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QUANDO LE STAR DEL CALCIO RISCHIAVANO LA LORO CARRIERA

DI ANTOINE DUMINI E FRANCOIS RUFFIN

bastamag.net

Quando le star del calcio rischiavano la loro carriera, anzi la loro vita, per la democrazia e la giustizia

Hanno segnato la storia del calcio, e non solamente per il loro gioco. Socrates in Brasile, Carlos Caszely in Cile, Robbie Fowler nel Regno Unito: questi giocatori si sono impegnati a loro modo in favore degli oppressi. I primi due contro le dittature latino-americane, il terzo in favore dei portuali di Liverpool in sciopero. Nel momento in cui il calcio è totalmente dominato dal denaro e da una logica economica malsana, questi tre ritratti, estratti dal libro « Comment ils nous ont volé le football » (Come ci hanno rubato il calcio, ndt), edito dal giornale Fakir, ci ricordano che un’altra concezione del calcio è possibile. Una piccola opera sulla mondializzazione raccontata dal pallone, da leggere tra le partite!

Cile: un calciatore contro Pinochet

« Troppi pochi sportivi si sono fatti conoscere per delle prese di posizione politiche o sociali. Per paura. Perché hanno paura che gliela facciano pagare. E’ d’altronde questo che mi è accaduto. Oggi continuo a pagare il conto perché ho creduto nel valore della democrazia. » Cile, 11 settembre 1973. La giunta militare sovverte con un colpo di Stato il socialista Salvador Allende, eletto democraticamente. Durante i diciassette anni di dittatura che vanno a seguire, un giocatore di calcio si oppone al regime: la stella attaccante della squadra cilena, Carlos Caszely. La sua notorietà diviene un’arma politica, tanto più che dispone di un vantaggio: gioca in Spagna, quando torna in Cile i microfoni gli sono protesi e critica apertamente il regime. « Non ho mai esitato un istante a lasciare il Cile. Non avrei mai potuto dire adesso quello che ho detto all’epoca, spiega. Ero la voce del popolo che soffriva. » Poichè i Cileni mancavano proprio di sostegno. Anche nel calcio.

Lo Stadio della Morte

Nel novembre 1973, proprio dopo il colpo di Stato, l’Unione Sovietica deve recarsi in Cile per una partita di spareggio. Che dovrebbe tenersi all’ Estadio Nacional, ribattezzato « lo Stadio della Morte » : vi sono detenuti, e torturati, i prigionieri politici. Impossibile giocare in queste condizioni, considera la federazione russa.

Il giornalista cileno Vladimir Mimir, allora imprigionato, si ricorda: « Noi si dormiva stretti sotto a queste tribune. Era la grande incertezza, non si sapeva quale sarebbe stato il nostro avvenire, il nostro destino. Molti compagni che erano partiti per l’interrogatorio non sono mai tornati. Molti tra noi non si erano mai visti, ma avevamo un denominatore comune: avevamo sostenuto Salvador Allende. »

Imbarazzata, la Fifa tergiversa poi, dopo una rapida visita, decreta che nel Cile «il corso della vita è normale, ci sono molte macchine e pedoni, le persone hanno l’aria allegra e i negozi sono aperti ». Quanto all’ « Estadio Nacional », la delegazione non vede che « un semplice campo di orientamento».

L’URSS rifiuta, però, di andare. Ne segue la partita più ridicola della storia: davanti a quaranta mila spettatori, la squadra cilena entra sola sul prato e avvia una partita senza avversari! Ad un tratto, Francisco Chamaco Valdes tira la palla nella porta vuota. La Fifa avalla il punteggio di 1-0 e la qualificazione del Cile. Carlos Caszely ne conserva un gusto amaro: « E’ stato lo show più demenziale che abbia avuto luogo. Ed io sono stato attore di questo show. »

Rifiuto di stringere la mano di Pinochet

Qualificata per il mondiale del 1974 in Germania, la selezione cilena è ricevuta dal generale Pinochet in persona prima del suo decollo per l’Europa. Carlos Caszely decide di bussare forte: «D’un colpo le porte si aprirono e c’era questo tipo con un mantello, degli occhiali neri e un berretto. Con un aspetto acido. Severo. Comincia a camminare… e a salutare i giocatori qualificati per il Mondiale in Germania. E quando arriva molto vicino, molto vicino, metto le mie mani dietro di me. E quando mi tende la mano, io non gliela stringo. E c’è stato un silenzio che per me è durato mille ore. Sarà stato un secondo? E ha continuato. Io, come essere umano, avevo quest’obbligo perché avevo un popolo intero dietro di me che stava soffrendo, e nessuno faceva nulla per lui. Fino ad arrivare al momento in cui ho detto stop… No alla dittatura! Almeno, lasciatemi protestare. Quantomeno, lasciatemelo dire. Quantomeno, lasciatemi dire che io mi risento. »

Il suo gesto, l’attaccante lo pagherà molto caro. Al suo ritorno dall’Europa, sua madre gli confida, in lacrime, che è stata arrestata e torturata. Il giocatore non ci può credere: «Gli ho detto ‘ferma mamma non bisogna scherzare con questo genere di cose’. Mi ha mostrato il suo petto con le sue bruciature e ho pianto come un bambino. Me l’hanno fatta pagare su ciò che avevo di più caro. Mia madre».

La video terapia

Nel 1988, Pinochet organizza un referendum per la sua rielezione. Carlos Caszely registra un video di promozione, con sua madre che testimonia, perché il popolo voti « no », contro il generale. « Questo video fu una liberazione per mia madre. Ha potuto dire le cose pubblicamente e ho sentito che questa fu una forma di terapia », confida. Questa presa di posizione, di un’icona nazionale, ha un grande impatto sui Cileni. Secondo gli analisti, lei avrebbe convinto circa il 7% degli indecisi a votare « no ». Il 6 ottobre i risultati crollano: 44,01% dei voti ai partigiani di Pinochet, contro il 55,99% ai suoi avversari vittoriosi. Caszely li travolge dopo il rinnovo…

Brasile : Socrates e la democrazia adesso !

« In partenza, noi volevamo cambiare le nostre condizioni di lavoro, poi la politica sportiva del paese, ed infine la politica in breve. » . E’ che sotto la dittatura militare, ha presto compreso il significato della parola « obbligo »: « Quando sono tornato al liceo a 16 anni, ho veramente avvertito la repressione. C’erano dei compagni di classe che bisognava nascondere, altri che fuggivano.» Diplomato in medicina, persegue in parallelo una carriera da calciatore nei Corinthians di Sao Paulo.

Un allenatore eletto dai giocatori

Siccome il club vegeta, la sua presidenza tocca, nel 1981 a un giovane sociologo, Adilson Monteiro Alves, già passato per la prigione. La sua tecnica sorprende: redistribuisce i benefici e soprattutto chiede consiglio ai giocatori, fa scegliere ad essi stessi il loro allenatore! «Fin dall’inizio, ci ha spiegato che sarà sempre a nostra disposizione, si ricorda Wladimir. Con Socrates, c’ abbiamo visto l’occasione per esprimere i nostri sentimenti. Tra di noi, non parlavamo per forza di politica, ma piuttosto della struttura del calcio brasiliano, che era molto arcaica, con i poteri molto concentrati al livello della federazione. Allora, piano piano, abbiamo stabilito un sistema nel quale ogni decisione veniva sottoposta al voto dove i semplici impiegati del club avevano lo stesso peso dei dirigenti. Si organizzavano delle riunioni alla sede del club ogni volta che un decisione importante doveva essere presa. »

Queste assemblee riuniscono i giocatori, i dirigenti, perfino gli autisti dell’autobus. «Noi volevamo superare la nostra condizione di semplici giocatori lavoratori per partecipare appieno alla strategia d’insieme del club, racconta Socrates. Ciò ci ha portato a rivedere i rapporti giocatori-dirigenti. I punti d’interesse collettivo erano sottoposti alla deliberazione.

«Vincere o perdere, ma sempre in democrazia»

I risultati si susseguono. La squadra vince due campionati di seguito, nel 1982 e nel 1983. Da allora, altri club cercano di applicare questa ricetta magica: Palmeiras e l’FC Sao Paulo per primi. Poi il movimento invade Rio e il più grande club del paese, il Flamengo. Ma soprattutto il fenomeno si propaga fuori dal calcio. Poiché la pubblicità compariva sulle magliette da calcio, i Corinthians floccano le loro con una semplice parola: « Democracia ». E nel 1983, in occasione della finale del campionato in cui si scontravano i Corinthians al Sao Paulo, la squadra si presenta sul campo con uno striscione: « Vincere o perdere, ma sempre in democrazia ».

« Socrates faceva di tutto perchè si citasse il nostro movimento come esempio e che si estendesse in altre sfere della società brasiliana, riferisce Zenon. Rilasciava senza sosta interviste e spiegava il nostro funzionamento perché le persone capissero che era possibile avere una visione collettiva e democratica delle cose, che andava all’opposto del sistema della dittatura militare, dove si era ognuno per la propria bocca. » E’ un’emancipazione che descrive il capitano, i giocatori si esprimono «con più libertà, gioia e responsabilità. Noi eravamo una grande famiglia, con le mogli e i figli dei giocatori. Ogni partita si disputava in un clima di festa. Sul campo, lottavano per la libertà, per cambiare il paese. Il clima che si è creato gli ha dato più fiducia per esprimere la loro arte. »

Pugni alzati

Socrates prende direttamente parte al movimento « Diretas Ja », per le « elezioni dirette adesso». Il deputato Dante de Oliveira ha, nel gennaio 1983, depositato un emendamento, per permettere l’elezione del presidente della repubblica a suffragio diretto, e ne è seguita un’ondata di protesta, i manifestanti, centinaia di migliaia, sfilano nelle principali città del Brasile. Il regime militare dichiara lo stato d’emergenza per sessanta giorni.

Socrates e i suoi compagni del Corinthians diventano delle figure faro. «Non era là al momento del confezionamento dei cartelli per le manifestazioni, ma in prima persona assisteva a tutte le riunioni, rilasciando decine di interviste per incitare le persone al cambiamento. Durante tutto il periodo di durata del movimento, non si è mai comportato normalmente una sola volta. Si sentiva investito da una missione ». Al momento della sua morte, in tutti gli stadi del Brasile, un minuto di silenzio ha preceduto le partite. Gli spettatori hanno alzato il pugno in aria, come faceva il giocatore quando segnava un goal.

Regno Unito : per i portuali di Liverpool

«La vostra reazione al rigore fischiato vi fa onore. E’ questo genere di reazione che permette di mantenere la dignità del gioco. » Il 20 marzo 1997, il centravanti del Liverpool, Robbie Fowler viene complimentato da Sepp Blatter in persona. Durante una partita contro l’Arsenal, corre da solo e sembra falciato dal portiere. L’arbitro fischia, ma l’attaccante contesta il rigore… in suo favore! « No no no, protesta con la voce e con le mani, il portiere non ha commesso fallo.» Ma l’uomo in nero non ritorna sulla sua decisione. Fowler quindi calcia, mollemente, il tiro in porta, il portiere lo respinge, ma un compagno mette la palla nel fondo della rete. Per questo gesto, riceverà il trofeo fair play della UEFA.

Cinque giorni dopo, invece, il 25 marzo, lo stesso è rimproverato dalla Fifa: «E’ una regola rigorosa che un campo da calcio non è il luogo giusto per delle dimostrazioni di natura politica. » La sua colpa? Nella primavera 1997, i portuali di Liverpool sono in sciopero, dopo circa due anni. Robbie Fowler è un ragazzo del paese, non un trasferito. Nei quarti di finale della coppa delle coppe, la sua squadra è contro il modesto club norvegese Brann. Il giovane attaccante segna ed esibisce una T-shirt rossa: « 500 portuali di Liverpool licenziati dal 1995. » Il suo compagno, Steve McManaman, anche lui nato a Liverpool, nel quartiere popolare di Bootle, sfoggia la stessa maglietta alla fine della partita, e lo difende: «Tutto quello che voleva, era dare una mano alle persone che conosce e che non ricevono nessuna paga. Robbie ed io abbiamo offerto il nostro sostegno ai portuali, ma non siamo abbastanza arroganti per credere che indossare una T-shirt faccia la differenza. »

Riunito d’urgenza, il comitato disciplinare condanna Fowler con un’ammenda di 2000 franchi svizzeri, e il club del Liverpool richiama i suoi giocatori all’ordine: «I commenti su questioni esterne al calcio sono inaccettabili sul campo da gioco. » E’ che c’era (qualcosa, ndt) di più importante della politica, in questo affare: era in discussione il diritto degli sponsor. I giocatori avevano, in effetti, sulla maglietta avevano modificato il logo di Calvin Klein, « cK », in « docKers », e lo sponsor minacciava di querelare. Imperdonabile.

Fonte: www.bastamag.net

Link: http://www.bastamag.net/Quand-des-stars-du-foot-risquaient

10.06.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANNA GRASSO

Estratti dal libro Comment ils nous ont volé le football edito da Fakir Editions.
Potete ordinare il libro (130 pagine, 6€) in libreria, nel negozio online di Fakir, o stampando questo buono d’ordine.
Fakir è un giornale indipendente e alternativo, creato nel 1999 ad Amiens (Piccardia), che usciva ogni due mesi. «Giornale arrabbiato con tutti. O quasi », Fakir ha lanciato la propria casa editrice. Per abbonarsi al giornale, qui.

Pubblicato da Davide

  • yakoviev

    A proposito dei portuali, la maglia "doCKers" veniva indossata abitualmente alle manifestazioni e difronte alla sua diffusione gli avvocati di Klein intrapresero una causa per impedirne l’uso e chiedere i danni. Fu lo stesso Calvin Klein, in seguito a una lettera dei sindacati, a dare l’ordine di recedere dalle azioni legali e autorizzare, implicitamente, il "tarocco". Forse per "buon cuore" o forse perchè, furbescamente, fare quel gesto gli conveniva: faceva bella figura facendosi ulteriore pubblicita’.

  • Gil_Grissom

    Certo che l’URSS che si rifiuta di disputare una partita col Cile perché in quel paese c’e’ un regime assassino e bieco suona un po’ come se la Germania hitleriana non avesse disputato un incontro definendo gli avversari dei nazisti.

  • lucamartinelli

    Significa che stai mettendo Cile e Urss sullo stesso piano?

  • Georgios

    Non facciamo di tutta l’erba un fascio. Bisogna sempre individuare le differenze che in questo caso sono pure eclatanti.

  • Gil_Grissom

    Credo che siano ambedue state due dittature bieche e sanguinarie, del resto fu lo stesso Kruscev a definire Stalin uno psicopatico assassino durante un congresso del partito comunista dopo la morte di Stalin. In effetti se vogliamo misurare le vittime dal punto di vista quantitativo, Stalin trucido’ molti piu’ oppositori di Pinochet, ma proprio molti di piu’, si parla di milioni contro centinaia. Per quel che mi riguarda furono entrambi dittatori biechi e sanguinari.

  • Gil_Grissom

    Le dittature sono dittature, se tu uccidi in nome del popolo o della nazione il risultato e’ il medesimo, sei un assassino punto e basta. Sicuramente Stalin ha trucidato piu’ persone di Pinochet, entrambi sono per me due assassini miserabili.

  • Georgios

    Prima di tutto l’Unione Sovietica fu il risultato storico della lotta di un popolo mentre il Cile di Pinochet fu il tipico stato-banana messo su dalla CIA.
    Poi, l’URSS di cui parliamo non ha niente a che fare con Stalin i metodi del quale (che, malgrado tutto, devono sottostare ad un esame storico più elaborato per essere decifrati e capiti) nel frattempo aveva pure denunciato ufficialmente.
    In terzo luogo l’URSS era una superpotenza che per forza di cose (non per bontà sua) faceva da contrappeso all’altra superpotenza. Quindi svolgeva un ruolo nella storia mondiale che richiede almeno un esame un po più attento.
    Quarto, bisogna vedere che cosa si intende per "dittatura". Perché se si vanno ad esaminare le democrazie occidentali si troverà che anche nei casi migliori c’erano degli aspetti che non si discostavano molto dall’URSS degli anni 70.
    Quando si cerca di analizzare degli eventi storici bisogna stare attenti a non affrontare le cose in modo assolutista, perché a forza di dire "punto e basta" alla fine si rimane con niente in mano.

  • Gil_Grissom

    Si possono fare tutte le analisi che vuoi, che mettano in risalto tutte le differenze che vuoi, ma il risultato sara’ sempre che Stalin fu un feroce e bieco dittatore che fece trucidare milioni, non migliaia, di persone come ebbero a dire i suoi stessi compagni di partito comunisti. E Stalin guido’ per un ventennio l’Unione Sovietica che fu sicuramente una dittatura feroce in questo periodo. Poi se vogliamo possiamo anche negare la realta’, che resta tuttavia tale.

  • Georgios

    Visto che ragioni soltanto in termini bianco-nero, ti chiedo:
    Cosa c’entra la squadra di calcio dell’URSS che negli anni 70 si rifiutò di giocare contro il Cile, con Stalin, che "guido’ per un ventennio l’Unione Sovietica che fu sicuramente una dittatura feroce in questo periodo", cioè 40 prima?
    Forse gli Etiopici avrebbero dovuto fare lo stesso se gli fosse capitato di giocare contro l’Italia nello stesso periodo della partita non giocata? O magari anche i Tunisini, sai, a causa di Cartagine?
    E’ come ti dico: a forza di dire punto e basta alla fine rimani solo con te stesso. E non ho fatto nessuna analisi.

  • MatteoV

    Gli Stati Uniti sono colpevoli di crimini ben più gravi dell’URSS, e tra questi vi è senz’altro il regime di Pinochet.

  • Gil_Grissom

    Stalin mori’ nel 1954 cioe’ solo 16 anni prima dell’evento in questione, Cartagine e’ roba di di duemila anni fa, mi sembra molto differente. Dico solo che mi sembra strano che una nazione che fino a 16 anni prima aveva sterminato e deportato milioni di dissidenti ne accusi un’altra di essere una feroce dittatura. Oppure dobbiamo ritenere che siano solo dittature quelle di destra mentre le dittature del proletariato sono autorizzate a fare milioni di vittime perché piu’ nobili?

  • Gil_Grissom

    Non lo metto in discussione, e’ un punto di vista legittimo, ma qui si parlava dei sovietici che redarguivano i cileni. Una nazione che ha avuto Stalin solo un ventennio prima, morto nel 1954 il fatto in questione risale al 1970, non dovrebbe permettersi di dare giudizi etici o politici su altre nazioni, almeno io credo.  

  • Georgios

    Lo so che Cartagine e’ roba di duemila anni fa. L’ho scritto apposta ma sembra che tu non abbia capito. Comunque sull’Etiopia che e’ roba analoga come lasso di tempo con le purghe staliniane non mi hai risposto.
    I 16 anni a cui ti riferisci sono (spero per ignoranza storica) fasulli. La partita doveva essere giocata nel 1973 e le purghe di Stalin ebbero luogo principalmente tra il 1936 e il 1938. Cio non vuol dire che la repressione (non parlo solo di esecuzioni ma anche di carcerazioni e deportazioni) finì nel 38, ma quando si parla di sterminio staliniano si riferisce a quel periodo.
    Non ho la pretesa che tu conosca cosa sia la dittatura del proletariato ma e’ certo che qualsiasi tipo di potere faccia delle vittime e’ una dittatura e basta. Rossa o nera, dichiarata o nascosta. C’è stato uno psicopatico in Cambogia che nel nome del comunismo ha sterminato mezza nazione. E prima di lui c’era stato un altro dittatore, Stalin, che ha fatto una cosa simile. Cosa vuol dire questo? Che il comunismo come concezione filosofica e sociale può essere raggiunto solo con l’annientamento di milioni di individui? E magari i milioni di persone che lottano per lo stesso ideale in tutto il mondo tengono nascosta in una parte del cervello un’aspirazione simile? Gramsci era un potenziale sterminatore di masse e solo perché non e’ andato mai al potere non lo diventò davvero?
    Non vorrei diventare un fanatico fazioso ma ti vorrei chiedere quand’è che la gente in Grecia dovrebbe secondo te mettere l’anima in pace e "dimenticare" gli interi villaggi rasi al suolo, bruciati con la gente passata per le armi dalle "camicie nere della rivoluzione" durante la 2a GM? Dopo 10 anni? Dopo 16 anni? Dopo 30 anni? Dopo 2000 anni o magari mai?
    Io credo che ci sono delle circostanze nella vita che le condizioni sociali sono favorevoli al manifestarsi dei lati più brutti delle persone. Le guerre e le dittature sono di questo tipo di circostanze. In altri periodi invece di convivenza civile ed equilibrata si dà l’occasione a tutti di capire, di perdonare e di dimenticare, non l’atto che deve servire sempre da esempio negativo, ma la cosiddetta "responsabilità collettiva" che insegue interi popoli in modo assolutamente ingiusto.
    E siccome oggi rischiamo di entrare decisamente in un periodo brutto, cerchiamo, almeno qui, di mantenere la calma e di respingere il fanatismo.

  • eros

    molto più coerente l’Italia, che avendo avuto Mussolini 30 anni prima, non si è permessa di esprimere giudizi etici o politici ed è andata a giocare la finale di coppa Davis in Cile. Ben gli sta a quegli ipocriti dei sovietici che in semifinale, recidivi, si sono rifiutati di giocare con i cileni.