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“Senza futuro, mi uccido. Colpa vostra” (la lettera di Michele)

DI MICHELE

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele – dice la madre – ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni»

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

 

Fonte: http://messaggeroveneto.gelocal.it

Link: http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837

8.02.2017

Pubblicato da Davide

  • natascia

    Dentro di me c’era ordine………un’ordine che oggi disturba ai manovratori. L’ordine che la natura ci ha dato per la conservazione delle specie. Non posso scrivere altro perché i miei figli sono più giovani e stanno lottando soli, competitivi senza desiderare di esserlo . La competizione non fa parte dell’umanità . Solo l’amore salva, salva sempre, auguro a questo giovane la pace, e la forza della veglia per noi .

    • Toussaint

      Si nada nos salva de la muerte, al menos que el amor nos salve de esta vida – Action poetica Alicante

      Mi ero già commosso per Pacho. Eccone un altro. Ma chissà quanti altri di cui non sappiamo niente. Vorrei essere credente per augurargli almeno adesso un po’ di pace. Ma Dio non c’è, Poletti invece si.

      • rossana

        Sarà che ciò che scrive Michele a motivazione del suo suicidio mi pare descriva più una sorta di adolescenziale caduta delle illusioni per aspettative irrealistiche in ogni tempo, non solo oggi, ma equipararlo a quello di Pacho è un mettere il sessantenne Pacho con la sua vita, le sue battaglie politiche, la sua fuga da un regime fra i più feroci sullo stesso piano di quella di un tipico esempio di cosa produca la narrazione tossica sulle nuove generazioni.

        Cit. “Sono entrato in questo mondo da persona
        libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva
        nemmeno un po’
        . Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona.”.

        Sembrano frasi di un adolescente alle prese più con la tragedia della propria crescita, che quelle di un uomo di trentanni giustamente incazzato con un sistema che gli racconta fiabe e poi non gli da il lieto fine.

        Non so chi abbia deciso di rendere questa lettera pubblica, perché a me pare un dramma tutto privato, uno di quei tipici suicidi adolescenziali dove la quindicenne scopre che lui non l’ama più e quindi vuole morire.

        Cosa vuol dire “Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione…”? Ci suicidiamo tutti perché non riusciamo a ottenere la casa o l’auto dei nostri spericolati sogni? Ci suicidiamo tutti perché il mondo intero non ci accoglie come vorremmo?
        Solo una cosa condivido di questa lettera/testimonianza, là dove scrive che nessuno è in grado di stabilire i livelli di sopportazione o di dolore, essendo questi soggettivi.
        E qui vedo solo un dramma personale, non un dramma che ha valore “politico”.
        Pacho ha deciso di andarsene dopo una vita passata a lottare contro un sistema feroce, accettando e sfidando le trappole della vita, e solo alla fine, quando impossibile gli era diventata ormai anche la mera sopravvivenza, e in una situazione di malattia e avanzare dell’età gli rendevano impossibile continuare a lottare, ha ceduto.
        Che similitudine ha mai il suo suicidio con quello di Michele il quale, scoprendo a trentanni che il mondo non soddisfa le sue aspettative, anziché combatterlo si uccide con l’aria di chi fa i capricci perché Babbo Natale non gli ha portato quel trenino desiderato per avere il quale aveva fatto i compiti ogni giorno?
        Ogni morte, così come ogni vita, merita rispetto. Ma qui non vedo che un dramma esistenziale personale, non l’esito di un drammatico momento politico.

        • Ronte

          Ridurre un fatto di questo tipo a un’azione addirittura adolescenziale, per quanto nell’adolescenza a volte si capisce di più di ciò che saremo dopo, visti i risultati oggettivi, è quantomeno riduttivo se non proprio offensivo. In quella lettera d’addio sta scritto per intero il rapporto individuo società. E cosa c’è di più politico di questo?

        • Toussaint

          Hai ragione Rosanna. Analoga è la commozione, ma c’è senz’altro differenza fra il caso di Pacho e quello di Michele. Però prendi la lettera di Michele un po’ troppo al suo valore nominale, trascurando quello che forse intendeva dire fra le righe.

          L’orgoglio, ad esempio. In particolare quello di un trentenne. Non è facile ammettere di non avercela fatta. Brutalmente, di essere una persona fragile, sconfitta, in una società competitiva (ma col trucco) e meritocratica (quel grosso imbroglio che è la “meritocrazia”), in particolare davanti ai nostri genitori ed ai nostri amici.

          Da qui il suo arrendersi sì, ma davanti ad un grande obbiettivo, con una grande motivazione, perché se si cade davanti ad un grande obbiettivo (il volere il massimo) si diventa eroi, davanti ad un piccolo obbiettivo (voglio un lavoro da grafico) un povero pirla.

          Un estremo gesto di dignità (meglio passare da arroganti che da sfigati). Così ho interpretato la sua lettera (fra le altre cose). In realtà, si sarebbe forse accontentato di un decente lavoro da grafico, niente di più, che magari gli avrebbe permesso di andare davanti ad una ragazza senza passare da sfigato.

          Così interpreto, ad esempio, questo passaggio, “””Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile”””. Oppure il poscritto, “””Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi. Ho resistito finché ho potuto”””. Ma la lettera è piena di dichiarazioni analoghe. Non sono le affermazioni di uno che voleva la luna.

          Questa sua lettera è forse anche un ultimo gesto d’affetto verso le persone che gli sono care. Per lasciare l’immagine di un eroe che è caduto in battaglia e non di un povero fragile ragazzo, troppo piccolo davanti alla vita, ma anche davanti al mondo che gli abbiamo creato intorno.

          Rosanna, non lo so se son riuscito a spiegarmi. Restano molte altre cose da dire. So anche che, forse, mi son costruito un film. Non conosco la situazione nei suoi dettagli. Ma quello che ho letto come posso non interpretarlo secondo la chiave di lettura costituita dalla mia vita e dalla mia età? Nella lettera che ci ha lasciato ho visto il tentativo di un ragazzo di denunciare un sistema e di lasciare di sé il ricordo di un eroe che si è battuto, finché ha potuto, contro i mulini a vento. E non il ricordo di un ragazzo che, come Pacho, ad un certo punto non ce l’ha fatta più.

          Per questo ho scritto in coda a Natascia quella frase in spagnolo che avevo postato anche per Pacho (mi pare), “se niente ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi da questa vita”. La pietà, la nobile pietà umana, dov’è che è andata a finire?

          • rossland

            Abbiamo solo le sue parole, e non possiamo che provare a capire quelle, consapevoli che nessuno può né giudicare né pensare di capire fino in fondo il senso che lui stesso ha attribuito a quelle che ha usato.
            Da queste, in base forse alla mia natura e alla mia inclinazione, noto “pretendere”, “sono stufo di…” (fare colloqui, fare sforzi, ecc.) o frasi come “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato…”, che ripetono quelle che da anni sentiamo ripetere a sproposito, come se esistesse una sorta di diritto ad avere in eredità fin dalla nascita un mondo su misura e in buone condizioni in cui poter vivere per realizzare le proprie aspirazioni al piacere, al successo, a un lavoro che sia gratificante al massimo (“non al minimo”).
            Che vuoi farci, ho qualche anno più di Michele e ho ancora memoria di un mondo consegnato alla generazione precedente distrutto da una guerra mondiale e da una civile, di un mondo di persone con le pezze al culo che piacesse o no per mettersi un tetto sulla testa hanno sudato nei campi o in fabbriche mefitiche, di quelli che a Michele avrebbero “dovuto consegnare” un mondo a lui più congeniale che per farne uno appena decente han fatto giornate su giornate di sciopero pur avendo debiti e figli da sfamare, che hanno conosciuto il sacrificio e la fatica, prima delle soddisfazioni della serenità di una vita normale e forse banale.
            Michele pare non avere alcuna consapevolezza del fatto che il mondo non è nulla, che il come è lo fanno o lo disfano gli uomini, che i diritti bisogna difenderli e riconquistarli, non aspettarsi di incassare il premio di una vita perfetta già con l’atto di nascita.
            Ecco, certo queste sono considerazioni totalmente mie, è ciò che io leggo pesando forse diversamente da lui il significato delle parole da lui usate.
            Il che non vuole negare nessuna delle indubbie difficoltà che ostacolano il futuro dei trentenni di oggi, sia chiaro.
            Ma mi ricorda che ho visto poca determinazione nel difendere i propri diritti acquisiti dalla generazione post guerra. Mi ricorda che di fronte ai ricatti nel mondo del lavoro, chi si presta a fare stages a 300€ al mese senza altra prospettiva che farne un secondo e un terzo all’infinito sono i trentenni di oggi.
            Che chi confonde il lavoro con il volontariato sociale sono sempre loro, i trentenni che “pretendono” e lamentano di non avere avuto in dote un mondo adatto alle loro aspirazioni sono sempre i precari trentenni, i disoccupati trentenni che accettano di lavorare a 3/4€ l’ora così inetnto fanno curriculum (fino a 40 anni? fino a quando?), anziché piuttosto sputare su lavori il cui senso è solo di abbassare sempre più le pretese e alzare sempre più gli steccati.
            Non so se Michele aveva altre ragioni, ma vista dalla mia angolazione quella del mondo imperfetto che non garantisce vite felici mi pare la più adolescenziale delle motivazioni.
            Che diritti avevano nel dopoguerra e fino agli anni ’70 del secolo scorso i suoi nonni? Che mondo hanno ereditato? Si sono forse suicidati perché erano “stufi di…”?
            Sono punti di vista, mie considerazioni che da Michele si allargano al tema che lui ha sicuramente vissuto con senso di frustrazione e fallimento.
            Ma anche, forse, con illusioni e aspettative prive di basi e accettando di questo mondo di Poletti e Fornero le accuse da lanciarsi dietro le spalle a motivazione del fallimento.
            Se quella avesse detto ai livornesi del dopoguerra che era choosy, quelli le avrebbero chiuso la bocca in modi non proprio educati o politicamente corretti.
            Forse è tempo per i trentenni (ma anche per i ventenni), di tirare fuori gli attributi e smetterla di riconoscersi nelle narrazioni di Poletti e Fornero: nessuno ti ruba un futuro se non trova qualche apertura nella difesa da parte di chi i diritti li dovrebbe presidiare con qualcosa di più decisivo che qualche hashtag o qualche post su FB….

          • Toussaint

            Sono in notevole disaccordo. Nel dopoguerra avevamo sì tanta voglia di lavorare, tanta voglia di affermarci, tanta grinta. Ma avevamo anche le occasioni per esercitare queste caratteristiche. Quando decisi di andare all’estero (medio oriente), fu facilissimo (e soprattutto fu una scelta. Rifiutai un impiego pubblico) e con uno stipendio che non le dico (mi ci comprai casa). E non perché ero un genio. E’ perché c’erano le occasioni, e non per merito mio. Oggi di occasioni non ce ne sono più.

            Da quando in Italia si è affermato il liberismo, attraverso tangentopoli prima (fuoriuscita dello stato dall’economia) e l’euro dopo, non ci sono più occasioni per potersi affermare. Michele non trovava lavoro, probabilmente, non perché era un pirla o non avesse voglia di tirarsi su le maniche, ma perché non c’era lavoro sufficiente per quello che sapeva fare. E forse nemmeno per fare qualsiasi altra cosa. L’alternativa (che ora non c’è più) era probabilmente quella di fare il lavapiatti a Londra, lavorando 12 ore al giorno e dormendo in 4 in una stanza. Ho una nipote (110 e lode) con il fidanzato (anch’egli un 110 e lode) entrambi a spasso. Ora tentano un master, ma perché il lavoro non l’hanno trovato. Avrebbero invece voluto lavorare perché, oltretutto, vorrebbero sposarsi.

            La verità è che noi siamo stati dei privilegiati a vivere in un certo periodo, quello del dopoguerra (con l’economia ispirata ai principi di Keynes, con la necessità di ricostruire) io poi anche ad andare in pensione (un altro po’ e sarei stato fregato). Ma non eravamo migliori dei ragazzi di oggi … che non sono pigri, non sono smidollati, sono solo sfortunati a dover vivere in un certo periodo storico ed in una società marcia. Battiamoci perché abbia fine.

          • rossland

            Hai ragione: oggi le occasioni per esprimere la propria creatività, la propria capacità di inventiva ha sbocchi, e comunque molto limitati e non per tutti economicamente soddisfacenti, solo nello sviluppo di App (che distruggerei direttamente con un bazooka sul nascere) o del turismo/ristorazione. Insomma, in un mondo che si va desertificando, sia in senso letterale che in senso figurato (l’impossibilità di sperimentare le proprie abilità desertifica la mente sterilizzandola), in un mondo sempre più schiacciato su codici binari nonostante a parole santifichi la complessità, è come avere davanti muri più feroci di quelli abbattuti nell’89.
            Su una cosa però non concordo, nella chiusa finale.
            Non un “Battiamoci…”, ma un “Battetevi…”.
            Questa è in sostanza la grande accusa (per comprensibile vista la drastica riduzione della libertà di espressione di ogni opposizione, prontamente criminalizzata): poco voglia di lottare davvero per un mondo più a misura umana. In questi anni ho visto solo o manifestazioni di piazza educatine, civli e troppo attente a veicolare messaggi dentro le righe del politcamente corretto; oppure poche rare vere lotte a muso duro (comitati per il diritto alla casa, ad esempio). E se hai paura di farti la bua, se credi che la buona educazione sia la sola strada, consenti a chi il mondo te lo sfila da sotto i piedi di darti risposte educate mentre passo dopo passo ti riduce all’angolo, da dove non nuoci più.
            E quando non nuoci più, qualcuno inizia a nuocerti in modi irreparabili.
            Siamo a quel punto.
            Pronta a stare dalla parte di chi rischia di farsi la bua, ma non a sostenere ribellioni fighette con le bandierine colorate ma zero efficacia.
            Per il resto, come detto, la tua analisi mi trova abbastanza d’accordo…

          • Tonguessy

            Mi congratulo per i commenti, molto precisi. Ma, se dobbiamo parlare di opportunità, bisogna ricordare che la postmodernità aborre il capitalismo produttivo novecentesco. Non servono più quadri, non servono più dirigenti, non serve più neanche la middle class. Questo è il punto da valutare. E questa situazione fa a pugni con ciò che lo Stato ha reputato fondamentale fino a qualche decennio fa. Non ci siamo ancora adattati antropologicamente a questo cambio repentino. E c’è anche una colpa che noi “vecchi” abbiamo: non avere fatto conoscere la povertà ai nostri figli. Ce la siamo tolta di dosso e abbiamo deciso che nessuno se la meritava, così abbiamo allevato generazioni sulla bambagia. Adesso abbiamo un sacco di 110 e lode e scarsità di idraulici.
            Forse, come giustamente annota Rossana, è stato un suicidio adolescenziale. Ma forse è una morte simbolica: la morte delle nostre velleità di portare benessere e delle pretese che tali richieste siano “dovute” grazie anche al tanto sangue versato. Temo che ci stiamo ancora incartando sulla lotta orizzontale, invece che verticalizzare il nostro tiro.
            Tutti vorrebbero la macchina costosa, ma la cosa non è possibile per tutti, e così stiamo inesorabilmente scivolando verso l’etica protestante che accoglie questa cosa come un fatto incontrovertibile, una “regola sociale” inevitabile.
            Più si riduce il welfare e più il mostro protestante acquista potere.
            Discorso complicato…..

          • rossland

            Sai, leggevo poco fa la notizia dell’abolizione dell’indennità di disoccupazione ai Co.Co.Co., forse il più simbolico degli acronimi odierni, quello che richiama alla mente non solo la precarietà totale, ma anche la vera natura del lavoro precario: galline da batteria, buone per la cova e per la pentola. Gente, migliaia di persone, costrette ad accettare lavori a paghe da fame, con contratti ridicoli perfino nel nome (che diavolo significa fare il collaboratore coordinbato e continuativo se non il fare il dipendente senza avere nemmeno diritto a tale qualifica?), che versano contributi all’Inps senza che l’Inps gli riconosca nulla.
            Dopo nemmeno due anni di Dis-Coll, cioè un’indennità di disoccupazione che però veniva elargita solo a chi aveva almeno 3 mesi di lavoro continuativo negli ultimi due anni e solo se il compenso percepito superava il minimo pensionistico (cioè ti riconoscevano qualcosa, per qualche mese, ma solo se avevi avuto una paga mensile di almeno 550€, cosa che invece è quasi la normalità, per un Co.Co.Co, il lavorare part-time con contratti di 3 mesi in 3 mesi così da non maturare mai diritti di alcun genere).
            CoCoDè, lavora senza mai avere né prospettive sul futuro né di che vivere autonomamente di mese in mese. Paga contributi ma se chiede una disoccupazione non ne ha diritto e, (fatta la prova), se chiede all’Inps quanto quei contributi contano ai fini pensionistici nessuno è in grado di fare conteggi (pare che all’Inps non abbiano parametri per valutare come considerare i versamenti della gestione separata)..
            Sono cose brutte, cose che dovrebbe scatenare reazioni forti, roba da far saltare per aria uffici e call center, invece niente. Ci si accorda e si si accoda.
            Il precariato totale è una bestia difficile da combattere perché ogni precario è solo e scollegato, in bal^a dei propri personali bisogni e quindi vittima d ogni sopruso.
            un modo ci sarebbe di far saltare tutto: comprensione del fatto che ciò che oggi tocca al co.co.co domani tocca a te, a tuo figlio o a tuo nipote.
            Così bisognerebbe che in nessun ufficio e in nessun call center ci fosse un solo co.co.co senza che ogni altro dipendente si unisse a lui e a ogni contatto da call center ci si rifiutasse di aderire a qualunque contratto o servizio, senza garanzia che chi lavora abbia quei diritti minimi che fino a una decina di anni fa erano di tutti.
            Il precariato è stato ed è cruciale per ridurre la consapevolezza dei propri diritti in brandelli e un paese, una generazione, in galline da pollaio addestrate solo a fare cocodé.
            Finché non salta questa aberrazione ogni discorso è destinato a cadere nel vuoto: quando ognuno è solo con i propri conti da pagare, china la testa e si adatta a covare solo per garantirsi un letto di paglia e un po’ di becchime.
            Migliaia di persone, non qualche sprovveduto qui e là…
            Chi l’avrebbe mai accettato un fatto simile negli anni ’70 o ’80?

          • Toussaint

            In queste occasioni vorrei davvero essere bravo a scrivere. Ma cercherò lo stesso di farmi capire. Lei dice che è sbagliato considerare il lavoro come un qualcosa di dovuto. Ma io credo, invece, che lo sia. Costituzionalmente. Ma, soprattutto, vorrei dire che non è un qualcosa di utopico. L’obbiettivo di una disoccupazione al 4 – 6% è raggiungibile. E’ alla nostra portata. E’ che bisogna fare le cose giuste. E noi le cose giuste le abbiamo fatte, finché c’è stata la possibilità di farle.

            I nostri ragazzi non sono cresciuti nella bambagia. Qualcuno sì, ovviamente, ad esempio il non compianto Padoa Schioppa, figlio di un AD delle Generali. Ma per il grosso dei nostri ragazzi (4 milioni di minorenni a rischio povertà, mi pare) di quale bambagia stiamo parlando? Facciamo un giro al sud, oppure in una qualsiasi delle nostre periferie, e ce ne renderemmo immediatamente conto.

            Io, al contrario, vedo molta umiltà. Laureati sì, ma disposti a lavorare nei call centers (magari!), nei retrobottega dei bar e via dicendo. Mia nipote fa concorsi anche per qualifiche inferiori e si arrangia con le ripetizioni. Non è un caso isolato. Devono andare all’estero, per di più con lavori precari? Eccoli pronti a partire. Devono fare un lavoro “umile”? Figurarsi chi lo rifiuta. Sognano la Ferrari? Va bbè, ma è un sogno, si accontentano anche di molto meno.

            Il fatto è che a noi anziani piace ricordare quanto siamo stati bravi a raggiungere una dimensione borghese (mai, però, quanto siamo stati cretini a non capire, ad esempio, quello che si celava dietro tangentopoli) ed impartire lezioni di conseguenza. Ci lamentiamo che vogliono fare tutti l’impiegato statale (che in Italia, però, sono pochissimi in rapporto alla popolazione, dati alla mano) o l’amministratore delegato. Oppure ci piace parlare dei “nuovi lavori” non di tipo fordista, come se fosse un qualcosa che i nostri ragazzi rifiutano.

            Bè, non ci capirò niente io (che mi son laureato con il regolo calcolatore), ma i nostri ragazzi sono competenti anche in questo, sono aperti di mente, tecnicamente ed umanamente capaci. Abbiamo degli scienziati che sono dei lavoratori precari (ad Urbino due ricercatori precari hanno appena scoperto qualcosa che sembra molto utile contro il cancro). Cosa rimproveriamo loro, di vivere al di sopra dei loro mezzi? I nostri ragazzi si distinguono ovunque essi vadano. Ad esempio, ed in proporzione, gli scienziati italiani sono in maggioranza al CERN.

            Il fatto è che dobbiamo ribellarci al paradigma liberista (insieme Rossland, noi e loro). E’ questo il punto. Dobbiamo prendere coscienza che il nemico si trova lì. Che se riusciamo a riacquistare la nostra sovranità, questo sistema possiamo cambiarlo, perché è già successo nel dopoguerra. E magari di piantarla di votare “si” al referendum (io magari no. Ma il grosso dei miei coetanei …).

            La storia di Michele non la conosco bene. Era uno di quel 40 e rotti pc di disoccupati giovani (tutti vissuti nella bambagia?). Mentana va addirittura dicendo: “ma siete sicuri che è successo per davvero? Quali prove?”. Mi piace pensare che Michele forse non sognava la Porsche, ma una Punto, un lavoro ed uno stipendio, magari per portare la ragazza prima a mangiare una pizza e poi a letto. Non prendiamo quel suo messaggio alla lettera (l’ho scritto nella risposta a Rossana). Era diretto ai suoi genitori e non ai giornali. Io credo che a questo punto ci resti solo un abbraccio per loro.

          • Tonguessy

            Forse non mi sono spiegato bene. Non contesto che la Costituzione (Santa Subito!) garantisca il welfare, quindi lavoro, casa, sanità istruzione. Contesto il fatto che la Costituzione sia attuale, ovvero faccia ancora parte dei piani delle elites. La postmodernità è in realtà la mutazione del capitale, una volta impegnato con le parti politiche e sociali ad aggregare la società attorno ai poli produttivi (Olivetti docet) mentre oggi si sta affannando a svendere ciò che aveva con pazienza creato, lavoro in primis. Meritocrazia, precariato, dumping salariale. Queste tre fasi sono interconnesse, e portano sempre allo stesso punto: lo smantellamento della middle class, volano del capitalismo produttivo. Questo perchè la produzione non è più prioritaria. Il mercato produttivo è drogato e nè l’obsolescenza programmata nè leggi sempre più restrittive o liberali possono far svanire la crisi del sistema produttivo. Il mercato è ormai saturo, e la caduta del saggio di profitto ha determinato il mutamento del capitale.
            Certamente lottare per ripristinare una parvenza di mercato, magari sostenibile, se vuoi green, è un’opzione (ce ne sarebbero altre). Ma serve una volontà di cui difficilmente chi “leva la mano su di sè” può disporre. Questa è in realtà uno dei volti inumani del capitalismo postmoderno: distruggendo le certezze della produzione sta distruggendo anche le classi (e ne vanno fieri), e gli individui in qualche modo invece di lottare scappano. Il must postmoderno è andare all’estero, che fa figo. Non più con le valige di cartone in nave, ma con il trolley in aereo. Chi perde anche quella chimera si ritrova a fare i conti che non tornano mai. Dall’imprenditore che deve chiudere al lavoratore licenziato passando per i precari c’è carenza di ossigeno. Una carenza tale da causare morte per asfissia, troppe volte.

  • Fulminato

    Peccato però.. Avesse aspettato qualche anno con la maturitá sarebbe approdato all’unica conclusione sensata: “Ma chi se ne fotte?”

  • mago

    Spero e voglio credere che questa morte non sia stata vana….vorrei potermi ricordarmi di te e riscattarti quando sarà il momento…RIP

  • Fulminato1975

    Il neo medioevo tecnologico è alle porte. Inevitabile. Sta all’essere umano decidere se arrivarci in modo relativamente indolore o tra pianti e stridor di denti.

    • Humanae Libertas

      all’estero lo chiamano: “Neo-Feudalism” da un pezzo..
      praticamente il famoso mondo a “2 velocità” di cui si parla oggi..lo stesso per cui la Merkel e gli Euroburocrati si stanno tanto dando da fare qui in Europa..

  • Tonguessy

    Ho sempre avuto un particolare rispetto verso chi “leva la mano su di sè” (per dirla alla Amery), specie quando lo fa aggiungendo alla disperazione del vivere la lucidità del pensiero. Resta l’amarezza per la perdita di un’anima che avrebbe potuto rendere la vita più delicata per tutti noi.

  • GioCo

    Fare la scelta di non fare la scelta effettivamente è una scelta. Per chi sa sbrogliare i nodi gordiani dei paradossi moderni ovviamente.
    Per tutti gli altri c’è la scelta di stare all’inferno che come capitava ai poveracci dei campi di concentramento corrisponde più o meno a fottere meglio il prossimo per non essere suicidati, con una variante: quelli ne uscivano a pezzi moralmente, non avevano avuto tempo di farsi un oggettivo pelo sullo stomaco, tipo operatore di borsa. Poveracci erano ancora umani e pensavano che la condivisione e la collaborazione fossero necessità basilari per sopravvivere.
    Blodet dice che il problema è la generazione snowflakes. Sarà, io non ho idea, credo sia più probabile che viga un effetto domino. Nel senso che nelle generazioni passate le differenti cordate di interessi in grado di decidere, inserite in quei particolari contesti storici hanno generato attriti funzionali a guerre, massacri e quant’altro a livello planetario generale. Come fu con Napoleone. Poi dopo le esplosioni demografiche hanno reso il fenomeno più confuso.
    Per esempio, prima del ’15-’18 c’è stata la “belle epoque” e un periodo di benessere decisamente fuori standard per la media secolare della vecchia Europa.
    Ora quelle cordate di interessi hanno interessi che generano attriti più frastagliati, regionali o provinciali, simili a quelli del vecchio medioevo e per ragioni predatorie simili, cioè di base sfruttamento delle risorse (quelle di volta in volta sfruttabili, dato che dove non ci sono “sfruttabilità visibili” non è la guerra il problema). Poi per il resto in ogni teatro dove scoppia la guerra non è che stavi diversamente rispetto ai comodi cuscini dove ci stanno questi snowflakes, semplicemente quando ti bombardano devi reagire, accumuli traumi e se sopravvivi sono poi quelli che “ti svegliano”. Ma non strappano nessun velo di Maya (come afferma Blodet) costruiscono solo sbando che richiede per forza organizzazione o si tramuta in una diversa forma di suicidio. Si va così per selezione. Per il resto, quando poi finisce “lo sbando” non fai altro che cercare lo sballo, nella modernità tecnofreica del secondo dopoguerra fornita gentilmente da TV, calcio e piste da ballo che sono presto diventate i media, lo sport internazionale e le discoteche. Ovunque il fenomeno si è replicato più o meno sempre così.

  • ivan giuliano

    Signori miei,quanti di voi sono consapevoli di essere responsabili ? Responsabili di immobilita’ , i peggiori di menefreghismo , ci stanno fottendo e al loro gioco non possiamo vincere . Avete tutti paura di perdere privilegi, vi pulite la coscienza con beneficenza , altruismo, mai il coraggio di affrontare il problema alla radice . Dispiace che le persone per bene restino a guardare come se avessero le mani legate , come se fossero troppo piccoli , siamo vittima di una minoranza che usa leggi , burocrazia , media di massa , per stancarci , per imprigionarci , per dividerci , per farci sentire inadeguati e troppo ignoranti , ci priva di diritti e li trasforma in preziosi bisogni . Sono anni che trascurano il popolo sovrano , i piu’ deboli si ammazzano , i piu’ forti prevaricano , i piu’ furbi rubano , i piu’ ricchi mangiano e i piu’ intelligenti dove sono , cosa fanno . Voi inerti siete tutti responsabili . Ma io non mi ammazzo , piuttosto mi faccio sparare da quei porci armati i quali altro non fanno che assoggettarsi ai distruttori del loro stesso popolo .

    • Gino

      Saro banale ma mi sta bene. Prima di cercare di salvare il mondo bisogna comprendere il mondo e dunque se stessi. Molti danni li fanno proprio quelli che vogliono cambiare la cose ma non hanno necessaria consapevolezza. Come un dermatologo che volesse fare una operazione di trapianto di cuore senza conoscere la fisiologia, la patologia, l’anatomia, senza sapere se nemmeno sia necessario il trapianto., sulla’onda di idee di altri, di principi morali o etici convenzionali e imposti dati per scontati. Non siate superficiali, ma cercate il cuore e l’essenza di ogni cosa, mettete in discussione sempre tutto, anche quello di cui siete più convinti, con onestà e pura curiosità.

      Se lo avesse fatto Michele forse avrebbe trovato molte altre ragioni per vivere o semplicemente per essere felice, o forse avrebbe trovato direttamente la felicità incondizionata a cui si accede solo se si buttano tutte le convenzioni, tutte.

  • desibros

    … Ma perchè se ne vanno sempre soli???

    • alessandroparenti

      Me lo sono sempre domandato.

      • Toussaint

        De André, invece, non aveva dubbi (ma senza dare spiegazioni. Come mero dato di fatto): “…. questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli”. https://www.youtube.com/watch?v=ZtyH5W8CoD4

        • alessandroparenti

          Bella, De Andrè mi piace ma non la conoscevo. Io però intendevo “Come mai non si portano mai dietro qualcuno?”

  • Truman

    Evidenzio la frase:
    “Chi non ha capito dopo 8 anni di crisi non è parte della soluzione ma del problema”.

    E il problema grida vendetta.

  • ignorans

    Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

    Ahi, ahi, ahi. Qui una religione poteva aiutare. Dice “il massimo non è a mia disposizione”. Forse non lo è per un materialista, ma altrimenti il “massimo” è lì, sempre con noi. Ma va riconosciuto.

    • Gino

      Il “problema” è che dalla nascita ci lavano il cervello con il materialismo. “Riuscire” nella vita significa solo guadagnare bene, avere una posizione. Per questo discuto sempre con chi dice che il lavoro è un diritto, che il lavoro deve essere il centro di tutto. Perché, velatamente, queste persone parlano di soldi nascondendosi dietro il “ruolo sociale” del lavoro e come si vede facilmente, questo fa un danno a chi non ha le risorse per comprendere da solo.

    • Roberto Giuffre`

      Cito sempre uno dei miei maestri, il prof. Mauro Scardovelli, che trovate nei video dei seminari dell’assoc. Aleph, “la felicità non proviene dal possesso di oggetti inutili, ma dalle relazioni umane armoniche”.
      Con parole differenti dice la stessa cosa un altro mio preferito, lo scrittore, cineasta e filosofo Silvano Agosti.

      Né la famiglia né la società sono riuscite ad insegnare a quel ragazzo queste cose.

  • Ronte

    A un atto tragico e commovente di questo tipo, il commento non può che essere politico.
    C’è stata una generazione che ci ha provato sfiorando il ‘sogno’. Fu un periodo pre-rivoluzionario. Ma quella generazione, nata intorno agli anni ’50, è stata TRADITA. Tradita da chi avrebbe dovuto tirare le fila e rompere col Sistema. E invece si ripetè ciò che era già successo sul finire della guerra, quando Togliatti arrestava l’avanzata dei partigiani. Questa volta era lui, il tanto amato Berlinguer col suo ‘compromesso storico’, dalla pratica consociativista, ovvero mantenimento del Sistema Capitalista, a scompaginare le forze in campo. E il cambiamento subiva un colpo tremendo. Il resto è Storia recente.

    Oggi la realtà ci consegna una società alla disfatta (11.000.000 che seguono San Remo) all’interno della quale si mescolano, inettitudine, qualunquismo, stupidità.

    Vogliamo rispondere alla lettera del giovane suicida, e più in generale alle infinite ingiustizie? Torniamo ad essere veri, gente con gli attributi: teoriziamo, organiziamo, sviluppiamo un fronte di lotta unitario capace di fermare e poi rovesciare il potere dominante.

    Il resto è chiacchiera.
    (A scanso di equivoci, nel mio piccolo ci sto provando)

    • Ulisse17

      Alcuni giorni prima si era suicidato a Brescia un militante rivoluzionario argentino in esilio con una storia di lotte durissime contro la dittatura dei generali. Non lo ha ucciso la giunta fascista, ma la melma assurda nella quale ci troviamo tutti. La sola soluzione è la rivoluzione. Come speranza per cambiare tutto, come organizzazione dentro un partito che ne sia il simbolo. Solo la lotta cambia la vita.

  • gix

    Trenta anni, la fine delle illusioni e l’impatto con la dura realtà, niente a che vedere con il Pacho sessantenne, per cui è semplicemente la fine della lotta, per stanchezza. Da rispettare entrambi, d’accordo con chi l’ha detto, per il coraggio della scelta, ma bisogna chiedersi quanta distanza c’è tra le illusioni e la realtà. E’ una domanda che dovremmo fare ad un trentenne che vive nell’Africa più profonda e povera, per sentire cosa risponderebbe. Non so quanta gente si suicida da quelle parti e poi scrive una lettera come questa, ma non credo molti. Non siamo certo qui per processare questo ragazzo, nessuno di noi ha il diritto di farlo, anche perché nessuno di noi ha visto il mondo come lo ha visto lui. Eppure forse la sua sfortuna è stata proprio quella di nascere in questa parte del mondo, meglio, in questo modo di vivere.

  • Adriano Pilotto

    Era una lettera per i genitori. Perchè è finita anche su CDC?

    • rossland

      forse perché ai genitori stava bene che fosse pubblicata sul Messaggero Veneto?

      • Adriano Pilotto

        Vi sono cose che pur se reiterate rimangono comunque deprecabili.

  • Truman

    Un fumetto di Alberto Madrigal, “Va tutto BENE”, racconta la Berlino vista dai giovani di oggi.
    Molte immagini e pochi testi, ma nelle poche parole ci sono spunti interessanti.
    La prima, che si nota con maggiore facilità, è “Ormai non si vendono oggetti, si vendono esperienze”.
    La seconda è più interessante:
    “A volte siamo così occupati a scansare la merda da non renderci conto che la vita è piena di opportunità.”
    Ma la terza è da meditare:
    “Qui tutti hanno un progetto. Sopportano un lavoro part-time per portare avanti i loro sogni. Quello che nessuno ti dice è che i tuoi sogni possono essere sbagliati”.

  • Primadellesabbie

    Quando frequentavo il Sud della Penisola (per lavoro), negli anni ’70, le città ed i paesi erano piene di giovani, e giovani uomini, disoccupati o sottoccupati (per essere precisi: sottopagati, in barba ai contratti di lavoro del tempo).

    Ne ho anche conosciuti diversi, persone per bene coscienti di non avere futuro in quel contesto.

    La cultura in cui vivevano e che li aveva formati (la gente), però, non li giudicava negativamente, non li condannava.

    Non c’era aria di suicidio in giro.

    Ho letto i commenti qui sopra, tutto giusto, anche condivisibile, ma a me sembra che la lettera non contenga solo quell’allarmante riferimento al “massimo”, é tutta l’impostazione ad indurre a guardare all’atmosfera sociale in cui si é materializzata questa tragedia.

  • Arcadia

    “Ti capisco, eccome se ti capisco, Michele. Eri, come noi, uno dei disadattati e insofferenti figli di un progresso minore. Ma non posso giustificarti. Anch’io sono stufo, anch’io penso che tutte le chiacchiere sulla sensibilità e meritocrazia siano luride balle. Però coltivare la propria isola di narcisismo porta inevitabilmente alla frustrazione perenne”.

    di Alessio Mannino – 9 febbraio 2017

    Caro Michele,
    tu non puoi leggermi perchè, a dispetto di certe religioni, dopo la morte torniamo al nulla da dove siamo venuti (o al massimo – questo io credo, questo mi piace credere – ci trasformiamo in esangui ombre che baratterebbero tutta l’eternità per un solo altro giorno di vita). Questa, perciò, è una missiva senza senso. Il senso che tu cercavi e non hai trovato. O forse è più un messaggio in bottiglia ai tanti borderline d’Italia, i Michele sull’orlo di una crisi di nervi che facciamo finta di non vedere.

    «Ho cercato di fare del malessere un’arte», disprezzando quell’arte di sopravvivere che è umana troppo umana – e italiana molto italiana. Dici di essere un «anticonformista», parli come un titano che ha scelto di abbracciare il nulla: «ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri (…) Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino». Hai preteso e non hai ottenuto: «Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile». Non ti accontentavi del necessario: «Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione».

    Sai chi ricordi, almeno in parte? Il signor Kirillov nei Demoni di Dostoevskij. Se Dio non esiste l’Uomo è Dio – diceva – e se l’Uomo è Dio, la libertà suprema sta nell’uccidersi: «Io sono obbligato a uccidermi, perché il momento piú alto del mio arbitrio è uccidere me stesso». Ma tu non ti sei tolto la vita senza ragione. Tu avevi varie ragioni: non trovavi un’occupazione che ritenevi adeguata a te, una persona che ti amasse, le gratificazioni e la stabilità esistenziale che credevi di meritare. Tutte ragioni molto terra terra, nient’affatto metafisiche. Legittime, normali, anche se non nobili. Ma le ragioni per vivere sono impastate di terra, intesa come concretezza, fisicità, gravosa necessità ma anche stupefacente imprevedibilità.

    Non ce l’hai fatta. «Ho resistito finché ho potuto» è la frase con cui hai chiuso, ed è la tua frase più bella – e anche l’unica. Perchè verso chi crolla non può esserci che umana comprensione, pietà e rispetto: per morire volontariamente, ci vuole un certo coraggio. Chi parla di banale egoismo o vigliaccheria provi solo a immaginare cosa dev’essere l’attimo prima del gesto estremo…

    Perciò il tuo addio andava reso noto, e hanno fatto bene i tuoi genitori a pubblicarlo. La tua fragilità ci rigira lo stomaco perchè molti di noi soffrono la tua condizione sociale (precarietà, paghe da fame, farsi il mazzo per un pugno di mosche) e psicologica (senso di vuoto, mancanza di orizzonti, aspettative deluse). Hai perfettamente ragione, dunque. Ma hai anche torto. Volessimo estendere collettivamente la tua logica («la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno») dovremmo suicidarci in massa tutti quanti. Ci scuserai, ma peggio di auto-eliminarsi cosa ci sarebbe? Alludevi forse alla rabbia che anziché ripiegarsi all’interno si riversa all’esterno? Ma quella è rabbia sana. Quella, un Camus l’avrebbe chiamata rivolta. Hai mai tentato di esprimerla uscendo dal tuo guscio di rancore e solitudine? O pensavi soltanto che «se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo», allora basta, meglio smettere, e provare l’ultimo, inutile piacere di far sentire in colpa l’umanità che ti è sopravvissuta?

    Ti capisco, eccome se ti capisco, Michele. Eri, come noi, uno dei disadattati e insofferenti figli di un progresso minore. Ma non posso giustificarti. Anch’io sono stufo, anch’io penso che tutte le chiacchiere sulla sensibilità e meritocrazia siano luride balle. Però coltivare la propria isola di narcisismo porta inevitabilmente alla frustrazione perenne. Perchè i “no” fanno parte del gioco. E allora bisogna rispondere con altrettanti no a ciò che va contro la vita. Non alla vita in quanto tale: è l’unica che abbiamo. E ognuno di noi non è l’unico a soffrire su questo mondo. Anche se ci si sente soli, non si è mai del tutto soli. Così come non si può mai essere tutto quel che vorremmo.

    Alla fine, è una questione di forza. A te, dopo tanto dolore, ad un certo punto è mancata. Agli altri come te – come noi – auguriamo che non manchi. La via per scovarla e tirarla fuori è dimenticare questa ossessione di sè. E ribellarsi: ai propri limiti personali, e contro le ingiustizie che hanno nomi, cognomi, indirizzi, matrici ideologiche e cause storiche. Altrimenti sì che, rinunciando a priori alla scelta di combattere, «non sono mai esistito», come hai scritto tu. Ti dedico un’ultima citazione, Michele: «L’essenziale è non vivere invano». Era Antonio Gramsci. Uno che crepò in galera per le sue idee e per i suoi ideali. Per qualcosa che lo trascendeva. Che gli faceva dimenticare il suo piccolo io.

    http://www.lintellettualedissidente.it/corsivi/prima-di-michele-unintera-generazione-era-gia-morta/