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QUESTO E’ IL MIO GIORNO DELLA MEMORIA

DI PAOLO BARNARD
paolobarnad.info

“Quella sera di dicembre del 1981 le truppe d’elite salvadoregne del battaglione Atlacatl si trovano impegnate in manovre di contro insurrezione nella provincia di Morazàn, di cui il villaggio di El Mozote fa parte; ufficialmente la mira era di stanare alcuni membri del FMNL dai loro covi montani. Rufina Amaya era nella sua casa, con i suoi figli, molti altri stavano tornando dalla chiesetta edificata su un lato del piazzale al centro di quello sperduto borgo contadino, faceva freddo. L’irruzione dei soldati fu improvvisa: “Dapprima i militari ci tennero tutti distesi a pancia in giù, poi le donne furono portate in due case diverse, quella di Marques e quella di Benita Dias; gli uomini furono portati in chiesa, e così ci fecero passare la notte”, inizia questa donna che proprio non ha nulla nell’apparenza che possa tornarmi utile per descriverla. E’ ordinaria, lunghi capelli ancora neri raccolti in una coda di cavallo, volto tondeggiante, bassa, sovrappeso, occhi che esprimono nulla. Ed è questo che colpisce: gli occhi di chi ha vissuto l’inimmaginabile forse sono sempre così, uccisi da ciò che hanno visto.

Rufina continua, la voce in una sorta di cantilena: “La mattina seguente arrivò un elicottero e cominciarono a torturare gli uomini. Poi a mezzogiorno cominciarono con le donne e lì iniziò la strage.”  Dapprima i soldati fecero fuoco all’impazzata su qualsiasi cosa si muovesse, e infatti ancora oggi quella parte di El Mozote è rimasta così, congelata nel tempo, con i muri crivellati di proiettili, le rovine delle abitazione bruciate, persino gli oggetti di casa ancora sparsi, derelitti e arrugginiti, nelle aie abbandonate; un luogo plumbeo, morto anch’esso e che nessuno da allora ha mai più voluto riabitare. Poi tacquero le mitraglie e fu la volta dell’orgia di violenza all’arma bianca. Rufina: “Io avevo i miei tre figli intorno, tra cui una bimba che ancora allattavo, me li strapparono, così come fecero con le altre madri, e li portarono tutti nella chiesa. Io li sentivo urlare… ‘mamma, mammina aiutaci, ci stanno uccidendo con i coltelli…’”.

Furono sgozzati tutti, quattrocento bambini sgozzati dentro una chiesa. I filmati del ritrovamento dei corpi mesi dopo, che ho ottenuto, mostrano i volontari in guanti di lattice e mascherine sollevare dal terreno minuscole vesti, magliette e calzini come fossero rigidi cartoni incrostati di nero, il sangue rappreso, e lascio ai lettori immaginare cosa mostravano le fotografie del pavimento della chiesa scattate dai primi testimoni giunti sul luogo. Fra loro Santiago Consalvi, un giornalista oppositore del regime, che commentando quelle scene una sera a cena con me e con sua moglie ha solo sussurrato “Dantesche…”, senza aggiungere altro.

Rufina Amaya a quel punto si trova ultima nella fila delle donne inginocchiate che vengono uccise una a una con colpi alla nuca o semplicemente accoltellate. Intorno a lei cadaveri, grida, esplosioni, il fuoco della case cosparse di kerosene, animali domestici che galoppano col pelo in fiamme, il terrore che non si può immaginare.

“Ancora potevo udire le grida di qualche bambino, forse i miei bambini, ma che potevo fare? Pregavo Dio che mi perdonasse, o che mi salvasse, pregavo e piangevo. Poi vidi dietro di me del bestiame misto ai cani, raggruppati fra le piante lungo quel sentiero lì” e me lo indica, una stradina che costeggia un rudere delimitata da una vegetazione cespugliosa, caotica e assai alta, “e approfittai del buio per nascondermici arrancando a gattoni. Rimasi laggiù non so per quanto, ma i singhiozzi che mi uscivano erano troppo acuti, mi avrebbero sentita prima o poi, e allora scavai con le mani un buco nella terra, vi ficcai la testa, e iniziai a urlare.”

Quando molte ore dopo Rufina Amaya tentò di uscire dai cespugli fu immediatamente vista. Le spararono addosso, ma lei si gettò di nuovo nel verde e iniziò a correre nel fitto della boscaglia. Per sei giorni rimase a vagare come un animale, poi fu raccolta da una contadina che viveva con i figli in una grotta in condizioni poco migliori delle sue, ma le salvò la vita.
Al termine di quarantotto ore di orgia di violenza, i terroristi del battaglione Atlacatl sterminarono ottocento abitanti di El Mozote, e cioè tutti meno Rufina, e altri quattrocento nei dintorni. Mille e duecento vittime civili, contadini, donne e bambini, neppure un guerrigliero fra loro.

La donna che mi ha raccontato tutto questo ora si alza e mi fa cenno di seguirla. Poco distante si ferma e punta il dito contro un portone che ancora è retto da un muro bruciato e in cima al quale qualcuno inchiodò un asse di legno con una scritta, anzi, una firma. Armando (il mio interprete e autista) traduce quelle parole che furono evidentemente scarabocchiate con un pezzo di carbone: “Qui è stato il battaglione Atlacatl, il padre dei sovversivi, seconda compagnia. Avete fatto una cagata, figli di puttana. Se avete bisogno di palle chiedetele per corrispondenza al battaglione Atlacatl. Gli angioletti dell’inferno.”

Ebbene, i terroristi delle truppe d’elite Atlacatl, gli psicopatici capaci di fare questo a 400 bambini e a 800 civili inermi, ebbero un sostegno diretto, ripetuto e consapevole proprio dalla nazione che oggi si è posta alla guida della Guerra al Terrorismo, gli Stati Uniti d’America. Le prove di ciò sono schiacciati, nero su bianco ed è un misto di perseveranza e fortuna che pochi giorni dopo il mio incontro con Rufina Amaya io me le ritrovi fra le mani.

In compagnia di Armando mi ero ficcato negli archivi sotterranei dell’Università Cattolica di San Salvador, dove una giovane e distratta responsabile aveva ascoltato la mia richiesta di saperne di più su El Mozote e senza spostarsi di un passo dal ventilatore che la rinfrescava mi aveva solo indicato una stanza a destra in fondo al corridoio, bofonchiando “là ci sono pile di carte lasciate da un ex professore che non so dove sia finito. Nessuno le ha mai più toccate”. Ci troviamo in uno stanzino di due metri per quattro, con una scrivania di metallo spoglia, due sedie e sei pile di scatoloni grigi che in realtà erano neri ma la pasta di polvere che li ricopre gli ha cambiato colore. Mani che diventano subito carboni, caldo soffocante, decine di pacchetti di fazzolettini di carta usati per poter toccare i fogli senza lordarli, acqua, tanta. Ma all’apertura del quarto scatolone arriva la sorpresa. Dopo aver scartabellato articoli e altra roba di nessun interesse, mi ritrovo fra le mani qualcosa di familiare: i fogli fotocopiati con le classiche rigone nere che cancellano nomi riservati, con il timbro “Classified” e la firma del funzionario responsabile, con “fm Embassy to Secstate in Washington D.C.”, oppure ancora “Confidential, Action Copy Telegram, Top Secret”, insomma documenti di Stato americani presi direttamente dagli archivi dei Servizi presso l’Ambasciata USA in Salvador e di cui quel professore era venuto in possesso chissà come.

Il problema, che stempera subito il mio entusiasmo, è che sono migliaia, senza un ordine di date e soprattutto trattano di argomenti di una noia mortale, pedissequamente riportati dagli agenti americani per riferire, per esempio, di quell’articoletto apparso sul tal periodico salvadoregno e che parlava del tal funzionario, di quell’incontro fra il tal businessman e quell’oscuro burocrate di ministero, dell’opinione dall’addetto alla propaganda dell’ambasciata sulla maggiore o minore simpatia espressa dal New York Times per le politiche americane in Salvador o in Honduras.

Io e Armando ci passiamo due pomeriggi e una mattinata senza cavarci alcunché di interessante, e l’unica cosa che mi sorregge è vedere l’entusiasmo di questo meccanico che sta ritrovando un acceso e commovente patriottismo nello sdegno che lo va man mano assalendo mentre, nel seguirmi lungo la mia ricerca in Salvador, è ritornato in contatto con il passato di orrori politici che ha terrorizzato la sua gente per decenni. Lui era solo un ragazzino all’epoca, ma ora mi racconta di come ogni mattina quando si recava al lavoro usava tenere la testa bassa e gli occhi puntati sulla punta delle sue scarpe per non vedere i cinque o dieci cadaveri abbandonati che sempre punteggiavano il percorso da casa all’officina, e che corrispondevano ad altrettante raffiche di mitra udite nella notte. Corpi magari nudi e mutilati dalla tortura, con i testicoli carbonizzati, con fori da trapano nelle braccia o con i solchi dell’acido versato fra le natiche. Armando dice il vero, le foto di quelle atrocità riempiono gli archivi del Rehabilitation Center For Torture Victims di Copenaghen , della Medical Foundation di Londra o di Amnesty International. E non di rado erano giovani donne, cui veniva mozzata la lingua perché le loro grida non demotivassero gli uomini e i cani che le violentavano prima di torturale. Così finivano gli oppositori dei regimi latinoamericani, dal Salvador al Cile, dall’Argentina al Paraguay, ridotti in quel modo da chi “dedicò il suo lavoro alla causa del progresso e della pace..”, e cioè dai Dan Mitrione dell’America nemica giurata dei terroristi, e dai loro allievi aguzzini.

Alla sera del terzo giorno la fortuna ci bacia in fronte. Il nome Morazàn compare per primo in un memorandum Top Secret, poi El Mozote e tutta la storia. E con essi la prova che gli Stati Uniti non solo finanziarono e addestrarono il battaglione Atlacatl, ma seppero del terrore di cui erano capaci, tentarono di negarlo e continuarono imperterriti ad armarli e a proteggerli.
Nel memorandum segreto che il sottosegretario alla Difesa Carl W. Ford spediva nell’aprile del 1990 in risposta alle interrogazioni all’Onorevole John Joseph Moakley in Campidoglio si legge: “..Il battaglione Atlacatl fu in effetti addestrato dai militari degli Stati Uniti nel 1981. Furono addestrati un totale di 1383 soldati. L’addestramento fu condotto nel Salvador.”
Ricordo che l’eccidio di cui fu testimone Rufina Amaya era avvenuto nel dicembre di quell’anno.
La strage di El Mozote fu resa nota al Dipartimento di Stato a Washington nel giro di pochi mesi, ma nonostante ciò l’appoggio americano ai terroristi dell’Atlacatl non cesserà e durerà per altri 8 anni, fino al 1989 quando lo stesso battaglione firmerà un’altra strage, quella dei 6 intellettuali gesuiti e delle due perpetue, massacrati nei locali dell’Università Cattolica nel centro della capitale. Su quel periodo il memorandum di Ford infatti dichiara: “All’interno della valutazione del distaccamento, abbiamo addestrato 150 soldati del battaglione Atlacatl. L’addestramento fu interrotto il 13 novembre del 1989.”

Il cinismo e la menzogna che seguirono, e in cui il governo americano e la giunta salvadoregna fecero a gara per distinguersi, sono testimoniati da un altro documento riservato che un diplomatico americano in Salvador spediva al Dipartimento di Stato nel febbraio 1982. Vi si legge dei tentativi dell’ambasciata statunitense di verificare le voci insistenti che parlavano di una immane strage a El Mozote, e il diplomatico mostra tutta la sua abilità nell’esser riuscito a fare domande scomode ai vertici militari di quel Paese pur rassicurandoli appieno sul continuo appoggio americano. Infatti, egli informa i suoi superiori a Washington di aver notificato al Generale Garcia (l’allora ministro della difesa salvadoregno, nda) che “Tom Enders ha difeso di fronte al Congresso lo stanziamento di altri 55 milioni di dollari in armamenti al Salvador” e poi sempre riferendosi a Garcia aggiunge: “Mi ha detto che la storia di Morazàn e di El Mozote è una favoletta, è pura proaganda marxista senza fondamento. Gli ho risposto che è chiaramente propaganda, sapientemente costruita… E come zuccherino finale, gli ho ricordato che il Washington Post sostiene le nostre politiche comuni.”

Questi documenti provano per la prima volta l’appoggio americano ai terroristi di El Mozote. Tuttavia l’idea, incessantemente ribadita da fonti statunitensi, che il terrorismo neo-nazista delle dittature latinoamericane fosse inventato da una “propaganda marxista sapientemente costruita“ fu l’ostacolo principale che Rufina Amaya incontrò, anni dopo, quando trovò abbastanza forza per raccontare ciò che aveva vissuto. Prima di lasciarla davanti alla porta della sua casa di mattoni grezzi, le avevo chiesto che ragione si era fatta di quel massacro e cosa pensasse del coinvolgimento americano, alla luce del fatto che proprio quel Paese si era poi posto alla guida di un Guerra al Terrorismo.
“L’esercito venne qui per un solo motivo”  mi rispose sicura, “ed era di creare terrore. Il terrore non serviva per colpire la guerriglia, serviva a evitare che noi contadini ci organizzassimo. Ma il massacro degli innocenti, qui, ottenne il risultato opposto”. Rufina sembrò non voler rispondre alla seconda parte della mia domanda, e  gliela ripetei. Si girò verso di me e guardando in basso aggiunse: “Sì, potrei chiamarli terroristi, perché vengono nei nostri Paesi con il loro potere grande e fanno queste cose e le fanno in tutto il mondo. Ma per me sono semplicemente degli assassini.”

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In memoria di Rufina, in memoria della smemoratezza di tutti noi, che mai abbiamo eretto alle vittime del nostro benessere alcun monumento. Che Dio, se c’è, ci perdoni. Paolo Barnard

Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=553
29.01.2013

(Tratto da “Perché ci Odiano”, di P. Barnard, Rizzoli BUR 2006)

 

Pubblicato da Davide

  • massi

    “Perché ci Odiano” andrebbe fatto leggere nelle scuole.
    Barnard ha ragione da vendere.

  • braveheart

    Neo nazisti? Assassini? Correlazioni da documenti senza date e la rinfusa
    Plateali forzature nelle conclusioni tratte da una mistura di aricoli giornalistici e telex di anni prima.
    Ecco, il solito Barnard che con la sua pazzia e voglia di estrinsecare il proprio ego e di rimpinguare il proprio conto in banca, vaneggia in maniera ignorante su ciò che è accaduto in Salvador, speculando sull’ignoranza di chi legge, infarcendo lo di slogan facili e immediati, approfittando di una girata civile su cui nessuno può dire chi ha più colpa di altri.
    Ed emergono anche i solitiluoghicomuni sugli usa visto come il satana internazionale.

    SCHERZO !

    Conosco benissimo i fatti descritti da Barnard, anche da altre fonti, e so che forse Barnard non ha calcato la mano. Infatti ricordo altri giornalisti che hanno scritto di conoscenze da parte degli usa dell’attuazione di stragi volte a sconsigliare la popolazione dall’aria farsi alla guerriglia. Stessi esempi li ritroviamo in Vietnam , con il via libera ,all’inizio dell’intervento americano, ai massacri dell’esercito regolare vietnamita, all’epoca affiancato dagli usa e dai suoi ” consulenti”.
    Era solo per far notare come sia facile commentare in modo da smentire o ridimensionare il pensiero di qualcuno.
    A futura memoria.

  • AlbertoConti

    Ogni giorno è il giorno della memoria, e la memoria va indietro di migliaia di anni, nei 5 continenti. L’aver ridotto a 1 solo giorno all’anno e a 1 solo episodio storico il senso della memoria è un rituale degno del peggior “fondamentalismo religioso”, che di religioso non ha più nulla, se non lo stupro dei più profondi sentimenti umani, usati per i più ignobili scopi da una setta di delinquenti professionali. La cosa peggiore è il seguito che questi mostri riescono ad ottenere tra le “persone normali”, che di normale non hanno più nulla, tranne forse l’ipocrisia.

  • Tao

    Efraín Ríos Montt, 88 anni, presidente ‘de facto’ del Guatemala in un periodo seppure breve passato alla storia per decine di massacri di civili (23 marzo 1982-8 agosto 1983) siederà in tribunale sul banco degli imputati per genocidio.

    Così ha deciso un tribunale di Città del Guatemala accogliendo la richiesta della pubblica accusa di processare l’ex dittatore per l’eccidio di 1171 indigeni Maya Ixiles perpetrato nel dipartimento settentrionale del Quiché durante il suo regime: 15 mesi che la storia recente del povero paese centroamericano ricorda come l’era della ‘tierra arrasada’ (terra bruciata) nei confronti dei nativi, ancora oggi discriminati ed abbandonati dallo Stato.

    “Esistono basi serie per sottoporlo a giudizio per la supposta probabilità della sua partecipazione ai delitti che gli vengono imputati” ha detto il giudice Miguel Gálvez leggendo il pronunciamento della corte nella piccola aula del ‘Juzgado Primero B de Mayor Riesgo’ affollata da familiari delle vittime, attivisti per i diritti umani e militari a riposo, alla presenza di Ríos Montt. I suoi legali avevano chiesto il non luogo a procedere sostenendo che l’ex generale non fosse stato a conoscenza dell’operato delle forze armate.

    Con Ríos Montt sarà processato per genocidio anche il generale a riposo José Rodríguez, suo stretto collaboratore, all’epoca dei fatti capo della II Sezione dello stato maggiore della difesa: secondo l’accusa pianificarono ed eseguirono strategie concepite per “annichilire” l’etnia Ixil del Quiché nell’ambito della lunga guerra civile (1960-1996). Le parti sono state chiamate a presentarsi nuovamente in tribunale il 31 gennaio per l’udienza in cui si deciderà la data del processo e la composizione del collegio giudicante.

    Già leader del ‘Frente republicano guatemalteco’ (Frg), deputato e presidente del Congresso dopo il ritorno della democrazia, Ríos Montt è stato rinviato a giudizio, per la prima volta, solo il 26 gennaio scorso, pochi giorni dopo aver perso l’immunità parlamentare che per anni l’ha protetto. Deve rispondere di un altro massacro di civili, quello di Dos Erres, nel dipartimento settentrionale del Petén, dove fra il 6 e l’8 dicembre 1982 furono assassinati almeno 250 indigeni, tra cui 67 bambini.v

    Durante il suo regime venne condotta una campagna anti-guerriglia di inaudita ferocia: centinaia di villaggi vennero rasi al suolo, oltre 15.000 guatemaltechi vennero assassinati, 500.000 si rifugiarono sulle montagne per sfuggire all’esercito e 70.000 cercarono riparo nei paesi vicini, specialmente in Messico.

    Fonte: http://www.misna.org
    Link: http://www.misna.org/primo-piano/storico-rinvio-a-giudizio-per-ex-dittatore-rios-montt-29-01-2013-813.html
    29.01.2013

  • cardisem

    Concordo… Ognuno avrebbe il suo giorno della Memoria, riconducibile alla sua particolare genealogia… Io, ad esempio, come meridionale, vorrei vederci meglio e saperne di più sul cosiddetto “brigantaggio”… Sono arci-sicuro che le ristrettezze di cui hanno sofferto i miei avi ed infine io stesso hanno quella origine… Ma quella Memoria mi è stata sottratta… Se poi ad un livello più generale volessimo prendere nota di tutti i Massacri che sono noti nella storia dell’Umanità, magari anche solo negli ultimi 2000 anni, sono pure certo che non bastano i giorni del calendario e che ogni giorno dovrebbe raggruppare più fatti tragici avvenuti nello stesso giorno… e poi fare come dal medico della mutua: chi è l’ultimo? per stabilire le precedenze nella celebraziona rievocativa, magari affidata al Presidente di turno…

  • Aironeblu

    Devo dire che la tua prima parte di commento (lo scherzo in fa maggiore) non aveva grandi argomentazioni e non smentiva un granchè… Non è così ovvio ridimensionare il pensiero di qualcuno, quando dice una cosa corretta (e per una volta anche Barnard può dirla…)

  • Aironeblu

    Bravissimo, ottima osservazione!

  • Aironeblu

    Finalmente Barnard si dimentica per un attimo della mmt e torna a parlare di qualcosa di condivisibile, tirando fuori dalla polvere del dimenticatoio questo evento terribilmente reale, che dice tutto sull’uso spregiudicato della “strategia del terrore” da parte dell’impero USionista. Ma è altrettanto terribile il modo in cui possono manipolare la storia e l’informazione per compiere quella sfacciata operazione di neolingua in cui osano chiamare lotta al terrorismo le loro operazioni sanguinarie di conquista, tra cui “colpisci e terrorizza”, o “guerra infinita”…

  • Santos-Dumont

    Aggiungiamoci pure il Brasile, alla lista delle dittature fomentate dagli statunitensi:

    All’alba del 31 marzo 1964, truppe militari al comando del generale Olympio Mourão Filho marciarono da Juiz de Fora (Minas Gerais) a Rio de Janeiro allo scopo di deporre il governo costituzionale di João Goulart […] Blindati, vetture e carri armati occuparono le strade delle principali città brasiliane. Sedi di partiti politici, associazioni, sindacati, e movimenti che appoggiavano le riforme del governo furono distrutti e occupati da militari equipaggiati con armi pesanti. Studenti, artisti, intellettuali, operai si organizzarono all’epoca per difendere le riforme di base. Fu incendiata la sede dell’UNE (Unione Nazionale degli Studenti). […]
    Gli Stati Uniti, che da tempo supportavano organizzazioni e movimenti contrari al presidente e alla sinistra durante il governo di João Goulart, parteciparono alla presa di potere primariamente tramite il loro ambasciatore in Brasile Lincoln Gordon e l’addetto militare Vernon Walters, avendo deciso di offrire supporto armato e logistico ai militari golpisti qualora questi affrontassero una resistenza armata da parte di forze leali a Jango (soprannome di J. Goulart, NdT): a Washington il vicedirettore delle operazioni navali John Chew ordinò il trasferimento presso la costa brasiliana (tra Santos e Rio de Janeiro) di una task force della marina USA comprensiva della portaerei Forrestal, sei cacciatorpediniere, una portaelicotteri e quattro petroliere), operazione successivamente conosciuta come “Brother Sam”. […] Tra il 1968 e il 1978, durante la vigenza dell’Atto Istituzionale 5 e della Legge di Sicurezza Nazionale del 1969, si ebbero gli Anni di Piombo caratterizzati da uno stato di emergenza totale e permanente, controllo sui mass media e l’educazione, censura sistematica, carcere, tortura, assassinio e sparizioni forzate degli oppositori al regime. Il carcere arbitrario a tempo indeterminato (sospensione dell’habeas corups) e la censura preventiva furono particolarmente utili per la pratica e l’insabbiamento della tortura. […] A partire dal 1975 il regime civile-militare brasiliano si alleò con i regimi militari di Pinochet, paraguaiano e urugaiano e, a dopo il 1979, con il regime militare argentino per l’implementazione dell’Operazione Condor, che consisteva in un piano segreto di sterminio dell’opposizione ai regimi del Cono Sud, piano i cui risultati furono almeno 85.000 morti e scomparsi e 400.000 torturati. Il regime militare brasiliano fu considerato leader dell’Operazione Condor. La Commissione di Amnistia ricevette sin dal 2011 70.000 richieste di danni per persecuzioni sofferte durante il governo militare. Secondo le stime, almeno 50.000 persone furono imṕrigionate, 20.000 torturate e altre migliaia furono esiliate e escluse. Espulsioni dalle università e dal servizio pubblico erano altri strumenti della repressione politica. Secondo la Commissione Morti e Scomparsi e la Commissione di Amnistia, 457 persone furono assassinate o scomparvero a causa della repressione politica governativa,e altre 370 saranno incluse nella lista ufficiale, a partire di uno studio identificativo di più di 850 vittime della repressione politica sui campi, fino ad allora escluse dalla lista. Le 457 vittime identificate dalla CMS e dalla CA e le altre 850 vittime identificate dallo studio relativo ai campi, non comprendono i genocidi indigeni. La politica economica e sociale del regime civile-militare è stata criticata anche per la crescita della disuguaglianza economica e per l’estrema povertà nel periodo 1964-1985. La politica salariale del governo fu pregiudiale alla popolazione; alcuni studi mostrano che tra il 1963 e il 1975 la malnutrizione aumentò da 1/3 a 2/3 della popolazione brasiliana, mentre la malnutrizione assoluta colpì 13 milioni di persone, approssimativamente 1/7 della popolazione. In risposta a tale problema, il governo bandì la parola fame dai mass media.
    (Liberamente estratto e tradotto da Regime militar no Brasil [pt.wikipedia.org])

    Aggiungiamoci che l’attuale presidente Dilma Rousseff partecipò personalmente alla resistenza armata, fu catturata nel 1970 e sottoposta a tortura (bacchettate, pugni, pau de arara, scosse elettriche) per ventidue giorni.

  • Santos-Dumont

    Non so bene perché ma per leggere tutto il commento precedente bisogna almeno simulare una risposta.

  • FreeDo

    Giorno della Memoria e’ ogni giorno.E’ molto utile ricordare fatti specifici come fa Barnard o qualche commentatore, ma non dobbiamo dimenticare che per esempio in Paraguay e’ di recente avvenuto una specie di colpo di stato ai danni di Lugo, e che tentativi simili sono stati messi in atto sia in Venezuela che in Bolivia.Con gli anni cambiano i personaggi, ma il progetto e’ sempre lo stesso.

  • bstrnt

    E non dimentichiamoci che Italia ed Europa sono praticamente colonie di questi psicopatici assassini, grazie ai quisling e ai traditori con i quali hanno saputo infarcire la società.

  • Aironeblu

    È vero che stranamente della dittatura brasiliana si parla meno, almeno in Italia

  • Merio

    Viene da chiedersi: pagheranno mai per i loro peccati?

  • RicBo

    Quando Barnard era Barnard e non lo stuoino di Mosley

  • RicBo

    Visto che si parla di memoria ricordo che il Tribunale di Stato spagnolo ha dichiarato crimine contro l’umanità i bombardamenti su Barcellona del 1938 perpetrati dall’aviazione fascista di Mussolini e chiesto formalmente all’Italia di trovare eventuali sopravvissuti tra i piloti assassini per processarli.
    Un grazie agli amici italiani di Barcellona che hanno permesso di vincere questa piccola battaglia.

  • Jor-el

    Chi è Mosley?

  • bagumako

    Buahahah! Credo sia un memmettaro

  • braveheart

    Appunto, ma è quello che molti fanno.

  • braveheart

    Mosler genio, non mosley.
    Conosci i nomi tanto quanto l’MMT?

  • terzaposizione

    Come no, uno è mio Nonno, dammi l’indirizzo che te le consegno.

  • lucamartinelli

    Come sei ipersensibile, amico…..non puoi cambiare la storia. Mussolini, detto anche Grande Tacchino Imperiale, era un criminale come tutti i guerrafondai. ricordi la canzoncina che gli alpini canticchiavano durante la ritirata dall’Unione Sovietica? Saluti (romani, se ti fa piacere)