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THE SHOCK DOCTRINE PER BATTERE PUTIN

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The Guardian

Dai cambiamenti climatici alla Crimea, l’industria del gas naturale è sempre pronta a trovare il modo migliore per sfruttare le crisi per guadagnarci sopra: E’ quello che io chiamo The shock doctrine.

«Una soluzione singolare alla soluzione della crisi climatica è che si sta espandendo notevolmente un processo di estrazione che rilascia enormi quantità di metanodestabilizzante-per-il-clima
Il modo pensato per battere Vladimir Putin sarebbe inondare il mercato europeo con gas naturale-fracked-in-USA, o almeno così vorrebbero farci credere.

Nella foto : Un distesa di siti fracking in una valle del Colorado.

Una crescente isteria anti-russa, ha fatto presentare due disegni di legge al Congresso degli Stati Uniti uno alla Camera dei Rappresentanti (H.R. 6), e uno al Senato (S. 2083) – che propongono l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG), tutto in nome di un aiuto all’Europa per svezzarla dalla dipendenza dai combuatibili fossili di Putin e per il miglioramento della sicurezza nazionale USA.

Secondo Cory Gardner, il deputato repubblicano che ha presentato la mozione alla Camera, opporsi a questa legislazione è come quando chiamiamo il 911 e ci lasciano in attesa, ma dall’altro capo del telefono ci sono i nostri amici e alleati“. Cosa che potrebbe essere vera fintanto che i nostri amici e alleati lavorano alla Chevron e alla Shell, e fintanto che uno stato di emergenza continua serve a mantenere alti i profitti fino a quando non finiranno petrolio convenzionale e gas.

Perché questa strategia funzioni, è importante non cercare mai il pelo nell’uovo. Come il fatto che gran parte del gas non andrà mai in Europa perché gli accordi dicono che il gas deve essere venduto sul mercato mondiale a qualsiasi paese faccia parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

O il fatto che per anni l’industria ha fatto passare il messaggio che l’ America debba accettare il rischio che corrono a causa del fracking-idraulico il territorio, l’acqua e l’aria pur di aiutare il paese a raggiungere “l’indipendenza energetica”. E adesso, all’improvviso e di nascosto, l’obiettivo è stato spostato sulla ” sicurezza energetica “, che apparentemente significa vendere il gas-fracked, che attualmente abbiamo in più, sul mercato mondiale per creare in questo modo una dipendenza energetica all’estero.

Ma la cosa più importante è che nessuno dica mai che la costruzione delle infrastrutture necessarie per esportare il gas su larga scala richiede molti anni sia per le autorizzazioni che per la costruzione – un singolo terminale LNG può arrivare a costare sette miliardi di dollari, deve essere alimentato da una fitta rete a incastro di metanodotti e di centrali di compressione, e che ha bisogno di una propria centrale elettrica solo per generare l’energia che serve per liquefare il gas attraverso il super-raffreddamento. Nell’attesa che questi progetti industriali tanto complessi entrino in funzione, Germania e Russia possono anche essere diventati amici tra di loro. Ma poi qualcuno si ricorderà che la crisi in Crimea fu solo una scusa colta al volo dall’industria dei petrolieri per far avverare il loro eterno sogno di esportare il gas, a prescindere dalle conseguenze per la società che provoca il fracking e quello che sarà di un pianeta sempre più cotto.

Io chiamo questo talento che ha questa gente per sfruttare le crisi, pur di realizzare un guadagno privato, “la dottrina dello shock”, e questa dottrina non sembra dare segni di ritirata. Sappiamo tutti come funziona la dottrina dello shock : in tempi di crisi – vera o artificiosa – le nostre élites riescono sempre a far imporre scelte politiche impopolari che sono dannose per tutti, ma che vengono prese per motivi di emergenza. Certo che ci sono obiezioni – dagli scienziati del clima che avvertono dell’elevato potere di riscaldamento di metano, o dalle comunità locali che non vogliono che porti delle loro amate coste, diventino zone ad alto rischio. Ma chi ha tempo per parlarne? E’ un’emergenza ! Bisogna chiamare il 911, subito ! Prima approviamo le leggi, al resto penseremo più tardi.

Ci sono un sacco di imprese brave in questa strategia, ma nessuna è tanto brava a sfruttare con tanta razionalità i tentennamenti prodotti dalle crisi come l’industria del gas a livello mondiale.

Negli ultimi quattro anni la lobby del gas si è servita della crisi economica in Europa per raccontare a paesi come la Grecia che il modo migliore per uscire dal debito e dalla disperazione è far trapanare le loro coste e i loro bei mai. E ha usato le stesse argomentazioni per razionalizzare il fracking in tutto il Nord America e nel Regno Unito.

Ora la crisi del giorno è il conflitto in Ucraina, che viene utilizzato come un ariete per abbattere le forti restrizioni sulle esportazioni di gas naturale e per sostenerle forzando un controverso accordo di libero scambio con l’Europa. E’ proprio un bell’affare: si mettono insieme le economie delle imprese più aperte al libero scambio, quelle più inquinanti e quelle che intrappolano il calore del gasnell’atmosfera tutti lavorano per risolvere il problema di una crisi energetica, che in gran parte è tutta un’invenzione.

In questo contesto vale la pena ricordare ironia della sorte che l’industria del gas naturale è stata la più abile a sfruttare la crisi del cambiamento climatico stesso.

Non importa che la singolare soluzione trovata dall’industria per la crisi climatica sia una notevole espansione del processo di estrazione con il fracking, che emette enormi quantità di metano-destabilizzante-per-il clima e per la nostra atmosfera. – Il metano è uno dei gas serra più potenti 34 volte più potente dell’anidride carbonica, secondo le ultime stime del Intergovernmental Panel on Climate Change. E questo per un periodo di 100 anni, quanto è il tempo che impiega il metano a ridurre i suoi effeti nel tempo.

E molto più importante, sostiene il biochimico Robert Howarth, della Cornell University, uno dei maggiori esperti mondiali sulle emissioni di metano, guardare l’impatto nel raggio dei prossimi 1520 anni, periodo nel quale il metano ha un potenziale di riscaldamento globale che arriva ad un impressionante 86-100 volte più dell’anidride carbonica. “E’ in questo lasso di tempo che rischiamo noi stessi di sprofondare in un riscaldamento globale molto rapido ha detto mercoledì scorso.

E ricordate: non bisogna costruire infrastrutture multimilionarie a meno che non si pensi di usarle per almeno 40 anni. E invece noi rispondiamo alla crisi del riscaldamento del nostro pianeta, con la costruzione di una rete di forni atmosferici ultrapotenti. Ma siamo pazzi?

Il fatto è che noi non sappiamo quanto sia il metano che viene effettivamente rilasciato dalle perforazioni, dal fracking e da tutte le infrastrutture collaterali. Anche mentre l’industria del gas naturale ci racconta che comunque che le emissioni di anidride carbonica sono “sempre meno del carbone!”, non si è mai sistematicamente valutato quante siano le fughe di metano, che fuoriescono durante le fasi del processo di estrazione, di trasformazione e di distribuzione del gas dalle tubature e dalle valvole dei condensatori sotto i quartieri di Harlem. L’industria del gas stesso, nel 1981, venne fuori intelligentemente dicendo che il gas naturale sarebbe stato un “ponte” verso un futuro di energia pulita. Questo succedeva 33 anni fa. Un lungo ponte. E la costa dall’altra parte ancora non si vede.

E nel 1988 l’anno in cui il climatologo James Hansen avvertiva il Congresso, con una testimonianza storica, del problema urgente del riscaldamento globale – La American Gas Association cominciò a pubblicizzare esplicitamente il suo prodotto come una risposta all’ “effetto serra“. Non perse tempo, in altre parole, a vendersi come la soluzione a una crisi globale che aveva contribuito a creare.

L’utilizzo che ne ha fatto l’industria, della crisi in Ucraina per espandere il proprio mercato globale sotto la bandiera della sicurezza energetica” deve essere inquadrato nel contesto di questo ininterrotto opportunismo determinato dalle crisi.

Solo che questa volta siamo molti di più a sapere dove stanno le vere bugie sulla sicurezza energetica. Grazie al lavoro di valenti ricercatori come Mark Jacobson e il suo team di Stanford, sappiamo che il mondo può, entro il 2030, alimentarsi completamente con energia rinnovabile. E, grazie agli ultimi rapporti allarmistici del IPCC, sappiamo che seguire queste indicazioni adesso è un imperativo esistenziale.

Questa è l’infrastruttura che dobbiamo sbrigarci a costruire non quei colossali progetti industriali che ci bloccheranno ancora dentro una pericolosa dipendenza dai combustibili fossili per altri decenni. , questi combustibili ci saranno ancora necessari durante il periodo di transizione, ma basteranno i sistemi tradizionali per farci arrivare sull’altra sponda: non serviranno certamente i metodi di estrazione ultra-inquinanti come le sabbie bituminose e fracking.

Come ha detto Jacobson in un’intervista proprio questa settimana: Non abbiamo bisogno di combustibili non convenzionali per produrre le infrastrutture che servono per farci arrivare allenuove infrastrutture interamente pulite e rinnovabili. Infrastrutture eoliche, idriche e solari a tutti gli effetti. Fino a quel momento possiamo contare solo sulle infrastrutture esistenti per produrre l’energia di cui abbiamo bisogno il petrolio convenzionale e il gas sono molto più che sufficienti.

Detto questo, tocca agli europei trasformare il loro desiderio di emanciparsi dal gas russo in una domanda di una transizione accelerata verso le energie rinnovabili. Questa transizione a cui le nazioni europee si sono impegnate nell’ambito del Protocollo di Kyoto può essere facilmente sabotata se il mercato mondiale verrà invaso da combustibili fossili a buon mercato fracked dalle rocce degli Stati Uniti. E in effetti Americans Against Fracking, che sta opponendosi contro la carica dei fast-tracking che vogliono le esportazioni di gas, sta lavorando a stretto contatto con i suoi omologhi europei per evitare che questo accada.

Rispondere alla minaccia di un riscaldamento catastrofico è il nostro imperativo più pressante per l’energia. Per questo noi semplicemente non possiamo permetterci di essere distratti da queste ultime strategie di marketing messe in atto da quelli dell’industria del gas naturale.

Naomi Klein

Fonte: The Guardian

Link: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/apr/10/us-fracking-companies-climate-change-crisis-shock-doctrine

10.04.2014

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario.

Pubblicato da Bosque Primario

  • yago

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  • Servus

    Pare invece che l’Europa, dopo avere firmato Kioto e speso miliardi per le rinnovabili e imposto alle nazione UE di spendere ulteriori centinaia di miliardi per il rinnovamento energetico e diminuire la produzione di anidride carbonica, sia supina a Obama e gli USA e non aspetti altro che il loro gas di fracking (100 volte più dannosa della CO2).