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PERCHE' L'OCCIDENTE NON CAPISCE PIU' LA RUSSIA. UNA LETTURA CRITICA

DI MARIO RIMINI

ilfoglio.it

Analisi magistrale e illuminante di rara chiarezza e onestà intellettuale che fa onore al Foglio nel deserto del conformismo giornalistico italiano.

La Mosca preferita dagli Stati Uniti? Quella che non aveva politica estera e la cui identità nazionale era in crisi. La svolta di Vladimir Putin e il ruolo della Cecenia

Quando la Russia era amica degli Stati Uniti, Pavel Grachev era ministro della Difesa, dal 1992 al 1996. Erano gli anni della transizione post sovietica. Il Presidente Yeltsin e i suoi giovani riformatori traghettavano un paese lacero e miserabile verso un futuro di libertà stracciona, di occidentalismo predatorio, di privatizzazione da Far West. Una Russia società aperta, che danzava ubriaca sulla fune sopra il baratro. E senza rete di salvataggio. Era, quella, la Russia degli americani. In nessun periodo storico fu Mosca più vezzeggiata, lusingata e accarezzata dall’affabile alleato transatlantico. Nel momento in cui rinunciò a qualunque politica estera, a qualunque sfera di influenza, all’interesse nazionale e alla geopolitica, i sorrisi della politica americana si sprecarono per anni, promettendo ai russi integrazione, sviluppo, benessere. E consegnando invece, tutt’al più, una copia vintage e involgarita delle luci di New York sulle cupole zariste e i condomini khruscioviani lungo la Moscova.

Pochi russi ammassavano fortune d’altri tempi sulle ceneri di una superpotenza in saldo. Una generazione di giovani vedeva scomparire l’istruzione, la sanità, la sicurezza di uno stipendio povero ma in grado di assicurare la spesa quotidiana e un tetto. Milioni di ragazze scoprivano che i loro corpi avevano un mercato, per le strade di Mosca invase dai turisti o nelle città d’Europa finalmente accessibili per una schiavitù diversa dalla solita, e più brutale. Gli orfanotrofi traboccavano di creature malnutrite rifiutate da famiglie scomparse e abbandonate da uno stato in bancarotta. La droga, il collasso dei servizi pubblici e l’anomia sociale mietevano un numero incalcolabile di giovani vittime ai quattro angoli di un impero arrugginito, venduto pezzo per pezzo come metallo di scarto sui mercati mondiali della corruzione e del malaffare. Mosca e San Pietroburgo, di notte, facevano paura. Crimine fuori controllo, omicidi spiccioli ed esecuzioni mafiose in grande stile terrorizzavano città senza più legge, dove la polizia sopravviveva grazie alle mazzette e all’estorsione e i malviventi regnavano come mai i Corleone e i Riina avrebbero potuto sognare nella loro terra. La Russia di Yeltsin non era più orso. Era semmai un elefante mutilato e sanguinante, cui bracconieri indigeni e stranieri somministravano stupefacenti per tenerlo in vita, mentre gli rubavano avorio, organi, e anima.

E poi c’era l’esercito. L’istituzione che aveva, sin dalla rivoluzione d’ottobre, rappresentato la gloria e la potenza, il vanto e l’orgoglio, il blasone e il sigillo della leadership mondiale della Russia dei Soviet. Non più Armata Rossa ma Russa, l’esercito era allora sotto la guida di Grachev. Una figura dimenticata ma preziosa, per capire la storia. Non la storia dei summit e delle dichiarazioni diplomatiche, no. La storia di uomini e donne, di carne e di sangue, di vita e di morte. La storia dei russi, contro la storia dei think tank e delle accademie e dei fondi monetari. Era il dicembre 1994 e Grachev aveva dichiarato con boria mediatica che l’esercito russo avrebbe potuto conquistare Grozny in 24 ore con un solo reggimento di paracadutisti. Perché oltre che dissanguata, derelitta e derubata, la Russia di Yeltsin era anche a un passo dalla disintegrazione. Regioni ribelli guidate da delinquenti e corrotti premevano per la secessione da un potere centrale che non aveva più potere, ne’ centralità. E se il corpo rischiava la metastasi, il cancro da cui questo minacciava di diffondersi era la Cecenia. Dicono i pettegolezzi, che sono un po’ anche cronaca, che Grachev avesse dato l’ordine di invadere Grozny di notte, ubriaco. E così la mattina di capodanno del 1995 la capitale caucasica fu svegliata dalle bombe e dai carri armati. Era la prima volta che l’Armata Russa combatteva. E fu un disastro che nemmeno gli analisti più cinici avrebbero previsto. Lungi dall’impiegare un solo battaglione di paracadutisti, Grachev riversò su Grozny tutto quello che aveva. Tank, artiglieria, aviazione. E lungi dall’ottenere la rapida vittoria che aveva promesso, si risvegliò dalla supposta sbronza con le notizie di una catastrofe nazionale. L’Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più.

C’era, al suo posto, l’esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d’America. Un’armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall’America aveva gettato la Russia esiste, questo e’ senz’altro la campagna cecena di Pavel Grachev. D’altronde, l’Armata Russa era la stessa di cui filtravano notizie di soldati ridotti alla fame nelle basi dell’estremo Oriente, o venduti a San Pietroburgo come prostituti a ora per clienti facoltosi, o massacrati nei riti d’iniziazione sfuggiti a qualunque regola e disciplina, o suicidi in massa per sfuggire a violenze e soprusi impuniti. E così in Cecenia, dopo un bilancio di migliaia di soldati uccisi e fatti prigionieri, di una città rasa al suolo e di civili sterminati, il cancro non era stato nemmeno estirpato. E un anno dopo, i ribelli l’avrebbero riconquistata. Grachev perse la faccia. E la Russia con lui. Mentre le madri dei piccoli soldati usati come carne da cannone iniziarono le loro coraggiose manifestazioni pubbliche davanti ai lugubri ministeri moscoviti, che tanto le facevano assomigliare alle danze solitarie delle madri dei desaparecidos sudamericani. E sarebbe stata una ricerca disperata, straziante e inutile, perché dei figli soldati della Russia non v’erano notizie, ne’ sepoltura, né nomi. Scomparsi nel nulla, saltati in aria nei carri sgangherati di Grachev, torturati nelle prigioni improvvisate dei mujaheddin ceceni. Inghiottiti dal drago di un paese allo sfacelo. Che però, allora, era il darling della Casa Bianca.

Per questo, oggi, non capiamo Putin. Perché ci rifiutiamo di vedere la storia degli uomini e ci soffermiamo invece sui paper delle accademie. Quelli che ci dicono che Putin è un fascista che sta distruggendo la Russia. Quelli che ci parlano di un paese prigioniero di una nuova tirannia. Quelli che dipingono la Crimea come una nuova Cecoslovacchia e l’Ucraina come la Polonia di Hitler. Quelli che sono, oggi, la copia speculare di ciò che condannano. Propaganda. Perché la Russia non è più stracciona, e Putin lentamente l’ha cambiata. Ha ricostruito lo stato. Non è un modello di democrazia di Westminster, no di certo. Ma esiste, e fa qualcosa. Ha recuperato, legalmente e illegalmente, parte di quell’eredità che l’oligarchia mafiosa aveva comprato alla fiera dell’est, per due soldi. Ha curato i focolai tumorali che minacciavano la sopravvivenza della Federazione. Ha riparato i carri armati, e li ha svuotati degli adolescenti di leva, riempiendoli di soldati professionisti. Ha licenziato la leadership alcolista, e investito in ricerca e sviluppo. Ha riaperto le fabbriche del complesso militare industriale che non è certo la chiave del futuro, ma che è tutto ciò che la Russia aveva e da cui poteva ripartire. E quando il paese ha smesso di presentarsi ai summit internazionali scalzo e rattoppato per supplicare l’America e le sue istituzioni finanziarie di elargire un altro prestito ipotecando in cambio l’interesse nazionale, la Russia di Putin ne ha ripreso in mano il dossier. E ne ha rilette, una dopo l’altra, le pagine dimenticate.

La sorpresa della Crimea, per questo motivo, è tale solo per gli ipocriti, gli smemorati, e gli ingenui. La Crimea fu uno degli scogli più insidiosi su cui la transizione post sovietica rischio’ di naufragare, già negli anni ’90, quando per poco non scatenò una guerra. In Crimea c’erano Sebastopoli e la flotta del Mar Nero. L’intera geopolitica zarista e poi sovietica aveva da sempre cercato lo sbocco verso il Mediterraneo, lo sanno anche i bambini delle medie. Non è certo un’invenzione di Putin. La Crimea è stata sempre la colonna portante dell’interesse nazionale russo. Non è Putin che ha stravolto la storia rivendicandola e riconquistandola. Era stata la debolezza e la disperazione degli anni di Yeltsin a far accettare obtorto collo a Mosca la rinuncia a una penisola che è insieme strategia e letteratura e icona e identità. La perdita della Crimea fu per i russi una dolorosa circostanza storica, mai una scelta coraggiosa.

L’aspro confronto tra Obama e Putin è tutto qui. L’elefante tramortito è ritornato orso. E rifiuta le sbarre della gabbia che la Nato nell’ultimo decennio gli ha costruito addosso, a dispetto delle dichiarazioni di amicizia e di rispetto. Il livore di Obama ha così dipinto la Crimea come la prova della cattiveria di Putin, e l’Europa sbadata gli ha creduto. E ora che la Russia interviene su uno scacchiere mediorientale da cui mancava da vent’anni, la Casa Bianca si agita scomposta. Ma vent’anni di egemonia statunitense in Medio Oriente e Nord Africa cosa hanno prodotto? La farsa dell’Iraq e la sua tragedia umana. Lo Stato Islamico e il suo regno di barbarie. Il collasso della Siria e i milioni di profughi e la sua guerra senza sbocco. La fine della Libia. Ed è solo l’inizio di un terremoto che l’America stessa ha scatenato, ma che le e’ ormai sfuggito di mano. Persino i paesi della regione lo sanno. E oggi iniziano a guardare a Putin più che a Obama, cui rimane la retorica da guerra fredda, l’uso spregiudicato delle sanzioni con la scusa dei diritti umani, e la scelta sconsiderata di perdere la Russia.

Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt’altro che scontato. Il giovane ignoto che si insedio’ sullo scranno degli Zar quando Yeltsin barcollò via con un ultimo brindisi, non verrà giudicato dalla storia per i pettegolezzi su come abbia passato il compleanno e sul costo dell’orologio che porta al polso, temi oggi prediletti da riviste un tempo autorevoli come Foreign Policy. Il verdetto è già scritto. E’ nelle immagini che lo mostrano assieme al ministro della Difesa Shoigu nelle stanze dei bottoni del suo esercito, da cui la campagna siriana viene coordinata. Sono passati solo due decenni, ma sembrano anni luce dalle gaffe di Yeltsin, e dalla disfatta cecena di Grachev. Se Obama non gradisce, non è per i diritti umani dei russi. Washington ha approfittato della penosa transizione russa per arraffare quanto più spazio geopolitico ha potuto, in Europa, in Medio Oriente, nel Pacifico. E adesso che al Cremlino non siede più un ubriacone cardiopatico, e l’esercito non è più il soldatino di latta di Grachev, l’America, di colpo, ha deposto le lusinghe. E ha perso il sorriso. E minaccia di trascinarci, tutti, in uno scontro frontale con la Russia. Per i suoi interessi, e contro i nostri. Che sono quelli di un’Europa che non si fermi di colpo alla frontiera bielorussa.

Mario Rimini

Fonte: www.ilfoglio.i

Link: http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/10/09/russia-percheoccidente-non-capisce-piu-mosca___1-v-133686-rubriche_c774.htm

9.10.2015

Pubblicato da Davide

  • dino23

    …… questa combriccola chiamata "il foglio", davvero , stupefacente !

  • Sigfrido_Mogherini

    Putin e di conseguenza la Russia, fanno paura agli Stati Uniti e a questa Europa neoliberista perché dicono cose di buon senso e condivisibili da ogni abitante del globo del tipo: non permetteremo ai musulmani di dettare legge nel nostro paese, non permetteremo ai filonazisti ucraini di mangiarsi la Crimea, non permetteremo di abbattare il regime siriano con le armi, non permetteremo ai migranti di devastare il popolo russo sono loro che devono adattarsi a noi, non permetteremo alle ignobili teorie gender di corrompere la nostra nazione e di diventare la norma, non permetteremo agli americani di essere l’unico gendarme del mondo. Esattamente il contrario di cio’ che sta facendo l’Europa dove da tempo non alberga piu’ il buonsenso come del resto non alberga piu’ negli States dall’elezione di Bush junior in poi( prima qualcosa di buono si era visto). Forse sta sorgendo un nuovo muro di Berlino, un nuovo clima da guerra fredda e non posso che rallegrarmi di questo perché e’ stata la prematura e repentina caduta del muro a consegnare il mondo nelle mani dei falchi neoliberisti che ci stanno portando alla catastrofe. In fondo si stava meglio quando si stava peggio…….

  • Neriana

    Riportare gli articoli del Foglio ?

    Peccato CdC
  • neutrino

    Evidentemente in Europa qualcosa si sta muovendo, anche nell’informazione mainstream. Era ora.

  • clausneghe

    Veramente ben scritto, onesto e giusto, non si direbbe materiale del "foglio". Complimenti a Mario Rimini, l’Autore.

    Sì, l’Orso si è svegliato dal lungo letargo ipnotico ed ora ha iniziato a correre, e si sa che quando l’Orso corre i rami della foresta saltano.
    Farà un gran casino quest’Orso e se guarderà dalla nostra parte vedrete il Pinguino che ci governa con i suoi lacchè della Nato, farsi piccolo piccolo, impallidire, con le braccia cascanti,in preda al terrore…
  • andriun

    Tutto ben scritto complimenti. Peccato che di onestà intellettuale ne vedo poca: non si dice mai che la Russia può permettersi tutto ciò perchè trattasi di un Paese(e non è l’unico) di stampo maschilista. Ha rimesso "in riga la donna"(che non sembra, salvo qualche caso sporadico aversene a male) e ha ricomposto la nazione. 

    E’ evidentemente che il nostro di regime non consente di essere oggettivi, motivo per cui oggi si dice che la donna è intellettualmente onesta: poi nell’ipotesi irreale dove gli effeminati lascino spazio agli UOMINI sarebbe certamente più difficile per lei difendere la presenza di quote-rosa e degli assegni divorzili sbilanciati in suo favore e quindi ingiusti.
  • rbk

    mmmmm….secondo me il foglio senza Ferrara è uno strumento pericoloso e di dubbio passaporto… per cui leggendo sono indotto a fare e pensare esattamente l’opposto di quello che dice.

  • oldhunter

    Ecco i soliti italiani… correre in aiuto al vincitore!

  • MarioG

    Si sente amareggiato dalla firma o dall’articolo?

  • Aironeblu

    Veramente un bellissimo articolo. Stupisce il farro di leggerlo sul Foglio, ma stupirebbe molto più vederlo sul Corriere della Serva o sulla Repubblica delle banane.

    Complimenti a Mario Rimini, una consolazione leggere un giornalista mainstream capace di vedere gli avvenimenti e di scriverli.
  • LeoneVerde

    "Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt’altro che scontato."

    Siamo troppo abituati a personaggi politici che sono solo cani sdraiati sotto il tavolo del padrone ad attendere briciole. Miserabili mossi da ambizioni minime. Quando vediamo un politico che ha l’ambizione di restare nella storia e scriverne un capitolo, ci sembra strano e "immorale". Putin non è il mio presidente. La Russia non è il mio paese e non è la mia cultura. Ma vorrei vedere politici in questo paese avere un’ambizione più elevata dell’essere servo della Commissione Europea e dell’Asse Atlantico. Vorrei vederli animati da passione vera e fierezza, dall’ideale di riportare questo Paese e la sua tradizione umanista ad essere qualcosa di più di un mercato da sfruttare, un riferimento di politica progressista e lungimirante per il mondo, a tornare ad essere l’ago della bilancia in un mondo alla deriva.

  • ilsanto

    perchè ? cosa dovrebbe riportare ? non mi sembra male

  • ilsanto

    scusa ma vedi tutto in chiave maschio femmina effeminati ? non è una fissazione ?

  • ilsanto

    speriamo certo è che un conto è la Russia altro l’Italia, il cui ruolo onestamente è solo nella speranza che l’Europa diventi protagonista nel mondo come appunto USA, Cina, Russia.