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ROBESPIERRE: ANATOMIA DI UN FUNZIONARIO DELLA RIVOLUZIONE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Guerre e rivoluzioni, zar e Robespierre, sono agenti organici della storia, il suo lievito di fermentazione. Le rivoluzioni vengono create da uomini d’azione, fanatici unilaterali, geni dalla mente ristretta”

(Boris Pasternak, “Il dottor Zivago”)

Nel tetro cuore della notte di quel 10 Termidoro anno II, mentre una pioggia scrosciante iniziava a cadere su Parigi e le truppe di Barras marciavano contro l’Hôtel-de-Ville per catturare Maximilien de Robespierre e condurlo alla ghigliottina, l’Incorruttibile stava riluttantemente preparando, insieme al fratello Augustin, a Couthon, a Saint-Just e a Le Bas, un proclama rivolto all’esercito, perché appoggiasse un ormai improbabile assalto alla Convenzione. I gruppi giacobini radunati in place de Grève, dai quali Robespierre si aspettava appoggio, si erano liquefatti uno dopo l’altro.

Nella foto: La ricostruzione del volto di Maximilien Robespierre (1758-1794) ad opera di Philippe Froesch e di Philippe Charlier (medico legale dell’Université Versailles Saint-Quentin),

Alcuni avevano deciso, con apposita votazione, di sostenere l’Assemblea; altri si erano improvvisamente scoperti rispettosi della legge, ricordandosi che un decreto del 4 dicembre proibiva loro di prendere ordini dal Comune e li poneva alle dipendenze del Comitato di Sicurezza generale; altri ancora si erano lasciati convicere a ritirarsi dagli emissari inviati dalle sezioni, dopo la pubblicazione del Messaggio al popolo francese preparato da Bertrand Barère. Lo stesso Robespierre, mentre redigeva con la forza della disperazione proclami che nessuno avrebbe mai letto, era profondamente esitante: lui che aveva sempre affermato di governare nel pieno rispetto delle disposizioni della Convenzione, come poteva adesso chiedere ai giacobini e all’esercito di agire contro di essa?

I gendarmi guidati da Pierre Dulac che fecero irruzione nell’Hôtel-de-Ville, lo trovarono così: titubante, sorpreso, indeciso, tormentato dai rimorsi. Un mediocre avvocato prestato alla rivoluzione posto improvvisamente di fronte alla propria debolezza, alla propria irrilevanza di esecutore.

Meno di quarantott’ore prima, egli aveva tenuto dinanzi alla Convenzione il discorso che gli sarebbe costato il comando della Francia e la testa. Un discorso ingenuo, politicamente folle, degno di un uomo non in grado di valutare né i rapporti di forza né le conseguenze delle proprie azioni. Lo aveva tenuto di propria iniziativa, senza preavvisare nessuno dei membri del suo stato maggiore, i quali, prevedendone l’impatto, lo avrebbero probabilmente sconsigliato. Un discorso che fu un doppio errore politico. In primo luogo, perché poneva sotto accusa e dunque con le spalle al muro alcuni tra gli uomini più potenti di Francia, facendo sentire sulle loro nuche il gelo metallico del rasoio nazionale; uomini come il massone Barère, il comandante in capo delle operazioni militari Lazare Carnot, l’amministratore delle finanze Pierre-Joseph Cambon, il presidente del Comitato di Sicurezza e capo del corpo di polizia Marc Vadier, il braccio destro di quest’ultimo, Jean-Pierre-André Amar, l’ex presidente della Convenzione Jean-Lambert Tallien; quest’ultimo forse meno potente degli altri, ma bramoso del sangue di Robespierre, poiché la sua amante, Thérésa Cabarrus, era stata fatta arrestare dal Comitato di Salute Pubblica.

In secondo luogo, il discorso di Robespierre appariva tanto più minaccioso perché reticente: a parte qualche rara indicazione esplicita (il discorso nominava senza mezzi termini Cambon, Mallarmé, Ramel) esso muoveva un’enorme quantità di accuse senza ricollegarle a specifici deputati, senza fare una vera e propria lista di nomi, al punto che qualunque membro della Convenzione, a questo punto, poteva sentire sul collo la lama di Place de la Révolution. Un saggio uomo politico, dovendo proprio sfidare la sorte, avrebbe fatto una decina di nomi precisi, e avrebbe così evitato di attirare su di sé la furia terrorizzata dell’intera assemblea. Ma Robespierre non era saggio: viveva dei sogni e delle paranoie del leguleio prestato alla politica, non sapeva distinguere tra dissenso e tradimento. Il suo discorso esordiva con le parole: “Io ho bisogno di dar sfogo al mio cuore, voi avete bisogno di sentire la verità…”. E di questo, in effetti, si trattava: dello sfogo rancoroso di un ingenuo, il quale credeva sul serio che una parola come “verità” potesse avere cittadinanza nella melma e nel sangue di un processo rivoluzionario.

Un abisso senza fine separa questo piccolo uomo dalla compiutezza politica, ad esempio, di un Lenin. A differenza del futuro pensatore di Simbirsk, Robespierre non possedeva un modello teoretico rigoroso, cioè un modello in grado di partire dall’analisi dei conflitti in corso per determinare con criteri scientifici le dinamiche dei rapporti economici, politici e sociali e definire, su questa base, la linea d’azione da intraprendere. Era invece un uomo d’intuito, dotato del grande pregio di saper marciare al passo con il meccanismo complesso della rivoluzione, ma totalmente sprovvisto della capacità di comprenderne il funzionamento e dunque di acquisirne il controllo.

A differenza di Lenin, Robespierre teneva in scarsa considerazione i concreti rapporti con gli ambienti di potere, con i vertici dell’economia, dell’esercito, dei servizi segreti, delle massonerie, se non per temerli ed esecrarli nei suoi discorsi. Non seppe sfruttare le pur rilevantissime conoscenze acquisite durante la sua direzione della Regia Accademia di Arras: il suo unico orizzonte politico era il moralismo, l’idealismo roboante delle sue arringhe, del tutto dissociato dalle effettive meccaniche della macchina di uno stato. Egli era l’Incorruttibile: onesto, corretto, pulito, del tutto estraneo allo sport preferito dai deputati della Convenzione, che era quello di approfittare della rivoluzione per arricchirsi. Questa sua pulizia morale, tuttavia, era, nell’habitat rivoluzionario, un grosso limite e non un valore aggiunto: valga in proposito il celebre aforisma machiavelliano: “Colui che lascia quello che si fa per quello che si doverebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perché un uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni”.

Robespierre era così preso dalla propria immagine da trascurare gli strumenti fondamentali della comunicazione e della propaganda. L’inizio del suo declino nell’immaginario popolare fu l’esecuzione della povera Nicole Bouchard, una servetta diciottenne dal viso di bambina, arrestata nel mucchio in casa di Madame de Sainte-Amarante, la quale gestiva una casa equivoca al Palais Royal. Quando se la vide comparire davanti e porgergli i polsi perché le venissero legati, Larivière, uno degli assistenti del celebre boia Charles Henri Sanson, guardò sbigottito il suo collega Desmorets e poi gli chiese: “E’ uno scherzo, vero?”. Quando gli fu risposto che non lo era, Larivière gettò a terra le corde, urlando: “Che la leghi qualcun altro! Non rientra nel mio mestiere giustiziare i bambini!”. Lo stesso boia Sanson, pallido come un morto, scese dal patibolo e se ne tornò a casa, lasciando ai suoi assistenti il compito di completare l’esecuzione. Scriverà quella sera nel suo diario: “I miei assistenti l’hanno spinta verso la lama; io mi sono girato dall’altra parte; mi tremavano le gambe e mi sentivo male. Martin, che era a capo di questa esecuzione, mi ha detto: “Lei non si sente bene. Vada a casa e lasci a me il resto”. Non ho risposto e sono sceso dal patibolo. Ero febbricitante e così spaventato che all’angolo di Rue Saintonge, quando una donna mi ha fermato per chiedere l’elemosina, ho creduto di vedere quella ragazzina davanti a me. Stasera ho avuto l’impressione di vedere macchie di sangue sul tovagliolo mentre ero seduto a cena”. Quando Nicole, sistemata sull’asse basculante che doveva spingerla sotto la lama, chiese a Martin: “Va bene così, signor carnefice?”, sulla folla che assisteva alle esecuzioni calò un silenzo di ghiaccio, orripilato, disgustato. L’aura di divinità che circondava Robespierre cessò di esistere in quel momento. Si iniziò a vociferare, a torto o a ragione, di una vendetta contro Madame de Saint-Amarante, dovuta alla gelosia. Lenin, nel gestire la repressione, pur feroce, contro indipendentisti, “bianchi” e anarchici, seppe salvaguardare molto meglio, tramite la propaganda, l’immagine della rivoluzione e dei suoi leader. Robespierre non capiva l’importanza dell’immagine: la sua vanità morbosa gli impediva di osservare se stesso con gli occhi degli altri, di valutare l’idea di giustizia dal punto di vista di un operaio che vede cadere nel cesto la testa di una bambina dai capelli insanguinati.

Anche nell’oratoria Robespierre non era abile quanto lo sarà Lenin. Quest’ultimo sapeva essere preciso, incisivo, tagliente; prima elettrizzava l’uditorio con una logica poderosa, poi se ne impadroniva completamente, trasfigurando il linguaggio pratico in linguaggio poetico. I discorsi di Robespierre si dividevano in due categorie: alcuni erano scritti in stato di grazia e possedevano la potenza e allo stesso tempo l’incisività della frase lapidaria. Emblematico, in questo senso, il suo Discorso per la condanna di Luigi Capeto del 3 dicembre 1792: “I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla”. Per una buona metà, tuttavia, i discorsi di Robespierre erano prolissi, noiosi, zeppi di luoghi comuni. Alcuni erano di altissimo livello retorico e intellettuale, ma proprio per questo si situavano ben al di sopra della cultura del suo uditorio, strutturati com’erano su una logica che richiedeva una specifica preparazione filosofica per poter essere seguita. Lo salvava l’enfasi declamatoria, che rendeva spesso trascinanti le sue argomentazioni anche quando non risultavano comprensibili al pubblico. “Quando Robespierre parla”, scriveva Desmoulins sul giornale “Les Révolutions de France et de Brabant, egli non è un oratore ma “è il libro della legge che si apre: non sempre quello della legge scritta, ma quello della legge innata e scolpita nei cuori”.

Lenin era un rivoluzionario completo, scientifico nelle sue analisi, dotato di profondo senso pratico, conoscitore dell’arte oratoria, come dell’economia, come dell’organizzazione militare, perfettamente consapevole dell’importanza di una strategia e della necessità di sostenerla intessendo reti di conoscenze e relazioni, nonché procurandosi informazioni di prima mano direttamente dai centri di potere. Robespierre fu, tutt’al più, un rivoluzionario “di fase”: un uomo mediocre, dotato di intelligenza non analitica ma grossolanamente istintiva, manovrato da centri di potere più elevati, ossessionato da astrazioni intellettuali, piazzato temporaneamente alla guida della Repubblica al solo scopo di consentirle di assestarsi, di dotarsi di solide istituzioni, di impedirle di disgregarsi sotto la pressione della guerra esterna e delle insurrezioni interne.

Eppure l’abisso che separa Robespierre da Lenin è lo stesso che divide gli attuali apologeti della “ribellione al sistema” da un uomo pur mediocre come Robespierre. Perfino un personaggio di dubbio valore, un mediocre, un travet della rivoluzione come l’uomo di Arras, possedeva alcune doti irrinunciabili che sono del tutto sconosciute ai cialtroni che oggi s’improvvisano “antagonisti” e “critici dell’esistente”. Se questi idioti si prendessero la briga di annotare le qualità “minime” di un rivoluzionario pur modesto come Robespierre, forse una rivoluzione sarebbe oggi ancora pensabile, se non proprio possibile.

Punto primo: non si diventa rivoluzionari senza una ferrea capacità di autodisciplina. Penso ai moderni relitti di balera o di birreria che nel weekend, ubriachi fradici, si danno aria da “ribelli” tirando sampietrini contro vetrine di bar o contro gruppuscoli avversari. Costoro, in una rivoluzione vera, non avrebbero neppure il ruolo, scomodo ma utile, di carne da cannone, bensì soltanto quello di insignificanti vittime non registrate. Per poter essere a capo di qualunque cosa, da un circolo del cucito a un comitato rivoluzionario, occorre innanzitutto essere a capo di se stessi. Robespierre aveva acquisito la propria capacità di autocontrollo nella solitudine di orfano: sua madre era morta quando lui aveva sei anni, il padre lo aveva abbandonato presso alcuni parenti insieme al fratello Augustin e alle due sorelle Charlotte e Henriette, lasciando la professione forense e rendendosi irreperibile. Furono la sofferenza derivante dall’abbandono e la precarietà economica, sua e dei fratelli, a cui sentiva la responsabilità di porre rimedio, che lo portarono a modellare se stesso in quell’inflessibile archetipo comportamentale che conferì forza alle sue azioni e che ispirò l’intera sua vita. Contribuirono allo sviluppo della sua autodisciplina gli anni trascorsi presso il Collegio dei padri oratoriani di Arras, i quali imponevano ai propri studenti una rigida regola di vita e di studio.

Secondo: non si diventa rivoluzionari se si è analfabeti. Fanno ridere certi “ribelli” da forum telematico, con un lessico composto da 100 vocaboli scarsi, incapaci di esprimersi nel rispetto delle regole minime della grammatica e della sintassi. Le parole sono idee e chi possiede poche parole possiede poche idee. Grammatica e sintassi sono logica: la capacità di strutturare le idee in una sequenza chiara, coerente ed efficace, in modo da metterle in grado di interagire con la realtà, di diventare realtà. Robespierre, cresciuto in una famiglia di lunga tradizione legale e avvocatizia, comprendeva bene il potere delle parole e la loro capacità di dare forma al mondo. Aveva partecipato al suo primo concorso letterario a undici anni, quando studiava presso il collegio di Arras diretto dai padri oratoriani; aveva vinto a undici anni la sua prima borsa di studio, la quale gli aveva spalancato le porte del prestigioso Collegio Louis-le-Grand di Parigi. Qui aveva partecipato ad altri concorsi letterari, ottenendo “soltanto” tre secondi premi e sei menzioni d’onore. Era un mediocre, come si è detto, non un genio. Ma la capacità di manipolare la parola a suo piacimento gli aveva comunque conferito l’abilità di conoscere l’animo degli uomini e di giocare con le loro passioni, qualità essenziale per un rivoluzionario. I massoni chiamano “arte regale” questa dote: quella di saper manipolare i simboli – parole o immagini – per ottenere trasformazioni nella coscienza. Gli antichi la chiamavano con un altro nome: magia. Robespierre possedeva il magico talento, tipico di ogni trascinatore di folle, di catturare i suoi ascoltatori uno per uno, facendo leva sul loro desiderio di essere come gli altri, sulla loro paura di sentirsi isolati dal gruppo. I suoi discorsi erano a un tempo generalisti e colpevolizzanti: prima si crea, attraverso le parole, una generica realtà da abitare; poi, attraverso il senso di colpa, si spinge chi non ne fa ancora parte a sentirsi escluso, dunque debole. E’ la magia praticata dai “pubblicitari” di ogni epoca. Il mondo, da sempre, si divide in due: coloro che, sapendo gestire tale magia, acquisiscono capacità di dominio e coloro che, non conoscendo il potere delle parole, possono solo subirle.

Terzo: un rivoluzionario deve essere eclettico. Robespierre era cresciuto nel culto del pensiero scientifico, tipico dell’Illuminismo, ma aveva anche saputo comprendere che esistono altre forme di pensiero altrettanto essenziali. Una delle cause più celebri che egli perorò da avvocato, fu quella in difesa di un certo signor de Vissery, di Saint-Omer, il quale aveva fatto sistemare sul tetto della sua casa un enorme parafulmine, coronato da una raggiera di dardi metallici. I vicini, spaventati da quell’immenso apparato, lo avevano fatto rimuovere dagli scabini. Robespierre aveva chiesto in tribunale che il parafulmine venisse rimesso al suo posto, invocando la forza dei lumi e la superiorità della scienza, tuonando contro l’ignoranza del volgo che misconosceva la ragione. Eppure egli, che si era dedicato allo studio delle arti umanistiche, sapeva bene che il pensiero scientifico è solo una delle possibili modalità d’interazione col mondo. Se l’analisi scientifica del particolare permette di conoscere più approfonditamente la realtà, lo studio di modelli globali (l’antica Grecia, la Roma imperiale, la loro letteratura…) fornisce la flessibilità di pensiero necessaria ad agire in funzione del contesto in cui ci si trova di volta in volta ad operare. E’ difficile trovare personalità in grado di dar vita a profondi ripensamenti della realtà umana tra coloro che hanno compiuto studi specialistici: costoro hanno il grande merito di produrre le innovazioni tecniche che presiedono alla trasformazione, ma la loro applicazione concreta ad un progetto d’innovazione politico-sociale è quasi sempre rimessa alla duttilità di pensiero e all’ampiezza visuale di chi ha compiuto studi non specialistici. Robespierre, il paladino dei lumi, seppe comprendere l’importanza del pensiero religioso; seppe rendersi conto che il materialismo ateo della rivoluzione, propugnato con la devastazione dei luoghi di culto, la messa a morte dei sacerdoti, l’oblio imposto per legge sulle celebrazioni, la sostituzione delle effigi dei santi con quelle di Marat, Chalier e Lepeletier, avrebbe svuotato la Francia di tutto ciò che, pur non essendo materiale, era altrettanto essenziale alla vita, conducendola verso il baratro della degradazione sociale e umana. Tentò pertanto di restituire alla sua nazione la vitale sostanza metafisica che la ragione aveva colpito col suo anatema, elaborando quel pallido e carnevalesco riflesso della devozione che fu il “culto dell’Essere Supremo”. Era un mediocre, come si è detto. Ma “mediocre” e “stupido” non sono affatto sinonimi.

Quarto: pur non essendo un genio, Robespierre non era neppure un totale sprovveduto. Aveva pur sempre frequentato ambienti politici, non luppolerie; e questo gli permetteva di subodorare i tranelli, almeno quelli più tradizionali. Il suo limite era che ne subodorava troppi, anche dove non ce n’erano: forse perché trascorreva nel suo mondo mentale più tempo di quanto ne passasse a contatto con le sezioni. Comunque, quando gli hébertisti tentarono di “infiltrare” i club giacobini, creando apposite sezioni che chiedevano l’affiliazione ad essi, ma in realtà rispondevano ad un diverso comitato centrale situato all’Hôtel-de-Ville, Robespierre si accorse dell’inghippo e lo stroncò rapidamente. Essere rivoluzionari richiede un minimo di astuzia e di conoscenza dei trucchi del mestiere. Non è un lavoro per sciampiste o per degustatori di cocktail.

Quinto: perché una rivoluzione sia possibile, occorre in parte controllare, in parte infiltrare, in parte corrompere, in parte ricattare, in parte fidelizzare, gli uomini situati in posizioni chiave dell’apparato dello stato. Occorre cioè intessere una rete di relazioni di vario tipo con i punti nevralgici della nazione: l’esercito, la polizia, i servizi segreti, gli apparati produttivi, i centri finanziari, i mezzi di comunicazione, eventualmente i capi religiosi, eccetera. In questo Robespierre non era bravo. Tendeva a trascurare la gestione della guerra, della marina, della finanza, dei rifornimenti, rinchiudendosi nelle sue astrazioni universali. Lasciava che fossero altri a gestire i rapporti con i gangli vitali dello stato. In una cosa, però, le sue capacità relazionali eccellevano davvero: nel selezionare i membri e controllare l’attività del Comitato di corrispondenza, cioè dell’organo che, a sua volta, teneva le relazioni con i club giacobini periferici, imponeva loro le normative a cui attenersi, stabiliva le azioni da intraprendere e i comportamenti da tenere rispetto ad ogni problematica. Controllare il Comitato di corrispondenza significava controllare l’intero club dei giacobini: e Robespierre, da esperto burocrate, da politicante consumato, era un maestro in questo settore. Anche questa è intelligenza politica che viene solo dalla pratica, non dalle chiacchiere: la dote d’individuare il punto di manovra di un organismo complesso e imparare poi a gestirlo, allo scopo di dirigere l’insieme nella direzione desiderata.

Ultimo ma non meno importante: un rivoluzionario ha bisogno di quantità massicce di spregiudicatezza e pelo sullo stomaco. I “ribelli” piagnucolosi che invocano i “diritti umani”, la “coerenza”, il “rispetto delle opinioni altrui”, la “non violenza”, il “restiamo umani” e altre simili fesserie si dedichino al missionariato e lascino le rivoluzioni ai professionisti. La venerazione, certamente sincera, che Robespierre nutriva per la giustizia, l’eguaglianza, l’amicizia, la coerenza, non gli impedirono di mandare alla ghigliottina i suoi più fedeli collaboratori ed ex compagni di partito (o perfino di scuola, come Desmoulins) quando le ragioni dello stato lo resero necessario. Sottolineo: le ragioni dello stato, non semplicemente quelle della sopravvivenza politica personale. Gli uomini che facevano capo a Danton (Fabre d’Eglantine, Delaunay, Chabot, Thuriot, Delacroix, Julien e altri) avevano organizzato, a scopo di arricchimento personale, un sistema di speculazioni finanziarie al ribasso, di mazzette, di ricatti, che non solo coinvolgeva il cuore degli apparati commerciali e finanziari francesi, dalla Compagnia delle Indie, alla Cassa di Sconto, fino alla compagnia d’assicurazioni Incendie et Vie, ma forniva agli emissari dell’Inghilterra le chiavi per sabotare gli arsenali e gli impianti militari francesi. L’eliminazione di Danton e dei suoi amici era una questione di sicurezza nazionale, non semplice sete di potere. Il 15 febbraio 1793, Robespierre scriveva a Danton, il quale aveva appena perso la prima moglie, Antoinette: “Se, nel solo dolore che possa scuotere un animo come il tuo, la certezza di avere un amico tenero e devoto può offrirti qualche consolazione, io te la offro. Ti voglio bene più che mai e fino alla morte”. Poco più di un anno dopo, sarebbe stato proprio l’amico tenero e devoto a mettere il collo di Danton sotto la lama. Non si trattò, ripeto, di malvagità, ma di padronanza dell’arte della politica, la quale richiede sempre, a tempo debito, di mettere da parte il sentimentalismo per lasciare il posto alla ragion di stato.

Robespierre arrivò alla ghigliottina alle ore 17.00 del 10 Termidoro anno II (28 luglio 1794). Aveva la mascella frantumata da un colpo di pistola, forse sparato da lui stesso, in un maldestro tentativo di suicidarsi per non cadere vivo nelle mani dei nemici, forse esploso, come vuole la tradizione, dal gendarme Charles-André Merda, dal profetico cognome. Quando il boia gli sciolse il fazzoletto che teneva legato intorno alla testa, la mascella gli si staccò e cadde letteralmente a terra, in un’atroce eppure ironica parodia fumettistica dello sbigottimento. E’ ciò che spesso accade ai filosofi e agli animi nobili che si ritrovano di fronte alla tangibile bestialità della pratica politica. Dovendo dunque parlare di rivoluzione (solo parlarne, perché non ne scorgo, per adesso, la possibilità concreta), sarebbe meglio farlo avendo cognizione delle reali qualità che essa richiede ai suoi protagonisti; per non ritrovarsi un giorno, allibiti come Robespierre, a veder crollare al suolo mandibole che non potremo più raccattare.

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

15.06.2016

Pubblicato da Davide

  • Moreno
    Settimo : sapere per cosa si fa la rivoluzione , in che direzione si vuole andare : l’autarchia ?  il proletari di tutto il mondo unitevi ? via i disonesti ? la champions league ? .
    Ottavo : preparare un programma rigoroso e fattibile .  
  • RicardoDenner

    Ormai non c’è più cultura né popolo per fare le rivoluzioni del passato..

    Avremo invece delle rivolte..per gli immigrati..per le tasse per la disoccupazione..per la casa..per la criminalità..
    Gli stati si dissolveranno per incapacità a gestire il territorio..e la frantumazione in feudi retti da vari tiranni sarà il futuro radioso che si sta preparando con tenacia ammirevole da i governanti e da chi ci sta dietro..
    Le rivoluzioni di un tempo sono come i romanzi dei grandi scrittori..implicano capacità a scrivere..e qualcuno che li legga..e chi potrebbe oggi aderire a un programma politico quando la politica è scomparsa dall’orizzonte della civiltà e i popoli neppure ne sentono la mancanza..?
    Ma alla fine bisognerà mangiare pur qualcosa..e sicuramente le pecore pascoleranno al Colosseo..mentre eserciti sbandati deprederanno i poveri pastori di caciotte e latte fresco..
    Vista la direzione attuale degli avvenimenti non mi sembra pessimistica questa visone della futura rivoluzione..
     
  • ottavino

    È un bell’articolo. Corposo, solido, argomentato, zeppo di riferimenti… le mie congratulazioni.

    Cosa aggiungere?
    Per lo sviluppo personale di ognuno di noi, indipendentemente dal fatto che si diventi o no dei rivoluzionari, mi sembrano particolarmente importanti il primo e il secondo punto. 
    Siamo umani, non è possibile sfuggire alla necessità di uno sviluppo intellettuale. Dobbiamo catturarlo l’intelletto, padroneggiarlo, saperlo usare. E "l’esame" da sostenere è indicato nel medesimo punto secondo, laddove si fa riferimento alla capacità di parlare in pubblico, di convincere gli altri, di scrivere.
    Così, dopo aver fatto la nostra piccola rivoluzione personale, si potranno affrontare delle difficoltà maggiori.
    Però, può essere che il secondo punto sia ugualmente troppo ostico per alcuni. In quel caso, occorre far di tutto per soddisfare il primo dei punti, perché in mancanza la barca va alla deriva.
  • RenatoT

    … come dico sempre, per fare una rivoluzione, basterebbe smettere di comprare dalle multinazionali, almeno il cibo, che è solo porcheria con il suo sporco scopo.

  • Fischio

    Giusta critica all’approssimazione del Robespierre e giusta rilevanza della consapevolezza di Lenin. Ma non escluderei del tutto la forza e il contributo del cuore nella preparazione e sviluppo di una Rivoluzione. Del resto un altro grande, Che Guevara, sosteneva che :’Il rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore’. Insomma, ragione e passione possono stare insieme. Traduzione: coscienza. Quella coscienza perduta e che ha avuto in Italia nel decennio 67/77 l’ultima apparizione. Il PCI, punto di riferimento, tradiva quel grande movimento seppur colorito ma convinto, manifestando la propria vera natura statalista e compromissoria. Veniva a mancare l’organizzazione politica necessaria per ribaltare il Sistema vigente. Comunque la Storia ci spiega che niente è eterno dato il percorso ondivago per sua stessa indole, e quindi aperto talvolta a soluzioni apparentemente impossibili…..Le rivoluzioni vengono create da uomini….(B.PasternaK). Come no, Marx e Lenin sono stati geni dalla mente ristretta! Posso dire a distanza di oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa? Lo dico:’ Ma vada a quel paese caro poeta e scrittore che fosti!’….  

  • bysantium

    Piuttosto che riconoscermi nel Rivoluzionario e nella sua logica e fredda ( v. in particolare punti V e VI ) prassi, preferirei vestire i panni del Ribelle così come, richiamandosi a Junger, lo descrive de Benoist. ( http://www.centrostudimeridie.it/documenti/Saggi/ribelli_e_ribellione.htm ).

    Semplificando, ho ben più di una ragione – e di esempi storici – per pensare che il rivoluzionario di oggi sarà il tiranno di domani per il semplice fatto che, ancor più che possedere, è posseduto da una ideologia che vorrà fanaticamente e spietatamente imporre a tutti. E a ciò ben s’attaglia l’iniziale citazione di Pasternak.

  • A-Zero

    La parola "rivoluzione" lasciata scorazzare da sola, un po’ come altri simboli e significanti, può fare molti molti danni proprio a coloro che dovrebbe aiutare, i sottomessi, i subaltenri, gli esclusi, gli sfruttati, gli spossessati.

    E’ bene ricordare che l’autore quella di cui parla egregiamente l’autore, è "rivoluzione politica"; cioè come cambiare e rnnovare radicalmente il governo delle greggi.

    E’ bene ricordare (specie per gli esclusi, sfruttati, spossessati, ecc…) che fra i cicli umani, le rivoluzioni sociali (i cambiamenti dei rapporti di forza fre individui e classi di individui) sono i cicli molto più profondi e lenti e hanno a che fare con il modo di produzione e, quindi, con il modo tecnologico, autonomia rispetto alla tecnica e alle risorse, ecc … (tecnologia in senso lato: dal bastone per far cadere i frutti dall’albero nel pleistocene alle odierne nano-diavolerie).

    Rivoluzione politica e rivoluzione sociale sono cicli diversi, quello politico breve e superficiale, quello sociale, lungo e profondo. Ovviamente interagiscono, in che maniera non lo so. Ma la letteratura sarà piena di studi, bisogna studiare.

    Dunque, per me, la rivoluzione politica non è distruttiva, ma perpetua la macchina umana deloo sfruttamento. La rivoluzione sociale può essere distruttiva della politica. Almeno questo è il mio utopico auspicio: la distruzione della politica e del governo.

    Sono d’accordo con bisanzyum: oltre ai primi due punti elencati
    nell’articolo è importante anche il terzo. Con l’augurio che ciascun
    individuo, non solo i rivoluzionari, li faccia propri e sappia farsi
    valere di fronte a qualunque potere, vecchio e nuovo.

    Comunque la cosa più bella e pittorica è la forte immagine evocativa della fine di Robespierre. Se non sbaglio, correggetemi, la sua testa fu portata in giro per le strade in fiamme di Parigi, nel delirio rivoluzionario, infilzata su una alta picca da un manipolo di donne: bellissimo!

    Lenin purtroppo l’hanno imbalsamato: che fetore!

  • A-Zero

    Capperi, dimenticavo. Voglio aggiungere un bel tassello al mosaico dei rivoluzionari.

    Uno dei primi fu EUNO, schaivo ribelle di Enna, in Sicilia, duemila e passa anni fa, si fece poi incoronare con il nome di Antioco.

    Embè? Mica Euno è da meno di Lenin o di Robespierre? Anche Euno c’aveva le sue idee di giustizia sociale.

  • totalrec

    "Se non sbaglio, correggetemi, la sua testa fu portata in giro per le strade in fiamme di Parigi, nel delirio rivoluzionario, infilzata su una alta picca da un manipolo di donne: bellissimo!"



    Non mi risulta: da quel che so il corpo e la testa di Robespierre vennero immediatamente inumati nel cimitero degli Errancis e ricoperti di calce viva, allo scopo di impedire che diventassero oggetto di culto.
    Forse si sta confondendo con il povero Bernard-René de Launay, comandante della Bastiglia all’epoca del celebre assalto del 14 luglio 1789. Fu la sua testa ad essere infilzata su una picca ed esibita in processione festante per le vie di Parigi.
    (GF)
  • natascia

    Già oggi esistono molte persone con  le caratteristiche necessaire  ad un valido funzionario della rivoluzione. Forse le stesse  di chi, oggi  si trova nei ruoli chiave del regime che un’eventuale rivoluzione vorrebbe cambiare. Tuttavia mancano  leader carismatici e istanze disperatamente necessarie. Argomenti che,  come ben si nota, vengono tenuti molto lontani da ogni consapevolezza.  Non amo le rivoluzioni cruente. A giuste partenze  si possono accompagnare inenarrabili atrocità che nulla hanno a che vedere con la spregiudicatezza. Le istanze e le forze in campo nelle  due rivoluzioni non possono essere paragonate. Forse l’autore intende paragonare le due personalità in un ipotetico  piano lineare oggettivo, operazione  altrettanto ardua.        

  • furibondius

    Funzionario, che brutta parola. In una rivoluzione sono i rivoluzionari, tutti, funzionari di se stessi. Altrimenti è l’ennesima delega spesa invano.

  • Georgejefferson

    I romanzi della destra sono quasi sempre divertenti e fanno tenerezza (e come tutti i romanzi, traggono narrativa da eventi storici contingenti).

    Un esempio e’ ridurre tutto l’universo mondo della "tangibile pratica politica"…alla sola dimensione della "brutalita", che e’ la sola in cui crede per ideologia e cerca spesso di convincersi meglio.

  • SeveroMagiusto

    Rivoluzione? La vedo dura. Oltre ai leader, manca l’ingrediente
    principale: il popolo.

    Io vedo solo un gregge. A questo ci hanno ridotto.
    Scientificamente ci hanno lobotomizzati a botte di TV e di ideologie, e
    castrati in cambio di un minimo di benessere materiale.

    Ma facciamo finta; facciamo finta che per qualche strana
    congiunzione astrale la gente si riappropri delle proprie gonadi e vada in
    piazza a protestare chiedendo una reale “democrazia” (le virgolette sono d’obbligo).
    La chiave di volta secondo me sta nell’atteggiamento delle forze armate, perché
    dubito che qualcuno di noi prenderà il fucile per andare all’assalto del
    Quirinale. La domanda che vorrei porre ai vertici delle FF.AA. è: a chi pensate
    che saranno fedeli i vostri uomini? Alle Istituzioni o al Popolo?

    Come ho già avuto modo di dire in passato trattando di
    questo argomento – e come ha anche sottolineato nel suo “punto 8” l’utente
    Moreno – [u]prima[/u] di spazzare via una classe dirigente indubbiamente
    corrotta ed incapace, bisogna avere ben chiaro con che cosa sostituirla. Ci
    vuole un “manifesto” di richieste e anche un piano su come gestire il “dopo”.
    Qui sì che ci sarà bisogno di qualche “testa fina” e di qualche esperto che diano
    il loro contributo intellettuale.

    Nel frattempo continuo a cullarmi nella mia idea di [i]R[/i]-evoluzione,
    che prefigura gruppi di persone affini che si danno da fare per vivere e
    lavorare secondo le proprie regole. Cosa che non necessita di coinvolgere la
    massa.

     

    P.S.: Non mi è sfuggita la frecciatina rivolta ai
    degustatori di cocktail.

  • Tanita
    Senza la destrezza nell’uso della lingua Italiana che ha il professore ma
    con certa umile tranquillitá di aver letto, studiato e
    scritto in cinque lingue diverse, mi permetto di commentare quanto segue,
    fermo restando che sono conscia delle mie limitazioni linguistiche in
    Italiano, quindi cercheró di esprimermi con semplicitá.
    Sembrerebbe a me che prima di definire il
    rivoluzionario
    e descriverne le caratteristiche
    determinanti, sarebbe necessario stabilire quale rivoluzione
    si pretende intraprendere, intendendo rivoluzione come mutamento
    radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici
    (Treccani).
    Una volta costruita quella visione dell’ordine, del mondo come
    immaginiamo dovrebbe essere, ci vorrebbe farla conoscere, diffonderla, ottenere
    che la stessa sia condivisa da un numero sufficente di soggetti disposti ad
    attuare in conseguenza.

     

    Per dare un’esempio: se la visione dell’ordine a costruire fosse quella di
    un mondo senza classi e senza Stato (Marx, Engels, 1852, 1875), sarebbe
    praticamente impossibile raggiungerla mediante una fase di transizione
    costituita da una dittatura (anche essa fosse del proletariato), poiché
    non appare logico che un mondo senza classi sociali possa scaturire dalla
    dittatura di una classe (sul particolare sono critica di Marx ed Engels) che
    domina le altre per il tempo che ci vuole (a meno che il progetto considerasse
    l’esterminazione delle altre classi).
    Certo, il Rivoluzionario che Lei definisce andrebbe bene per le battaglie
    verso la dittatura del proletariato, ma ho paura che non sarebbe certo
    funzionale ad un mondo senza classi sociali.
    Un’altro esempio: La visione del nuovo mondo potrebbe essere quella
    di un’ordine non autoritario, non violento (in senso lato), opposto alla
    realtá del nostro tempo. Magari a molti piacerebbe che cosí
    fosse.
    In questo caso, i rivoluzionari (e le rivoluzionarie) che lei propone non
    funzionerebbero: Lei sostiene, su Robespierre, che "La venerazione,
    certamente sincera, che Robespierre nutriva per la giustizia, l’eguaglianza,
    l’amicizia, la coerenza, non gli impedirono di mandare alla ghigliottina i suoi
    più fedeli collaboratori ed ex compagni di partito (o perfino di scuola, come
    Desmoulins) quando le ragioni dello stato lo resero necessario
    ". (Stato,
    inferisco, e tenga per favore in conto che questa sua
    affermazione presuppone una certa idea di Stato che non é l’unica
    possibile). 
    Per non dilungarmi diró che se la proposta é rovesciare un’ordine
    autoritario e violento per stabilirne un’altro di analogo autoritarismo e
    simile violenza, allora il suo Rivoluzionario potrebbe servire. Ma il
    mondo risultante non sarebbe sostanzialmente diverso da quello contemporáneo e
    pertanto, la rivoluzione sarebbe risultata inutile (come inutili o
    fallimentari sono risultate quelle compiute fino al presente: pensiamo ad
    esempio se si é mai realizzato il motto della rivoluzione francese "Liberté, égalité, fraternité", per non parlare
    delle altre).
    Si potrebbero andare avanti, ma pensó che l’idea sia
    resa.

    P.S.: Le raccomando un’altra lettura: "La mentalitá
    autoritaria
    " di Adorno T.W., Frenkel Brunswick
    E., Levinson D.J. e Sanford R.N.-

  • A-Zero

    Già, ho confuso.

    Quindi Robespierre calcinato e Lenin mummificato.

    Comunque Bernard-René de Launay non era povero, era un marchese. Un marchese morto di rivoluzione, rischi del mestiere.

  • venezia63jr

    Il paragone fra robespierre e lenin e’ fuori luogo.
    Robespierre e’ stato prestato alla rivoluzione,
    infatti lo dice l’autore stesso non aveva l’appoggio
    di tutti i poteri, lenin invece era un rivoluzionario,
    era nato gia’ con la vocazione alla rivoluzione,
    i tipi come lui per istinto di razza riuniscono tutti i
    suoi simili, freda ha dimenticato di rivelarci l’origine
    etnica di coloro che avevano aizzato il popolo
    alla rivolta.
    Come in russia cosi’ in francia aperti i cancelli glii
    antenati  di lenin avevano capeggiato le rivolte,
    danton e robespierre hanno goduto di un momento
    di gloria prima di essere sacrificati e sostituiti.

  • totalrec

    "Per non dilungarmi diró che se la proposta é rovesciare un’ordine autoritario e violento per stabilirne un’altro di analogo autoritarismo e simile violenza, allora il suo Rivoluzionario potrebbe servire. Ma il mondo risultante non sarebbe sostanzialmente diverso da quello contemporáneo e pertanto, la rivoluzione sarebbe risultata inutile".



    Lei parte dal presupposto che una rivoluzione sia utile quando ottiene il risultato di "creare un mondo migliore". Questo è, a mio avviso, un errore di prospettiva, o meglio un vizio di chi si pone nell’ottica dell’interesse individuale anziché in quello, più ampio, dell’evoluzione storica. Le rivoluzioni non servono a creare il paradiso in terra, e spesso nemmeno a rendere meno bollente l’inferno. Il loro scopo è di rimettere in moto la storia quando essa inizia a ristagnare e marcire. Sono eventi di trasformazione e in questo sta la loro utilità: nella natura come nella storia umana, tutto ciò che è trasformazione e movimento, è vita; tutto ciò che è cristallizzazione, immobilità, è morte. I concetti di "male" e di "bene", in prospettiva storica, hanno una valenza molto differente da quella che assumono nell’etica dei singoli o perfino delle collettività e coincidono, grosso modo, con i concetti, rispettivamente, di "stasi" e "mutamento". Non esiste una rivoluzione da cui scaturisca un mondo "migliore", ma da tutte le rivoluzioni scaturisce un mondo "diverso". Questo mutamento è vita per l’evoluzione umana; vita che si paga sempre, a livello di società, con un alto tributo di morti e di sangue. Se non si è preparati a pagare tale tributo, è inutile auspicare rivoluzioni (le quali, beninteso, avverranno egualmente quando ve ne saranno le condizioni necessarie, a prescindere dalla loro auspicabilità). Robespierre diceva: "Cittadini, volevate una rivoluzione senza rivoluzione?". 
    (GF)
  • Tanita

    La ringrazio per
    la sua attenzione, professore.

    Mi ponevo il problema di "Rivoluzione" quale mutamento radicale
    di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici
    (e
    volevo essere precisa perció mi sono cercata la definizione nel dizionario
    italiano).

    Detto ció, Lei é proprio sicuro che le rivoluzioni hanno lo scopo di "rimettere in moto la Storia quando essa
    inizia a ristagnare e marcire
    "? Cioé, si rende conto delle implicanze
    della sua affermazione?

    Chi decide che la Storia sta ristagnando e che ci vuole una rivoluzione? E
    quindi, che si necessita certo profilo di rivoluzionario, in conseguenza lo si
    alleva a tale scopo? C’é forse un’entitá (magari é quello che Lei vuole significare?)
    globale che determina queste cose e fa scattare le rivoluzioni? Ci fu sempre
    stata – diciamo, esiste da milenni? (Non dico che non ci sia… Sono domande
    che mi vengono in mente).

    Ció nonostante, alla velocitá che si sviluppano gli eventi nei nostri giorni,
    io non percepisco la Storia in situazione di ristagnazione… E trovo quasi
    impossibile raffigurarmi la Storia come qualcosa che "marcisce".

    Detto ció, anch’io penso il mondo nel senso di "Evoluzione"
    (naturalmente) anche se non credo certo che necessariamente si deva pagare sempre, a livello di società, con un alto
    tributo di morti e di sangue
    . E perché mai? Sono capace di ellaborare quanto
    meno una decina di visioni di un mondo futuro possibile, per raggiungere il
    quale non é assolutamente necessario tributare morti e sangue. Ma continuando
    con l’evoluzione, in ogni periodo storico, certe cose del passato rimangono,
    per lo piú aggiornate, ma ci sono dei cambiamenti sostanziali, delle
    trasformazioni. In questo secolo appena inaugurato, ad esempio, sembrerebbe che
    cominciano a cristallizzare i risultati degli eventi del XXmo Secolo, a
    cominciare dalla Prima Guerra Mondiale nel corso della quale mio nonno Giovanni
    svolse il ruolo di partigiano.

    E guardi un po’ se ci sará stata un’evoluzione… Che colloca Lei e me in
    questo scambio d’idee, ad esempio, attraverso un foro virtuale, separati da piú
    di diecimila kilometri. Un qualcosa che né i miei nonni né i miei genitori
    avrebbero mai immaginato neppure nei loro piú fantastici pensieri, "eppur si muove". Le conseguenze assiologiche
    di questa realtá, troppo recente in tempi storici, sono per ora imprevedibili.  Se tutta questa tecnologia servirá per
    sottomettere allo stile Grande Fratello (Orwell, diciamo) o per liberare,
    dipenderá da tutti noi (il ché mi ricollega all’importanza degli insegnanti e
    il modo in cui essi siano capaci di misurarsi con le tecnologie dell’informazione
    e la comunicazione, in beneficio dei loro allievi o viceversa).

    Ció nonostante, la capacitá d’immaginare un ordine diverso é assolutamente
    umana, e quando uno pensa a qualcosa di diverso in proiezione futura, in genere
    la pensa come migliore… Eccetto certe mentalitá perverse che tra l’altro, ad
    esempio, configurano gli autori piú selezionati dalla filmografia
    hollywoodense: catastrofi e mondi di distruzione, zombies, estermini, piaghe
    universali, fine della Storia  (pensiamo
    a Fukuyama), clash tra civiltá diverse (Huntington), fine del mondo. Patologico,
    direi, intenzionalmente patologico, costituente di visioni da impiantare nelle
    cervella degli incauti, che non mi troveranno mai tra i loro addetti. La loro é
    una prefigurazione di “rivoluzione” della morte; molte delle loro mosse hanno
    successo, ma ho fiducia nell’istinto di sopravvivenza proprio della nostra
    specie e di tutte le speci animali… Chissá.

    Finalmente, Lei
    scrive:

    Lei parte dal presupposto che una rivoluzione sia
    utile quando ottiene il risultato di "creare un mondo migliore". Questo
    è, a mio avviso, un errore di prospettiva, o meglio un vizio di chi si pone
    nell’ottica dell’interesse individuale anziché in quello, più ampio,
    dell’evoluzione storica.

    Mi riesce
    difficile da capire che la visione di un mondo migliore sia un vizio di chi si pone nell’ottica dell’interesse
    individuale.

    Per il resto
    della sua proposizione diró che non mi riesce di separare l’interesse
    collettivo delle umane genti da quello, piú ampio, dell’evoluzione storica, come
    se la Storia fosse qualcosa di oggettivo (esiste una “legge” storica o della Storia?)
    che viene dal cielo e che non avesse niente a che fare con noi, gli esseri
    umani. In tale caso ci vorrebbe una sorta di “mano invisibile” che la guida
    (Dio?), e qualsiasi rivoluzione (come pure il suo rivoluzionario modello)
    risulterebbe svuotata di ogni senso: a quale scopo, infatti, porsi il problema
    in primo luogo?

    Se esiste un
    registro della Storia (scritto da chi sia), non é per virtú di nient’altro,
    almeno per ora, che gli uomini e donne che costituiscono l’Umanitá. Non credo
    che ci sia un tempo oggettivo storico, una specie di kairós,  un “tempo di Dio”, dicevano gli antichi
    greci, di qualitá oggettive determinanti per il soggetto.

    Sarebbe forse
    giusto dire che é la mente umana che produce la Storia. In questo senso, si
    tratta di una costruzione dei popoli, o di singoli individui (una élite)? Anch’essa
    é una decisione che ci troviamo in condizioni, potenzialmente, di prendere.

    Mi auguro di
    farmi capire! La prego di comprendere le mie limitazioni nell’uso della lingua
    Italiana e La saluto e ringrazio.

  • A-Zero

    “… un vizio di chi si pone nell’ottica dell’interesse individuale”

    Una volta un tale, più giovane di me, che si era laureato in filosofia, sosteneva che io ero pressoché un imbecille perché mi diceva che “il soggetto non esiste”. Adesso sta facendo politica, si è presentato alle comunali.

    In buona sostanza lui si diceva marxista. Il soggetto non conta. A me al contrario la negazione del soggetto (e dell’individuo) sembra una stupidaggine, in buona fede. La condizione di individuo per gli umani è un dato di fatto; oggettivo direbbero. Negare l’individualità è come negare un evidenza. Una stupidaggine in buona fede. Ma i filosofi non sono mica tanto stupidi. Possono essere però in mala fede, secondo me.

    Voler eliminare l’individuo sull’altare della storia è un crimine in nuce; infatti i frutti mortiferi si sono visti a massa, su scala industriale a destra e a manca.

    Al tempo un ‘altro filosofo disse di Marx, correggetemi se sbaglio, “tanto avevamo fatto ed eravamo riusciti a cacciare dio dal mondo, che quello lo ha riportato sulla terra con armi e bagagli”.

    Poi mi chiedo riguardo a Marx: ma come? Tutta un’antifona a spiegarci la reificazione, l’alienazione e la mercificazione dell’individuo (sempre sia lodato Marx per questo) e poi lo immola sull’altare dell’oggettività storica. Mi rifiuto di comprendere questo “vizio” congetturale.

    Ma non è Marx il primo asacrificare l’individuo sull’altare oggettivo: è la religione che lo fa da millenni.

    Ma la religione, teistica o ateistica, è un trucco di alcuni furbi individui per dominare tanti altri individui. E farli lavorare, ovvio. La religione, teistica o ateistica, è gerarchia in nuce: pone l’individuo sotto qualcosa di metafisico (stranamente, nella prassi, alcuni altri individui no).
    Leggo spesso che molti ritengono l’individuo (e il presunto individualismo) come un male origine dei mali. Ma il male non è stato palesemente espresso dal consorzio sociale? E’ più il consorzio sociale è cresciuto più i disastri umani sono aumentati a dismisura disumana?
    Si potrebbe argomentare molto, è molto è stato argomentato in letteratura.

    Una sola notazione: ma se tanto vi fa paura l’individuo (cioè voi stessi) allora era forse meglio per voi nascere ape o formica anziché umani? Le formiche e le api si coordinano chimicamente, rigidamente, meccanicamente tramite ormoni e feromoni. Gli umani possono, se vogliono, coordinarsi liberamente tramite le espressioni culturali, il libero pensarsi.

    Non so, se non c’è differenza fra api, formiche e umani, allora fate come dico io, vi comando io senza ormoni e feromoni.

  • totalrec

    "Per il resto della sua proposizione diró che non mi riesce di separare l’interesse collettivo delle umane genti da quello, piú ampio, dell’evoluzione storica, come se la Storia fosse qualcosa di oggettivo (esiste una “legge” storica o della Storia?) che viene dal cielo e che non avesse niente a che fare con noi, gli esseri umani."



    La Storia è ovviamente prodotta dagli uomini, ma come ogni prodotto umano complesso, una volta posta in essere, procede secondo meccaniche proprie, che non sempre e non necessariamente coincidono con quelle umane; tanto meno con le aspirazioni e gli obiettivi dei singoli. A me piacerebbe (ed è il senso di buona parte degli articoli che scrivo) che si iniziasse a comprendere tali meccaniche, sceverandole dal moralismo, dalle buone intenzioni, dalle petizioni di principio o peggio ancora dalla propaganda di parte o di partito. Non c’è nulla che impedisca di capire la Storia – e quindi di trovarsi adeguatamente preparati ai suoi rivolgimenti – quanto il pretendere di attribuirle dinamiche umane o finalità etiche che le sono totalmente estranee.
    (GF)  
  • totalrec

    "Voler eliminare l’individuo sull’altare della storia è un crimine in nuce; infatti i frutti mortiferi si sono visti a massa, su scala industriale a destra e a manca. "



    Come ho già tentato di spiegare, non si tratta di eliminare un bel niente, su nessun altare. Si tratta solo di capire che la Storia non funziona seconde le logiche degli individui, né tantomeno secondo la loro morale. In parole povere, si tratta di stabilire se vogliamo tentare di parlare di Storia oppure di noi stessi e delle nostre ossessioni. Nel secondo caso, si ottengono discorsi che possono essere, a seconda dei casi, terribilmente noiosi o terribilmente affascinanti, ma che con la Storia hanno comunque ben poco a che fare.
    (GF)  
  • Tanita

    A-zero mi trova
    in coincidenza.

    Lei dice sulla
    Storia:

    come ogni prodotto umano complesso, una
    volta posta in essere, procede secondo meccaniche proprie, che non sempre e non
    necessariamente coincidono con quelle umane
    ”.

    Non trovo spiegazione razionale, logica per giustificare l’esistenza di “meccaniche proprie” della Storia che, ripeto, scaturirebbero
    chissá da quale entitá supra o extra umana e che implicherebbe
    abbracciare una sorta di fatalismo mistico che annulla le potenzialitá umane in
    quanto conduce alla accettazione acritica dello status quo, lo si chiami frutto di “meccaniche proprie”, destino o
    volontá di Dio. Il cui, ribadisco, scarta per
    se
    l’utilitá di qualsiasi rivoluzione.  Che senso avrebbe, se tanto i fatti si
    svolgeranno infine secondo il volere di Dio, il destino o le meccaniche proprie
    della Storia…

    "Non c’è nulla
    che impedisca di capire la Storia – e quindi di trovarsi adeguatamente
    preparati ai suoi rivolgimenti – quanto il pretendere di attribuirle dinamiche
    umane o finalità etiche che le sono totalmente estranee
    ”.

    Come potrebbe
    capirsi la Storia senza attribuirle dinamiche umane? Come la spiega? Con
    dinamiche che vengono da… dove? Da chi?

    In quale modo le
    finalitá etiche – o anti-etiche – verrebbero ad essere estranee alla Storia?

    Se la Storia,
    come Lei accetta, é prodotta dagli uomini (e dalle donne), perché e come scindere la sua dinamica, dagli uomini e donne?

    Ho la sensazione
    che lei fa uno sforzo argomentativo straordinario per stabilire che noi esseri
    umani siamo, alla fine, impotenti nei confronti di ció che ci accade in quanto
    travolti dalle dinamiche che sono sí, messe in moto dagli uomini, ma che poi
    volano da sé aldilá delle nostre possibilitá di decidere ed agire, il ché é
    convenientissimo (funzionale, direi) ad una concezione egemonica del Potere che
    sancisce il carattere naturale, fatale, misticamente deterministico, immodificabile
    della dominazione. Si tratta di un riduzionismo dogmatico che non puó che essere intenzionale.

    Per favore,
    professore, per capirla meglio, mi dia una definizione di meccanica propria
    della Storia; mi faccia tre esempi di fatti prodotti da queste meccaniche
    proprie
    . Mi spieghi come potremmo prepararci quindi a questi rivolgimenti.

  • totalrec

    "Come potrebbe capirsi la Storia senza attribuirle dinamiche umane? Come la spiega? Con dinamiche che vengono da… dove? Da chi?"


    Guardi, se vuole vederlo, il concetto è fin troppo lapalissiano ed evidente. Se non vuole vederlo, non c’è oculista che possa farglielo vedere.
    Le meccaniche della storia vengono dall’interazione tra diversi gruppi umani, tra diversi e contrastanti interessi, tra diverse e contrastanti finalità geopolitiche, tra diverse e contrastanti visioni del mondo, senza dimenticare una dose più o meno abbondante di casualità. All’origine di tutto ci sono gli uomini, ovviamente, ma il risultato è qualcosa di immensamente più complesso delle regolette che stanno alla base dell’esperienza comune e/o delle norme etiche su cui si fonda la vita sociale del singolo o delle piccole collettività. Perdoni la trivialità del paragone, ma se perfino una banalissima automobile funziona con meccaniche completamente diverse da quelle umane, tanto che per imparare a manovrarla occorre un corso di qualche mese, figuriamoci la Storia…
    (GF)
  • Tanita

    Le meccaniche della storia vengono
    dall’interazione tra diversi gruppi umani, tra diversi e contrastanti
    interessi, tra diverse e contrastanti finalità geopolitiche, tra diverse e
    contrastanti visioni del mondo, senza dimenticare una dose più o meno
    abbondante di casualità.

    Andiamo,
    professore, Lei é troppo in gamba per mettere nella stessa cesta categorie cosí
    diverse.

    Interazione tra diversi gruppi umani, sí, Ok.

    Ma diversi e contrastanti interessi é giá
    un’altra categoria (una subcategoria dei gruppi umani: gruppi d’interessi).

    Le finalitá geopolitiche sono ellaborate da
    gruppi d’interessi che hanno una propria visione del mondo. Ci sono, d’altra
    parte, diverse finalitá geopolitiche.

    La prima e
    principale categoria sono i gruppi umani costituiti da coloro che costruiscono
    la Storia giorno per giorno, per azione u omissione.

    Il risultato non
    é qualcosa di immensamente piú complesso, tanto da sfuggire alla comprensione
    dei piú. L’esperienza comune é tale nel senso di condivisa e non nel senso di
    ordinaria, come sembrerebbe che Lei intende. A dimostrarlo, la profonditá dei
    saperi che ci ha tramandato la mia vivace bisnonna attraverso i suoi
    discendenti, di grande attualitá, eppure era una donna che non aveva frequentato piú che qualche
    anno d’istruzione elementare.

    La dinamica delle
    piccole collettivitá contiene (ed é contenuta da) la dinamica del mondo, ed
    un’automobile é una macchina semplice costruita dall’uomo ad uno scopo preciso
    e limitato. La Storia mai potrebbe considerarsi soto i parametri di una
    macchina qualsiasi; non ha neppure uno scopo che sia esterno ad essa in tanto
    creata dalle azioni degli uomini e mai finita finché ci sia un’essere umano,
    per quanto ció possa dispiacere a Fukuyama.

    Per non cadere
    nel mecanicismo deterministico (e quindi nel riduzionismo) ci vuole tenere
    conto della dimensione ético-política (la quale riconduce sempre al soggetto).
    Altrimenti si pensa nella Storia en senso parziale ed estrinseco (ad esempio,
    “Storia delle forze económiche”, Storia del “Mercato”, della “Globalizzazione”,
    ecc), il ché porta a inganno e il cui risultato non sará mai quello di una
    comprensione integrale della Storia. Mi creda, professore, le elencate a modo
    di esempio sono tutte elucubrazioni umane sotto controllo strettamente umano, non
    c’é nessun’altra forza che intervenga se non quella costituita dagli uomini che
    ne hanno il controllo, un controllo che potrebbe passare ad altre mani (di
    altri gruppi, com’e capitato nel corso della Storia) o frantumarsi.

    Vede, altri gruppi
    umani potrebbero decidere di non incluire nelle loro visioni (e quindi, nei
    loro progetti) né Mercato, né Globalizzazione… Potrebbero far ragionare e
    convincere altri in tale senso (il ché dimostra che la dinamica storica é
    essenzialmente umana) e in meno che canta un gallo in tempi storici, potrebbero
    sparire queste entelechie (nel senso
    di cose irreali che solo esistono nelle menti di coloro che le immaginano). O
    no. Tutto dipende dall’azionare umano.

    Persino un’evento
    naturale (previsto o inaspettato) sará gestito dagli umani, eccetto in casi
    come quello di Fukushima dove le forze energetiche che gli uomini liberano sono
    di natura tale che almeno per ora, sfuggono il suo controllo. Ma ció é Fisica,
    tutt’altro che Storia, e quella razza di energia potrebbe portarci all’estinzione, quindi alla fine della Storia
    (per gioia di Fukuyama che peró, non potrebbe festeggiare) . 

    Per quanto
    riguarda il manovrare, lo si puó fare fino ad un certo punto con le “Forze
    Economiche”, “Il Mercato” o la “Globalizzazione” (in quanto marchingegni ideati e utilizzati
    da gruppi di Potere). E’ semplice imparare a guidare una macchina giá fatta,
    finita, un sistema chiuso con un numero finito e ridotto di pezzi meccanici che
    la compongono). Ma la Storia é collettiva e
    mai conclusa, ne é autrice l’Umanitá ed é in estremo difficile riuscire a
    manovrarla in pochi, per quanto illuminati credano di essere.

    E se non ne é
    convinto, guardi quanti sforzi e risorse le hanno dedicato e dedicano i piú
    importati gruppi di Potere di ogni tempo nella loro ambizione, con risultati
    cambianti ed incerti, mai definitivi e tanti fallimenti (vg. Impero Romano,
    i.e.).

  • totalrec

    "Ma diversi e contrastanti interessi é giá un’altra categoria (una subcategoria dei gruppi umani: gruppi d’interessi).

    Le finalitá geopolitiche sono ellaborate da gruppi d’interessi che hanno una propria visione del mondo. Ci sono, d’altra parte, diverse finalitá geopolitiche."

    Non si tratta di "subcategorie", bensì di categorie trasversali. Uno stesso gruppo umano (ad es. la "classe borghese") può contenere diversi interessi e diverse finalità geopolitiche, che portano i suoi singoli componenti ad intraprendere azioni contrastanti; azioni che, in non rari casi, finiscono per coincidere con quelle di gruppi teoricamente avversi. La vicenda di Robespierre è il miglior emblema possibile del fatto che conflitti estremamente violenti scoppiano non di rado tra membri dello stesso gruppo. Così come il tentativo del governo inglese di sfruttare la corruzione dei membri della Convenzione per ottenere accesso agli arsenali francesi è la prova che spesso, attraverso dinamiche che divengono comprensibili solo se studiate nel dettaglio, si trovano punti di convergenza tra gruppi umani che dovrebbero in teoria stare sui lati opposti della barricata. 

    E’ per questo e per molti altri simili motivi che dico che la storia è un meccanismo complesso. Lo si comprende e si impara a interagire con esso (più difficilmente a "manovrarlo", poiché la stessa complessità del meccanismo non rende quasi mai possibile una gestione delle dinamiche da parte di singoli gruppi, tanto meno da parte di singoli individui) soltanto se si studiano i princìpi concreti che stanno alla base dell’agire dei gruppi stessi e dei singoli all’interno dei gruppi. Se invece si parte da categorie astratte (il "miglioramento della società", la "giustizia", il "bene collettivo", i "diritti degli umili", e naturalmente anche altre fanfaluche come il "mercato", la "globalizzazione", ecc. da lei citate) non si capisce più nulla del funzionamento degli ingranaggi storici e si finisce per esserne stritolati.  

    (GF)

  • A-Zero

    Ho capito, ho almeno credo di aver capito, come mi spieghi, che la storia umana, o meglio ancora, la storia della civiltà utlima (diciamo 3-4.000 anni a stare larghi) è un susseguirsi di risultanti complesse. Se isoliamo, come possiamo sezionare un salame il cui asse lungo è il tempo, ogni evento storico possiamo definirlo come risultato di una complessa interazione di miriadi di cause.

    Secondo me questo è vero.

    Se diciamo che ciascuna di queste miriadi di cause è l’azione  (consapevole o inconsapevole) di ciascuno individuo, anche qui, secondo me, diciamo il vero.

    Possiamo capire  e interpetare tutto il complesso processo di miriadi di interazioni, caso compreso, che si sintetizzano, accadono in un risultato storico istantaneo (la fetta del salame)? Boh, forse si, forse no; forse in parte, forse in niente. Chi di solito si erge e si spaccia fra gli altri per interprete di tale complessità di interazioni sono coeti filosofi e storici. Lo pososno fare? Lo facciano, pucrhè dicano "potrebbe essere stato così". Il condizionale ipotetico.

    Ma quando lo storico e il filosofo dicono che il risultato è talmente complesso che, in termini di "senso umano", sono superiori a ciascun individuo la cui azione, seppur concorrente al risultato complesso, è infititesimamente piccolo e insulso, esso storico ed esso filosofo tirano una "interpretazione soggettiva" sulla constatazione di una processo complesso.

    Tra l’analisi è l’interpretazione il passo è scivolosamente breve. Tra l’interpretazione e lapologia ideologica, e infine religiosa, un successivo passo è conseguente. Di questo Marx, credo, sia il più emblematico esempio, disgraziato purtroppo.

    A mio avviso, la constatazione che l’azione di ciascun individuo è piccola all’interno un immane e complesso processo storico non mi giustifica nessuna nullificazione del senso soggettivo di ciascun individuo umano. Questa è una decisione di cui rimaniamo, o dovremmo rimanere, padroni e sovrani coscienti ciascuno di noi. Che moriamo da soli.

    Ma ora facciamo attenzione a questo aspetto connesso alla questione:

     maggiore è la massa di individui coinvolti in un processo sociale e maggiore è il numero di interazioni. Maggiore è il numero di interazioni e maggiore è la complessità del processo storico.

    Se questo è corretto, allora come rispondiamo quando ci chiediamo ‘come è possibile governare i processi complessi di interazione che coinvolgono masse sterminate’?

    Una mia risposta, storicamente rintracciabile è costante, è la seguente: con la gerarchia è la sua evoluzione storica.

    Qui è la mia interpretazione, fallibile e soggettiva: la gerarchia ha avuto successo grazie alla sua evoluzione sul piano religioso e ideologico. Grazie alla pesante manipolazione della coscienza individuale.

    Il paradigma di Marx, o della religione, è proprio la nullificazione dell’individuo cosciente in favore di meccanismi metafisici o trascendenti. Ma è un trucco politico di governo: perchè lo operano alcuni individui coscienti ai danni di tanti altri individui meno coscienti.

    Questo sopra è il mio opinabile giudizio. Da qui, come auspico a un proseguio di discussione, non necessariamnete tra noi qui, mi rifaccio a questa citazione:

    "… non c’è nella relatà nessun superamento hegeliano, ma solo oltrepassamenti,che di volta in volta possono sfociare in una nuova sistemazione dle procesos produttivo (di sfruttamento, questo è ovvio) con la nascita di una società diversa da quella che oggi ci opprime e che il sogno di tutti noi ci fa sperare migliore. Solo sperare, nessuna certezza. Battersi per una certezza, come insegnava Marx, ha prodotto quel socialismo reale che ci ha alienati tutti nel secolo scorso."

  • ciafroccolo

    Erano anni che non leggevo un articolo di Gianluca Freda… probabilmente da quando ha chiuso il blog. Una riscoperta più che gradita. Sempre acuto e e impeccabile nell’esposizione di preziose riflessioni anorate ad una profonda conosenza della storia.