Home / ComeDonChisciotte / TRE BREVI RIFLESSIONI DI PAUL KRUGMAN TRATTE DAL SUO BLOG
15139-thumb.jpg

TRE BREVI RIFLESSIONI DI PAUL KRUGMAN TRATTE DAL SUO BLOG

DI PAUL KRUGMAN

krugman.blogs.nytimes.com

Redazione: 1 – Giappone, Europa ed America: nessun vincitore. La concorrenza internazionale è un concetto per lo più falso: la lotta di classe, invece, è molto, molto reale. 2 – In assenza di un’efficace integrazione fiscale, la mobilità del lavoro rende un’Unione Monetaria peggiore e non migliore. Il Portogallo su una spirale di morte è l’allegro euro-pensiero del giorno. 3“The Economics of Inequality” di Thomas Picketty (nella foto) non è il libro che ci saremmo aspettati. E’ la versione solo leggermente aggiornata di un testo di vent’anni fa. La ricerca sulla disuguaglianza ha comportato, da allora, la de-enfatizzazione della “domanda e dell’offerta” ed una maggiore attenzione “al privilegio e al potere”.

COMPETITIVITA’ E LOTTA DI CLASSE

Per ragioni a me non del tutto chiare, mi son trovato di recente a ripensare al saggio di Lester Thurow: Head to Head: The Coming Economic Battle Among Japan, Europe, and America [Testa a Testa: La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa ed America].

Per i troppo giovani, o per coloro che non se lo ricordano, il libro di Thurow è stato un fenomenale best-seller dei primi anni ’90. Era in sintonia con il pensiero di quanti temevano che l’America stesse perdendo il suo vantaggio economico, che il Giappone era un colosso inarrestabile e così via.

Aveva anche a che fare con una nozione generale di economia globale: quella della lotta fra gli Stati per ottenere un vantaggio competitivo – che è da sempre un argomento molto popolare.

Fui al momento abbastanza critico riguardo questa nozione ..… sostenevo che il successo economico, o il fallimento, aveva poco a che fare con la concorrenza internazionale. Ma oggi quello che mi trovo a pensare riguarda chi ha veramente fatto meglio nei decenni che son seguiti al libro di Thurow.

E la risposta è ….. nessuno.

Il grafico mostra il PIL reale per “adulti in età lavorativa” (15-64 anni) in Francia, Giappone ed America, a partire dal 1990. La correzione demografica è importante: il Giappone è rimasto economicamente un po’ indietro, ma molte delle ragioni sono appunto legate alla demografia.

Photo

Ciò che colpisce, in questo grafico, è quanto gli andamenti siano simili. Il Giappone era rimasto indietro, alla fine degli anni ‘90 e ai primi degli anni ‘2000, ma poi si è ripreso. La Francia è rimasta indietro, a partire dal 2010, a causa soprattutto della crisi dell’Eurozona e delle sue sbagliate politiche di austerità. Considerando quanta polemica c’è stata sui “problemi strutturali”, ciò che sorprende è quanta poca divergenza ci sia tra questi tre paesi.

A mio avviso, il grafico ci dice che non solo la concorrenza internazionale è molto meno importante di quanto la leggenda vuole, ma anche che la crescita economica è abbastanza insensibile alla politica: la Francia e gli Stati Uniti sono agli estremi, fra i regimi dei paesi avanzati ….. ma non c’è molta differenza nelle loro prestazioni di lungo termine.

Ma quest’insensibilità vuol forse significare che la politica non ha alcuna importanza? Niente affatto.

Considerando che non c’è stato – ripeto, non c’è stato – alcunché che potesse somigliare ad una competizione a somma zero tra queste tre nazioni così amate da tutti i tipi di business, si pone davvero la questione su chi abbia ottenuto i maggiori guadagni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la crescita economica è stata OK in questi ultimi 25 anni. Ma non altrettanto i redditi famigliari, perché una notevole quota della crescita è andata solo a chi sta in cima.

Vedete, quindi? La concorrenza internazionale è un concetto per lo più falso. E’ la lotta di classe, invece, ad essere molto, molto reale.

§§§§§

GLI ASPETTI NEGATIVI DELLA MOBILITA’ DEL LAVORO

La teoria delle Aree Valutarie Ottimali [AVO] è un “vecchio pezzo” della macroeconomia – come il modello IS-LM, il concetto di “trappola della liquidità” e la teoria della “stagnazione secolare” – che dal 2008 si è rivelato estremamente utile e rilevante per il mondo.

Un vecchio detto di Mark Thoma sostiene che il “nuovo pensiero economico implica la lettura dei libri antichi” (o, in questo caso, dei vecchi articoli). E quindi ci sono ancora alcune cose nuove da imparare. Direi che quello che abbiamo imparato, ultimamente, è che la mobilità del lavoro – che doveva essere una buona cosa e uno dei pre-requisiti per un’Unione Monetaria – sia in realtà molto più problematica di quanto pensavamo.

Schematizzando un po’, dobbiamo la teoria delle AVO soprattutto a tre economisti: Robert Mundell, Ron McKinnon, e Peter Kenen. Tutti e tre hanno assunto, realisticamente, che i salari ed i prezzi siano fissi. Conseguentemente, fissare per un paese il tasso di cambio – o adottare una moneta comune – comporta dei costi sotto forma di un più difficile assorbimento degli “shocks asimmetrici” che deprimono la sua economia rispetto a quella dei suoi partners commerciali.

Questi costi si contrappongono ai vantaggi di poter fare business attraverso le frontiere in modo più facile e più sicuro. La questione, allora, diventa un’altra: quella di come le caratteristiche di un’economia influenzano gli scambi.

Nella versione originale di Mundell la questione-chiave era la mobilità del lavoro: se i lavoratori si possono spostare liberamente e rapidamente dalle regioni in crisi a quelle in forte espansione, gli shocks asimmetrici diventano un problema molto più piccolo.

Uno degli argomenti che gli euroscettici americani erano soliti avanzare è che l’Europa era molto poco adatta ad una moneta unica proprio perché priva dell’elevatissima mobilità del lavoro, anche interstatale, che caratterizza l’America.

McKinnon offrì un criterio diverso: la quota dei “beni scambiabili” [tradable] in uscita. Fondamentalmente, gli adeguamenti dei prezzi relativi dovrebbero essere più piccoli nelle economie molto aperte, ed inoltre una maggior quantità di transazioni dovrebbe aumentare i benefici legati ad una valuta comune.

Kenen, infine, sostenne che l’integrazione fiscale, o la sua mancanza, è una questione fondamentale per le regioni depresse. E’ fondamentale che queste possano essere compensate pagando meno tasse e ricevendo qualche beneficio in più dal nucleo centrale.

Ed allora, che cosa abbiamo imparato, ultimamente? Abbiamo imparato che Kenen ha trionfato su Mundell – ha vinto la teoria secondo cui, in assenza di un’efficace integrazione fiscale, la mobilità del lavoro avrebbe reso un’Unione Monetaria peggiore, e non migliore.

L’ho già detto, ma mi sembra opportuno sottolinearlo ancora una volta, alla luce del rapporto del “The Financial Times” sulla “perfetta crisi demografica ” in Portogallo [http://www.ft.com/cms/s/657b9066-2df5-11e5-91ac-a5e17d9b4cff,Authorised=false.html?siteedition=uk&_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2Fs%2F0%2F657b9066-2df5-11e5-91ac-a5e17d9b4cff.html%3Fsiteedition%3Duk&_i_referer=&classification=conditional_standard&iab=barrier-app#axzz3ijDsk0k3].

Si scopre che la crisi del debito in Portogallo è l’innesco di una spirale di morte economica: l’economia depressa sta portando all’emigrazione su larga scala della popolazione portoghese in età lavorativa (incide anche la bassa fertilità, anche se è una questione di lungo termine), minando la base imponibile e rendendo ancor più difficile l’uscita dalla crisi.

Non è facile prevedere come andrà a finire, in Portogallo, dopo che il paese è stato lasciato da solo, carico di vecchi e senza le risorse per prendersi cura di loro.

Le economie regionali degli Stati Uniti sono meno vulnerabili a questo genere di cose, anche se la nostra imperfetta integrazione fiscale significa che una cosa del genere potrebbe ancora accadere, in una certa misura: anche Porto Rico è in una sorta di spirale di morte, fatta di emigrazione e di stress fiscale, ma il livello del disagio è molto minore, grazie alla rete di sicurezza nazionale.

Ma il punto è che l’”Atto Unico Europeo” [Febbraio 1986, http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV:xy0027], che è stato tra le cose che si suppone abbiano preparato il terreno alla moneta comune, potrebbe effettivamente aver interagito con la mancata integrazione in materia fiscale per creare, infine, un nuovo tipo di catastrofe.

E’ l’allegro euro-pensiero del giorno.

§§§§§

RECENSIONE: “THE ECONOMICS OF INEQUALITY”, DI THOMAS PIKETTY

Già nel 2001 due economisti francesi, Thomas Piketty ed Emmanuel Saez, fecero circolare un fondamentale documento di ricerca, formalmente pubblicato due anni dopo, dal titolo “Income Inequality in the United States, 1913-1998” [La Disuguaglianza dei Redditi negli Stati Uniti, 1913-1998].

Essi utilizzarono i dati del “gettito fiscale sui redditi”, per arrivare a conclusioni che non potevano essere raggiunte utilizzando i dati-standard sulla distribuzione del reddito, che provenivano dai comuni sondaggi.

Proposero un ritratto della “stratosfera economica”, ovvero dei redditi dell’ormai famoso 1% [della popolazione], realizzato con una notevole profondità storica, avendo percorso tutta la strada a partire dalla fine della “Gilded Age” [tardo XIX secolo].

Il quadro che ne emergeva era sorprendente, per chi era ancora aggrappato alla nozione di “America: società del ceto medio”, o per coloro che pensavano alla crescente disuguaglianza essenzialmente come ad una storia sulla divergenza tra gli operai, da una parte, ed un’élite piuttosto ampia, quella dei lavoratori dotati di un’istruzione universitaria, dall’altra.

Thomas Piketty ed Emmanuel Saez dimostrarono che la vera storia della crescente disuguaglianza, a partire dal 1980 o giù di lì, non era caratterizzata dalla crescita, peraltro assai modesta, dei salari dei lavoratori qualificati, ma dai giganteschi guadagni di coloro che si trovano al vertice [della curva di distribuzione del reddito] – il raddoppio dei redditi al-netto-dell’inflazione per l’1%, la quadruplicazione dei redditi per lo 0,1%, e così via.

Dimostrarono anche che l’impennata dei redditi più alti aveva fatto invertire i primi modesti spostamenti in direzione di una maggiore uguaglianza, e che la concentrazione del reddito nelle mani di una piccola minoranza era tornata ai livelli del “Grande Gatsby”.

Lo studio citato è stato un importante punto di riferimento per il mondo della ricerca e ha avuto un forte impatto non solo sull’economia, ma anche sulla scienza politica, perché l’aumento dei redditi dell’1% [della popolazione] risulta essere strettamente correlato con l’aumento della polarizzazione politica.

L’anno scorso Thomas Piketty ha avuto un ulteriore enorme successo con il suo opus-magnum, “Capital in Twenty-First Century” [Il Capitale nel Ventunesimo Secolo], nell’ambito del quale ha esposto ad un pubblico molto vasto dei fatti decisamente sorprendenti sulla disuguaglianza, dimostrando che siamo ben avviati lungo la strada inquietante che porta alla rifondazione del “capitalismo patrimoniale”, ovvero di una società dominata dagli oligarchi, che ereditano la loro ricchezza.

“Capital in Twenty-First Century” è un libro potente, ben scritto e meravigliosamente tradotto in Inglese da Arthur Goldhammer. E’ anche parecchio voluminoso e molto denso [di concetti]. C’è ragione di credere, quindi, che molte delle persone che lo hanno acquistato non siano andate molto avanti nella sua lettura. Così, pensavo che sarebbe stato davvero utile estrarne una versione abbreviata, per esporre gli elementi essenziali di questo capolavoro.

Purtroppo, non è quello che “The Economics of Inequality” ci offre.

Permettetemi di essere schietto: non so com’è che è stata presa la decisione di pubblicare questo “nuovo” libro di Piketty nella sua forma attuale … ma non è affatto il libro ci saremmo aspettati. E’ invece la versione leggermente modificata di un libro pubblicato nel 1997, quando il Sig. Piketty era verso la metà dei suoi vent’anni.

E con il termine “leggermente”, intendo dire “molto leggermente”. Anche le tabelle dei dati non sono state quasi mai aggiornate e, in molti casi, sono prive delle informazioni successive al 1995. Fatto forse ancor più importante, le linee fondamentali degli argomenti proposti non sono state aggiornate, in modo da poter riflettere gli studi successivi – nemmeno quello che egli ha scritto insieme al Sig. Saez.

Del resto lo stesso autore lo ammette, in una nota ai lettori: “Questo libro non tiene pienamente conto dei risultati degli ultimi 15 anni della ricerca internazionale sulle dinamiche storiche della disuguaglianza”.

Ed allora, quello che il lettore può attendersi da questa lucida esposizione, è la comprensione della disuguaglianza per come essa si presentava quasi vent’anni fa, visto che non c’è quasi alcun riferimento ai successivi sviluppi sia della ricerca che del mondo reale, che hanno contribuito così tanto a comprendere meglio il fenomeno.

Prendete, ad esempio, quello che “The Economics of Inequality” sostiene sul capitalismo patrimoniale, e che il signor Piketty ha posto al centro del dibattito sulla forma che andrà ad assumere in futuro la nostra società. Questo libro dichiara che la tassazione progressiva “sembra aver impedito il ritorno della rentier-society [società basata sulla rendita] del 19° secolo”, per poi passare ad altre questioni.

Due decenni fa questa era una posizione difendibile. Ma il contributo più importante del suo recente “Capital in Twenty-First Century” è stato proprio quello di dire che, da allora, la crescita dei profitti-al-netto-delle-tasse, sul totale del reddito nazionale, sta davvero portando ad un ritorno della rentier-society, dove i ricchi possono godere di una ricchezza meramente ereditata.

Oppure, si prenda la discussione in atto sulla crescente disuguaglianza salariale. Nel 1990 l’analisi professionale di questo problema era dominata dalla teoria della “disuguaglianza dovuta alla mutazione delle competenze tecnologiche”, ed affermava che la “tecnologia dell’informazione” stava facendo alzare la domanda di lavoratori dotati di un più elevato livello d’istruzione [il che comportava un aumento salariale].

In questo libro il Sig. Piketty ci offre una critica molto lieve di questa dottrina, e finisce con l’affermare che “essa spiega gran parte dell’aumento della disuguaglianza salariale”.

I lettori di questo libro, certamente, non apprenderanno che i ricercatori moderni sono diventati molto scettici su tutta questa teoria, perché è in contrasto con gran parte di quanto è successo a partire dal 2000, come ad esempio il fenomeno della stagnazione dei redditi tra coloro che sono in possesso di un’istruzione universitaria.

In generale, la tendenza delle ricerche sulla disuguaglianza, da quando il signor Piketty ha scritto “The Economics of Inequality” [riedizione di un testo di vent’anni fa], ha comportato da un lato la de-enfatizzazione della “domanda e dell’offerta”, e dall’altro una maggiore attenzione “al privilegio e al potere”.

Questi fattori, comunque, non vengono del tutto ignorati. “The Economics of Inequality” contiene, ad esempio, un’interessante discussione sul ruolo dei sindacati nel limitare la disuguaglianza, e come questo fattore abbia contribuito a spiegare la divergenza esistente fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Ma i lettori che dovessero leggere solo questo libro finirebbero con il riporre troppa fiducia su una storia che enfatizza la “mano invisibile” del mercato, e troppo poca sul “ruolo visibile” delle Istituzioni.

Mi dispiace di essere stato così negativo sul testo di un personaggio così importante per il nostro pensiero economico. Ma pubblicando quello studio giovanile come se fosse un nuovo contributo, Thomas Piketty ha fatto un cattivo servizio ai lettori, e mi piacerebbe discuterne con l’autore stesso.

Paul Krugman

Fonte: http://krugman.blogs.nytimes.com

Link 1° articolo: http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/08/11/competitiveness-and-class-warfare/?module=BlogPost-Title&version=Blog%20Main&contentCollection=Opinion&action=Click&pgtype=Blogs&region=Body

11.08.2015

Link 2° articolo: http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/08/14/the-downside-of-labor-mobility/?module=BlogPost-ReadMore&version=Blog%20Main&action=Click&contentCollection=Opinion&pgtype=Blogs&region=Body#more-38929

14.08.2015

Link 3° articolo: http://www.nytimes.com/2015/08/03/books/review-the-economics-of-inequality-by-thomas-piketty.html?src=twr

2.08.2015

Articoli scelti e tradotti da FRANCO per www.comedonchisciotte.org

Fra parentesi tonda ( … ) le note dell’Autore

Fra parentesi quadra [ … ] le note del Traduttore

Pubblicato da Davide

  • Toussaint

    Un’opinione di Alberto Bagnai su Piketty, espressa in occasione di un intervento
    dell’economista francese alla Bocconi di Milano, estratta tempo fa dal blog
    Goofynomics (il link l’ho perso, me ne scuso):

    Sono tante le ragioni che spingono gli
    studenti della Bocconi a mettersi in coda per l’incontro con il
    francese Thomas Piketty, economic-star del momento, personaggio dell’anno,
    autore di un libro che è già di culto (il citatissimo e probabilmente poco letto:
    “Il Capitale nel XXI Secolo”, pubblicato in Italia da Bompiani), il saggio più
    amato dalla sinistra radical-occidentale, fenomeno editoriale mondiale, per
    mesi primo assoluto nelle classifiche di vendita della turbo-capitalista
    Amazon, tradotto in oltre 30 Paesi, bestseller lodato sul New York Times da
    Paul Krugman, un Nobel dell’Economia.

    E il prologo della lectio è da
    (futuro?) Nobel dell’Economia: «La questione del reddito e della
    redistribuzione della ricchezza è troppo importante per lasciarla solo agli
    statisti». Che è una di quelle frasi che solo un economista massmediatico può
    dire. «The Piketty Phenomenon», dopo la trionfale tournée americana, investe
    l’Italia. Applausi scroscianti.

    Quarantatrè anni da poco compiuti, già
    docente al MIT negli Stati Uniti e ora direttore della “ecole d’économie” di
    Parigi, già consigliere economico della candidata all’Eliseo Ségolène Royal e
    ora guru di tutti i consigliori economici, già compagno della ministra della
    Cultura Aurélie Filippetti e ora intellò di riferimento di fascinose
    studentesse, anche bocconiane.  

    Piketty mastica un inglese basic, ma
    impiatta come uno chef stellato dati, cifre e teorie economiche.

    Giacca blu e camicia bianca, sul palco
    della Aula Magna strapiena (912 affollatissimi posti, e per tutti gli altri c’è
    la diretta streaming), sotto due gigantografie di Karl Marx (che poi sfumeranno
    in sobrie slide di grafici e quote), l’economista che il Wall Street
    Journal ha bollato come cripto-bolscevico condensa in un’ora secca (più le
    domande del pubblico) l’analisi consegnata con successo di critica e di lettori
    al suo bestseller: i rendimenti del capitale crescono più rapidamente
    dell’economia reale aumentando le diseguaglianze, e quindi: «I ricchi
    vinceranno sempre».

    Certo, il fatto che comunque, pur con
    tutte le sue distorsioni, il capitalismo abbia migliorato, in proporzione, le
    condizioni di vita di tutti, poveri compresi, lo preoccupa meno. La platea di
    studenti e professori è attentissima.

    Attento, preciso, convincente, Piketty
    – che alterna statistiche a citazioni da romanzi di Balzac, e le cifre del
    benessere pro capite medio ai romanzi di Jane Austen – detesta l’austerità, e
    adora la ribalta. Ieri era in Bocconi con Tito Boeri, oggi sarà alla Camera dei
    Deputati con Laura Boldrini.

    Filosoficamente pragmatico,
    economicamente marxista, umanamente risulta molto simpatico. Il fenotipo è
    quello di Robin Hood. Impossibile non conquistare il pubblico.

    E il pubblico, oggi, è quello delle
    grandi occasioni. Almeno per i numeri. Alle 16, due ore prima dell’incontro, la
    coda di studenti nella piazza interna dell’Università è già di 20 metri, alle
    16,30 ha superato i 40, alle 17 il serpentone si sta già toccando la coda.
    Giovani, curiosi, preparati.

    Gli studenti conoscono bene Piketty. E
    il neo-marxista Piketty conosce bene la Bocconi, tempio privato del turbo-liberismo
    d’élite, icona del business yuppie e felice, il più grande impianto industriale
    adibito alla creazione di tycoons della finanza d’assalto.

    Eppure, o proprio per questo, Piketty
    ci si trova come un pescecane nell’acqua. Loro, i bocconiani, «prof» e
    studenti, affascinati dalle tesi radical di questo anti-capitalista del XXI
    secolo in salsa francese, sembrano come gli ospiti del salotto newyorkese dei
    coniugi Bernstein rapiti dai proclami delle Black Panthers. Mancano solo i
    bocconcini di roquefort ricoperti di noci.

    In un’epoca in cui non ci sono più
    ideologie, e perfino poche idee, l’intuizione base della pikettynomic è
    mediaticamente travolgente: il capitalismo è un sistema economico pericoloso
    perché concentra progressivamente la ricchezza in poche mani, esaspera le
    diseguaglianze sociali e mette a serio rischio la tenuta dei sistemi
    democratici delle società avanzate.

    Scherzando, ma non troppo, il
    consiglio è che «il solo modo per raggiungere la vera agiatezza è mettere le
    mani su un patrimonio ereditario». La strana lezione di un economista
    anti-mercato nella chiesa accademica del neo-liberismo.

    Come ha fatto notare qualcuno, oggi
    l’unica cosa che accomuna Barack Obama, il Papa, Marine Le Pen e Christine
    Lagarde (e molti bocconiani: «Ho comprato il libro, stasera lo comincio», «Lo
    sto studiando, è perfetto anche per il pubblico non specialista», «Sono alle
    prime dieci pagine su quasi mille, ma non mi spavento») è il fatto che tutti
    abbiano letto il libro di Thomas Piketty, superstar del dibattito economico al
    tempo della crisi, che non ha la barba di Marx, ma molto più charme.

    E alla fine, chiusa la lectio
    magistralis e aperto il banchetto dei libri, rimangono soltanto una decina di
    scatoloni di copie da firmare.

    ———————————————————————————————————————————————————————————-

    Ed ancora, nell’ambito di un altro intervento, parlando della tassa di
    successione proposta dalla Pikettynomic, Bagnai sostiene che:

    L’idea della tassa di successione è di
    tipo liberale (ed infatti Luigi Einaudi ne era innamorato). Dice (per
    semplificare):

    Il mercato assegna la ricchezza (E LO
    STATO NON DEVE INTERFERIRE). Quando crepi, con la tassa di successione
    riequilibri il NATURALE squilibrio creato dal mercato (che tende a concentrare
    le ricchezze. Quindi, senza correttivi, dopo un po’ di generazioni ti ritrovi nel
    feudalesimo) e con il ricavato fai un po’ di elemosina ai poveracci (il reddito
    di cittadinanza).

    L’IDEA SOCIAL-DEMOCRATICA (che io
    condivido e che la nostra Costituzione formalizza) dice:

    Lo Stato garantisce A TUTTI,
    UNIVERSALMENTE, dei DIRITTI inalienabili: il diritto alla salute,
    all’istruzione, ad un lavoro DIGNITOSO e COMUNQUE con una paga DIGNITOSA.
    Provvede anche alla tutela del risparmio e alla proprietà privata (FINO A CHE
    QUESTA COINCIDE – e può benissimo coincidere – CON L’ INTERESSE SOCIALE).

    Insomma, l’idea liberale è di una redistribuzione a valle del processo
    economico, l’idea progressista/social-democratica è di una redistribuzione A
    MONTE di tale processo.

    Avete capito perché c’è tutta sta
    propaganda per questo novello "rivoluzionario" "de
    sinistra"? Avete capito perché
    TUTTI i giornaloni di lor signori (magari con cittadinanza svizzera) gli fanno
    tutta sta propaganda?

     

     

     

  • Rosanna

    Invece  gli interventi del prof Bagnai, definitosi in ogni occasione possibile "de sinistra", e dimostratosi quotidianamente piazzista ideologico dei mantra leghisti, sono particolarmente onesti e coerenti, metanarrazioni della menzogna più squallida, prospettive politiche sorrette dall’ambizione più indecente, che inganna i poveri di spirito critico, indirizzandoli verso un futuro consapevolmente collaborazionista con i soliti turbo-liberisti euroatlantici. 

    Peccato che il suo best seller nazionale non abbia ottenuto la stessa tiratura di quello di Piketty, oppure che gli studenti della Bocconi non accorrano così numerosi alle sue conferenze, o che non sia invitato da Tito Boeri, o da Laura Boldrini. Ma intanto si accontenta di Stefano Fassina, di Matteo Salvini, di Gianni Alemanno  …

    Filosoficamente quasi analfabeta, economicamente doubleface, umanamente simpatico, ma vigliaccamente offensivo verso i dissidenti, insomma il fenotipo è quello del Dr. Jekyll e Mr. Hyde.

    Impossibile raggirare il pubblico più perspicace.

  • Toussaint

    Il suo è un fatto personale. Non c’è niente che lei voglia comunicare, nessuna informazione che lei voglia dare, vuole solo influenzare le idee o i comportamenti di quanti dovessero leggere il suo commento per fini dei quali, peraltro, niente m’importa.

    Lasci stare, la prego. Se vuole dia pure un’occhiata a Paul
    Watzlawick, vedrà che lo troverà interessante, ma poi lasci in pace i lettori. C’è anche chi vorrebbe leggere qualcosa di Bagnai senza essere assalito dalle sue considerazioni. 
     
  • Rosanna

    BENVENUTI SU COME DON CHISCIOTTE
    Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo
    Evelyn Beatrice Hall, The Friends Of Voltaire

    Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità
    Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero

    Anonimo
  • adriano_53

    in secondo luogo: per chi, a suo tempo, ha studiato Marx è d’obbligo il rimando al Qoelet e al suo disincanto.
    In terzo luogo: la borghesia, in particolare quella finanziari, a differenza della classe operaia, ha un fiuto incredibile per individuare gli amici e i nemici.
    in quarto luogo: ringraziamento a Franco per la traduzione.

  • Affus

    per me lo stato non deve redistribuire nè a valle , né a monte , lo stato deve solo regolare la vita sociale dei cittadini ,magari con un occhio di riguardo agli strati più deboli e svantaggiati  .

    E per impedire l’assalto alla diligenza da parte delle categorie più forti che magari hanno dei voti in più , nazionalizza  alcuni servizi pubblici come :  energia comunicazioni ,trasporti, scuola , sanità pubblica , acqua, assicurazioni ,banche .

    Tutto il resto viene dal maligno-

  • Leo_Pistone

    Grande Rosanna! Il tuo "piazzista ideologico dei mantra leghisti" è davvero un ritratto tanto azzeccato quanto impietoso del profeta.

    Per conto mio ci aggiungo il "e con il ricavato fai un po’ di elemosina ai poveracci", vero emblema della democraticissima visione sociale dello stesso.
    Ma i seguaci sono convinti che sarà lui a restituire loro qualcosa di più simile a un ordinamento democratico per il paese in cui vivono, pronti a scagliarsi contro chiunque metta in dubbio i loro convincimenti, oltretutto su basi che più evidenti di così davvero non so come potrebbero esserlo.
    Semplicemente patetico.

    Gli scambi successivi al tuo intervento rappresentano una testimonianza molto efficace riguardo al chi siano i veri castori, leggi rosiconi per i non addentro alla mistica lessicale bagnaiana, e a quanto la loro sindrome di proiezione, nella piena emulazione dei tic più vistosi del loro idolo, abbia raggiunto ormai la fase acuta.
  • Leo_Pistone

    Quando ci si deciderà a richiamare all’ordine quelli che gettano solo fango su questo sito sarà sempre troppo tardi. 

  • Leo_Pistone

    Chi vuole leggere Bagnasi può benissimo andare sul suo blog.

    O siccome lui è lui ha diritto a una sovraesposzione mediatica ancora più chiassosa di quella che già da solo si procura?
    Ma non vedete che il vostro fanatismo vi ha trasformato in fondamentalisti?
    Quando vi incontrate come vi salutate, al grido di Bagnah Akbar?
  • Tao


    Immancabilmente i commenti sono Off topic
    I tre articoli di Krugman, NON parlano di ALBERTO BAGNAI
    Cosa dobbiamo fare ?
    La redazione

  • Gil_Grissom

    Krugman resta una delle menti piu’ brillanti in campo economico a livello mondiale: sempre preciso, sempre dettagliato, sempre documentato. Di particolare interesse mi sembra lo spunto finale sul diverso ruolo e diverso peso avuto dal sindacato in Europa e in America sulla sempre piu’ iniqua redistribuzione del reddito. E scoprire che nella patria del capitalismo sfrenato i sindacati hanno ancora il loro peso mentre nella patria del Welfare(l’Europa) i sindacati non contano piu’ nulla e’ davvero amaro.

  • Leo_Pistone

    Personalmente inizierei ad ammonire chi va avanti a insulti e pretende di zittire le voci che non gradisce, per passare alle vie di fatto se la cosa si ripete.

    Possibilmente senza attendere segnalazioni al riguardo.
    Da qualche tempo questo sito ha preso una gran brutta piega e non mi sembra ci sia bisogno di elencare i nick a cui lo si deve.
  • Toussaint

    Questo sito non ha fatto preso una brutta piega – anzi! Su alcune questioni, come ad esempio la Grecia, è stato il miglior sito al mondo! – ma, se dovesse averlo fatto senza che me ne sia accorto, credo che si debba a personaggi come lei e la sua mentore. 

    S’immagini che io speravo, piccolo ingenuo di provincia, di poter avviare una riflessione su Picketty, facendo rilevare che sia l’innominato (così va meglio?) che Krugman lo trattano, come dire?, maluccio. 
    Contavo anche di postare il commento di un altro noto economista, che ne fa un’analisi molto "puntuta". Visto l’andazzo, ho preferito non postarlo più. Ma è un peccato perché, a mio parere, il personaggio Picketty andrebbe "sviscerato" un po’ meglio. Sa, i marxisti di successo, come anche quelli che ereditano, qualche perplessità me l’hanno sempre creata.
    Non le resta che chiedere a Davide di bannarmi. 
  • Fedeledellacroce

    Ok, Tao mi ha convinto a commentare sui 3 articoli di PK.
    Allora, dall’alto della mia profonda e coccolata ignoranza, posso dire che tutti ‘sti nomi dei grandi studiosi dell’economia da Piketty e Saez a Mundell e McKinnon, passando anche per quel cerebroleso di Marx, non vedono a piú di un palmo del loro naso, ovvero dei loro libri (quelli che scrivono e quelli che leggono).
    La morale é che tutti questi fregnoni stanno li a sognare e parlarsi addosso, chi di salari e assistenza statale, chi di mobilitá del lavoro, altri del diritto all’ereditá, oppure di plus-valore e "sfruttamento del proletariato".
    Ma se la gente cominciasse a tornarsene sui campi e cooperare tra famiglie, individui, PERSONE, beh, credo che sti economisti andrebbero a zampe all’aria, e che anche a loro toccherá di lavorare (sul serio, finalmente).
    Ma la veritá é che le masse sono sedotte dal "successo economico", tradotto in aifon (iPhone ammerigano), macchinone (preferibilmente germanico), moglie fica (tipo Sharon Stone). E nel mero tentativo di ragiungere questi orgasmi sociali, si distruggono la vita, la salute e il futuro.
    Che dire…..ben gli sta!

    Ed ora inveite pure, che forse me lo merito.

  • Leo_Pistone

    Ti sei presentato qui postando a suon di insulti.

    Ma poi ti sei dato una calmata.
    Non ho mai fatto una cosa come chiedere di bannare chicchessia e mai lo farò.
    Fermo restando il fatto che ci sono nick ben noti che stanno rendendo l’aria irrespirabile all’interno di CDC.
    Sono convinto lo facciano per indurre le persone a non frequentarlo più, dato che CDC dà fastidio a molti .
    Pertanto il mio commento più sopra non riguarda assolutamente te.
  • GioCo

    Bhe, cerchiamo di capire meglio perché proprio adesso appare sto "Thomas Piketty", di cui mi sono perso per fortuna tutta la gloriosa carriera.
    Tanto in ogni campo c’è sempre il "detersivo esperto" in queste o quelle chiacchiere.
    Non sono certo di volere entrare però nel merito del rapporto stato-privato, dal momento che lo considero un non problema dentro un altro non problema.
    Se parto a considerare l’economia come qualcosa che riguarda il denaro e oppongo l’idea che senza c’è solo il baratto non ne usciamo, come se la pianta da frutto barattasse qualcosa per fare il frutto e come se questa idea sia talmente percolata nell’anima umana, che mi devo obbligatoriamente giustificare l’atto di produrre il frutto della pianta entro un baratto di qualche tipo (dato che la pianta è così incivile da non accettare denaro o carta di credito) per sostenere questa stessa perversione mentale.
    Le economie della biofera sono energetiche e puntano sul risparmio. Anche le nostre economie sono energetiche, perchè non stiamo in un altra galassia lontana lontana. Ma puntano satiricamente sul mito della potenza (che non c’è, non esiste). Non basta che tu sappia scoreggiare sciocchezze, devi saperle tuonare abbastanza forte da fare scoppiare almeno i vetri del tuo vicino. Ma che siano sciocchezze di base è obbligatorio, perchè nel mito della potenza non si possono tirare perle dientro lo steccato dove tieni i porci, ma al massimo tonnellate di fieno e merda, aggiungendo: dentro c’è roba preziosa, cercala. Il maiale grufola e ci sguazza contento che per lui va bene.
    Ma veniamo alle economie globali. In questo contesto non gliene frega un ca%%o a nessuno (che comanda) chi produce cosa e dove. Ciò che conta è che A e B, punto di partenza e di arrivo di un pacco merda-fieno qualsiasi, faccia più tragitto possibile, ci impieghi più tempo possibile a farlo, renda B minimamente consapevole di quello che gli arriva, renda A totalmente dipendente da un "centro" distributivo unico e unilaterlamente controllato, in questo modo si massimizzano le scommesse non i profitti. Quindi concentrazione e massificazione della produzione per rispettare l’alzo di posta, con conseguente sovraccarico produttivo, bassa resa e alto costo energetico e ambientale, sono ricadute fondamentali e obbligatorie. Per sostenerle ho bisogno di esternalizzare (cioè dare la colpa all’innocente). Esattamente come i Casinò, posso avere una città fondata sul gioco d’azzardo, basta che i gruppi malavitosi siano concentrati in gruppi compatti e bene individuabili e che la polizia frustrata se la prenda con i negri o gli inutili barboni. Parlare di Marx, prenderlo a esempio, dire qualcosa riguardo lo Stato in una situazione di questo tipo, così distante socialmente da quella storica dei primi del ‘900, cianciando sui pochi che avrebbero tutto, non è curare la piaga ma rigirarci dentro il coltello. Suppongo per ciò che gli economisti facciano propria una certa dose di masochismo.

  • Leo_Pistone

    Detto questo, caro Toussaint, vedo che ancora una volta non hai resistito alla tentazione di piegare ai tuoi interessi una questione che con essi non ha proprio nulla a che vedere. 

    Ecco perché, a parte le continue e plateali capriole ideologiche del vostro profeta, voi seguaci siete così poco credibili.
    Date l’impressione di essere costantemente ossessionati dal vostro fine, pronti ad approfittare di qualunque cosa, anche la meno attinente, per cercare di dimostrare quel che avete a cuore. Senza nessuna considerazione per il fatto che questo modo di fare possa essere in molti contesti del tutto fuori luogo, proprio come in questo caso.
    Anche in questo dimostrate un forte spirito di emulazione nei confronti del vostro capo, evidentemente senza comprendere che è proprio in quel modo che egli ha innanzitutto delegittimato sé stesso. E poi, cosa molto più importante e ben peggiore, ha fatto lo stesso nei confronti di tutto il movimento euro-scettico. Dividendolo, ma soprattutto facendo tutto quanto in suo potere per raffigurarlo di fronte all’opinione pubblica come una banda di fanatici invasati, dai quali è meglio tenersi alla larga, per quanto possano essere drammatiche le condizioni del paese.
    Il suo retroterra culturale è tale da permettergli di rendersi perfettamente conto di ciò che sta facendo. Riguardo a quanto descritto e alla sua evidente azione autocratica, i risultati sono proprio i personaggi che agiscono nel tuo stesso modo o peggio.
    Come i seguaci che ululano "sputerò sulle vostre tombe" per la questione Celestini, o che ti inviano messaggi del tipo "ommemerda fascio-piddino, spero che vi ammazzino tutti, presto" per la rabbia scatenata dalle rime di er ducetto de pescara. 
    [IMG]http://i59.tinypic.com/208cftk.jpg[/IMG]
    [IMG]http://i60.tinypic.com/152gas9.jpg[/IMG]
    Per non parlare della sua istigazione al manganellaggio mediatico nei confronti di chiunque si azzardi a manifestare dissenso nei suoi confronti, vero simbolo della autocrazia di cui si serve coscientemente.
    [IMG]http://i61.tinypic.com/dbgvlv.jpg[/IMG]
    Ecco allora la più concreta delle evidenze riguardo alla sua azione di doppiogiochista, il cui unico, vero interesse sta nel trovarsi la poltrona cui anela, con tutto il resto degli annessi e connessi.
  • Oxymen

    Io sono uno di quelli che, non riuscendo più a respirare l’aria mefitica di caccia alle streghe (e in netto contrasto con i motti di Voltaire) ha deciso di mollare tutto. Guarda caso la fascistizzazione (ducetizzazione?) tollerata da cdc ha operato una autentica epurazione di tutti quelli che si sono dichiarati apertamente comunisti (o anarchici). Resta però il coro di adoranti…..

  • Toussaint

    Mi arrendo, lei è un deficiente (dal latino deficio deficit etc., che vuol dire essere privo, mancare … se lo faccia spiegare dalla Sig.ra Spadini). Visto? Al di là delle apparenze non sono tornato al turpiloquio. Ma che posso fare, scrivo di nuovo che "io volevo solo parlare di Picketty"? 

    Posso contare su una sua mancata risposta, propedeutica al lasciarci reciprocamente in pace per i prossimi vent’anni? Grazie.
  • Leo_Pistone

    Analisi impeccabile

  • neroscuro2014

    Quindi la difesa e la pubblica sicurezza, nonché il potere giudicante, ai privati? Se ci metti anche questi nel tuo elenco hai grosso modo uno stato socialdemocratico.