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West Papua, Indonesia

Punto sul Campo. (Una strana storia tra le foreste della Papua dell’Ovest)

DI GEORGE MONBIOT

The Guardian

Questo racconto non vuole trasmettere nessun messaggio né ha uno scopo preciso. E’ una storia invernale – uno dei tanti strani episodi i quali hanno segnato la mia vita –che racconto sempre durante questo periodo dell’anno. Per una volta, non sto cercando di fare il punto della situazione.

Nel 1987 lavoravo con il fotografo Adrian Arbib sul territorio, allora occupato, della Papua dell’Ovest.
Annesso all’Indonesia nel 1963, era governato con brutalità dal regime di Suharto. Gli indigeni sono stati obbligati a lasciare le loro terre e rimpiazzati, in un progetto finanziato dalla Banca Mondiale, dai migranti di Giava e di Bali. Molti sono stati torturati e uccisi.

Legname e minerali sono stati scorticati e rimpiazzati da piantagioni di olio di palma. Tutto ciò avviene ancora al giorno d’oggi.

Siamo entrati in contatto con dei ribelli Papuani che cercavano di combattere lo stato Indonesiano con vecchi fucili, archi e frecce. Ci hanno detto di aspettare in un hotel a Jayapura, l’umida e decadente capitale della provincia rubata. Avrebbero mandato qualcuno a prenderci per portarci vicino al mare, nel loro accampamento al confine con Papua Nuova Guinea.

La città, brulicante di soldati e servizi segreti, era troppo pericolosa per loro. Dopo alcuni giorni, un uomo con degli occhiali scuri è venuto all’hotel, scortandoci sulla sua jeep e ci ha portati nella baraccopoli là vicino, dove il comandante dei ribelli ha acconsentito a chiedere una barca per noi. I suoi messaggeri ci avrebbero contattato. Abbiamo aspettato. E aspettato. I giorni passavano e ci veniva detto che ci sarebbero venuti a prendere la mattina seguente per poi inventarsi una scusa qualche ora dopo sul perché non potevamo andare.

Annoiato, una mattina sono andato a fare una passeggiata. La foresta vicino alla città era striata, divisa da ripetute coltivazioni. Era una giornata calda, e mi sono presto tolto la maglietta, appoggiandola sulle spalle. Ho seguito un sentiero che mi ha portato giù al piccolo ruscello. L’ho attraversato e mi sono fatto strada tra gli alberi ormai bruciati. A metà strada verso il pendio, ho inciampato su un ceppo marcio. Pochi passi più avanti e mi sono trovato sotto attacco.

Il mio corpo è stato sommerso da vespe giganti, che ronzavano freneticamente. Sapevo bene quanto erano pericolose: moltissime persone erano già morte a causa delle loro punture. Ma sapevo anche che se fossi stato fermo immobile, sarebbero andate via, volando lontano. Per qualche momento, sono riuscito a non muovere un muscolo. Il ronzio era diventato più forte, mentre i rinforzi uscivano dal ceppo. Una di loro stava salendo sulla mia gamba, entrando nei pantaloncini.

All’improvviso non ne potevo più. Mi sono scagliato verso il pendio, urlando e allontanandole con la maglietta. Ad ogni puntura, sembrava di essere colpito da un pugno di ferro. Il panico saliva, mentre continuavo a colpirle e gridare. Finché non mi sono fermato, consapevole che non ne sarei uscito vivo. Con il cuore che batteva all’impazzata ed il fiato corto, aspettavo che anche l’ultima vespa volasse via da me e tornasse nel vespaio. Potevo sentire ogni puntura. Erano otto. Mi sentivo morire.

Mi sono trascinato attraverso la radura, gridando aiuto. Nel mezzo ad un gruppo di alberi, ho intravisto una casa sgangherata su delle palafitte. Delle scale portavano al portico, mi sono arrampicato sulla scalinata, urlando.
Nessuno uscì, così sono arrivato in cima e ho guardato all’interno. Dentro c’erano cinque persone: due bambini, i loro genitori e la nonna. Sembravano terrorizzati. Mi sono ricordato che non indossavo la maglietta, gli occhi ruotavano velocemente e stavo tremando.
Dovevo rassicurarli.

“Salve” ho detto, “Sono George.” Mi sono fatto avanti per stringere la mano all’uomo, ho picchiato la testa sull’architrave e sono caduto ai piedi della moglie. Lei ha cominciato ad urlare ed i bambini a piangere. Mi sono tirato su, balbettando le mie scuse.
Dovevo guadagnarmi la loro fiducia. Ho parlato lentamente.
“E’ molto importante che mi capiate. Sono stato appena attaccato da tantissimi insetti.” L’uomo spalancò la bocca; non sembrava credere alle mie parole. “Uno sciame di insetti. Sono sbucati fuori da un albero e hanno iniziato a volare intorno alla mia testa. Poi otto di loro mi hanno punto.”

Ma invece di serangga, che significa insetti, nel panico ho detto semangka, cioè angurie.
L’anziana indietreggiò, scuotendo la testa. I bambini presero a piangere ancora più forte. Mi sono seduto a fianco all’uomo, tentando di esprimermi con più attenzione. “Ho bisogno di aiuto. Stavo camminando nel vostro terreno quando sono stato attaccato da delle angurie. Otto di loro mi hanno colpito, otto angurie.”

Mi fissava, incapace di muoversi, i suoi occhi diventavano sempre più grandi mentre cercavo di annuire per rassicurarlo. “Guarda” – ricominciai. La giovane donna stava sudando dal terrore.

Poi all’improvviso, l’uomo sorrise. “Ahh, serangga!” Si alzò. “Stai qui, ho delle medicine per te.”

Stavo per essere salvato! Queste persone vivono a contatto con le vespe, giusto? Devono sicuramente avere un antidoto, qualcosa di tradizionale fatto con delle erbe. L’uomo mi disse di stendermi con la schiena verso l’alto, su cui ha poi cosparso qualcosa. La sensazione che mi dava era calda e pungente e il dolore cominciava a scemare. L’odore del medicinale era stranamente familiare.

Ho girato la testa e fra le sue mani ho visto un barattolo del famoso gel “Vicks VapoRub”. “No, no! Morirò”, piagnucolai. Uscii velocemente dalla stanza, dimenticandomi che mi trovavo sospeso qualche metro da terra. Mi sono quindi schiantato al suolo, rialzato nuovamente e fuggito via. Un ultimo e veloce sguardo all’indietro mi mostrò l’uomo sull’uscio della porta, un piccolo barattolo in una mano e la mia maglietta nell’altra, mentre mi fissava.

Appena poco prima di raggiungere la città, ho cominciato ad avere le convulsioni. Mi sentivo come se venissi sollevato da terra dalle le spalle e sbattuto a destra e sinistra. Dalla mia bocca cominciavano ad uscire schiuma e saliva. Arrancavo per le strade, rabbrividendo e singhiozzando, aggrappandomi agli edifici per rimanere in piedi, mentre le mie gambe cominciavano a cedere. Mi sono trascinato attraverso la porta dell’hotel fino alla nostra stanza, dove Adrian stava leggendo seduto sul letto.

“Oddio, hai un aspetto terribile”, ha esclamato. Ho tentato di parlare, ma la mia bocca non sembrava funzionare. Sono caduto di faccia sul letto, tremando violentemente. Deve aver notato i lividi sulla mia schiena perchè mi ha fatto ingerire un paio di antistaminici. Le fitte hanno cominciato a placarsi, e sono svenuto quasi subito. Sono rimasto incosciente per almeno 12 ore e al mio risveglio mi sentivo ripulito, vuoto, come se avessi appena subito una grande perdita. E’ occorso del tempo prima di rendermi conto che, tutto ciò che mi ero lasciato alle spalle, era la mia maglietta.

 

George Monbiot

Fonte: http://www.theguardian.com

Link: http://www.theguardian.com/commentisfree/2016/dec/28/giant-hornets-antidote-west-papua-vicks

28.12.2016

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VALENTINA P.

 

Pubblicato da Truman

9 Commenti

  1. Ma i dilettanti del Guardian dov’è che si presentano? Noi abbiamo già Fantozzi. Tutt’altra classe.

  2. Ahahah…questo mi ricorda la storia di un pilota di aereo che conoscevo.
    Era in franchigia per qualche giorno e se ne era andato lui e un amico collega su una spiaggia semideserta presso un villaggetto di pescatori dei Caraibi.
    Erano i primissimi anni ’80, le spiaggette deserte con quattro locali di colore con le capanne esistevano ancora.
    Stava in questi bungalows rudimentali in un ambiente meraviglioso ma anche infido. E infatti si sveglia al mattino, sente qualcosa di strano poi arriva la puntura lancinante e il dolore insopportabile.
    Butta all’aria le lenzuola e…orrore…uno scorpione tropicale lo aveva avvelenato!

    Urlando chiama l’amico che corre ma non può far altro che constatare che la parte si stava tumefacendo, il dolore pulsante aumentava, l’ansia faceva il resto.

    Poi non si sapeva chi chiamare per cui l’amico gambe in spalla va al villaggio dove nessuno sa dirgli nulla.
    Medici e ospedali nemmeno a parlarne, telefoni non ce n’erano…aspetta c’è Mamà Teresa che conosce le erbe e sa curare un sacco di malattie…e dov’è?…ora non c’è bisogna aspettare che torna alle 11.

    L’amico torna dal pilota e piangono insieme per la morte ormai inevitabile.
    Il pilota con grande forza d’animo pensa alla famiglia quindi fa testamento, con l’amico che prende appunti sconsolato.
    Le 11.
    Arriva Mamà Teresa, una negrona col sedere enorme e con il cure dents africano sempre in bocca guidata da un locale.
    Entra nel bungalows del pilota e gli chiede di malagrazia dove è stato morso.
    Qui qui…guardi…è tutto tumefatto…

    “Però fuè el escorpion blanco o el escorpion negro?”

    “El escorpion negro!!!”

    Mamà Teresa fa “Gnààà” e un gesto con la mano come a buttar via una cartaccia, si volta senza altre cerimonie e se ne va insieme al suo sedere.

    Il piolta e l’amico restano un attimo in silenzio poi danno la mancia al locale che aveva portato la curandera e se ne vanno al mare a prendere il sole.

  3. Certo che 2 bambini i loro genitori e i nonni fa 5.

  4. Questa esilarante storiella mi ricorda molto il racconto zen dell’uomo inseguito dalla tigre. Non sapendo cosa fare si mangia una fragola.

    Adesso se sostituite la tigre con le vespe e la fragola con la maglietta, cosa cambia?
    Non sapevo che Monbiot scrivesse storie zen. Se ne scopre sempre una di nuova…..

  5. Chiedo scusa a tutti ma non credo di avere capito la morale di questa storia.

    • Monbiot spiega all’inizio che è solo una storia e ogni tanto sente il bisogno di raccontare storie.
      Per inciso devo ancora rispondere alla email di un lettore che proponeva ogni tanto di inserire qualche storia tra tante deprimenti notizie di attualità. Risponderò che almeno in un caso l’abbiamo fatto.
      Eppure mi torna in mente qualcuno (forse era Wu Ming) che diceva: “Tutto quel che abbiamo sono storie”.

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