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THE POWER AND THE EMPIRE – IL FENOMENO HOUSE OF CARDS

DI HS

comedonchisciotte.org

Spregiudicati politicanti e amministratori, avvocati cinici e amorali, poliziotti dai metodi poco ortodossi, agenti speciali determinati fino a ricorrere alla tortura e alle sevizie, gangster ambiguamente astuti, anchorman televisivi intenti a rispettare unicamente la legge dell’audience, medici che esercitano la loro missione in una maniera tutta particolare, fino ai vecchi, cari cowboys e pistoleri resi in tutta la loro spietata brutalità…

Che il sogno americano fosse ormai affondato nel fiume incessante della storia lo avevamo ormai appreso da lungo tempo. Atttraverso Hollywood e la gigantesca macchina dell’industria dello spettacolo d’oltreoceano erano stati veicolati innumerevoli e duraturi miti sulla grandezza del popolo americano e, soprattutto, dei suoi eroi individualisti ma vincolati a profondi codici morali e d’onore che, già la disastrosa guerra in Indocina con il suo pesante carico di crimini di guerra e contro l’umanità – naturalmente e pervicacemente sminuiti e ridimensionati – si era incaricata di demolire e mandare in soffitta.

Nel nuovo millennio la “temperatura” della febbre d’oltreoceano ha semplicemente cambiato termometro e i prodotti di celluloide sono stati rimpiazzati dalle più economiche e convenienti serie televisive che hanno invaso le case di tutto il mondo con i loro eroi e “antieroi” cinici, beffardi e maledetti. Con l’ausilio del vecchio e caro telecomando ci siamo resi conto di una verità banale ma significativa: i miti appartengono all’archeologia anche della storia americana mentre i sogni si sono trasformati in incubi. E’ come se l’Impero – l’unico vero impero globale, retto da una costosissima struttura fondata sulla sinergia fra forze economiche, finanziarie, militari, tecnologiche e informatiche – avesse voluto calare la sua maschera benevola e proba di raddrizzatore di torti e liberatore da infami totalitarismi come quelli nazifascisti e comunisti per mostrare il suo volto autentico.

Insomma l’Impero c’è e non c’è alcun modo di rapportarsi ad esso se non accettarlo e conviverci serenamente. Altrimenti non c’è modo di trovare un posto congruo nell’odierna società digitalizzata ed economicizzata. A partire dal 2001 – do you remember Ground Zero e G8 di Genova ? – abbiamo dovuto gradualmente comprendere che, come ogni Impero, anche quello statunitense non può pensare di autoriprodursi senza iniettare nel “sistema – mondo” robuste dosi di violenza e brutalità militari e poliziesche alla maniera degli eroi delle sue serie a tema poliziesco o criminale. In questi anni abbiamo potuto vedere come le stesse irruzioni e perquisizioni effettuate dai corpi di polizia nei confronti dei suoi stessi cittadini si risolvano in questioni di “guerra”, affidate, come sono, a unità speciali e di elite militarmente addestrate. Da popolarissime serie come “Alias” e “24” abbiamo assistito alle gesta di agenti segreti capaci di uccidere a sangue freddo e di ricorrete, qualora la situazione lo richieda, la tortura nei confronti dei nemici. Fuori o dentro i confini degli States non fa differenza per l’Impero, il mondo è sempre in pericolo, minacciato da superterroristi o narcotrafficanti sempre intenti a perseguire i loro progetti di distruzione o disgregazione del Villaggio Globale che parla il linguaggio del dollaro.

Il segreto del successo delle nuove ondate di serie televisive americane – indubbiamente realizzate con robusto e solido mestiere – sta nell’occhio dello spettatore che non può fare a meno di essere trascinato dall’ambiguità morale di personaggi e situazioni. Siamo portati a stigmatizzare la condotta di questi novelli eroi provenienti da oltreoceano oppure, nel nostro intimo, ne condividiamo le discutibili e, a volte, perniciose scelte ? Ognuno può rispondere diversamente e, nondimeno, una visione più meditata e approfondita di questi prodotti televisivi ci pone di fronte alla realtà dura e tagliente del pragmatico cinismo americano e di una violenza che, anche sottotraccia, permea comportamenti e relazioni interpersonali.

Ormai oggetto di culto e di discussione, sicuramente “House of cards” rimarrà negli annali della storia televisiva americana per aver raggiunto l’apice sia per quel che riguarda gli aspetti estetico – formali, sia sotto il profilo contenutistico. Difatti si potrà ancora realizzare un’opera televisiva – o cinematografica – nella quale l’inquilino della Casa Bianca viene descritto in maniera così inquietante e negativa ? “Nero”, anzi “nerissimo”, “House of cards” narra le gesta di un veterano della “politica americana che conta”, il democratico Frank Underwood – letteralmente “sottobosco”, interpretato da un formidabile Kevin Spacey, campione di doppiezza e memore degli esordi all’odor sulfureo -, il quale, ambiziosissimo e senza scrupoli, è determinato a conseguire il sogno di una vita, la conquista della presidenza degli Stati Uniti d’America. Spalleggiato dall’ugualmente spregiudicata consorte Claire – e i due formano una coppia che farebbe perfino sfigurare i Macbeth -, il deputato congressuale non arretra di fronte a nulla pur di coronare il suo fosco sogno di gloria, riuscendo a tessere complicate trame e non arretrando neppure di fronte alla “necessità” di eliminare fisicamente chi può seriamente danneggiarlo od ostacolare la sua scalata. Un vero e proprio campione di “perfidia”, ma, nel corso dello svolgimento delle prime due serie, scopriamo anche che, semplicemente, Frank Underwood è più abile, astuto e determinato degli altri. Maestro di simulazione e di tattica, è il leone fra i leoni e la volpe fra le volpi… Il lupo fra i lupi…
Difatti, oltre al mitico Shakespeare – la più inesauribile delle fonti di ispirazione – lo scrittore Michael Dobbs e gli altri sceneggiatori si sono certamente e ampiamente rifatti al “Principe” di Machiavelli, un manuale e, insieme, un ritratto del tipico uomo di potere italiano a cavallo fra il XV e il XVI secolo che ha lasciato il segno. Con un espediente vecchio quanto la tragedia greca il protagonista si rivolge al pubblico per manifestargli il suo pensiero e per esporgli le sue mosse, ora con ironico cinismo, ora con sprezzante sarcasmo. Parafrasando Franz Kafka egli è “uomo di potere per cui, per quanto possiamo pensare, sfugge al nostro giudizio”. Come spesso accade nella fiction odierna il pubblico viene immerso nella narrazione e finisce per diventare una sorta di “personaggio nascosto” della serie. Ascoltando la sua viva voce che ci invita a seguirlo, quale giudizio potremmo mai trarre dalle sue imprese ? Quali considerazioni formulare ? Pur potendolo condannare, c’è sempre qualcosa che fa ritrarre lo spettatore e gli impedisce di fare l’ultimo estremo passo, perchè Frank Underwood è intimamente figlio del Potere… Appartiene al Potere…

Fin dall’incipit e dalla presentazione, “House of cards” ci proietta in un mondo a noi vicino quanto ignoto: ad ogni puntata appare Washington sovrastata da un cielo completamente coperto da nuvole e pronto a scatenare una tempesta. Se la verità è luce, allora il mondo in cui si esercita e si elabora il vero potere è necessariamente dominata dalla menzogna imposta e istituzionalizzata. Neanche troppo sotto traccia, “House of cards” mostra come – forse da sempre – e, segnatamente, nel cuore della più grande potenza mondiale, esiste un solco tracciato fra il Palazzo e la cittadinanza. Quest’ultima, senza neanche troppe remore, viene presentata come un “gregge” pronto in ogni caso ad essere ammaestrato e manipolato da chi possiede le doti e le risorse per farlo e, d’altronde, i palazzi in cui si esercita il potere sono separati dai suoi cittadini, governati da leggi e regole proprie e abitati da inquilini costantemente impegnati nello sforzo di perpetuare o rafforzare la propria posizione, alfine
incuranti del mondo esterno. Ministri, deputati, senatori, segretari, lobbisti, ecc…

Quanto sia moralmente abietto e animato da dinamiche particolari e inconfessabili l’ambiente di Washington è costantemente sottolineato da una fotografia cupa e torva come poche, capace di trasmettere un asfissiante senso di claustrofobia corrispondente al chiuso delle “stanze dei bottoni”. Spesso i volti dei protagonisti e degli altri personaggi vengono coperti nell’ombra, quasi a renderli irriconoscibili e indistinguibili…

Allora non stupisce che un individuo della risma di Frank Underwood – il quale trae piacere e linfa vitale solo dall’esercizio del potere e del suo controllo – abbia dichiarato guerra a quel piccolo mondo nel quale, potenzialmente, tutti sono contro tutti… Ed è una guerra che non conosce veramente regole e che richiede le sue vittime ora miseramente screditate ora colpite a morte…

Alla fine della seconda serie il nostro “eroe” riesce a conquistare la Presidenza degli Stati Uniti d’America con un colpo da maestro e senza aver beneficiato di un solo voto. Frank Underwood non è più semplicemente il composto e misurato capogruppo dei Democratici al Congresso, ma l’Imperatore e il Principe per eccellenza, il postmoderno sovrano che veglia sulle sorti del mondo globalizzato. Riuscirà a mantenere il suo scettro e poi a farsi riconfermare alle prossime elezioni presidenziali ? Ma la domanda che suscita e stimola la curiosità di alcuni degli spettatori più affezionati è se veramente un tipaccio come Underwood è tanto malvagio da essere un sovrano peggiore di tanti altri presidenti, Bush jr e Obama in primis…

Senza confessarlo, forse gli States hanno trovato chi fa per loro, l’uomo giusto al posto giusto, accorto e capace di fare quel che è necessario…

Saluti

HS

Fonte: www.comedonchisciotte.org

28.03.2015

Pubblicato da Davide