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PERCHE' LASCIO LA MIA COMUNITA' EBRAICA

DI MONI OVADIA
ilmanifesto.it

Lunedì scorso tramite un’intervista chiestami dal Fatto Quotidiano (1), ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, ed esclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori.

A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità di ebreo pur essendo agnostico. Ci tengo, sia chiaro, per come la vedo e la sento io. La mia visione ovviamente non impegna nessun altro essere umano, ebreo o non ebreo che sia, se non in base a consonanze e risonanze per sua libera scelta. Sono molteplici le ragioni che mi legano a questa «appartenenza».

Una delle più importanti è lo splendore paradossale che caratterizza l’ebraismo: la fondazione dell’universalismo e dell’umanesimo monoteista – prima radice dirompente dell’umanesimo tout court – attraverso un particolarismo geniale che si esprime in una “elezione” dal basso. Il concetto di popolo eletto è uno dei più equivocati e fraintesi di tutta la storia.

Chi sono dunque gli ebrei e perché vengono eletti? Il grande rabbino Chaim Potok, direttore del Jewish Seminar di New York, nel suo «Storia degli ebrei» li descrive grosso modo così : «Erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici sbandati. Ed erano: Israeliti discendenti di Giacobbe, Accadi, Ittiti, transfughi Egizi e molti habiru, parola di derivazione accadica che indica i briganti vagabondi a vario titolo: ribelli, sovversivi, ladri, ruffiani, contrabbandieri. Ma soprattutto gli ebrei erano schiavi e stranieri, la schiuma della terra». Il divino che incontrano si dichiara Dio dello schiavo e dello Straniero. E, inevitabilmente, legittimandosi dal basso non può che essere il Dio della fratellanza universale e dell’uguaglianza.

Non si dimentichi mai che il «comandamento più ripetuto nella Torah sarà: Amerai lo straniero! Ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto! Io sono il Signore!» L’amore per lo straniero è fondativo dell’Ethos ebraico. Questo «mucchio selvaggio» segue un profeta balbuziente, un vecchio di ottant’anni che ha fatto per sessant’anni il pastore, mestiere da donne e da bambini. Lo segue verso la libertà e verso un’elezione dal basso che fa dell’ultimo, dell’infimo, l’eletto – avanguardia di un processo di liberazione/redenzione. Ritroveremo la stessa prospettiva nell’ebreo Gesù: «Beati gli ultimi che saranno i primi» e nell’ebreo Marx: «La classe operaia, gli ultimi della scala sociale, con la sua lotta riscatterà l’umanità tutta dallo sfruttamento e dall’alienazione».
Il popolo di Mosé fu inoltre una minoranza. Solo il venti per cento degli ebrei intrapresero il progetto, la stragrande maggioranza preferì la dura ma rassicurante certezza della schiavitù all’aspra e difficile vertigine della libertà.

Dalla rivoluzionaria impresa di questi meticci «dalla dura cervice», scaturì un orizzonte inaudito che fu certamente anche un’istanza di fede e di religione, ma fu soprattutto una sconvolgente idea di società e di umanità fondata sulla giustizia sociale.

Lo possiamo ascoltare nelle parole infiammate del profeta Isaia. Il profeta mette la sua voce e la sua indignazione al servizio del Santo Benedetto che è il vero latore del messaggio: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero, sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono per me un peso sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».( Isaia I, cap 1 vv 11- 17).

Il messaggio è inequivocabile. Il divino rifiuta la religione dei baciapile e chiede la giustizia sociale, la lotta a fianco dell’oppresso, la difesa dei diritti dei deboli. Un corto circuito della sensibilità fa sì che molti ebrei leggano e non ascoltino, guardino e non vedano. Per questo malfunzionamento delle sinapsi della giustizia, i palestinesi non vengono percepiti come oppressi, i loro diritti come sacrosanti, la loro oppressione innegabile.

Qual’è il guasto che ha creato il corto circuito. Uno smottamento del senso che ha provocato la sostituzione del fine con il mezzo. La creazione di uno Stato ebraico non è stato più pensato come un modo per dare vita ad un modello di società giusta per tutti, per se stessi e per i vicini, ma un mezzo per l’affermazione con la forza di un nazionalismo idolatrico nutrito dalla mistica della terra, sì che molti ebrei, in Israele stesso e nella diaspora, progressivamente hanno messo lo Stato d’ Israele al posto della Torah e lo Stato d’Israele, per essi, ha cessato di essere l’entità legittimata dal diritto internazionale, nelle giuste condizioni di sicurezza, che ha il suo confine nella Green Line, ed è diventato sempre più la Grande Israele, legittimata dal fanatismo religioso e dai governi della destra più aggressiva. Essi si pretendono depositari di una ragione a priori.

Per questi ebrei, diversi dei quali alla testa delle istituzioni comunitarie, il buon ebreo deve attenersi allo slogan: un popolo, una terra, un governo, in tedesco suona: ein Folk, ein Reich, ein Land. Sinistro non è vero? Questi ebrei proclamano ad ogni piè sospinto che Israele è l’unico Stato democratico in Medio Oriente. Ma se qualcuno si azzarda a criticare con fermezza democratica la scellerata politica di estensione delle colonizzazioni, lo linciano con accuse infamanti e criminogene e lo ostracizzano come si fa nelle peggiori dittature.

Ecco perché posso con disinvoltura lasciare una comunità ebraica che si è ridotta a questo livello di indegnità, ma non posso rinunciare a battermi con tutte le mie forze per i valori più sacrali dell’ebraismo che sono poi i valori universali dell’uomo.

Moni Ovadia
Fonte: www.ilmanifesto.it
Link: http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20131108/manip2pg/01/manip2pz/348271/
8.11.2013

1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/05/moni-ovadia-lascio-comunita-ebraica-fa-propaganda-a-israele/766554/

Pubblicato da Davide

  • tania

    Bravissimo Moni Ovadia . C’è soltanto un piccolo passggio che non mi sento di condividere . Anzi esattamente un’espressione , “umanesimo monoteista” , che a mio avviso è un ossimoro .
    Secondo me il monoteismo ( sia esso ebraismo , cristianesimo o islamismo ) di per sé compiuto , perfetto , razionale , assolutamente coerente ( una coerenza totale , dato che si fonda sull’ unità di fede e di cerimonie ) esibisce ciò che è il suo più grave inconveniente : l’intolleranza . Invece il politeismo è di per sé aperto , disponibile al dialogo e alla corruttibilità , conciliante , socievole , “così socievole che se anche incontra , in una religione avversa , ostilità e ferocia , difficilmente se ne sdegna o se ne tiene lontano” ( D.Hume in “Dialogues Concerning Natural Religion” pag 80 ) . I monoteismi sono la religione del libro scritto , sono per definizione chiusi , compatti , incorruttibili , duri : il monoteismo è programmaticamente avverso all’alterità , all’alterazione di sé , ed è per ciò che considero l’espressione “umanesimo monoteista” un ossimoro .

  • sfruc

    Grande Moni. Ti ho sempre adorato. Franzaldo

  • RicardoDenner

    Bè..a questo punto si può lasciare anche l’ebraismo e diventare un semplice essere umano..
    Ma questo passo è il più difficile..

  • Affus

    bravo ! adesso si che dimostri di essere un grande ebreo !

  • glab

    mah, e la sciarpa che indossa che appartenenza manifesta?
    si è grandi uomini solo quando non si ha più la necessità di essere un’appendice/appartenenza ad altro;
    l’uomo intero non ha bisogno alcuno di appartenere ad altro, sa esistere di suo!

  • cardisem

    Nessuna intenzione polemica verso Moni Ovadia, ma anche questo caso conferma le analisi di Gilad Atzmon, ossia la sua teoria sul “primatismo razziale” sionista. Moni dice di uscire dalla “comunità ebraica”, ma questa comunità appare essere una sorta di stato nello stato, di qualcosa di altro dai restanti cittadini italiani, che sono siciliani, napoletani, genovesi, abruzzesi… ma nessuno di loro “esce” dalle rispettive “comunità” e soprattutto il loro uscirne non suscita le reazioni che si leggono nei siti ufficiali ebraici… Non è forse giunto il momento di riflettere seriamente, e beninteso senza nessuna ostilità, su queste forme aggregative, uniche nel loro genere? Sono un “popolo” a se stante? E che senso ha un popolo che vive e prospera dentro un altro popolo? Si è mai visto qualcosa del genere nella storia dell’umanità intera?

  • eresiarca

    Domande retoriche che non otterranno mai una risposta da un qualsiasi Moni Ovadia, che sinceramente, con i suoi “atti di coraggio”, ci ha proprio stufato.

  • cardisem

    La mia non era una domanda a Moni Ovadia… Neppure ci pensavo! Era un invito alla comune riflessione.

  • Primadellesabbie

    Ma la simmetria, nascosta nell’espressione “umanesimo monoteista”, pare proprio indicare la tentazione a scivolare, prima o poi, dalla centralità della divinità a quella dell’uomo, appunto. E noi diamo solitamente al termine umanesimo proprio quello speciale significato. Quindi non ci vedrei, come tu fai, l’ossimoro.

    Peraltro ti ringrazio per la bella citazione che non conoscevo accompagnata dalle tue considerazioni.

  • geopardy

    Il monoteismo, in definitiva, non ti sembra un tentativo di unificazione dell’uomo in un unico progetto?

    Non si nasconde, dietro a tale concetto, la separazione tra uomo e natura?

    Non sembra il suggello dell’eccezionalità dell’essere umano nel contesto naturale, che gli dà diritto a fare, disfare e manipolare l’ambiente stesso a suo piacimento?

    Il fine attuale non sembra una deviazione del concetto dell’Eden perduto, volto a ricreare una sorta di proprio Eden sulla base delle conoscenze tecnologiche soggette ai vizi dell’uomo?

    Non ha contribuito, forse, a creare un uomo in fuga dalla natura ed, in definitiva, da se stesso, con l’illusione di essere lui il “creatore”?

    Il concetto di immagine e somiglianza mi sembra sia stato intertiorizzato creando un auto-identità di dominatore sulla natura, la più grande illusione, secondo me, generata dalla fuga da se stesso.

    In realtà non dominiamo niente, scimmiottiamo le leggi della natura alle quali non possiamo sfuggire, facendolo, utilizziamo un meccanismo che è l’esatto contrario del processo naturale, il quale è basato sulla stabilizzazione di ogni suo evento al minimo dell’energia possibile, in un processo temporale tale da non generare scorie difficilmente eliminabili, mentre le nostre tecniche copiative sono estremamente dissipanti dal punto di vista delle risorse di ogni tipo.

    Ora sognamo di ricreare la terra in altri pianeti, aggiungendo fuga alla fuga e tentativo, al tempo stesso, forse inconscio, di porre rimedio ai propri errori su questo nostro pianeta, ancora una volta in maniera illusoria.

    Il quesito, semmai, è un altro, perchè all’uomo la natura (o chiunque o qualsiasi cosa appartenga ai nostri concetti) ha affibbiato questa opportunità?

    Per dare risposta a questa domanda, che, di fatto, registra un’eccezionalità innegabile dell’umanità, nascono religioni e filosofie mutabili nel tempo, che è il meccanismo a cui la continua mutabilità si affida.

  • senzaesclusiva

    Grande Moni. Questi sono gli ebrei che amo.Forti della loro identità e critici verso le mistificazioni, da qualunque parte arrivino. Grazie

  • Blackrose4400

    Si che si sono visti. Si chiamano parassiti, si chiamano cancro. Fanno finta di appartenere al popolo che li ospita ma poi ne prendono possesso e ne succhiano la linfa vitale uccidendo l’ospite. Penso che sia proprio un’esempio adatto visto quello che stanno facendo ai palestinesi e quello che fanno al pianeta attraverso la finanza internazionale che è indubbiamente in mano loro.