltrato a Ginevra. Sì, perché Jere è relativamente “de sinistra”. Certo, questo lo ha portato a commettere un errore cruciale: ha diffuso in Italia i risultati del suo pregevole studio tramite un forum che nessuno legge (rank in Italy: 27804, secondo Alexa oggi), perché, come sapete, ha tradito. Lo Sbilifesto merita di essere consegnato all’oblio (e li esorto a considerare che, per quello che hanno fatto – soffocare scientemente il dibattito sulla moneta unica, quel dibattito che sono riuscito a portare dove sapete – l’oblio è molto meglio dell’alternativa), però lo studio di Jere no, e visto che uno di voi me l’ha segnalato, ne faccio una simpatica sintesi per i diversamente europei e diversamente economisti. Gli faremo così risalire più di 24000 posizioni in termini di visibilità: mi aspetto una cassetta di vino per questo, va da sé…
Dunque: il copione è sempre il solito. Esattamente come in One market, one money:
1) vengono proposti come vantaggi certi e determinanti dei vantaggi aleatori ed irrisori; 2) non vengono quantificati i potenziali svantaggi; 3) i metodi di analisi adottati si basano su una anacronistica fiducia nel mercato.
Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse. Nel caso del TTIP si aggiunge ad esse una quarta, simpatica caratteristica:
4) l’impianto del progetto è intrinsecamente contraddittorio con il progetto europeo.
Vediamo un po’ perché.
Vantaggi irrisori Cominciamo dal primo punto. Come ricorderete, One market, one money quantificava il riparmio di costi di transazione (commissioni su cambi) determinato dall’Unione monetaria in uno 0.4% del Pil, che si sarebbe evidentemente verificato una tantum. Voglio cioè dire che in un singolo anno l’abolizione di questi costi avrebbe fatto crescere il Pil dello 0.4% in più. Ma una volta aboliti i costi, i costi non ci sarebbero più stati (per definizione), e quindi già dall’anno successivo non si sarebbero avuti ulteriori effetti. Ve lo spiego in un altro modo: nell’anno dell’introduzione della moneta unica avremmo avuto 0.4 punti percentuali di crescita in più, negli anni successivi no. Chiaro?
Ovviamente Eichengreen ci si fece una bella risata sopra: “Ma come vi viene in mente di affrontare un progetto così incerto a fronte di un beneficio così irrisorio?”. Ma sse sa, signora mia, la ggente so tanto tanto ‘nvidiosi, gli americani c’hanno paura che je rubbamo er monopolio de ‘a moneta…

(discorsi da comare che oggi si sentono solo in certi seminari…)
Oggi non va tanto meglio. Lo studio leader per la valutazione dei benefici economici del TTIP è quello del CEPR (e come ti sbagli): Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment. Come nota Jere, le conclusioni di questo studio sono presentate dalla Commissione come fatti, e allora, da bravi europei, facciamo così anche noi. La Table 2 dello studio di Jere riporta una valutazione comparativa dell’impatto sul Pil europeo nel 2027 (fra 13 anni). Il CEPR (che verosimilmente è quello che ha preso più soldi dalla Commissione) è il più ottimista. In caso di realizzazione di una “full FTA” (Free Trade Area, zona di libero scambio, con pieno abbattimento delle barriere interne, ma mantenimento di barriere tariffarie differenziate verso i paesi terzi – cioè gli Usa potrebbero adottare verso la Cina dazi diversi dall’Europa, in pratica), bene, in questo caso estremamente favorevole, il beneficio sarebbe immenso: lo 0.48% in più del Pil spalmato su 13 anni (cioè un aumento del tasso di crescita medio europeo dello 0.03% l’anno circa)!
Dice: ma che mme stai a pijà per culo? No, no, sto leggendo la Table 16 a p. 46 dello studio del CEPR. Quindi, pensate, se adottassimo il TTIP subito, con un colpo di bacchetta magica, l’anno prossimo la crescita europea sarebbe non del previsto 1.35%, ma, udite udite, dell’1.38%.
Sono i dettagli a fare la delizia dell’intenditore, e questi dettagli potete leggerli solo qui!
Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti (plateale il caso di Alberto49, che comincia a farmeli girare: ma non glielo spiego perché ho capito che non può capirlo). Quindi ragliare “multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione”, per poi andare all’osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l’altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c’è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse.
Ma che sorpresa, eh?
A me però, invece di questo segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai detto?) sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai nostri diritti viene perpetrato. Ci stanno vendendo per una cosa che dal punto di vista statistico è del tutto insignificante. A questo punto chi vuole piazzaleloreteggiare alzerà i toni, sbr
aiterà, si raccoglierà sotto la bandiera della rivolta, cederà al demone del qualcosismo (“dobbiamo fare qualcosa”), malattia senile del qualunquismo.
Chi invece vuole vincere una battaglia di democrazia andrà avanti con la lettura e mi aiuterà a portare questo dibattito nelle sedi opportune (cosa che, occorre saperlo, non è gratis).
Sintesi: per la seconda volta ci stanno proponendo un progetto che comporta rischi notevoli promettendo un beneficio che perfino ricercatori in conflitto di interessi e distorti in favore del progetto (perché pagati da chi lo propugna) quantificano come irrisorio.
I potenziali svantaggi non vengono quantificati Veniamo al secondo punto (che poi è connesso al terzo): i potenziali svantaggi non vengono quantificati (punto 2) anche e soprattutto perché l’impianto analitico utilizzato per verificare i vantaggi nega che esistano gli svantaggi, e lo fa sempre per il solito motivo: perché si basa su una cieca fiducia nel mercato (punto 3).
Del caso di One market, one money abbiamo già parlato: l’idea era che non ci sarebbero state crisi finanziarie perché i mercati finanziari non avrebbero potuto sbagliare.
Nel caso delle valutazioni del TTIP, la fiducia nel mercato si traduce nel fatto che il modello analitico utilizzato per valutare il progetto è un cosiddetto modello CGE (Computable General Equilibrium). Due fra i quattro studi che Jere analizza utilizzano proprio lo stesso modello CGE, il GTAP. Il punto è che questi modelli sono basati sul paradigma neoclassico, per cui l’offerta crea la propria domanda, ovvero, in altri termini:
1) tutti i mercati sono riportati perennemente in equilibrio (a meno di frizioni temporanee) dall’aggiustamento dei prezzi relativi, e quindi:
2) tutta la produzione offerta viene anche domandata, e quindi:
2.a) il Pil è determinato da quanto si produce, non da quanto si compra, e 2.b) non c’è disoccupazione.
Abbiamo parlato di alcune implicazioni di questo approccio qui. Ora, nel caso che ci interessa, Jere fa notare che il principale limite di questi modelli consiste nel meccanismo di adattamento alle modifiche normative da essi ipotizzato. Una liberalizzazione del commercio espone alla concorrenza internazionale settori finora protetti, e l’idea è quella darwinista che così i migliori sopravviveranno, e i peggiori andranno a fare altro. I settori più competitivi delle singole economie, quelli che hanno un vantaggio comparato, assorbiranno in tal modo le risorse che si rendono libere negli altri settori, con beneficio di tutti.

Ad esempio: se in Italia la siderurgica non è competitiva, ma l’agroalimentare sì, le acciaierie chiudono e gli operai vanno a lavorare la terra. Facile, no? Ma non ditelo agli operai dell’AST…
Ci sono però alcuni problemini evidenziati da Jere:
1) Intanto, perché questo non produca disoccupazione (e quindi spreco di risorse) a livello aggregato, occorre che i settori competitivi si espandano abbastanza da accogliere tutte le risorse (umane e altre) lasciate libere dai settori “sconfitti” dal mercato;
2) inoltre, le risorse di cui trattasi (che poi sono persone) devono essere molto poliedriche! Il modello presuppone, nelle parole di Jere, che un operaio di una catena di montaggio possa riciclarsi istantaneamente come dipendente di una software house (purché sia disposto ad accettare un salario sufficientemente basso).
3) Qui subentra un terzo problemino, che ora comincia ad essere chiaro a tutti. Il meccanismo di aggiustamento basato sulla flessibilità dei salari al ribasso conduce fatalmente a crisi di domanda. Ovviamente un modello nel quale si rappresenta solo l’offerta di questo aspetto non tiene conto. In un modello simile ci sarà sempre piena occupazione: sarà la flessibilità verso il basso del salario a indurre l’imprenditore ad assumere. Il problema, però, è che questo tipo di modello non considera il fatto che i “costi” che la riforma degli scambi internazionali spinge a tagliare (per diventare più competitivi) sono anche i redditi che sostengono la domanda aggregata di beni.
Ci sono poi problemini “minori” (come l’effetto Daverio-Zingales: maggiore esposizione a shock idiosincratici), ma quelli li lasciamo per dopo. Qui occupiamoci degli effetti sull’occupazione.

Lo studio del CEPR è commovente: andate a pagina 71:
“It should be stressed that the model is a long-run model, where sources of employment and unemployment are “structural” (rather than cyclical). In this sense, changes in labour demand are captured through wage changes (in this case rising wages). As wages increase in the experiments, this means a rising demand for labour, so that under a flexible labour supply specification, employment would increase instead.”

Ovvero: la relazione fra domanda e occupazione (gli effetti ciclici) non ci interessa – il che, considerando che grazie all’euro la recessione durerà una decina di anni, qualche dubbio lo fa sorgere; le variazioni della domanda di lavoro sono segnalate solo da quelle del costo del lavoro: se i salari aumentano, significa che c’è più domanda di lavoro da parte delle imprese, e quindi più occupazione. E quindi? E quindi l’impatto sulla disoccupazione non viene nemmeno misurato, perché la disoccupazione c’è se la domanda di lavoro (da parte delle imprese) è inferiore all’offerta (da parte delle famiglie), e tutto quello che il modello misura non è quanti posti di lavoro verranno creati o distrutti dal TTIP, ma come la forza lavoro (che si suppone sarà tutta occupata) verrà riallocata da un settore all’altro, considerando separatamente gli effetti per gli “skilled” (qualificati) e i “non skilled” (non qualificati). Quindi, ad esempio, la Table 34 dello studio ci dice che nell’UE la quota di lavoratori “skilled” allocati nell’agricoltura aumenterà dello 0.07%, ma non ci dice quanti nuovi posti di lavoro ci saranno in agricoltura.
E va be’…
Qui i problemi sono due. Il primo ve l’ho detto: di posti di lavoro si preferisce non parlarne, et pour cause. Il meccanismo del modello, per i tre punti sopra esposti, può considerare solo effetti riallocativi, sotto l’ipotesi estremamente eroica che la riconversione di un operaio siderurgico in un dentista, o quella di un parrucchiere in un progettista aerospaziale sia istantanea e senza costi. L’altro aspetto è che la stima dei potenziali benefici in termini di salari (l’idea che i salari crescerebbero) è basata sull’ipotesi che la distribuzione del reddito rimanga costante. Come nota Jere, il CEPR prevede che nel 2027 la famiglia europea media guadagni 545 euro in più all’anno (45 euro in più al mese!) grazie al TTIP, ma questo, ovviamente, se la distribuzione del reddito rimane invariata, perché se invece la quota salari continua a scendere, il maggior Pil andrà ai profitti, non ai salari, e non tutte le famiglie beneficeranno in ugual misura dei mirabolanti incrementi di cui sopra (lo 0.48%).
La vera chicca Ma concludiamo con la vera chicca. Gli effetti su Pil e redditi sono irrisori, perché sono irrisori, secondo lo stesso CEPR (cioè secondo la commissione) gli effetti sul commercio! Il commercio bilaterale crescerebbe tantissimissimo (quante volte abbiamo sentito questa storia), ma sicco
me crescerebbero sia le esportazioni che le importazioni, l’impatto netto non sarebbe così rilevante. Le esportazioni europee extra-UE nel 2027 in presenza di TTIP sarebbero del 5.9% superiori a quanto si avrebbe in assenza di TTIP. Il risultato di questa bella storia è che in effetti il TTIP disintegrerebbe l’Europa, nel senso di ridurre il commercio intra-zona (vedi la Table 24 dello studio CEPR). Insomma: con il TTIP gli europei commercerebbero di meno fra loro, e di più con gli Stati Uniti.
Ora, come ci siamo detti più volte, il beneficio di creare un’Unione economica è quello di avere un grande mercato che permetta di assorbire shock esterni: se gli Stati Uniti vanno per aria, la caduta della loro domanda viene compensata dal fatto che il grande mercato unico europeo in teoria sostiene l’acquisto dei beni europei. In pratica no, perché l’euro condanna a politiche di deflazione competitiva, come vi ho spiegato, ma almeno in teoria…
Con il TTIP questo beneficio teorico verrebbe ulteriormente compromesso: saremmo più legati agli Usa, e quindi più esposti agli shock che da essi provengono, pur essendo ugualmente privi di strumenti di politica fiscale, monetaria e valutaria per reagire ad essi. Come nota Jere, un esito simile non lascia tranquilli.
Io mi limito a ribadire quello che abbiamo più volte osservato: i difensori dell’euro e di questa Europa sono costretti, fatalmente, a stuprare la logica. Tutto quello che fanno contraddice platealmente tutto quello che dicono. Vogliono più Europa, e firmano dietro le nostre spalle un trattato che disintegrerà l’Europa prima commercialmente, e poi macroeconomicamente, esponendoci a qualsiasi errore di gestione dell’economia statunitense (e non è che ultimamente ce ne sian stati pochi…).

Una valutazione indipendente Ovviamente non è necessario valutare l’impatto di un trattato commerciale con modelli di equilibrio generale. Si possono anche usare modelli basati sulla sintesi neoclassica, in cui si considerano le interazioni fra domanda e offerta (come avviene nel modello di a/simmetrie e nella maggior parte dei modelli utilizzati da banche centrali e enti di ricerca: ce l’ha ricordato il prof. Lippi a Pescara).
Nel suo working paper Jere fa questo lavoro, e lo fa, da bravo europeo, prendendo per buoni i risultati dello studio CEPR, cioè ipotizzando che il volume del commercio si sviluppi, in seguito al TTIP, secondo quanto prevedono gli studi prezzolati finanziati dalla Commissione. Cosa cambia, allora? Cambia il fatto che usando un modello keynesiano:
1) si considerano gli impatti della variazione del commercio sulla domanda aggregata; 2) si considerano gli effetti di trade diversion, cioè il fatto che la maggiore integrazione fra Europa e Stati Uniti ha effetti sulle relazioni con i paesi terzi; 3) si considerano gli impatti su domanda di lavoro, salari reali e occupazione.
E che succede, se si tiene conto di queste cose?
Lo vedete nella Table 4 dello studio di Jere. Per la maggior parte dei paesi europei il TTIP comporterebbe un peggioramento del saldo delle partite correnti, verosimilmente perché a causa della stagnazione della domanda interna (cioè dei bassi redditi) gli europei si rivolgerebbero sempre di più a beni a basso valore aggiunto, nei quali sono meno competitivi: meno golf di Cucinelli, più magliette di cotone cinesi (importate via Stati Uniti, va da sé). Risultato: un peso ulteriore sulla bilancia dei pagamenti, che per i paesi del Nord sarebbe più grave che per noi – che già siamo stesi. Il tasso di crescita dell’economia d’altra parte diminuirebbe (com’è ovvio, dato il calo della domanda estera netta), e l’Europa sperimenterebbe una perdita di circa 600000 posti di lavoro. Non è una cosa enorme, considerando che la nostra popolazione attiva è di oltre 240 milioni, ma sarebbe meglio farne a meno, soprattutto perché i redditi di chi il lavoro lo conserverebbe diminuirebbero (il modello delle Nazioni Unite prevede in Italia una diminuzione di 661 euro per occupato, anziché un aumento di 545 per famiglia), e con essi la raccolta fiscale, con impatti negativi sulla sostenibilità dei conti pubblici.
Per carità, io sono di parte. Jere mi sta simpatico e l’Europa mi sta sui coglioni, però qui stiamo parlando di analisi condotte con un modello delle Nazioni Unite, e basato su ipotesi lievemente meno ideologiche di quelle adottate dall’oste Commissione Europea per valutare il vino TTIP.
Se a questo aggiungiamo il fatto che la storia che avremmo lavorato un giorno in meno ecc. ce la siamo già sentita dire, ecco che qualche motivo di allarme sorge, e un’analisi economica ci aiuta a motivarlo in termini oggettivi, quindi dialetticamente più efficaci del piazzaleloretismo e del window flagging.

Perché? E allora chiediamoci perché? Perché i nostri governanti ci stanno consegnando a questo progetto che ha benefici irrisori, costi potenzialmente elevati, ed è contraddittorio con la retorica dell’integrazione europea.
E la risposta è semplice: perché l’Unione Economica e Monetaria, che ci viene venduta come il momento più alto di realizzazione della nostra identità europea, di un nostro comune progetto europeo, in realtà è il momento più infimo del nostro asservimento all’ideologia e agli interessi statunitensi. Ne ho parlato tante volte, non ci ritorno, ma quello che va capito è il senso complessivo dell’operazione, che secondo me è questo: gli Usa hanno bisogno di un mercato di sbocco perché, da potenza declinante, stanno perdendo potere di signoraggio sui mercati internazionali. Gli sviluppi delle relazioni bilaterali fra i BRICS, e in particolare la dedollarizzazione degli scambi fra Cina e Russia, se dovessero generalizzarsi, significherebbero per gli Stati Uniti la fine del periodo dello “stampa (dollari) e compra (ovunque nel mondo)”. Il “privilegio esorbitante”, come lo chiamava Valery Giscard d’Estaing, verrebbe meno in un mondo nel quale il dollaro non fosse l’unico e solo strumento di regolazione delle transazioni sui mercati internazionali. A questo punto gli Stati Uniti non potrebbero permettersi più di essere in deficit strutturale netto verso l’estero. Puoi essere “acquirente di ultima istanza” se stampi a casa tua la moneta nella quale acquisti. Quando le cose non vanno più esattamente così, ti conviene avere una posizione equilibrata negli scambi con l’estero, altrimenti le cose si mettono male. Il +1% di esportazioni nette che il TTIP potrebbe arrecare agli Stati Uniti andrebbe proprio nel senso di ridurre il loro deficit (a costo di un aumento del nostro). L’Europa diventerebbe la periferia, in una nuova edizione del romanzo di centro e periferia, da voi tanto amato, dove gli Usa, chiedendoci l’Ani, ci inonderebbero della loro liquidità (con la quale il resto del mondo progressivamente avrebbe iniziato a nettarsi le terga), allo scopo di farci acquistare i loro simpatici bistecconi transgenici.
Sappiamo tutti quali siano gli incentivi che le élite periferiche traggono dal vendere i propri subalterni alle élite del centro, quindi di cosa ci stupiamo? Direi di nulla: BAU! Non è un cane: vuol dire business as usual.

E naturalmente qui sento i ragli dei piddini renziani (ormai tocca distinguere): “eh, ma l’euro ci aiuterebbe a difenderci!”.
No!
Noooo!
Nooooooooooooo!
Le cose stanno esattamente al contrario, e ancora una volta tutto questo ci è
stato detto, e detto in faccia, e detto in sedi autorevoli. L’euro non ci aiuta a difenderci nemmeno un po’, e per due motivi ben evidenti. Il primo è che, come ormai sarebbe futile negare, è causa della nostra crisi, e quindi, banalmente, ci costringe ad affrontare in condizioni di debolezza qualsiasi negoziato internazionale. Il secondo è che nell’ottica statunitense l’euro è il primo passo verso la creazione di una moneta unica transatlantica, e questa non è una novità. Mundell ne parla da qualche anno, per capirci. E ora che sappiamo quali benefici ci abbia portato la moneta unica europea, e prima ancora quella italiana, siamo in grado di apprezzare quali e quanti benefici ci apporterebbe quella transatlantica.

Concludendo: nell’affrontare un tema così complesso sono io il primo a segnalarvi che l’ottica economica è necessariamente ristretta. Ma sarete d’accordo con me che aiuta a mettere a fuoco i probemi, no? Ricordatevi questo numero: +0.48% del Pil nel 2014.

Va bene, non siamo Gesù Cristo: ma lui, almeno, fu venduto per trenta denari…

(a proposito: Giuda e Eichmann hanno una cosa in comune, salvo errore…)

Alberto Bagnai

Fonte: ttp://goofynomics.blogspot.it

Link: http://goofynomics.blogspot.it/2014/11/ttip-la-storia-si-ripete.html

17.11.2014

[i] “Il principale effetto dell’Uem sarà che il vincolo della bilancia dei pagamenti come lo sperimentiamo nelle relazioni internazionali scomparirà. I mercati privati finanzieranno ogni debitore solvibile, e il saldo fra risparmi e investimenti non sarà più vincolato a livello nazionale”. Ulteriore traduzione per persone normali (cioè per non economisti): i portoghesi (per fare un esempio) potranno fare più investimenti di quelli consentiti dalla loro posizione finanziaria, perché potranno prendere liberamente a prestito dai paesi del Nord (esempio: la Germania), che presterà i soldi solo a chi se lo merita. E infatti s’è visto… [ii] “Rispondere a shock nazionali e regionali attraverso i meccanismi del welfare e altre politiche”.

Pubblicato da Davide

  • Aloisio

    istruttivo e lucido; ci fosse almeno qualche politico all’altezza di Bagnai, che abbia l’intelligenza ed il coraggio di fare il bene dell’Italia senza guardare in faccia  nessuno.

  • Primadellesabbie

    Può far bene incontrare qualche volta il diavolo.

    Il pezzo é brioso, risulta convincente, accurato, ammiccante e misurato su un lettore tipo, sferzante verso altri. Lascia trasparire una mente attenta, con più interessi e apparentemente ancora indenne dai vuoti che le esperienze della vita insinuano prepotentemente nella architettonica rotondità del pensiero, rendendolo inesorabilmente adatto a trasmettere proficui dubbi tra le righe delle certezze manifestate.
    Il punto chiave, che non abbandono durante la lettura, lo trovo nella premessa:
    "…Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva "Economia", che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria. …"

    É qui che si nasconde e si evidenzia la problematica che mi interessa.

    Lo stregone si é organizzato e ha messo in un angolo il capo tribù dopo aver irretito il consiglio degli anziani.

    Poi ha popolato le "interminate praterie", ha costituito una cupola di stregoni studiati in apposite scuole dove i "modelli le analisi e le proiezioni" hanno sostituito le conchiglie e i sonagli.
    Ha ridotto i capi tribù ad esitanti scolari che pendono dalle labbra e dagli umori del maestro e, dimostrandosi molto più intraprendente di botanici, filatelici, ecc.

    Giuseppe, divenuto vicerè grazie al dono di saper leggere i sogni, é stato surclassato dalla sistematicità di questi dilaganti emuli contemporanei.

    Credete di uscirne senza rimettere ogni cosa al posto che le spetta?

    Buona fortuna.





  • Giovina

    No. La premessa e’ questa:

    "La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com’è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.

    Da ognuno c’è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva "Economia", che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria."

    I punti di osservazione di questo caos sono i piu disparati.

    Aggiunge Bagnai che "da ognuno c’e’ qualcosa da imparare".

    Non escludendo il resto, Bagnai, che e’ un economista, fa capire che non si puo’ negare che questa sia una crisi economica. E continua indicando la lapalissiana logica attuale e conosciuta della economia che influenza la politica, della politica che influenza le leggi: ed eccoci giunti al paragone della locomotiva.

  • Primadellesabbie

    La crisi ha un effetto anche economico, magari prevalente, ma, se si vuole uscirne bisogna farsi trainare dalla locomotiva giusta, che non é quella con l’etichetta: "economia".

    É la composizione impropria del convoglio che ci ha condotti a questo punto e in queste condizioni.
    PS – Escludo che quello che esprimo sia dettato da atteggiamento critico o pregiudiziale nei confronti di questo, che leggo, credo, per la seconda volta e trovo istruttivo, che so essere un idolo per qualche utente e, per me, può tranquillamente continuare ad essere percepito così. 
  • Giovina

    Grazie per avermi detto dell’idolatra. 🙂

    Semplicemente ho cercato di integrare col mancante la parte di premessa da te citata. E cercare di capire cio’ che Bagnai dice, non quello che non dice.
    La constatazione di Bagnai mi pare che sia questa, nei fatti, ossia che l’economia impronta la politica e il jure.

    Poi quello che vorremmo, io, tu, altri e’ diverso discorso.

  • Cataldo

    Bagnai è fin troppo analitico, ma non affronta con la necessaria convinzione il nodo chiave: il TTIP è un trattato che presuppone la pura e semplice subordinazione formale dei paesi europei che deve seguire quella strategica sostanziale, agisce quindi nella struttura delle leggi dove la forma è sostanza.

    L’analisi economica è necessaria ma non determinante,  e se ne accorge il Bagnai,  per comprenderne la natura e per valutare il TTIP; si tratta di una proposta che non prevede sfumature, non prevede una negoziazione perchè i termini del trattato non sono un accordo, ma una constatazione.

    L’unica opposizione, pertanto si trova solo in una alterazione completa del quadro, che prevede la rinegoziazione generale della nostra subordinazione, e questo, caro Bagnai, non si potrà mai misurare con l’economia delle percentuali e delle formule, ma costa lacrime e sangue, come è sempre stato.

  • Primadellesabbie

    @ Giovina

    Ti pregherei di non inalberarti se ho usato il termine idolatria, che mi viene in mente al ricordo di numerosi interventi, a proposito di Bagnai, su questo blog.
    Sarebbe come se me la prendessi per la frase: "Semplicemente ho cercato di integrare col mancante", e invece ti ringrazio perché mi dai modo di integrare ancora quello che ritenevo un commento un po’ lungo.

    A un certo punto trovo:

    "Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti…..quindi ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione", per poi andare all’osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l’altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c’è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse. 

    Ma che sorpresa, eh? 

    A me però, invece di questo segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai detto?)"


    Periodo sottoscrivibile ma rivelatore.

    In primo luogo dall’Iraq in poi non é un segreto che questa fase sia stata messa alle spalle: i politici sono ufficialmente docili strumenti e basta, non occorre pagarli, sono dei dipendenti dei ricchi & potenti ma devono accontentarsi della paga dello Stato e godersi la posizione.

    Secondo, é implicito che bisogni affidarsi agli economisti come lui, e non: "…adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti…..quindi ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione…". E questa é una vera e propria dichiarazione di intenti solidale, da parte di uno che sembra avere chiara la fotografia davanti agli occhi.

    E, se mi permetti questo mi delude e mi scoraggia, perché, se si può condividere la dispersione di forze determinata dagli ambiti che praticano i toni barricaderi e piazzaleloretisti, si può pretendere, visto il livello, un distacco che permetta un’analisi meno affine, negli intenti, a quella che svilupperebbe un botanico o un filatelico.



  • Primadellesabbie

    Esatto, proprio così.

    Solo un’azione politica che lasci nell’anticamera i papers e i relativi autori, si può opporre.
  • AlbertoConti

    " … ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla
    costituzzzzione", per poi andare all’osteria a farsi un quartino di bianco
    …."

    in vino veritas …. è molto più semplice così quando si tratta di
    (ri)scoprire l’acqua calda, possibilmente senza triturarci ……

    La
    questione allora è affrontare il problema principale, non girarci
    intorno.

    Stessa cosa per la salute (bigpharma), per la moneta (bankster),
    per la "difesa" (NATO), ecc. ecc. In una parola la "mano invisibile" col dito
    medio alzato, che forse non lo vedi ma lo senti benissimo. Se è invisibile cosa
    aspettiamo a tagliarla questa maledetta mano?

  • Simec

    Ieri l’ALCA, oggi il TTIP.
    Nel mezzo l’eterno tentativo di quei bastardi yankee di propinarci i loro OGM fottuti.
    diciamolo più chiaramente: il TTIP non è altro che l’ennesima metamorfosi del sudico vecchio e puzzolente imperialismo americano.
    il problema è che la massa del popolo bue queste cose le ignora completamente e così, come sempre, per colpa della massa bovina ignorante interessata solo a calcio tette e culi, questo paese di merda sprofonda sempre + nella merda. il che, del resto, è proprio ciò che vogliono le nostre elites, i Marchionne, i benetton, che non pagano tasse, delocalizzano, se ne fottono del paese. Noi iloti dobbiamo solo pagare e temere i loro sbirri.
    prima o poi la corda si rompe.

  • Giovina

    E meno male che ho messo il simbolo della
    faccina sorridente altrimenti avresti attribuito un tono ancora piu’ drastico
    di quel che hai dato, alla mia battuta, invece di inalberarmi magari mi sarei….
    che so…. inforestata? :P)

    L’Economia la si sta mondialmente violentando;
    quella vera, naturale, volta a soddisfare le esigenze di scambio senza
    sopraffazioni e’ assolutamente non considerata.

    E l’Economia e’ meritevole di analisi e
    studio, tant’e’ che la sua attenzione e osservazione da parte dell’uomo e’
    definita Scienza.

    Un approccio veramente scientifico alla
    Economia e’ di necessita’, di fronte alle approssimazioni, incompetenze,
    ignoranze e presunzioni di sapere. Mi pare ci sia accordo su questo.

    Io penso sempre che anche ad avere gente onesta
    e amante del suo popolo, nel governare, se non si  comprende, non si intende del cosa fare in
    campo economico, molti sbagli comunque si possono fare, al pari dei tanti danni
    che procurano i conflitti di interessi di poteri, quali per esempio quelli
    degli Usa, come giustamente ha detto Bagnai.

    Certi meccanismi, una volta innescati, se non
    si interviene con un giusto governo della economia, rendono il mostro
    dell’incoerenza economica sempre piu’ vorace, perche’ ha paura in fondo, e
    vuole solo sopravvivere, a qualsiasi costo.

    Hai preso un’altra citazione di Bagnai,
    incompleta persino nel suo stesso periodo.

    Ti metto solo il grassetto, sebbene anche se il resto
    faccia parte dello stesso contesto.

    A me però, invece di questo
    segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro
    interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai
    detto?) sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere
    sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai
    nostri diritti viene perpetrato.”

    Sta
    parlando del trattato commerciale. Fatto originale rispetto a un segreto di Pulcinella,
    il cui contenuto – del segreto – lui non giudica ininfluente o secondario, ma
    semplicemente cosa nota, che pero’ pensata in maniera ossessiva e unica impedisce
    di vedere le cose gravi che stanno creandosi sotto il nostro naso.

    Se
    io mi inalbero, il che non e’, tu certamente hai un modo particolare di
    interpretare le cose e i pensieri degli altri.

    Tornando al trattato commerciale, trovo molto interessante trovarne
    notizia e spiegazione.

    E tornando all’ esempio della locomotiva paragonata alla economia, non si
    puo’ assolutamente trovare immorale o impropria l’Economia in se’, che e’ essenzialmente
    attivita’ naturale dell’uomo. Senza scambio non potremmo avere tutto quello di
    cui abbiamo bisogno, perche’ e’ impossibile che un uomo possa farsi tutto da se’.

    Poi il discorso delle competenze e delle qualita’ si puo’ sempre
    fare e
    nessuno lo vieta. E’ argomento ormai comunissimo e fenomeno di massa,
    chi non si interessa di economia e non dice la sua? Infatti

    "La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che
    appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo
    fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di
    vita, com’è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che
    sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano."

    Bagnai non e’ un idolo. Ma non e’ nemmeno roba che trovi a ogni angolo.

    Poi i difetti li abbiamo tutti.

    E comunque e’ chiaro che ognuno pensa quello che vuole, ci mancherebbe altro. Ciao



  • Giovina

    Difficile per me usare la formattazione nei commenti. Mi e’ uscito il grassetto a volte anche per le parole mie. Le parole di Bagnai comunque sono quelle tra virgolette.

  • Primadellesabbie
    Io non intendo criticare Bagnai o altri, e nemmeno eliminare le scienze o l’economia.
    Cerco di convincere che le cose devono occupare il posto che loro spetta. Il potere politico é bene che sia esercitato da chi possiede questa capacità, questi potrà consultare tutti gli esperti di cui abbia bisogno, senza soggezione.
    Il segno più chiaro che l’economia abbia superato gli argini entro i quali deve limitarsi, é indicato dal fatto che siamo guidati da economisti che litigano tra loro, e noi dovremmo capire chi ha ragione. Capisci che si tratta di una situazione assurda?
    La stessa cosa sarebbe se a litigare per influenzarci e dirigere fossero, per ipotesi,fisici o matematici o esponenti di altre scienze.
    PS – Scusa se mi permetto: 
    Vuoi usare il grassetto? Evidenzia la parola e clicca sulla B qui sotto. Vuoi togliere il grassetto? Evidenzia e clicca sulla stessa B. Se scrivi dopo il grassetto la grafia continua a quel modo. Vuoi che smetta? Evidenzia le parole che vuoi normali e clicca sulla B. Poi potrai continuare a scrivere normale. Questo vale anche per le altre grafie sotto indicate con I : U : ABC.
  • Giovina

    Permettiti pure! Il mio handicap nello scrivere commenti in home e’ che se sbaglio non posso editare. So come usare, in linea di massima, la formattazione, ma un commento un po’ troppo lungo rischia di piu’ d’esser scritto male. Grazie!

    Scrivi:  "Io non intendo criticare Bagnai o altri, e nemmeno eliminare le scienze o l’economia.Cerco di convincere che le cose devono occupare il posto che loro spetta. Il potere politico é bene che sia esercitato da chi possiede questa capacità, questi potrà consultare tutti gli esperti di cui abbia bisogno, senza soggezione."

    Invece guarda che bordello la politica! :), anche senza un Bagnai politico.
    E poi il governo non ha nel suo team un economista? Cosi’ anche ogni partito politico in gara per l’appalto governativo…. 🙂
    Lasciamo a Bagnai, allato alla sua professionalita’ che lui non inquina affatto, esprimere anche le sue opinioni : politiche, culturali…, e’ pur sempre un essere umano pure lui! :P)

    Scrivi: "Il segno più chiaro che l’economia abbia superato gli argini entro i quali deve limitarsi, é indicato dal fatto che siamo guidati da economisti che litigano tra loro, e noi dovremmo capire chi ha ragione. Capisci che si tratta di una situazione assurda?"

    No, il segno che l’economia e’ costretta in argini artificiali e’ indicato dal fatto che l’uomo in genere e’ ignorante, presuntuoso e qualche altra bella qualita’ che ora non si elenca.
    Bagnai cerca di dire molte verita’ e pur non sembrando, visto che a molti sembra che bacchetti dalla mattina alla sera, le dice al volgo! Cosa che tanti altri economisti "distaccati" manco si sognano, presi come sono da i loro soliti scelti interlocutori.

    Scrivi: "La stessa cosa sarebbe se a litigare per influenzarci e dirigere fossero, per ipotesi,fisici o matematici o esponenti di altre scienze."

    Vedi bene che non ne hai salvato alcuno, in nessun campo!
    Che dobbiamo concludere? Che il desiderio di vedere un governo serio, etico, competente ed efficace, da ogni punto di vista, culturale, giuridico ed economico, sia impossibile da verificarsi?

    Intanto a noi non rimane che curare e sviluppare la nostra capacita’ di discernimento, che non e’ direttamente proporzionale  al piu’ alto massimale di informazioni possibili, perche’ va da se’ che in un  mondo pieno di informazioni quale e’ quello attuale, in una cacofonia di messaggi e notifiche le piu’ disparate, non accade, se non raramente, la conseguente conquista della verita’. Rimane che ognuno, ripeto ognuno, dalla completezza della sua individualita’, faccia la sua parte, niente di piu’, niente di meno.

    Ciao Primadellesabbie