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TOMMASO PADOA EURO, OVVERO COME FOSSE TUTTO CHIARO SIN DAL PRINCIPIO


DI CLAUDIO MARTINI
il-main-stream.blogspot.it

“I giovani italiani sono bamboccioni”, “le tasse sono bellissime”. Queste amenità, pronunciate durante il secondo Governo Prodi, di cui Tommaso Padoa Schioppa era ministro dell’Economia, sono probabilmente l’unico lascito alla memoria collettiva di uno degli ideatori della moneta unica. Oltre a questo, poco rimane; qualche convegno alla memoria tra economisti iniziati, e l’impressione che il personaggio fosse una brava persona colpita da un’avversa sorte (è morto all’improvviso alla fine del 2010).

Eppure Padoa Schioppa era ben altro. Era questo

Un articolo sensazionale, nel senso che dopo che l’hai letto hai la sensazione che tutto fosse sempre stato chiaro, e che certi personaggi avrebbero dovuto essere combattuti, e non votati (l’ultima frase vale solo per gli elettori di sinistra). Cogliamo fior da fiore.

Parlando della storia delle relazioni commerciali franco-tedesche, il nostro scrive:
La Germania aveva vinto per anni, decenni, combinando la superiore qualità dei suoi prodotti industriali (chi compra una Mercedes non bada al prezzo) con la superiore stabilità dei prezzi: le periodiche rivalutazioni del marco premiavano la combinazione ma vi contribuivano anche, perché proprio esse calmieravano i prezzi. La Francia, dopo la svalutazione del 1983, aveva preso la ferrea determinazione di fare «come e meglio della Germania»; un severissimo controllo dei salari accrebbe anno dopo anno la competitività favorendo la crescita.

Una descrizione del mercantilismo dei due paesi che dimostra come sia radicata nella letteratura economica la nostra analisi: la competitività si conquista con la stabilità dei prezzi; e la stabilità dei prezzi si ottiene non facendo crescere i salari, o addirittura riducendoli. Notiamo, en passant, che negli anni ’80 la Francia era governata dalla “sinistra”.

Poi però le cose si complicarono, e alla fine degli anni ’90 i due litiganti condividevano la stessa condizione di precarietà. A questo punto non restavano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’ intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione.

Dove fa capolino l’idea che l’élite finanziaria e accademica ha dello Stato Sociale: una costosa manifestazione della pietà umana. Un paternalismo classista che fa accapponare la pelle.

Ma il meglio deve ancora venire.

In cosa consisterebbero le “riforme strutturali”? In genere gli strani figuri che vediamo ossessivamente presenti sui teleschermi che le presentano come inderogabili e improcrastinabili, ma non si peritano di svelarci il loro contenuto, Padoa Shioppa invece lo fa:

Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Il contatto diretto con la durezza del vivere. Non avevo mai incontrato in vita mia una parafrasi più cinica dell’intento di abbandonare le persone alla propria sofferenza. Qui siamo di fronte ad un deliberato progetto di saccheggio dei diritti e delle risorse dei ceti subalterni da parte dei ceti dominanti. Naturalmente, per rendere inevitabili le riforme strutturali era ed è necessario l’euro. La prossima volta che vi chiedono a cosa è servita la moneta unica, rispondete “per riavvicinare l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”. Per ritornare all’Ottocento.

Questo era l’uomo che i Bersani, i D’Alema, i Fassino, e anche i Di Pietro, Diliberto e Bertinotti vollero ministro dell’Economia nel 2006. Lo sanno gli elettori di sinistra di aver votato per Margareth Thatcher? Sì, probabilmente in tanti lo sanno. Infatti, sono sempre di meno.

Claudio Martini
Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
7.03.2013

Pubblicato da Davide