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Ricordo di Dario Fo

DI PIERGIORGIO ODIFREDDI

Il non senso della vita

Dopo aver perso agli inizi dell’anno Umberto Eco, Milano perde in autunno anche Dario Fo, e rimane culturalmente orfana. Due intellettuali così diversi sarebbe stato difficile non solo partorirli, ma addirittura immaginarli. Il primo era infatti il simbolo della ragione e del politicamente corretto, e amava dissertare e frequentare il Palazzo. Il secondo è stato invece l’alfiere dell’intuizione e del politicamente scorretto, e ha passato la vita a recitare e a sostenere il dissenso. Non è un caso che alla fine Eco e Fo abbiano trovato il loro approdo politico in Renzi e Grillo.

Io ricordo i due insieme una volta sola, il 20 settembre 2004 a Milano, appunto, quando Saramago venne a presentare il suo Saggio sulla lucidità con Eco, e Dario Fo apparve all’ultimo momento tra il pubblico. Fo aveva vinto il Nobel nel 1997, proprio in uno spareggio con Saramago, e dopo l’annuncio della vittoria l’aveva chiamato chiedendogli scusa per avergli soffiato il premio, ma annunciandogli una sua prossima vittoria futura: cosa che avvenne, puntualmente, l’anno dopo. Certo Fo aveva più affinità intellettuale e politica con Saramago che con Eco, e credo si trovasse più a suo agio con il primo che con il secondo.

Io l’avevo conosciuto qualche anno prima, il 20 novembre 2000, a una puntata del Filo di Arianna di Lorenza Foschini su Rai2, dedicata ai linguaggi alfabetico e digitale. Continuammo a discutere anche dietro le quinte, nonostante lui si fosse ripreso da poco da un ictus, e fosse costretto a tenere un fazzoletto inumidito in testa per non affaticarsi. Mi diede i suoi numeri di telefono, e mi disse di chiamarlo. Lo feci, e ne nacque poi un’intervista che pubblicai su Repubblica e che lui fece mettere sul suo sito.

Quando facemmo il primo Festival di Matematica nel 2007, Fo ci onorò con una sua lezione spettacolo su La scoperta dello scorcio scientifico, nella quale parlò della prospettiva e disegnò dal vivo sui lucidi, nonostante avesse una mano ormai tremolante. Durante la giornata aveva attirato l’attenzione del pubblico passeggiando all’Auditorium con un cappotto nero che gli arriva fino ai piedi, come sul set di un film di Sergio Leone. La gente lo assediò per salutarlo, ma lui volle incontrare John Nash: un colloquio abbastanza surreale fra due grandi vecchi che non parlavano le rispettive lingue, e che consistette soprattutto di pregnanti silenzi.

Stare zitto, o quasi, era comunque tipico per Nash, ma certo non per Fo. Il quale, anzi, era solito conversare ininterrottamente, anche mentre era intento a far altro. Nella sua grande casa piena di quadri e cimeli, ad esempio, mi è successo più volte di parlare con lui mentre era intento a disegnare o dipingere su un grande tavolo, spesso con le mani imbrattate di colori. Il suo stile era singolare, colorito ma un po’ rozzo, e io trovavo un po’ strano il suo modo di ripercorrere la storia dell’arte. Nel corso degli anni ha prodotto un gran numero di volumi illustrati dedicati ai grandi pittori, che lui studiava con passione e sui quali faceva conferenze illustrate.

Nella mia biblioteca ho un’intera sezione di quei libri con le sue dediche: sempre con il nome scritto sbagliato, e sempre con errori diversi. Provò anche a regalarmi qualche suo quadro, dicendomi di scegliere cosa mi piaceva. Ma confesso che avevo difficoltà a scegliere fra i suoi “miglioramenti” dei classici, che consistevano nello stampare a colori e in dimensioni reali qualche capolavoro del passato, e nell’aggiungerci poi qualche pennellata qua e là. Ma un giorno vidi un suo Albero della vita su un libro, e gli dissi che quello mi sarebbe piaciuto. Dopo qualche tempo lo ricevetti a casa: me l’aveva rifatto, visto che l’originale era finito chissà dove, ed era perfetto.

Per un certo periodo, avevo preso l’abitudine di andare a trovare Fo quando passavo a Milano. Qualche volta mi è capitato anche di fermarmi a cena, quando ormai la persona di servizio era andata via. Lui metteva in tavola qualcosa che lei aveva preparato, ci sedevamo al tavolo rustico della cucina e lui continuava a parlare, interrotto soltanto ogni tanto da una fugace apparizione di Franca Rame, tutta infreddolita e avvolta da una coperta.

In almeno un paio di occasioni abbiamo “calcato le scene” insieme. Il 2 dicembre 2010, ad esempio, al Teatro Franco Parenti facemmo una serata a due intitolata Il geometra e il giullare, in cui lui presentò L’osceno e il sacro e io C’è spazio per tutti. Fu divertente perché, essendo appunto lui un uomo di spettacolo, prima della presentazione arrivarono paparazzi e giornalisti e io fui fotografato e intervistato con lui.

In precedenza, il 16 febbraio 2009, Fo era invece intervenuto alla libreria Feltrinelli per presentare il mio libro In principio era Darwin. Fece naturalmente uno show, e io mi divertii molto, anche se le sue idee su Darwin e l’evoluzionismo erano a dir poco “inventive”. Ma il suo interesse era reale, e lo dimostra il fatto che il suo ultimo libro, uscito pochi giorni fa, si intitoli appunto Charles Darwin. Ma noi siamo scimmie da parte di padre o di madre?

Non so se Dario sapesse che la battuta era di un vescovo: il notorio Samuel Wilberforce, che fece nel 1860 il primo dibattito sull’evoluzionismo contro Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”. Fu appunto lui a domandare al biologo se lui discendesse dalle scimmie da parte di madre o di padre, ma ricevette la risposta che si meritava: “Io trovo meno vergognoso discendere da una scimmia, che da una persona che usa la propria intelligenza per oscurare la verità”.

Il libro di Fo non l’ho ancora letto, ma temo di sapere come egli affronti Darwin: alla stessa maniera in cui affrontò Galileo, una volta che lo invitammo, sempre nel 2009, a partecipare a una presentazione di Galilei e l’abisso di Enrico Bellone. Il libro raccontava di un dialogo in dialetto padovano sull’eliocentrismo del 1605, attribuito a un tal Cecco di Ronchitti da Bruzene, che era probabilmente uno pseudonimo di Galileo stesso. Fo mi aveva detto una volta di averlo letto, e invece di venire di persona ci mandò la registrazione di uno spettacolo teatrale in cui l’aveva messo in scena.

Dopo la presentazione del libro proiettammo il video, e con Bellone ci accorgemmo che non conteneva nemmeno una parola del vero dialogo. Qualche giorno dopo chiesi a Fo cosa fosse successo, e lui mi rispose che l’aveva “adattato”. Ma naturalmente da lui ci aspettavamo precisamente questo: che facesse l’attore e l’uomo di spettacolo, visto che gli scienziati sapevamo farli da soli. Ed è così che lo ricorderemo: come un grande animale da palcoscenico, oltre che come un uomo coraggioso: un attore-uomo e un uomo-attore, che fino all’ultimo ha continuato a recitare con la schiena diritta il copione di quella grande pièce teatrale che è la vita.

 

Piergiorgio Odifreddi

Fonte: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

Link: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2016/10/13/ricordo-di-dario-fo/

13.10.2016

Pubblicato da Davide

  • PietroGE

    Bello questo articolo di Odifreddi che coglie in pieno le caratteristiche di Dario Fo, il grande teatrante. Purtroppo non lo ho mai visto dal vivo, ma quello che ho visto alla televisione mi ha dato l’idea del giullare di corte più che del comico moderno, un teatro antico da rappresentazione laica sul piazzale della chiesa nel Medioevo.
    Spero che ci sarà in prima anche un articolo sul Nobel, meritatissimo, a Bob Dylan.

  • Bellissimo ricordo di Odifreddi su Dario Fo, che è stato una figura fondamentale della cultura, della nostra vita e di tutta la storia più civile del nostro Paese … un grande uomo e un attore straordinario, sempre e comunque fortemente critico nei confronti delle frodi che il capitale ha praticato durante i secoli contro l’ingenuità e il benessere dei popoli … indimenticabile “Mistero Buffo” e la parodia di Bonifacio VIII, dove le ricchezze del pontefice, anelli preziosi e cappe di ermellino, celavano i retroscena oscuri di una truffa fatta a danno dei poveri servi della gleba …
    https://www.youtube.com/watch?v=9EdIFECzTVE

  • Davide

    In memoria di Dario Fo.

    Giunge oggi la notizia della morte di Dario Fo, grande attore di teatro, non
    c’è dubbio. Ma anche regista, sceneggiatore, pittore… Dopo Vittorio
    Gassman, Carmelo Bene e Giorgio Albertazzi, con lui si chiude il ciclo
    di alcuni grandissimi del teatro italiano. Con la sua ironia, il suo
    sarcasmo, il suo umorismo e la satira pungente, ha fatto ridere milioni
    di spettatori. Pemio Nobel per la Letteratura, con il grammelot ha inventato una nuova lingua volgare, pescando qua e là tra i dialetti di tutta Italia. Con la sua arte
    competente è riuscito a trasformare in giullare perfino Francesco
    d’Assisi, raccontando la vita del santo in maniera molto più godibile ed
    efficace di tanti libri di Storia. Indimenticabile per molti è il suo Mistero Buffo. Indimenticabile. Ma se lo si vuole ricordare, lo si deve fare bene. Vanno ricordati fatti e misfatti, glorie e cadute. Sennò si fa apologia e non memoria.

    Ricordiamolo per bene, allora. L’autore di Mistero Buffo
    ha fatto scuola col suo teatro. Nato nel 1926, a Sangiano, nel
    Varesotto, fu tra i giovani balilla che andarono a Salò. La cosa non
    deve stupire, è una questione anagrafica. I ragazzi
    nati a fascismo imperante, quasi tutti, andarono ad ingrossare le smilze
    fila della Repubblica Sociale Italiana nata in seguito alla
    destituzione di Mussolini. Carlo Mazzanitni, nel suo I balilla andarono a Salò,
    lo spiega bene. Se andiamo a scorrere le foto dei repubblichini di
    allora vedremo solo visi imberbi, ragazzi che a mala pena raggiungevano i
    vent’anni. Cresciuti sotto il segno del “Duce”, avendo imparato dai
    genitori, dai maestri, dai professori, dagli intellettuali che una nuova
    Era e un Uomo nuovo erano nati, imbevuti di retorica eroistica,
    andarono a combattere per la Patria perduta in nome di un passato che
    non si sentivano di negare. Tra quei giovani imberbi c’era anche Dario
    Fo, che l’8 settembre 1943 aveva solo diciassette anni. Fedele al proprio passato andò a combattere volontario tra i parà della RSI, nel Raggruppamento A.P.A.R. di Tradate, per la precisione.

    E fin qui, nulla da dire, nulla da obiettare. Ci mancherebbe che si faccia il processo al passato, ad un ragazzo che, indottrinato di retorica nazionalista fin dalla
    nascita, andò a combattere tra i giovani fascisti di Mussolini. Che male
    ci sarebbe, nell’ammettere di aver fatto una scelta, oggi criticabile, a
    diciasette anni? Era solo un ragazzo e, si ripete, la questione è
    anagrafica. Ma sono le omissioni, le bugie, i cambi di bandiera a
    ottanta, a novant’anni ad essere inaccettabili. Nel libro-intervista Il mondo secondo Fo
    pubblicato da Guanda nel 2007 (ottant’anni compiuti dal Premio Nobel)
    il vecchio Dario, incalzato da Giuseppe Manin, parla della sua vita, la
    sua infanzia, le sue goliardie giovanili… il Varesotto, Milano,
    l’incontro con Franca Rame – amore di una vita -, ma non parla mai del suo passato da repubblichino. Lo fa solo obtorto collo, cioè solo in seguito alla domanda che l’intervistatore gli pone. La risposta, due righe in tutto il saggio (poi niente più), fu che andò volontario tra i parà dell’esercito della RSI per far cadere le accuse di
    antifascismo che pendevano sul padre, per paura di una rappresaglia
    fascista. Il ragionamento che ne vien fuori è più o meno il seguente: se
    mio padre viene accusato di essere antifascista e io vado tra i
    fascisti, l’accusa cade. Che è un po’ come dire che se si viene accusati
    di omosessualità, per far cadere tale accusa, si va a stuprare la prima
    bella ragazza per strada, e il gioco è fatto. Non fa una piega.

    Le argomentazioni di Fo, del Premio Nobel Dario Fo, sono davvero poco
    credibili. Sanno un po’ di paraculata. Il suo compagno di avventure Giorgio Albertazzi,
    praticamente suo coetaneo, andò anche lui a combattere coi
    repubblichini. Ma non lo ha mai negato. Lo ha sempre ricordato, dicendo
    invece che vi andò con spirito anarchico, contro i preti e contro il “re
    fellone” – e in effetti ci furono queste frange anarchicheggianti tra i
    repubblichini – non rinnegando mai la sua scelta, nemmeno a ottanta, a
    novant’anni. Nel suo libro di memorie Un perdente di successo,
    Albertazzi dedica almeno un terzo del libro alla sua infanzia fascista e
    alla sua esperienza di Salò. Altro che due righe striminizite tirate di
    forza e con una scusa ridicola! Fo, come Albertazzi, è un grande
    attore, nessuno lo nega. Ma il secondo è stato anche un grande uomo. Perché il coraggio delle proprie scelte e l’anticonformismo sono doti necessarie, requisiti minimi per essere definiti tali. E a Fo mancarono sempre. Dario Fo, a differenza di un Giorgio Gaber, non era un intellettuale di sinistra. Ma della sinistra, perché gli appartenne sempre.
    Come ci appartiene un bene, un oggetto in seguito alla stipula di un
    contratto. Era un partigiano, certo! Ma nel senso gramsciano del
    termine, cioè di colui che parteggia, che prende una parte e diviene
    fazioso.

    Non si dimentica il Soccorso Rosso Militante di cui Dario Fo e Franca Rame
    furono gli esponenti più in vista. Fu, durante gli anni di Piombo, una
    struttura organizzativa atta a prestare soccorso e assistenza legale ai
    giovani sessantottini incarcerati duranti gli anni della Contestazione.
    Non fu una semplice presa di posizione, ma un legarsi mani e piedi ad
    una fazione politica che ha un suo continuum nella vita del grande
    attore di teatro. Ricordando la morte misteriosa dell’anarchico Pinelli,
    volato giù dalla finestra della questura di Milano in seguito
    all’interminabile interrogatorio a cui fu sottoposto, in quanto
    sospettato di aver avuto un ruolo nella Strage di Piazza Fontanta, Dario Fo portò in scena Morte accidentale di un anarchico.
    Uno spettacolo che aveva una tesi che veniva spacciata per verità
    assoluta. E cioè che fu il Commissario Calabresi, soprannominato
    “Commissario Cavalcioni”, a buttare dalla finestra l’interrogato. Il
    soprannome gli era stato affibbiato in quanto –sempre secondo la tesi di
    Fo- era sua abitudine mettere gli interrogati a cavalcioni sulla
    finestra per poi farli volare giù a calci in culo. Si scoprirà poi che
    il Commissario Calabresi non era nemmeno in questura al momento in cui
    avvenne il misfatto. Fo, il conformista Dario Fo, fu
    tra le 757 personalità di spicco della società italiana che firmarono la
    lettera pubblicata il 10 giugno 1971 dal settimanale L’Espresso,
    in cui si formulavano una serie di accuse nei confronti del commissario
    Calabresi, dando per scontata l’uccisione di Pinelli per sua mano o per
    responsabilità diretta. Come ricordato in un articolo di qualche tempo fa,
    quella lettera risuonò come una vera e propria condanna a morte. Tant’è
    che, un anno dopo la sua pubblicazione, Luigi Calabresi verrà freddato
    dai sicari di Lotta Continua. Giustizia proletaria fu fatta.

    Era il 17 maggio del 1972. Dario Fo non farà mai ammenda delle sue prese di
    posizione, della sua firma a quella lettera, di quello spettacolo
    orrendo. E come se non bastasse -ciliegina sulla torta- Fo, il
    partigiano Fo, il 19 febbraio 2013, davanti alla folla del Movimento
    Cinque Stelle, è riuscito a dichiarare: “mi sembra il giorno della Liberazione!”. Senza arrossire ed essere coperto di fischi. Davvero!
    Peccato che Dario Fo, il Premio Nobel Dario Fo, ex camicia nera, quel
    giorno non poteva essere in piazza a festeggiare la caduta del Fascismo.
    Era volontario tra i parà nell’esercito dei giovani disposti a morire
    per Mussolini. Forse tutto questo per molti era un mistero. Buffo? No.
    Perché più che una commedia pare una farsa. Eppure oggi tutti vivono la
    morte dell’attore come una tragedia. Qual’è il suo posto? Nessun Inferno per Dario Fo. Ma nemmeno nessun Paradiso. Il Purgatorio può bastare. Pare equo.
    Franca Rame, la sua (unica) hurì che vola alta nei cieli, dovrà
    attendere a lungo prima di rivedere il suo amato. Egli ha ancora molto
    su cui riflettere, molto da confessare. Prima deve svelare il suo mistero buffo
    al suo pubblico di fedeli. Nato fascista, morì partigiano in festa
    durante la Liberazione. Buffo, davvero buffo. Tale può apparire a chi lo
    scopre, solo ora, falsario della Storia: la sua. Indimenticabile, si diceva.
    Appunto. È stato un grande. Un grande attore, un grande autore, non lo
    dimentichiamo. Ma anche un grande falsario, un gran conformista. E noi
    non lo scordiamo.

    Valerio Alberto Menga
    Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it
    Link: http://www.lintellettualedissidente.it/inevidenza/cronache-dalloltretomba/
    13.10.2016

    • Che altro poteva dire un autore dell’Intellettuale Dissidente, se non quello che ha detto … visione decisamente faziosa e fallace, che sparge discredito sulla figura di un uomo che ha fatto della libertà intellettuale il proprio emblema, cacciato dalla tv di stato per il suo coraggio critico e irriverente nei confronti del potere, e sempre dalla parte del popolo schiavizzato e sfruttato, senza il minimo scrupolo di cercare la “verità” biografica di Dario Fo … quindi proviamo a fare chiarezza, contestando la veridicità di tale narrazione e cercando altre fonti …
      dice Jacopo Fo, il figlio:
      Dario Fo fascista e le balle di Giovanardi – Sono furente per quello che ha detto Giovanardi sulla 7 a Exit di Ilaria D’Amico.
      Ancora la storia che mio padre era fascita. Incredibile come le calunnie reggano ai decenni in un paese dove la malafede si vende a chili.
      L’accusa fu mossa dal settimanale fascista “Il Borghese” con tanto di disegno di mio padre che in divisa da repubblichino partecipava a un rastrellamento di partigiani, mitra alla mano. Parliamo di più di 40 anni fa!
      Per sbugiardare questa calunnia mio padre raccolse le dichiarazioni giurate di molti capi partigiani e vari testimoni. Ma la ciofega continua a girare…
      In breve i fatti: la mia famiglia è da sempre di sinistra, mio nonno, Felice Fo era iscritto al Partito Socialista, sua sorella, Anna Fo, era tra i fondatori della sezione di Milano del PCI (tessera numero 24). Mio nonno e il fratello di mia nonna, Nino Rota, organizzarono la fuga dall’italia di parecchi ebrei e prigionieri inglesi fuggiti. Li nascondevano nei cassoni della sabbia dei freni dei treni diretti in Svizzera (mio nonno era capostazione a Luino). Contro Nino Rota fu spiccato mandato di cattura dalle autorità nazifascite e si salvò scappando epicamente per i tetti e dandosi successivamente alla clandestinità.
      Mia nonna faceva parte della rete di soccorso ai partigiani; Leo Wächter, gappista, ebreo e comunista, fu curato da mia nonna, Pina Rota, dopo che aveva ucciso a Milano un gerarca nazista. Insieme ad un altro ferito saltarono su un treno merci e raggiunsero Luino.
      Mio nonno era tenete del Comitato Nazionale di Liberazione.
      Mio padre e mio zio, Fulvio Fo, collaborarono con la resistenza occupandosi di rifornire i partigiani.
      Quando mio padre fu chiamato di leva in famiglia si decise che doveva presentarsi, un disertore in casa avrebbe creato molti problemi al lavoro clandestino dei genitori.
      Mio padre fece tutti corsi i di specializzazione militare per evitare di andare a combattere (paracadutista, guastatore ecc) e poi riuscì a essere dislocato a dipingere le pareti di una chiesa, visto che era un bravo pittore. Quando la sua unità fu trasferita in Germania disertò disegnando timbri e firme su un lasciapassare, e fu nascosto per mesi a casa del podestà di Luino che pur essendo fascista era stato convinto da mia nonna a proteggerlo, aveva evidentemente capito che la guerra era persa e valutò che aiutare una famiglia partigiana gli sarebbe stato utile.
      Mio padre non è mai stato fascista, non ha mai preso parte a combattimenti contro i partigiani, se lo avesse fatto sicuramente tutti i parenti si sarebbero riuniti e lo avrebbero fucilato in casa.
      Chi ha conosciuto mia nonna Pina, una donna esile con un naso importante e una volontà di ferro, non avrebbe dubbi.
      Che rabbia sentire ancora queste storie… Mio padre ormai ha rinunciato a dibattere… Tutto quello che doveva dire lo ha scritto nella sua biografia: Il paese dei Mezaràt.
      Qualcuno dirà: fategli causa a Giovanardi… Ma gente… siamo in Italia… Sarebbe una causa persa… La legge che punisce la calunnia è molto capziosa…

      • Nat

        “la “verità” biografica di Dario Fo … quindi
        proviamo a fare chiarezza, contestando la veridicità di tale narrazione e
        cercando altre fonti … “ dice Rosanna che poi cita Jacopo Fo…

        Una barzelletta 🙂

        Magari non per Rosanna ma se non altro per i libri di STORIA ci sono ancora le testimonianze di partigiani pluridecorati (Giacinto Domenico Lazzarini, querelato da Fo), di ex-camerati (Milani, querelato da Fo), riscontri probatori documentali e sentenze di tribunale passate in giudicato secondo cui “È legittima dunque per Dario Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore”. https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Fo#La_controversia_sulla_militanza_nella_R.S.I.

        P.s.: Quando cerchi altre fonti dai un’occhiata almeno a Wikipedia,
        signora professoressa.

    • virgilio

      condivido tutto al 98% ma Fo non e stato mai un falsario,conoschendolo siccuramente meno di te ma non posso essere daccordo con te per quelle ultime righe,mi dispiace per te anche se ti sei bene espresso non voglio condividere le tue ultime righe
      saluti

    • massi

      Articolo che meriterebbe di essere pubblicato in home.

  • gilberto6666

    Con tutto il dovuto e sentito rispetto, checché ne dica il figlio, Dario Fo è storicamente appurato, come da lui stesso confermato, è stato camicia nera si Salo’. E non capisco questo conformismo da parte dell’erede, anche lui affetto da un’anacronistico antifascismo di maniera. Anche il drammaturgo a volte è parso incline ad una certa tendenza alla conformazione, persino banale talvolta. Contrariamente ad altre figure davvero libere come Giorgio Albertazzi, che infatti mai ha nascosto la sua militanza nella Repubblica Sociale.

    • Non facciamo confusione storica tra l’adesione di Dario Fo per un breve periodo alle truppe repubblichine, per salvare la propria pelle e soprattutto quella della propria famiglia (studiarsi la storia non farebbe male), e l’adesione ideologica di Albertazzi alle truppe fasciste, che durò tutta la vita, anche se nell’immediato dopo guerra cercò di attenuarla e di imboscarsi … Dal 20 al 27 settembre 1944, un reparto fra i più sperimentati e agguerriti della Guardia nazionale repubblicana, il 63° battaglione M, collaborò con l’ esercito tedesco a una gigantesca operazione di rastrellamento, che per le formazioni partigiane si risolse in una gravissima disfatta. Il battaglione era composto di varie compagnie, una delle quali, la terza, aveva per ufficiale il sottotenente Giorgio Albertazzi. Senza riuscire straordinario, il bottino militare conseguito dalla sola terza compagnia nel breve volgere di una settimana fu comunque degno di nota: oltre ai tre soldati inglesi passati per le armi, cinque i «banditi» italiani uccisi negli scontri a fuoco (tra cui il comandante della brigata Italia Libera Campocroce, Vico Todesco), venti quelli catturati (in gran parte deportati a Dachau, e mai più ritornati). Diversamente da quanto avrebbe scritto nelle sue memorie, Albertazzi non li ha visti soltanto «scappare», i partigiani, le «poche volte» che li ha visti. Li ha visti in catene, dopo averli fatti prigionieri. E li ha visti cadaveri, dopo avere loro sparato. Albertazzi, la Rsi e quel delitto del ‘ 44. Tre prigionieri inglesi fucilati sul Grappa in un feroce rastrellamento antipartigiano. Luzzatto Sergio (5 luglio 2006) – Corriere della Sera
      http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2014/09/quello-che-pochi-sanno-su-giorgio.html

      • Si chiamava Ferruccio Manini il giovane partigiano fucilato da Giorgio Albertazzi – Sestino è un paesino toscano dove, il 28 luglio del 1944, il giovane partigiano Ferruccio Manini viene fucilato da un plotone di esecuzione comandato da Giorgio Albertazzi che poi gli spara un colpo alla nuca. “Io Albertazzi in camicia nera l’ho visto bene“ – racconta Giancarlo Bartolucci, segretario della scuola media IV Novembre di Arezzo, in un’intervista a La Repubblica il 28 luglio 1989 – “nel 1944 avevo tredici anni. La mia famiglia si era rifugiata nella zona di Sestino. Quel giorno ero in paese, insieme a mio zio Umberto che è morto due anni fa. Vidi passare un ragazzo in mezzo a un gruppetto di fascisti. Aveva la camicia aperta, i capelli rasati. Dietro il gruppo c’era il sottotenente Albertazzi in camicia nera e stivali. Mi nascosi mentre entravano nel cimitero, dopo poco uscì don Pasquale Renzi e attraverso il cancello vidi tutta la scena. L’unico che era vestito da ufficiale si mise al comando del plotone d’ esecuzione. Poi prese la pistola e sparò un colpo alla nuca del giovane, il colpo di grazia. Era Albertazzi. Sono 45 anni che lo dico. Non l’ho mai dimenticato. Quel giovane, Ferruccio Manini, era un ex repubblichino passato nelle file dei partigiani” . Questi fatti vengono ricostruiti anche nel “Diario” militare dello stesso 63° battaglione (che apparteneva alla Legione Tagliamento, ed era formato da varie compagnie, una di queste, la terza, aveva per ufficiale proprio il sottotenente Giorgio Albertazzi). Il manoscritto, firmato dal tenente Giorgio Pucci e conservato negli archivi militari, oggi è reperibile su Internet. Solo che su internet il “Diario” si ferma all’agosto 1944. Manca il periodo successivo. Si chiamava Ferruccio Manini il giovane partigiano fucilato da Giorgio Albertazzi – Dal 20 al 27 settembre 1944, il 63° battaglione collabora alla vasta operazione di rastrellamento messa in atto dai nazisti, che causò gravi perdite alle formazioni partigiane. Documenta queste azioni sanguinose la studiosa di Vicenza, Sonia Residori, ricercatrice dell’Istituto sulla storia della Resistenza, che ricostruisce le centinaia di deportazioni ed esecuzioni, avvenute soprattutto nella zona del Grappa. La sua ricerca che include le gesta della 3° compagnia del sottotenente Albertazzi, verrà pubblicata in ottobre con il titolo “L’aristocrazia vicentina di tutte le guerre” (edizioni CR di Verona).
        Di fatto Giorgio Albertazzi non si era mai pentito, anzi per lui l’esecuzione di quel ragazzo il 28 luglio 1944 in fondo era un vanto. Una delle sue tante gesta da raccontare e che risaliva al periodo della repubblica di Salò, quando lui, giovane ufficiale del governo fascista, diciottenne, forte e veloce, aveva ucciso un partigiano confesso, dalle parti di Arezzo.
        Era un grande attore? Per alcuni si, per altri meno. Di sicuro era un fascista. Maria Rosaria Greco
        http://www.postik.it/ferruccio-manini-partigiano-fucilato-albertazzi/

        • gilberto6666

          Accolgo l’invito a studiare “qualche volta”ed anche di più, ma noto che gli acculturatissimi sono legati al solito ormai stantio e rituale antifascismo. Albertazzi “di sicuro era un fascista”, si usa questa parola come insulto. Un’indicatore di male assoluto. Il voler poi in poche e discutibili righe, liquidare il tumultuoso periodo della RSI, facendo la lavagnetta dei buoni e cattivi lo trovo molto deludente. Pensavo che gli studiosi sempre pronti a rimarcarlo, avessero letto qualcosa fuori dai recinti del conformismo e della storia scritta dai vincitori.

          • Gli “studiosi” si sono documentati a 360°, ma naturalmente poi hanno fatto le loro scelte, e rimarcano il fatto che “fascista” non viene usato come un’offesa, però viene “considerato” un’offesa (chissà perché?) … mentre dell’appellativo “comunista” al contrario non ci si offende (chissà perché?) … vorrei sottolineare questo aspetto della storia raccontata dai vincitori … forse perché mentre il fascismo ha governato l’Italia per 20 anni e ha fatto i danni che si conoscono bene, oltre alla scelta tragica di aver trascinato la nazione in una guerra devastante, il comunismo non ha mai governato l’Italia, dunque c’è stata questa lieve differenza … per di più ci sono stati numerosissimi fascisti che nonostante abbiano combattuto in guerra hanno anche deciso di non uccidere nessuno, soprattutto giovani ventenni italiani loro connazionali, e nemmeno di aiutare i nazisti a deportarli nei numerosi campi di concentramento allora esistenti, dai quali molti non sono più ritornati … e questa non è una questione di scelta ideologica, ma di coscienza sì …

          • gilberto6666

            Concordo su diversi punti, ma non sui comunisti che non hanno governato. Formalmente è vero, ma nella sostanza l’hanno fatto eccome, ma con la grande arguzia di camuffarsi e riciclarsi. Come si evince da tanti esempi, uno su tutti quello di Napolitano presedente emerito. Hanno ingannato milioni di fedeli all’idea comunista ed anticapitalista, per poi svenderli alla parte che dicevano di avversare. Con tutte le conseguenze che ancora oggi condizionano il nostro Paese. Purtroppo anche Fo e consorte hanno fatto parte di questo substrato culturale. Basti pensare al “Soccorso Rosso”, o alla frase del drammaturgo su Ramelli, “in fondo è morto solo un fascista”. Altri tempi certo, sarebbe infatti ora di superare certi steccati e guardare avanti senza pregiudizi. Tralasciando beatificazioni e condanne. Uccidere un fascista è un reato, così come un comunista. A pari titolo.

          • I comunisti hanno governato attraverso la pratica del “consociativismo”, cioè in accordo con la DC al potere, si scambiavano oneri e vantaggi, ma non c’è mai stato un Regime Comunista al potere, come invece c’è stato un Regime Fascista, che poi si è riciclato nel regime democristiano del dopoguerra … Napolitano poi non è mai stato un comunista, ma un “migliorista”, legato alla corrente socialista di Craxi e comunque un dichiarato atlantista fin da subito … le identità politiche nella storia sono state molto spesso degli avatar per celare le ambiguità più ipocrite e interessate … così come tanti altri “comunisti” hanno rivelato il loro vero volto al momento opportuno, Giuliano Ferrara, Michele Serra, Paolo Liguori, Roberto Benigni … (la lista è piuttosto lunga) … le condanne e le beatificazioni le hai fatte tu, quando hai detto che “contrariamente ad altre figure davvero libere come Giorgio Albertazzi, che infatti mai ha nascosto la sua militanza nella Repubblica Sociale” … io ho semplicemente risposto alla tua beatificazione di un fascista che ha ammazzato dei giovani italiani, oppure li ha spediti nei campi di concentramento, e si è anche vantato di tutto ciò, quando avrebbe potuto evitare di farlo … quindi non mi sembra un uomo intellettualmente libero, ma fortemente ideologizzato … lo studio della storia poi non dovrebbe farci “superare” certi steccati, perché il passato non lo si può cambiare, se mai solo cercare di interpretarli, e di farci avvicinare il più possibile alla “verità” dei fatti … perché solo dalla conoscenza precisa degli eventi storici si può sperare di comprendere il presente e cambiare il futuro, per quanto ci è possibile naturalmente …
            http://sollevazione.blogspot.it/2016/10/napolitano-quande-esattamente-che-vi.html?spref=fb

          • gilberto6666

            Bisogna però contestualizzare e tenere a mente che in Italia imperversava la guerra civile, con morti ammazzati da entrambi le parti. Albertazzi almeno non si è mai camuffato e da uomo libero ha continuato a credere nella sua idea, giusta o sbagliata che fosse, sia pure da sconfitto, almeno sul piano bellico. Altri hanno ammazzato o si sono resi responsabili anche di stragi, diventando presidenti della repubblica. Poi devo dire che condivido quasi tutto delle tue esposizioni, il consociativismo cattocomunista, i fascisti riciclati, “gli avatar politici” e via dicendo. Solo che traiamo analisi e tesi diverse. Come è pure normale che sia, ci mancherebbe.

  • Primadellesabbie

    Certo che qui non si perde un colpo per fare emergere un’italietta da fuori porta, in gita col pane e salame in tasca e la radiolina all’orecchio.

    Non resta che prenderne atto, ed evitare accuratamente colpevoli illusioni.

  • Primadellesabbie

    “L’idea di ritrovarmi, dopo, con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli… sarebbe bellissimo.

    Se un qualcosa dovesse esserci dopo, vorrei che fosse così.”

    Domani sarà una settimana che ti sei trasferito altrove. É passato tanto tempo da quegli anni ’60 pieni di speranze, e queste parole indicano che ne hai fatto tanta, di strada.

    Grazie Dario, buon viaggio.