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SARAJEVO, OLTRE LE APPARENZE

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RollingStoneMagazine

Il nostro Luca Pakarov è andato nella città simbolo dell’atroce guerra balcanica. Non s’è fermato alle apparenze, non ha voluto fare il turista, insomma. Qui il suo duro racconto…

Il centro storico di Sarajevo. Foto Luca Pakarov

Cos’è Sarajevo a più di vent’anni dal suo assedio? Chiedetelo ai vostri amici, carpite il senso delle risposte, valutate cosa si è sedimentato nel fantomatico pensiero occidentale e poi verificate su YouTube: fra le prime indicizzazioni troverete “guerra” e “cecchini”. YouTube e non Google, per un motivo lampante. La percezione comune è fondamentale, riguarda il nostro lavaggio del cervello quotidiano, come i media hanno costruito l’immaginario, come l’ignoranza nostra, a un certo punto, ha spodestato qualsiasi curiosità. Quindi, riempite lo zaino e andate a vedere.

Oh, che bella città europea, integrazione, chiese e moschee, ebrei con ortodossi! Oh, che bei negozi, i mercati poi, oh che bella l’Europa balcanica! Già. La gente è distinta, le vetrine attraenti e le strade del centro assomigliano all’Austria. La parte antica è ritornata quella che era, se non meglio, fiumi di soldi sono precipitati dall’alto, dopo le granate, con i classici risvolti di bustarelle e quattrini spariti. Adesso, in loco, abbandonate la pigrizia del turista, staccatevi dalla bottiglia di rakija e dai ristoranti a buon mercato, superate la distorsione, lo stimolo per l’inconsueto e il comprensibile pudore, cominciate a chiedere alla gente, parlate, fatevi spiegare, alcuni saranno restii, altri cambieranno espressione ma, sempre, magari a denti stretti, vorranno raccontare la loro storia. Certo, a meno che non siano serbi-bosniaci.

Calarsi in un evento tanto complesso è difficile, quasi impossibile ma necessario, perché vanno bene i minareti e la fica, ma ci pensate, erano a due passi, a momenti bastava affacciarsi dalla finestra per vederli saltare in aria. Allora forza, com’è possibile? A Sarajevo, in diversi, mi hanno raggelato dicendomi che, se dovessero scegliere una città europea dove, come nel 1914, dovrà cominciare il prossimo conflitto mondiale, sceglierebbero proprio Sarajevo. Lo dicono loro stessi. La paura è che prima o poi le parole – rare, perché la loquacità non è una caratteristica slava – possano terminare e si passi ad altro. Culla di civiltà che da un giorno all’altro s’è fatta macelleria lasciando, come unico frutto postumo, l’odio etnico, non la risultante di un’incomprensione atavica fra diverse religioni ma reazione chimica studiata in laboratorio, con le cavie di sempre, gli ultimi. Nel 2014 si ritrovano a vivere assassini e famiglie degli assassinati a tiro di fucile, avvelenati da penna e righello con cui, su una piantina geografica, i signori del mondo hanno tracciato un destino incomprensibile.

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Il quartiere di Grbavica, tristemente noto per gli stupri. Foto Luca Pakarov.

È vero, della Bosnia si tende a raccontare più il passato che il presente, ma l’impatto di quell’evento obbliga a un esame di coscienza che rischia, sempre, di creare un resoconto zeppo di drammi. E quando dico che sono italiano, la prima cosa che mi viene invece ricordata è che la Bosnia Erzegovina si è qualificata per i Mondiali 2014. E vabbè. A me sinceramente non viene voglia di buttarmi nei locali per tentare di divertirmi, so che sarebbe il modo migliore per essere onesti con chi la guerra la desidera alle spalle, ma per le strade vivo un profondo stato d’inquietudine. Per quelli che arrivano da ovest come me, Sarajevo è uno specchio, anzi una radiografia che, in controluce, espone la struttura, il disegno interno del corpo politico mondiale, la perfetta mostruosità che ha permesso l’egemonia del modello economico culturale di cui, anche la solidale Comunità Europea, è bandiera. Un’impalcatura fragile, retta da complotti e alibi, disperazione e oppressione, pronta a ridursi in briciole al primo colpo di vento.

Non serve chiedersi se bosniaci e serbi vivano ora in pace ma quanto e cosa, nell’intimo, quel massacro abbia divorato degli uomini. E, nello stesso modo, come la storia continui a lastricare di buoni (falsi) propositi la strada per l’inferno. L’Europa è stata la grande carnefice di Sarajevo, insieme a Serbia e Croazia, così come di Vukovar e Srebrenica (con le truppe UN lì solo per interesse economico – raccapriccianti furono le scritte ritrovate nella base tedesca, una diceva: “I’m your best friend, I kill you for nothing”). Quando a Belgrado dico al tassista di accompagnarmi alla stazione degli autobus per Sarajevo la prima domanda che mi rivolge è: “Che vai a fare? Non c’è niente lì”. “Per la storia?”. “A Roma e Parigi c’è la storia, non lì”. Un tantino brutale ma poi mi rincuora tanto: “Mi sono fatto un mucchio di amici italiani, militari”. Eppure la capitale Serba – relativamente colpita, tanto che le milizie serbe ce l’avevano con i belgradesi per non accorrere allo scontro – comincia a fare i conti con il proprio passato, tenta, ma non è un caso che l’autobus da Belgrado non fermi a Sarajevo città ma a Istočno Sarajevo, situata a venti minuti, nella Repubblica di Serbia. “Loro non vogliono averci niente a che fare con noi, né noi con loro”, mi diranno a Sarajevo. E dopo tre anni di assedio selvaggio vorrei ben vedere.

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Messaggio murale nella base tedesca di Srebrenica.>/center>

Sarajevo sbuca fra le montagne, coperta da una coltre di nebbia, dentro la conca dell’assedio attraversata dal fiume Miljacka, una città dalle lunghe braccia che ti accoglie senza nascondere nulla. Presto si scorge il grattacelo del parlamento e non puoi fare a meno di ricordarlo avvolto nelle fiamme. La prima guerra mediatica, la sofferenza a portata di telecomando, l’esperienza catodica con l’odore di sangue, la retorica (la stessa che ora uso scrivendo) con cui ci hanno raccontato rabbie primitive, clan, bestie, un bel Colosseo proprio lì, nella conca inquadrata dalle telecamere. Ecco quindi YouTube e non Google. Alla fine, e me lo ricordo bene, eravamo partitari dell’uno o dell’altro, come quando hai un biglietto gratis per una partita di calcio e sei spinto a un’opinione, a una simpatia. Un sintomo di pura indifferenza tipica del nostro progresso utilitaristico, ingombrante e vantaggioso. Una modesta sintesi in categorie per disinfettare i dubbi e non diventare pazzi.

Torniamo al 1992. All’improvviso i serbi di Sarajevo fanno i bagagli e partono alla spicciolata, un esodo inaspettato verso le montagne, senza spiegazione, chi resta non capisce. Da lì a poco la città scoprirà il motivo, con i serbi che, come lupi nascosti nei boschi, giocano con fucile e bombe, si sbronzano e mirano alla gente in strada. Molti di quegli stessi uomini ora trasformatisi in macellai, fino a qualche giorno prima vivevano nelle stesse strade, nelle stesse case di Sarajevo, parlavano con gli stessi uomini, anche quel parruccone di Karadžić (mediocre capo militare degli assedianti) fu poeta e psichiatra nell’ospedale della città che adesso, con un manipolo di pazzi energumeni, montanari indottrinati, tiene in ostaggio. Il segreto è proprio che in guerra, i peggiori, hanno l’occasione di diventare i numeri uno e dopo che la Bosnia Erzegovina si dichiarò sovrana e indipendente, nel ’91 Karadžić annunciò: “Se avrete il vostro Stato ci sarà la guerra e verrà meno un popolo”. Nazista idiota.

L’umore del cecchino determina la vita e la morte. Per molti la salvezza è il tunnel che, scavato vicino all’aeroporto, aiuta negli approvvigionamenti o a scappare. Gli abitanti di Belgrado nel frattempo ignorano, o fingono di ignorare. Quando chiedo a un amico che mi accompagna se quella che stiamo percorrendo è la cosiddetta strada dei cecchini – dall’aeroporto al centro – mi risponde: “Fu un’invenzione dei giornalisti che si beccavano le pallottole appena arrivati, per noi civili esistevano solo strade dei cecchini”. Lui di pallottole se n’è beccate due, aiutava la resistenza con il trasporto e mi prega di non scrivere il suo nome: “Non ho paura, ma non si sa mai”. Una guerra la cui conta dei morti non è mai terminata, con fosse comuni ancora da scavare, come l’ultima, rinvenuta nel novembre 2013, anno in cui, ironia della sorte, è cominciato il censimento per contare i vivi.

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I palazzi sbrindellati nella periferia della città. Foto di Luca Pakarov.

Giriamo con l’auto di Gino (da qui in avanti il mio amico lo chiamerò così – perdonami Gino per il nome di merda) e del centro storico mi dice: “Quello puoi vederlo da solo”. Prima di tutto mi mostra il passaggio – una strada – fra la Sarajevo bosniaca e quella serba: “C’è solo un cartello, molti di quelli che ci abitano si sono trasferiti pochi giorni prima di spararci”. In città si contarono circa 250 cecchini serbi che dall’alto, come vigili urbani farneticanti, dirigevano il traffico, a modo loro. Lì vicino il tunnel e un museo di guerra dove spicca la prima “divisa” dei combattenti bosniaci: Converse, jeans e un giubbino verde. Molto alla moda, perché è una guerra con un solo esercito, contro i civili. Poi passiamo nei pressi delle montagne dove si nascondevano i capibranco e i selvaggi sudditi armati fino ai denti. L’Holiday Inn in cui stazionavano i giornalisti. Uno sterminato cimitero di musulmani e cristiani in cui è l’anno di morte – da ’92 a ’94 – a unire. L’altura di un altro cimitero, questa volta ebraico (beninteso che non sono i camposanti a mancare), da lì i serbi uccisero la prima vittima dell’assedio, una giovane studentessa musulmana che camminava sul ponte Vrbanja (detto ponte della morte, dove perì nel ‘93 anche il pacifista italiano Moreno Locatelli). E lì vicino il quartiere di Grbavica, tristemente noto per gli stupri da parte degli occupanti (avete presente il film Il segreto di Esma?). Vicino abitava Gino, mi racconta la ferocia, la paura e i suicidi, gente chiusa in casa per quarantaquattro mesi che adesso vedi timidamente camminare per le strade. Quando, fra i palazzoni ancora sbrindellati, tiro fuori la macchina fotografica, mi sento effettivamente una merda, uno sciacallo; un bambino sorridente e incuriosito viene da me, parla con Gino, vuole invitarmi a casa sua: “È quella che stai fotografando, ci terrebbe a fartela vedere”. Anche no, mi pare troppo. Gli altri sembrano non fare caso a me mentre Gino continua a massacrarmi di crudeltà, e capisco che c’è un prevedibile turismo di guerra ma è sufficiente estraniarsi, immaginare un incubo senza musica e con una perenne cacofonia di esplosioni e urla, per spingerti al suicidio.

Di questa guerra si è parlato molto poco, o meglio, molto meno di quanto si dovesse parlare, ritornarci su, pare sia fuori tempo massimo ma la sua preparazione ed esplosione è un esempio, marcio e drammatico, dei tempi moderni. Nel bellissimo affresco fatto da Paolo Rumiz, inviato de la Repubblica, si dice che più che una guerra fra etnie e religioni, sia stato un saccheggio deliberato, una conseguenza della tangentopoli jugoslava utile a mantenere il potere della nomenklatura, cioè di quella classe dirigente inetta e rapace che stava mandando allo sfascio i Balcani. Uno scontro fra la civiltà dell’urbe e la becera barbarie dei primitivi uomini delle montagne, mitteleuropei contro conservatori medievali, tanti gruppi eterogenei ma in pace, adescati nella trappola della guerra con la disinformazione e la propaganda. Tanto che, mi raccontano, gli stessi serbi ammazzavano i loro fratelli serbi non disposti a partecipare alla distruzione. Uno scenario confuso, di squartamenti e follia, che rafforzò le etichette e gli snobismi occidentali verso la gente balcanica.

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Nei cimiteri di musulmani e cristiani è l’anno di morte – da ’92 a ’94 – a unire. Foto di Luca Pakarov.

Tutto ciò, per un abitante della multietnica Sarajevo dove ogni otto mesi si alternano tre presidenti (serbo, croato e bosniaco), a inizi anni ’90, non era comprensibile, il disastro sembrava lontano, o almeno a distanza di sicurezza. Finché, mi dice Gino: “Ho sempre l’immagine del giorno del mio compleanno e della mia ragazza che mi regala una cipolla. Mi sembrava di aver ricevuto un profumo di Dolce e Gabbana”. Perché anni al buio, su e giù per dieci piani di scale, carico di taniche d’acqua da portare in casa, senza riscaldamento, sono lunghi. Privo d’indugi gli chiedo se c’è una circostanza che più di altre l’ha scioccato: “Due bambini gemelli miei vicini di casa, i Caschi Blu dovevano trasportarli in un ospedale straniero, erano malati, sono saltati in aria con tutta la famiglia il giorno prima”.

Dove vorrebbe arrivare questo pezzo? Al diavolo, quando appare in estasi dietro le dinamiche della pancia e dei nervi, quando sente la puzza dei quattrini (e qui mi viene in mente un libro di Massimo Fini, Il denaro «Sterco del demonio»). Che novità, eh? Sì, perché il potere si può mantenere più facilmente facendo scannare gli ultimi, creando il caos e riciclandosi, durante il riordino. Nella ex Jugoslavia si fece ricorso a vecchi modelli di odio fisico per giustificare le pretese di un’egemonia pervasiva, totale, che come un virus conquistò prima di tutto il corpo sociale. La differenzazione delle tradizioni per assolutizzare il sistema di potere che ultimò, prima di ogni altra cosa, un genocidio culturale.

Al contrario di quanto si pensi, l’instabilità, secondo Žižek, è il propulsore del capitalismo, necessaria per generare una narrativa ideologica, in cui il male della società viene personificato da un colpevole, dall’intrusione nella società dell’altro per catturare l’attenzione e sprofondare nell’abisso del sospetto. In questo caso e in molti altri, dai musulmani e dalla loro conseguente integrazione. Un laboratorio, appunto, capace di accendere una violenza di natura suicida. Dei meccanismi insiti negli umani, tutti, e perciò pericolosi in senso planetario, come il nazismo o la Guerra Fredda. E poi, non vi ricorda qualcosa/qualcuno di casa nostra? Capite quanto ci vuole poco a trasformarsi in bestie? Quanto in periodo di crisi può diventare forte il richiamo del sangue? Ma soprattutto quanto siamo plasmabili?

Quando saluto Gino gli chiedo cosa gli abbia lasciato la guerra, oltre alle cicatrici: “Un insegnamento: che la ricchezza è un giorno senza dolore”. Eh no Gino. Con questo finale mi annichilisci il sano cinismo occidentale. Da Sarajevo, non a caso, porterò via solo un paio di calde pantofole rosse, forse perché quella città, sotto sotto, mi ha fatto meditare sulle radici, sull’importanza di una casa, sugli affetti, sulla vita insomma. Che cazzo.

Luca Pakarov

24.01.2014

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Pubblicato da Truman