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SIRIA, BUFALE E CONTROBUFALE. REPUBBLICA FA LA SOLITA FIGURA

DI MIGUEL MARTINEZ

kelebeklerblog

Quando Repubblica – o i media occidentali in generale – ci raccontano qualcosa della Siria, citano quasi sempre come fonte l’Osservatorio dei diritti umani in Siria, che suona come cosa assai seria e credibile.

L’Osservatorio consiste in un solo uomo. Un proprietario di un negozio di abbigliamento, tale Rami Abdulrahman, che abita in un piccolo appartamento a Londra.

Noi abbiamo solo la sua parola, per credergli quando sostiene di dormire appena quattro ore e mezza la notte, perché è sempre collegato con i suoi innumerevoli informatori virtuali sul campo.

Di sicuro, sappiamo solo che ogni mattina produce un comunicato che dà ai giornalisti ciò che vogliono: numeri. Tanti, tanti numeri.

In realtà, esiste un altro siriano a Londra che sostiene di essere lui il fondatore dell’osservatorio, e che “Rami Abdulrahman” non esiste: dice che si tratterebbe di un certo Osama Ali Suleiman, che avrebbe rubato le password del sito, impossessandosene.

Insomma, quasi tutto ciò che il teledipendente medio sa della guerra civile siriana dipende dalla fede che i gestori dei media hanno in questo misterioso signore londinese.

Ora, l’Osservatorio/studiolo londinese è decisamente antigovernativo e schierato con i ribelli.

Poi, una volta su mille, Repubblica ci presenta una notizia che porta il lettore a schierarsi invece contro i ribelli. E quando lo fa, ricorre a una bufala, che adesso esploreremo nel dettaglio.

Leggiamo sul sito di Repubblica questo drammatico titolo:

Libano, le donne spedite in Siria
costrette a fare sesso con i combattenti

E siccome siamo in Italia, la notizia è preceduta da una sorta di cartellino che indica il sentimento che il Buon Lettore deve provare mentre legge la notizia:

DIGNITA’ OFFESE

Ecco il succo della notizia, riportata da Mauro Pompili:

“BEIRUT – Donne di conforto per gli uomini dei gruppi jihadisti che combattono in Siria. È questa una delle ultime tragiche novità che arriva dal fronte siriano. Decine, forse centinaia, di giovani donne, è sufficiente che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età, sono reclutate in Tunisia e Somalia, trasportate clandestinamente in Siria e qui obbligate a concedersi ai miliziani che combattono le truppe di al-Assad per onorare il “jihad ennikah”, ovvero il “matrimonio con chi fa la guerra santa”.”

L’unica fonte citata è l’intervista che un certo Abou Koussay, “miliziano tunisino che ha combattuto ad Aleppo”, avrebbe rilasciato al quotidiano tunisino Assarih.

L’intervista esiste. Non sono riuscito a trovare l’originale (il sito di Assarih pare che sia attualmente inagibile a causa di hacker islamisti), ma da varie sintesi che compaiono su altri siti, ricostruisco che è stata rilasciata lo scorso 22 marzo: evidentemente il tempo che la notizia ci ha messo per arrivare da Tunisi a Beirut (come da misterioso incipit dell’articolo) e da lì all’orecchio di Mauro Pompili.

In questa intervista, che riguarda sostanzialmente la maniera pessima in cui i jihadisti tunisini vengono trattati dai loro compagni di avventura, si aggiunge che Abou Koussay

“ha anche confermato la presenza di 13 ragazze che si sono impegnate nel Jihad del Nikah, e chi le sovrintende non è altri che l’ex danzatrice della catena televisiva ‘’Ghinwa’’ nota come ‘’Oum Jaafer’’.”

Insomma, un’ex-velina ha organizzato un gruppo di amiche.

Mauro Pompili però allarga il discorso, introducendo una certa “Naada Gibrihil, portavoce di un’associazione di donne islamiche”. La grafia è assurda per chiunque abbia nozioni anche minime di arabo, ma persino cambiando il nome in qualcosa di più credibile (ad esempio “Nada Jibril”), non se ne trova traccia su Internet.

Comunque, da qui arriviamo alla vera e propria bufala:

“La fatwa assolve i miliziani e condanna le donne. L’abuso sulle donne è uno dei maggiori drammi in tutte le guerre. Per gli estremisti che stanno combattendo in Siria è, però, proprio il loro integralismo a complicare, almeno sul piano religioso, l’applicazione di questa pratica disumana. “La soluzione per loro è arrivata dall’Arabia Saudita, grazie allo Sceicco wahabita Mohammed al-Arifi – continua Naada Gibrihil – che ha fatto un appello per l’arruolamento delle donne per la jihad in Siria, e contemporaneamente ha emanato una fatwa (sentenza in materia di diritto religioso ndr) dal titolo: La jihad attraverso il matrimonio in Siria”. In questo modo dal punto di vista religioso è stata concessa liceità ai rapporti sessuali dei combattenti sul suolo siriano alla sola condizione che siano celibi o lontani dalle mogli.

Gli effetti devastanti della sentenza. Grazie alla fatwa possono contrarre un matrimonio della durata di un’ora, con donne non sposate o ripudiate. Soddisfatte le proprie necessità al miliziano sarà sufficiente ripetere per tre volta la formula rituale del ripudio per annullare le nozze. Così un altro combattente potrà sposare la stessa donna, e il gioco atroce si continuerà a ripetere. Per di più non è necessario che la donna acconsenta al matrimonio temporaneo”. Gli effetti di questa sentenza sono devastanti anche per tutte le donne delle zone di guerra. “Grazie alla stessa fatwa, si possono stuprare le donne siriane. Basta sposarle temporaneamente anche contro la loro volontà. Sappiamo poco dalla Siria, quel poco ci fa pensare a migliaia di donne che hanno subito questo stupro religiosamente lecito”.

Il “matrimonio a tempo”, zawâj al-muta’ah, è un curioso istituto, ammesso in alcuni ambienti sciiti, che permette una convivenza provvisoria, senza necessità di autorizzazione delle rispettive famiglie di origine. Secondo alcuni imam permette a una coppia di conoscersi e decidere se fondare su basi più permanenti il loro rapporti; ma può anche diventare una forma di prostituzione – anche se allo scadere del matrimonio, la donna non può risposarsi per due cicli mestruali, e quindi non ci si potrebbe certamente costruire su un’industria.

Da secoli i sunniti inveiscono contro questa usanza, simbolo dell’erotica perversione degli sciiti: la storia delle polemiche tra correnti islamiche è imbevuta sin dalle origini di accuse a sfondo sessuale di varia natura, in cui comunque gli “eretici” (e quindi gli sciiti) fanno sempre la figura dei libertini che non sanno far rigare dritto le donne.

Ora, Mohammed al-Arifi, il predicatore saudita cui si attribuisce la fatwa, è un esaltato predicatore saudita, che vanta 3,5 milioni di seguaci su Twitter e 1,4 su Facebook – mai confondere islamismo estremista con tecnofobia.

Da anni, conduce una campagna rumorosa di istigazione alla violenza contro il governo siriano e – appena più indirettamente – contro gli sciiti.

Nel dicembre del 2012, la televisione libanese al-Jadid inizia a far girare l’immagine di un presunto tweet, attribuito al canale Twitter dell’e-predicatore:

Un falso evidente, vista che il numero di caratteri supera i 140 ammessi su Twitter. E comunque è stato smentito più volte dallo stesso predicatore.

Ora, è istruttivo seguire la diffusione del falso.

Innanzitutto, viene ripreso, senza particolare seguito, dalla TV iraniana, evidentemente interessata a screditare i nemici della Siria.

Contemporaneamente, lo riprendono, con ben altri intenti, i media neocon e islamofobi, a partire dal sito RadicalIslam.org, che appartiene al Clarion Fund, che come abbiamo visto è a sua volta un’emanazione dell’organizzazione sionista di destra, Aish Ha-Torah, quella che finanziò la diffusione di ben 28 milioni di DVD del film Obsession nelle case statunitensi.

Dal sito RadicalIslam.org, che possiamo dire di “destra”, la notizia passa a “sinistra”, quando la riprendono vari siti progressisti, da Salon a Alternet, questa volta presumibilmente in base al principio, “se qualcosa ferisce la dignità delle donne, deve essere vero”.

E così, il falso inizia a viaggiare per tre canali politici diversissimi – i sostenitori del laico governo siriano, i fallaciani antislamici e femministe e progressisti vari.

Perché dentro quei canali, scorre un’irresistibile onda di pettegolezzo erotico, in grado di travolgere anche i più potenti castelli dei predicatori fesbuchiani e tuitteranti.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebeklerblog.com

Link: http://kelebeklerblog.com/2013/07/16/siria-bufale-e-controbufale-repubblica-fa-la-solita-figura/
16.07.2013

Pubblicato da Truman

  • cardisem

    Ho sentito la notizia su Rainews24. Mi ha impressionato molto, e non mi spiegavo il controsenso rispetto all’informazione tipica sulla Siria… Adesso scopro che era una bufala…

  • Tonguessy

    Di sicuro, sappiamo solo che ogni mattina produce un comunicato che dà ai giornalisti ciò che vogliono: numeri. Tanti, tanti numeri.

    E io che pensavo fossero gli economisti interessati ai numeri….

  • marcopa

    Ho trovato anch’ io la notizia e l’ ho messa anche su un notiziario che scrivo settimanalmente. Ho citato nel mio scritto esplicitamente Repubblica e il giornalista Pompili, cosa che abitualmente non faccio, perché non mi convincevano alcune cose.

    Però la notizia dei primi nati della jihad al-nikah era in settimana su Avvenire e Giuliana Sgrena aveva parlato ad aprile di questa cosa e sul Manifesto ne aveva scritto anche Salinari.