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SE CHAVEZ FOSSE STATO VIVO OGGI, LA SITUAZIONE SAREBBE DIVERSA ?


DI ROGER HARRIS

counterpunch.org

La politica estera USA nei riguardi del Venezuela, da quando Hugo Chavez fu eletto Presidente nel 1998, è stata costantemente quella della promozione del cambio di regime finalizzato a riportare questo Paese Sudamericano, ricco di petrolio, nel mazzo di carte Neoliberale.

Dopo 17 anni di politiche Chaviste, gli USA non desiderano di meglio che i poveri Venezuelani abbiano da soffrire il più possibile, fare in modo che la loro economia urli letteralmente dal dolore, così che il movimento popolare divenga sempre più insoddisfatto verso la leadership di orientamento Socialista.

Attuale situazione in Venezuela

Se l’imposizione della miseria in Venezuela può ritenersi una vittoria politica Americana, allora l’egemone a Nord ha avuto un supremo successo. Non passa giorno che New York Times, Washington Post ed omologhi non riferiscono del “collasso” del Venezuela e della necessità di un intervento esterno per affrontare la “crisi umanitaria”.

In un reportage più obiettivo dal Venezuela, Gabriel Hetland precisa che “la crisi” in Venezuela è “profonda ma non è un cataclisma, e i media mainstream USA ne hanno considerevolmente esasperato la portata”. Hetland riferisce di inflazione galoppante, seria scarsità di cibo e medicine e discontento popolare in aumento.

Hetland nota inoltre che tuttavia il commercio è ancora fiorente e nelle aree benestanti i Ristoranti scoppiano di lavoro e gli scaffali dei supermercati pullulano di prodotti. Mentre gli Ospedali pubblici stanno affrontando seri problemi, la sanità privata per i ricchi e le cliniche gratuite per i poveri funzionano bene.In generale però, i poveri sono duramente colpiti.

Se Chavez fosse stato ancora vivo, la situazione sarebbe diversa?

La rivoluzione Bolivarista

Hugo Chavez divenne Presidente del Venezuela nel 1999, ereditando una economia del tutto dipendente dal petrolio caratterizzata dalla dipendenza dall’importazione di prodotti alimentari ed inflazione cronica. Inoltre il Venezuela era una società nettamente polarizzata in classi con altissimi tassi di criminalità e povertà.

I Chavisti chiamano il loro movimento popolare la Rivoluzione Bolivarista. Ma se il loro movimento è una rivoluzione, allora nella migliore delle ipotesi è incompleta. I compromessi sono necessari, mentre non sarebbero necessari se sia lo Stato che l’economia fossero stati sotto il controllo dei rivoluzionari. I Chavisti non ignorano questa inconsistenza, spiegando che la loro rivoluzione ha il carattere di un “processo”.

Mentre i Chavisti controllano l’esecutivo, e fino a quest’anno controllavano il ramo legislativo del Governo, il potere è stato largamente contestato in altre posizioni. Dopo il colpo di Stato fallito del 2002, elementi non affidabili dell’esercito sono stati denunciati e rimossi. I Chavisti si sono prefissi lo scopo di riformare un sistema giudiziario, penale e un apparato di polizia che quando furono ereditati si trovano a tali livelli di corruzione che licenziare poliziotti disonesti avrebbe soltanto significato convertire criminali part-time in criminali a tempo pieno.

Ma, ancor più rilevante nel caso del Venezuela, come per ogni altro Stato capitalista, è che i settori dell’economia che contano sono controllati da una classe di possidenti la cui antipatia per la riforma sociale è incommensurabile. Ciò include non soltanto l’industria i servizi e i grossi gruppi agroalimentari, ma anche e specialmente mass media posseduti dai privati e rabbiosamente ostili.

In aggiunta, l’economia Venezuelana è integrata all’economia mondiale, la quale è dominata da istituzioni con una agenda radicalmente neo-liberale che consiste semplicemente nell’accentrare ogni potere sul Capitale. A coronare il tutto troviamo il Governo USA ad organizzare, finanziare e dirigere l’opposizione interna ed internazionale al progetto Chavista.

Qui si trova tutto il dilemma della transizione da capitalismo a socialismo. Come il vicepresidente della Bolivia Alvaro Garcia Linera commentò, in una affermazione rimasta famosa, è come cercare di revisionare il motore di una macchina mentre la macchina è in corsa.

Transizione al socialismo

Chavez, nei suoi 14 anni in carica ha giocato un “gioco del gatto e del topo” forzato con la classe possidente, a volte confiscando grosse aziende a volte chiudendo un occhio e stringendo accordi con gli elementi più collaborativi della classe ricca, la cosiddetta boliborghesia.

Chavez, a quanto pare, era ben al corrente della natura Faustiana di questi compromessi, ma allo stesso tempo comprendeva che la configurazione delle forze di classe non consentiva (ancora) di espropriare i suoi avversari di classe in blocco.

In questa battaglia di Realpolitik, uno scontro di potere tra un vecchio ordine e uno nuovo che tenta di emergere,Chavez poteva contare sul vantaggio delle risorse economiche, sotto forma di prezzo del petrolio al rialzo. I ricavati petroliferi hanno finanziato vasti programmi di sanità, educazione e riduzione della povertà. Non soltanto le condizioni materiali delle classi popolari sono migliorate nettamente, oltre a ciò il programma politico Chavista instaurò un senso persistente di fiducia al popolo, e nel popolo, specie tra settori della popolazione in precedenza del tutto esclusi.

Nel frattempo nell’arena internazionale, Chavez promuoveva grosse iniziative per l’integrazione regionale e la cooperazione in Sudamerica: UNASUR, CELAC, PetroCaribe, ALBA, che svolgevano il fondamentale ruolo di resistenza all’imperialismo USA e di promotore dello sviluppo nazionale per i suoi membri.

La successione a Maduro

Afflitto da cancro allo stadio terminale, Hugo Chavez scelse Nicolas Maduro come suo successore alla guida della rivoluzione Bolivarista. Chavez morì il 5 Marzo del 2013. Maduro si trovò di colpo gettato in un ruolo che non aveva mai personalmente ricercato, dovendo all’improvviso calzare le scarpe di una veritiera figura storica di portata mondiale. Elezioni speciali furono convocate, ed il 14 Aprile Maduro divenne officialmente il sessantacinquesimo Presidente del Venezuela.

Durante i suoi anni di governo, Chavez fu sotto costante attacco da parte dell’opposizione di destra, da parte di fazioni contrarie interne al Chavismo, sinistra trotzkista ed anarchici, nonché a livello internazionale da parte di Stati Uniti e loro alleati. Al momento della successione, tale assedio, mai placato, è raddoppiato su Maduro.

Immediatamente dopo l’annuncio ufficiale della vittoria elettorale di Maduro, il candidato d’opposizione Enrique Capriles definì l’elezione una “frode” e chiamo i suoi sostenitori a “dimostrare la loro rabbia”. Ciò che l’opposizione di destra non era capace di ottenere per mezzo di elezioni democratiche, provava a ottenerlo con mezzi extra-costituzionali. La violenza è continuata in modo intermittente fino ad oggi, provocando milioni di dollari di danni a proprietà pubbliche come ospedali e mezzi di trasporto pubblici, oltre ad aver reclamato dozzine di vite.

Il fatto che l’opposizione si rifiutasse di accettare l’esito delle elezioni dopo la sconfitta del loro candidato ed usasse ciò come scusa per fomentare violenza e destabilizzare il Governo Chavista fu un fatto che non sorprese proprio nessuno. Mi trovavo a Caracas nei giorni prima delle elezioni del 2013 e numerosi Chavisti mi dicevano ripetutamente che sapevano già che andava a finire così.

Le accuse di brogli elettorali non avevano nessun fondamento. I sondaggi indipendenti sulle presidenziali prevedevano una vittoria di Maduro. L’ex Presidente Americano Jimmy Carter definì il sistema elettorale del Venezuela il migliore al mondo (mentre criticava le pratiche elettorali USA). Dopo le elezioni, Capriles chiese una investigazione. L’investigazione confermò il risultato del voto.

Ma tutto ciò non dissuase gli USA, che non soltanto finanziava l’opposizione di destra, ma aiutava direttamente a organizzarla per mezzo dei suoi “programmi di promozione democratica”. Gli USA si rifiutarono inoltre di riconoscere la presidenza Maduro buttando così deliberatamente altro fuoco sulle proteste violente in Venezuela.

Una rivoluzione inconclusa

Non mi è servito nessun eccezionale potere di previsione per scrivere, subito dopo che Maduro assunse la carica di Presidente Venezuelano: “Il problema della costruzione del socialismo del ventunesimo secolo su fondamenta capitaliste include crimine, inefficienza/scarsità, inflazione/svalutazione. Sono tutti probelmi ereditati dall’ordine capitalista esistente ed esacerbati dal sabotaggio dell’opposizione. Questa è la bomba ad orologeria che è stata messa in mano a Maduro”. Maduro ha ereditato moltissimi problemi che non sono mai stati veramente affrontati o solo parzialmente affrontati, errori del passato e molti compiti non portati a termine.

Nonostante forti costrizioni, Maduro ha promosso iniziative che Chavez non aveva ancora tentato. Sul controllo della moneta e prezzi del petrolio sussidiati, alcuni obiettano “troppo poco e troppo tardi”, ma Maduro ha agito. Inoltre ha avuto il pugno abbastanza duro nel contrastare le attività illegali dell’opposizione: polizia e magistratura sono riusciti ad arrestare Leopoldo Lopez. Maduro inoltre ha promosso attivamente le comuni, interpretando costantemente il suo ruolo come continuazione della eredità di Chavez.

Come Franco Vielma commentò nel 2014: “Aspettarsi che Maduro elimini la corruzione e i burocrati con un colpo di penna, non solo è impossibile, ma anche assurdo. Aspettarsi che Maduro non faccia nemmeno un passo falso è ugualmente impossibile e assurdo”.

Fine dell’economia delle rendite petrolifere

In aggiunta all’opposizione interna, incoraggiata dalla circostanze a sabotare l’economia Venezuelana e agli USA aggressivamente ostili, Maduro, e per estensione il Venezuela hanno dovuto vedersela con un fattore esterno praticamente schiacciante: la caduta verticale del prezzo del petrolio. I prezzi globali del petrolio hanno toccato un ribasso fino a 25 dollari al barile nel Gennaio di quest’anno. Nel boom del mercato, il petrolio si vendeva a 130 dollari al barile e il greggio contava per il 93% dell’export del Venezuela.

Come riconosciuto dal governo Maduro, l’economia delle rendite petrolifere è finita e al Venezuela tocca adattarsi. Quindi, certamente Maduro ha commesso errori; solo chi si rifiuta di lottare non fa nessun errore. Ma bisogna dire che le condizioni del gioco si sono rivoltate tutte a suo sfavore per mezzo del sabotaggio interno fomentato da una opposizione finanziata in parte dagli USA e del collasso dell’economia petrolifera.

Difficile che lo stesso Chavez avrebbe potuto fare diversamente. Il più dei problemi di Maduro sono una diretta eredità di Chavez, problemi ai quali lo stesso Chavez non aveva trovato soluzioni, ad esempio la corruzione endemica e una burocrazia ostile e arroccata sulle sue posizioni. Non pensò nemmeno alle energie sostenibili per diversificare l’economia petrolio-dipendente del Venezuela.

Soluzioni per il Venezuela

Il New York Times ha di recente ospitato un dibattito con quattro ospiti sull’argomento “soluzioni per il Venezuela”. Il neoconservatore Roger Noriega spingeva per il recupero di “una politica economica orientata al mercato”, volendo con ciò significare trasferire la proprietà della compagnia statale petrolifera, della Banca centrale e di altre importanti funzioni oggi in mano al governo, in mano privata. Mentre ricopriva un ruolo ufficiale nel governo Statunitense, Noriega fu coautore della legge Helms-Burton, che stringeva ulteriormente i termini dell’embargo (in realtà un autentico blocco commerciale) a Cuba, e fu coinvolto in prima persona nel colpo di stato di Haiti del 2000. Da lobbysta privato Noriega ha lavorato al colpo di stato appoggiato dagli USA del 2009 in Honduras. Con un curriculum di questo spessore, le accuse mosse da Noriega che il progetto Chavista rappresenti “elementi non democratici” suona davvero come uno scherzo.

L’accademico di Harvard Ricardo Hausmann fa eco all’opposizione di destra Venezuelana ed al già citato Noriega nel sostenere l’efficacia di servire l’economia Venezuelana in pasto al FMI e alla Banca Mondiale per un totale sovvertimento neoliberale. Hausmann sostiene i modelli contemporanei di Grecia ed Ucraina (vedi: “Con amici come l’FMI e la UE, l’Ucraina non ha bisogno di nemici”) come soluzioni ai problemi del Venezuela…e lo fa senza alcun senso ironico rispetto alle condizioni terribili in cui versano questi due paesi, precipitati in un presente buio e senza speranza a causa dell’interferenza esterna. Hausmann, incidentalmente, è stato in passato un funzionario della corrotta amministrazione Perez in Venezuela.

Sull’altro fronte del dibattito del Times, la giornalista Tamara Pearson e l’economista Mark Weisbrot, entrambi simpatizzanti del governo Venezuelano, si oppongono all’imposizione di misure di austerità neoliberali sulla gente del Venezuela sotto gli auspici di FMI e Banca Mondiale.

Weisbrot commenta: “Un cambiamento verso una politica di non intervento nei confronti del Venezuela farebbe una enorme differenza per gli Stati Uniti e stabilirebbe un precedente sano”. Giustamente sono i Venezuelani stessi che devono risolvere i loro problemi, alcuni dei quali seri ed immediati. La responsabilità dei Nordamericani è quella di impedire ai nostri governi di destabilizzare ed immiserire il nostro vicino a Sud.

Roger Harris

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2016/07/06/if-chavez-were-alive-today-would-the-situation-in-venezuela-be-different/

6.07.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONZI

Pubblicato da Davide