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PERCH LE DISUGUAGLIANZE STANNO CRESCENDO?

DI VICENÇ NAVARRO

Rebelion.org

Che nella maggioranza dei paesi dell’OCSE, (il club dei paesi più ricchi del mondo), le disuguaglianze siano andate crescendo dagli inizi del XX secolo fino a raggiungere livelli sconosciuti è una realtà che quasi nessuno mette più in discussione.

Solo alcuni ultra liberali, i quali negano persino che sia in atto un cambiamento climatico, continuano negarlo. Le spiegazioni più frequenti che si danno alla crescita di questo fenomeno sono principalmente due. Una è quella che con l’introduzione di nuove tecnologie, nei paesi con economie maggiormente sviluppate, sono andati persi moltissimi posti di lavoro, decremento che si incentra principalmente nei settori lavorativi con manodopera a bassa specializzazione.

Ne consegue, secondo questa tesi, che in tali paesi si raggiunge un maggiore tasso di disoccupazione tra i lavoratori meno qualificati.
Questo spiega l’enfasi che molti governi mettono allo sviluppo di un modello formativo avviato ad ampliare la specializzazione della manodopera.

La soluzione proposta da parte di quei settori politici che spiegano le sperequazioni sociali con l’esigua offerta di formazione qualificata tra la popolazione, è quella di incrementare la specializzazione della manodopera attraverso l’istruzione.

Questo argomento, tuttavia, spiega molto poco la crescita delle disuguaglianze, perché la meccanizzazione dei posti di lavoro poco qualificati non è un fenomeno nuovo.
Infatti, la meccanizzazione del lavoro è esistita sin dal principio del lavoro salariato, essendone stata una costante.

Non sembrerebbe, dunque, che la meccanizzazione possa essere una delle principali cause della distruzione dei posti di lavoro e dell’estensione della disoccupazione.
L’innovazione sta colpendo anche posti di lavoro ad elevata tecnologia e specializzazione. Oggi, un tecnico specialista in radiodiagnostica, per esempio, sostituisce in molti ospedali i medici radiologi.
In realtà, non c’è evidenza che le nuove tecnologie stiano colpendo maggiormente i lavoratori meno qualificati rispetto a quelli in possesso di maggiore specializzazione.

Secondo le statistiche di impiego del governo federale degli USA, i posti di lavoro che stanno crescendo maggiormente sono quelli meno qualificati, molto più di quelli ad elevata specializzazione. Non sembra, dunque, convincente che i cambiamenti tecnologici siano una causa di questa enorme crescita delle disuguaglianze.

La globalizzazione come causa della crescita delle diseguaglianze? La seconda spiegazione più comune che si dà per spiegare tale crescita è quella della globalizzazione economica. Costantemente si fa riferimento ai posti di lavoro che si stanno de localizzando, per esempio, in Cina, posti di lavoro che per regola generale sono di bassa qualifica. C’è in realtà un elemento di verità in questo argomento. Ma solo un elemento, perché questa tesi ignora che questa migrazione è basata inizialmente sulla fuoriuscita di posti di lavoro meno qualificati e ciò malgrado nei paesi dove tali posti si stabiliscono, abbiano anche molti lavoratori con un elevato grado di formazione che farebbero correttamente (e con minore salario) i lavori di alta specializzazione esistenti in quegli stessi paesi che de localizzano la manodopera non qualificata. Il fatto che siano questi ultimi e non i primi quelli che esportano si deve, come bene dice Dean Baker (del Center for Economic and Policy Research degli USA), al fatto che i lavoratori con un’elevata specializzazione in quei paesi hanno molto più potere dei lavoratori non qualificati.

Questi professionisti, attraverso le loro organizzazioni professionali, sono capaci di influenzare lo Stato affinché sviluppi politiche protezionistiche che non consentano simile competitività con i lavoratori stranieri.
Mi sarà detto, con ragione, che anche questi lavori qualificati si stanno esportando.
Però questo sta accadendo con minore frequenza che tra i lavoratori non qualificati.

Questo fatto mostra come le cause maggiori della crescita delle disuguaglianze, sia all’interno di ciascun paese che a livello mondiale, sono politiche (cioè, collegate con le dinamiche di potere), più che economiche. In quei paesi dove il mondo del lavoro ha maggiore potere politico ci sono meno disuguaglianze. Ed in quei paesi dove il capitale (i grandi gruppi finanziari ed economici) ha maggiore influenza politica, le disuguaglianze sono maggiori.
I paesi scandinavi che, per la loro ridotta dimensione hanno avuto economie altamente globalizzate (cioè integrate nell’economia mondiale) sono tuttavia paesi con meno disuguaglianze e ciò si deve al gran potere che hanno avuto storicamente le sinistre in quei paesi, una situazione che è opposta a quella dei paesi del sud dell’Europa, che storicamente hanno avuto alcune destre forti ed unite ed alcune sinistre deboli e disunite, responsabili delle grandi disuguaglianze in questi ultimi paesi.

Le cause maggiori della crescita delle disuguaglianze si devono all’enorme influenza politica del mondo del capitale a scapito del mondo del lavoro.

Il che mi porta all’ultimo punto che voglio sottolineare. La grande crescita delle disuguaglianze è un indicatore dell’enorme influenza del capitale finanziario e imprenditoriale sugli apparati dello Stato, a scapito dell’influenza del mondo del lavoro, che ha continuato a perdere la sua influenza su quegli apparati. L’incorporazione e lo sviluppo dell’ideologia neoliberista dentro le politiche pubbliche dei partiti governanti, comprese le sinistre maggioritarie, è una conseguenza di questo differenziale di influenze che hanno le distinte classi sociali sullo Stato. In altre parole, è la vittoria del capitale sul lavoro quella che ha portato ad un’enorme concentrazione dei redditi e della proprietà, trasformando la lotta di classe tradizionale in un altro conflitto che è molto più ampio dell’esistente tra la borghesia da una parte e la classe operaia per l’altro. A questo ultimo conflitto (che continua ad esistere) bisogna aggiungere il conflitto di una minoranza della popolazione contro la sua maggioranza. Col risultato che il rimedio a questa enorme crescita delle disuguaglianze sia la democratizzazione degli apparati dello Stato trasformandoli in un’istituzione al servizio della maggioranza, invece che al servizio della minoranza, come sta accadendo ora.

L’evidenza scientifica che appoggia tale spiegazione della crescita delle disuguaglianze è sconfortante.

E questa democratizzazione non accadrà a meno che non si rompa il legame che unisce gli apparati dirigenti dei partiti governanti con quelli gestionali delle grandi aziende ed istituzioni finanziarie. È molto preoccupante vedere questo legame riprodursi perfino nei partiti di centrosinistra al governo, dove vediamo ex dirigenti della socialdemocrazia impiegati in alcune delle imprese che si sono avvantaggiate e continuano ad avvantaggiarsi sempre di più dell’intervento dello Stato.

Questo fatto dovrebbe essere denunciato, poiché è questo legame ciò che sta alla radice del problema della crescita delle disuguaglianze. Oggi, la perdita di legittimità della democrazia si basa precisamente sull’eccessivo potere che il mondo del capitale, e più marcatamente il capitale finanziario, ha sullo Stato.

La già poco sviluppata democrazia spagnola non potrà crescere se non si spezza questo legame del mondo finanziario ed imprenditoriale con lo Stato. Quando Endesa (compagnia elettrica spagnola n.d.t.), per esempio, invita un ex Ministro dell’Economia del PSOE (Partito Socialista Operario Spagnolo n.d.t.) ad integrarsi nel suo management, non lo fa per la sua conoscenza del settore energetico, bensì perché è una fonte di competenza e di contatti con le strutture dello Stato che giova a tale impresa, un’impresa il cui servizio alla società è molto discutibile e poco etico, comportamento facilitato da un’eccessiva influenza sullo Stato.

Il numero di dirigenti del PSOE che oggi occupano posti nelle grandi imprese del paese è enorme. Questa relazione tra mondo finanziario e mondo imprenditoriale con i partiti conservatori e liberali è stata la caratteristica dei partiti di destra.
Quello che è preoccupante è che questa relazione si sta producendo anche nei partiti maggioritari di sinistra. Lì sta l’origine della crescita delle disuguaglianze.
Queste sono le conseguenze di questa commistione di potere economico e politico.

Ultime osservazioni sulle disuguaglianze in Spagna. Esiste tra ampi settori delle sinistre in Spagna una percezione erronea che quello che succede in Spagna è prevalentemente determinato da forze esterne al paese.
Questa percezione appare nella frase costantemente riportata in incontri politici e mediatici del paese “che gli stati stanno sparendo” e/o “è poco quello che possono fare oggigiorno.”

Tale posizione è profondamente erronea e serve a giustificare politiche pubbliche reazionarie ed impopolari. Il congelamento delle pensioni, presentato come risultato delle pressioni della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea, è un esempio di ciò. Lo stato avrebbe potuto ottenere perfino più denaro invertendo la diminuzione dell’imposta di successione che aveva approvato in un precedente momento.

Queste politiche classiste sono portate a compimento dal ceto governante in Spagna, in alleanza con quello dell’Unione Europea con il quale condivide interessi di classe.
Le enormi disuguaglianze in Spagna (la Spagna è il paese che, dopo la Lettonia, ha maggiori disuguaglianze nell’UE) sono basate nell’eccessiva influenza del settore bancario e dei grandi imprenditori sullo Stato, realtà che è opportunamente percepita dalla cittadinanza. Secondo l’Inchiesta sulle Tendenze Sociali (Sondaggio di Opinione n.d.t.), le banche e la CEOE (Confederazione Spagnola delle Organizzazioni dei Datori di Lavoro n.d.t.) sono percepiti per la gran parte della popolazione spagnola come i settori che hanno maggiore potere in Spagna.

La manifestazione del suo illecito potere sullo Stato è la causa maggiore della perdita di legittimità della democrazia. Ed è questa influenza che ha raggiunto livelli senza precedenti nel periodo democratico e che fa si che, malgrado la percentuale della popolazione attiva sia aumentata, i redditi da lavoro come percentuale del Reddito Nazionale siano diminuiti essendo oggi, una percentuale inferiore ai redditi da capitale, vale a dire, che sono aumentati i benefici imprenditoriali, situazione che si è aggravata ancora più in questi anni di crisi (dal 2007), nei quali la percentuale della popolazione in condizione lavorativa è diminuita. La crisi ha danneggiato il livello di vita della popolazione lavoratrice.

Oggi il 20% della popolazione a maggiore reddito (borghesia, piccola borghesia e classi medie) possiede più reddito della maggioranza della popolazione (60%). E dato che questo 20% determina la vita politica e mediatica del paese, la Spagna continua e continuerà ad essere il paese con maggiori disuguaglianze dell’UE. Così chiaro.

Vicenc Navarro
Fonte: www.rebelion.org

Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=162497&titular=%BFpor-qu%E9-las-desigualdades-est%E1n-creciendo?-

20.01.2013

Traduzione per www.Comedonchisciotte.org a cura di FABIO BARRACO

Pubblicato da Truman

  • Ercole

    Ottimo articolo (borghesia ,piccola borghesia , ceto medio) e pericoloso fare certe analisi e affermazioni in questo sito , si rischia il linciaggio …..caro Navarro,devi sapere che le classi sociali sono scomparse , esistevano nel secolo scorso oggi siamo tutti cittadini con pari diritti , e dignita non esiste piu lo sfruttamento , ora abbiamo la democrazia la lotta di classe e stata superata ,con il voto si decidono le sorti dell’umanita, la tecnologia non espelle forza lavoro per massimizzare i profitti e competere con altre aziende, ma viene usata per soddisfare i bisogni di ogni persona ,oggi esiste la finanza creativa per ottimizzare la nostra esistenza ,sono scomparse le guerre ,tutti i paesi mettono al primo posto la pace sociale, e la civile convivenza, scendi dal pero e conformati con la realta , oggi viviamo nel migliore dei mondi possibili,sei schiavo di un retaggio storico desueto , settario e anacronistico: il comunismo e morto e una teoria ottocentesca!!!!!!!!

  • Allarmerosso

    Ercole perdonami ma il tuo sarcasmo è si molto divertente ma assolutamente ingiusto posto così. Solo perchè Io ed altri ti abbiamo mosso una critica in merito alla tua ossessione in merito alle classi sociali di cui a mi o modesto parere abusi.

    Quanto tu affermi non esistere con ironia penso che sia una base solida nella coscienza dei lettori di questo sito altrimenti taluni argomenti sarebbero non trattati o commentati nel peggiore dei modi come potrebbe avvenire ignorantemente nei classici giornali on-line del mainstream.

    Io sono un artigiano , ma prima ancora mi considero un Operaio , il mio lavoro io lo faccio con il tassellatore l’avitatore le scale il cemento e la polvere. Ma un dottore , un avvocato , un commercialista un architetto e un ingegnere non sono i miei nemici ; Quelli devo andare a cercarli altrove.

  • yago

    Non ho mai visto una sola persona diventare ricca svolgendo un onesto lavoro. Un professionista che guadagna piu’ di un operaio puo’ avere un tenere di vita piu’ agiato, ma da qui’ a diventare ricchi c’è un abisso.
    Un medico ospedaliero prende mille euro in piu’ di un infermiere, ne spende cinquecento in piu’ e riesce a risparmiare 500 euro al mese.
    L’infermiere per vivere invece è costretto a spendere tutto cio’ che guadaga. Il medico quindi risparmia 6000 euro anno che in trenta anni sono 180 mila euro. E’ diventato ricco?
    Ci sono invece burocrati di stato che guadagnano 600 mila euro anno nonstante il tetto è stato fissato a 300 mila. Se a questi aggiungo quelli che rubano , i plurincarichi , le consulenze e chi ne ha piu’ ne metta, ecco la ricchezza , quella vera. Se poi si considera che mogli, figli, nipoti ecc. godono sempre di brillanti carriere si capisce come si diventa capitalisti di stato.

  • albsorio

    Grillo in un comizio elettorale suggeriva il “politometro” cioè il redditometro dei politici, s’incrociano i dati di inizio e fine cariera con i dati delle denunce dei redditi, se i dati non sono congrui si controlla… invece ci rovesciano la frittata e vogliono il redditometro dei morti di fame. Purtroppo sin dai tempi degli antichi romani, la legge era forte coi deboli e debole coi forti.

  • Aironeblu

    Ercole, continui a confondere la lotta di classe con gli intrighi politici delle grandi lobbies finanziarie, quelle che detengomo capitale e potere: le diseguaglianze sociali in crescita oggi non derivano certo dal rapporto imprenditore-lavoratore dipendente, tant’è che insieme ai salariati sempre più poveri e disoccupati, ci sono migliaia di imprenditori che falliscono e chiudono bottega. Non è una questione di classe, a pagare sono tutte le classi dal basso verso l’alto, con l’esclusione di quei GRUPPI DI POTERE talmente forti da poter influenzare a proprio favore la scena politica ed economica.

    Il “nemico” è quella ridottissima élite che detiene veramente il potere, che ha in mano i governi, i media e il potere finanziario, e decide da un giorno all’altro di far fallire un paese per poi compranserlo a prezzo di svendita, rovinando in queste operazioni rovinando la vita di milioni di cittadini. Scannarsi tra operai, artigiani, e liberi professionisti serve solo a fare il gioco di questi poteri, di questa sovra-classe parassita.

  • Aironeblu

    Oggi il 20% della popolazione a maggiore reddito (borghesia, piccola borghesia e classi medie) possiede più reddito della maggioranza della popolazione (60%). E dato che questo 20% determina la vita politica e mediatica del paese….

    Bell’articolo, ma la conclusione è un po’ fuorviante, e lascia intendere che all’origine del problema (delle diseguaglianze) ci siano le classi medie, e la piccola borghesia, classi che invece annegano ancor più velocememte nella crisi economica, e che stanno velocemente scomparendo per lasciare posto ad un nuovo assetto sociale molto più drastico, fatto di padroni e di schiavi, con il denaro come strumento di controllo.

    In realtà la crescita delle diseguaglianze è la diretta conseguenza dell’operato delle grandi élites finanziarie, con il loro seguito di servi corrotti nell’area politica e mediatica. E la crisi che pesa sulle spalle dei lavoratori europei è conseguenza delle strategie speculative di queste élites di parassiti, che posseggono la nostra moneta e manipolano la nostra economia, non del conflitto di classe, non fraintendiamo!

  • yago

    dell’operato delle grandi élites finanziarie
    E’ vero ma non è la sola causa. Ho un vicino di casa che intrallaza con la politica , ha diversi incarichi nella p. a. , la moglie è direttore di un dipartimento ospedaliero ed i figli sono tutti sistemati nel pubblico impiego.
    Per lui la crisi non esiste, anzi è una occasione per poter acquistare a prezzi di saldo quello che altri sono costretti a vendere. E’ colpa delle elites finanziarie? Costui peraltro se ne frega del redditometro in quanto non deve giustificare nulla in quanto è lo stato a dargli i soldi. E’ giusto che lo stato preleva a chi non arriva afne mese per permettere ad altri di arricchire?

  • Aironeblu

    D’accordissimo, ma il caso che mi citi non è un problema di classe sociale, quanto un esempio di corruzione e intrallazzo, corruzione che le élites sovra-classe apprezzano certamente in quanto permette un diretto controllo dell’intero apparato. Quanto alle misure come il redditometro, sì, sono state fatte introdurre dalla pressione delle élites finanziarie per indebolire le nostre economie, facendo attenzione naturalmente a non toccare i privilegi della casta politica, che fa da tramite tra loro e noi cittadini.

  • Ercole

    Prendendo per buona la tua analisi ,vorrei che qualcuno mi spieghi come si mette fine a questa rapina del monopolio finanziario ,e questo sistema sociale …..siete tutti bravi a fargli le pulci ,ma nessuno che lo mette in discussione , di riformismo si muore ,questa crisi dimostra sempre piu la validita del metodo scientifico di analisi marxista .Il capitalismo in tutte le sue forme o lo si accetta o lo si abbatte ,non esiste una terza via.

  • Ercole

    Hai ragione infatti in tutte le situazioni di lotte ,in prima linea vedo solo

    dottori ,avvocati,commercialisti,architetti,ingegneri ,e bottegai che si immolano per abbattere il capitalismo , dal momento che gli operai, i precari ,e i disoccupati si sono imborghesiti,mi pare che pure in italia ci sia stato un presidente operaio …… come te . Per la serie ,quando la storia si riduce a barzelletta…..

  • Santos-Dumont

    Ercole, se col termine classi ti riferisci a una divisione manichea della società è palese che questa già da tempo non esiste più. La difficoltà principale oggi è determinare CHI dovrebbe appartenere alla borghesia o al proletariato, come ripartire la torta: esiste una permeabilitá sociale continua, sia in termini numerici che di valori proposti. Siamo in grande maggioranza seri candidati alla proletarizzazione, ma allo stesso tempo non rinunciamo a seguire ideali suppostamente borghesi e/o di consumo: non a caso da paese occidentale con il maggior partito comunista ci siamo ritrovati con nessun partito (istituzionale: non dimentico le insignificanti sinistre extraparlamentari) non dico marxista, ma neanche lontanamente “di sinistra”. L’Italia oggi, come pure nel passato, è un paese conservatore fin nel midollo, inutile girarci intorno e illudersi di cambiare da un giorno all’altro, è praticamente iscritto nel DNA dell’italiano medio ipocrita, cerchiobottista e baciapile. In quanto al resto hai perfettamente ragione: è quantomeno paradossale che allo stesso tempo in cui si bolla una teoria come ottocentesca, si aderisca acriticamente e magari inconsapevolmente al pregiudizio positivista tradotto nell’identità (evoluzione scientifico-tecnologica) = (evoluzione sociale). Ammesso e non concesso che il comunismo in senso lato sia morto (e qui possiamo includerci anche l’anarchismo di classe), ciò sarebbe avvenuto in quanto una frazione significativa di persone s’è lasciata inebetire con benefici individuali e consumi irrilevanti a breve termine a detrimento di una visione più ampia. Chi lotta malgrado le condizioni improbe è emarginato, nullificato sui media di massa e di conseguenza il suo effetto propulsivo d’esempio: penso alla situazione del MST qui in Brasile, con le sue rivendicazioni relative alla riforma agraria, quest’ultima cavallo di battaglia del Partido dos Trabalhadores PRIMA di arrivare al potere coi soldi dei grandi poteri finanziari. Hai più sentito parlare di loro, in Italia, al di fuori dei media alternativi? Beh, nemmeno qui occupano le prime pagine, e quando occasionalmente sono menzionati dall’ineffabile Rede Globo del collaborazionista e ex-mentore della dittatura Roberto Marinho, appaiono ovviamente come barbari dissacratori della sacra (grande) proprietà privata. L’MST è stato opportunamente dimenticato dal “sinistrorso” Lula e dalla sua degna comare Dilma, d’altronde il PT ha da tempo già rinnegato qualsiasi legame residuo col marxismo, troppo retrò: oggi i comunisti in Brasile li trovi col lanternino in formazioni come il PSOL (Socialismo e Liberdade) e poco altro, scordiamoci del PCdB spesso e volentieri colluso a livello locale col centrodestra o con partiti confessionali al pari del PT: la città in cui vivo ne è un esempio. Ma questa è un’altra storia…

  • yago

    Sarebbe corruzione se fosse fuori legge. Invece le classi di cui parlo si muovono nel contesto di regole perfettamente legali e peraltro passano come coloro che hanno avuto successo nella vita. Gli altri vengono definiti sfigati, choosy, bamboccioni ecc.Concordo che ai vertici della piramide ci sono le elites sopra classe, ma cio’ non esclude che è anche l’organizzazione sociale nel suo insieme a dover essere rivista.
    Se si sente parlare la gente impiccherebbe tutti i politici, poi nella cabina elettorale votano chi si conosce , quello che ci puo’ raccomandare, quello che ci puo’ far fare carriera , quello che puo’ trovare un impiego ai figli ecc.
    Se non si cresce culturalmente, questa piaga non si elimina. La società che condanna i politici non puo’ imitarli in piccolo ed ergersi a giustizialista.
    Finora la piramide ha funzionato e la scalata ai gradini superiori con qualsisi mezzo è stato il collante sociale che ha permesso alle leites di dominare. Ora la piramide stà crollando e, se crolla, crolla per tutti , anche per coloro che occupano i gradini superiori.

  • Santos-Dumont

    Il problema principale è: CHI e COME lo abbatte? Vedi mio post successivo in risposta al tuo originale.

  • Santos-Dumont

    Se fosse come dici sarebbe fin troppo facile rovesciare un simile regime. Di fatto, quelle elite che citi hanno bisogno di sostegno sia fattuale che ideologico: il primo garantito dall’apparato repressivo di stato, il secondo fondamentalmente da TUTTA o quasi la popolazione, che malgrado le vessazioni continua ad aggrapparsi agli ideali borghesi capitalisti.

  • Aironeblu

    Su questo sistema consolidato di favoritismi e privilegi, sotto l’ombrello della legalità, hai pienamente ragione, è un modo di fare che si è affermato sempre maggiormente e che va sradicato ed eliminato. Purtroppo però non credo che ci sarà un crollo spontaneo dei “piani alti” della piramide senza una chiara e forte iniziativa della citadinanza nella sua interezza, pacifica o violenta. Dobbiamo riprendere il nostro governo.

  • Aironeblu

    Questo è sicuro, ma chi tiene in mano i fili dello stato e dell’informaziome sono appunto queste élites oscure, che operano dietro le quinte, corrompendo i nostri politici (senza troppa fatica, direi) e manipolando l’informazione per ingannare noi cittadini e ottenere il consenso (anche qui senza troppa fatica).

  • Santos-Dumont

    Tu ed io siamo qui a discutere, e concorderai che in qualche misura riusciamo a eludere parte della manipolazione mediatica; cosa impedisce a tanti altri di comportarsi analogamente, smettendo di foderarsi gli occhi per non vedere? Io direi che è una connivenza col sistema; che sia al 100% conscia non mi sento di sottoscriverlo, ma sicuramente è proporzionale al cerchiobottismo del soggetto. Perché mai le elite dovrebbero ottenere il consenso “senza troppa fatica”, se non grazie al fatto che il consenziente imbelle in qualche modo ritiene ancora di potersela cavare (e al diavolo tutti gli altri idioti), trattandosi sostanzialmente di un un sistema “imparziale” che offre “opportunità a tutti”? Perché mai non esiste una parcella, anche minima per carità, di popolazione incazzata che prende le armi in mano e inizia a farsi giustizia? In altre epoche non troppo remote i disordini c’erano: sedati nel sangue. O siamo diventati tutti fondamentalmente narcotizzati e abulici, nient’altro che gran parolai, o in fondo non protestiamo perché non stiamo così male come affermiamo, e siamo intimamente convinti che questo sistema in definitiva non è del tutto marcio: tertium non datur.

  • Aironeblu

    A mio avviso, mentre noi siamo qui a discutere (e magari, per carità, a dire un mucchio di stupidaggini, ma non credo), moltissimi altri non affrontano la questione, non per connivenza, perchè in fondo gli va bene così, ma perchè non hanno avuto l’occasione di sospettare che forse non è tutto come ci hanno sempre raccontato, vuoi per poca propensione a farsi domande, vuoi perchè non gli è mai capirato di imbattersi in qualche evento forte, capace di mettere in moto quelle riflessioni che cerchiamo di sviluppare ad esempio su questo forum.

    A me tante cose non sono mai quadrate da sempre, tante contraddizioni e controsensi delle versioni ufficiali delle cose, e molti dubbi li ho sempre coltivati, interessandomi ad altre interpretazioni meno in evidenza ma molto più verosimili, ma l’evento forte che ha fatto da spartiacque, che mi ha confermato tutti i dubbi e mi ha dato una nuova chiave interpretativa delle dinamiche del potere, è stato quello degli autoattentati dell’ 11 set ’01 e la maniera in cui sono stati coinvolti tutti i mezzi di informazione mainstream per sostenere la versione ufficiale. Questo evento mi ha dato una precisa idea su chi governa gli eventi che ci riguardano, sui loro mezzi e il loro potere, la loro spregiudicatezza e i loro obbiettivi. Credo che sia uno dei migliori approcci per fare interessare a certi argomenti chi, per colpa o per caso, ne è ancora a digiuno.

  • Jor-el

    “Il maggior problema dell’Unione Europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove massima è la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico. E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Le classi sociali non esistono più.” Quanto elencato è parte di quello che chiamiamo “pensiero unico”, una forma di lotta di classe culturale che le classi dominanti hanno scatenato contro le classi lavoratrici. Serve a unire le classi al potere e a dividere i lavoratori. E’ un’arma. La principale caratteristica di questa fase storica è che la classe lavoratrice si manifesta incapace di porsi come soggetto in grado di agire collettivamente per i propri interessi, mentre la classe dominante si è dimostrata in grado di organizzarsi quanto basta per difendere con efficenza le proprie posizioni di privilegio sociale. Certo, le classi dominanti sono anche in costante lotta tra di loro (attualmente, per esempio, assistiamo alla guerra del finzacapitalismo contro la piccola e media impresa), ma fino ad oggi non si sono visti significativi movimenti di imprenditori perorare – tantomeno finanziare – l’unità con i lavoratori contro le “elite della finanza”. Il motivo è semplice: sperano fino all’ultimo di strappare qualche briciole al gran banchetto delle privatizzazioni, sperano fino all’ultimo di fregare quello che sta sotto di loro, il medio il piccolo, e così via. Soprattutto, sono accecati dalla paura e dall’odio verso la classe lavoratrice. Certo, sì, qualche padroncino considera i propri operai “come se fossero suoi figli”, indossa la tuta e scende in officina a lavorare lui stesso. Ma una cosa sono “i propri operai”, altra è la classe. La classe lavoratrice che si unisce, gli operai che non hanno più lo sguardo spaurito che ci mostra Servizio Pubblico, la classe che esce dalle fabbriche, dagli uffici, dai call center, dai mercati generali, e poi i disoccupati, i sottoccupati, gli sfruttati delle coop rosse, i braccianti, le mille tipologie dello sfruttamento postindustriale… la città che si ferma, la polizia che spara per le strade… La classe è un’altra cosa. Mai accetteranno di unire il proprio destino a quello della classe lavoratrice. Preferiscono uccidersi: è quello che fanno.

  • Ercole

    Jor-el credo che tu sia l’unico in questo sito che abbia le idee chiare sulla realta ,molto preparato da un punto di vista di classe e delle analisi molto lucide e argomentate .Io magari sono piu diretto ,non faccio troppi giri di parole guardo alla sostanza , prediligo la lotta ,la piazza ,i presidi dove la realta e gli umori si vivono e si condividono mi rendo partecipe.E lo spartiacque tra il riformismo ,e i rivoluzionari.

  • Jor-el

    La crescita, nei paesi occidentali, di una vasta classe media è stata il frutto di due fattori, le lotte dei lavoratori dagli anni 50 ai primi anni 80 e le particolari condizioni geopolitiche che hanno permesso alle grandi borghesie di distribuire reddito alle popolazioni senza intaccare troppo i loro profitti. Se si guarda questo fenomeno dall’alto e in una prospettiva storica, ci accorgiamo che è stata una breve parentesi, meno di 30 anni in due secoli di durissimo sfruttamento, e per di più, localizzati in una particolare area geografica. Tuttavia, nonostante questa redistribuzione delle ricchezze non avesse significativamente ridotto il potere economico della classe dominante, aveva introdotto fattori nuovi nella società che, per loro, erano molto negativi. Primo, le lotte avevano prodotto all’interno della classe lavoratrice organizzazione politica, cosa che presto o tardi avrebbe potuto portare alla pretesa, da parte dei lavoratori, di dirigere al società. Secondo, il diffuso relativo benessere aveva dato modo ai figli dei lavoratori di accedere all’istruzione superiore, addirittura all’università, andando a incasinare il settore della società preposto alla riproduzione della classe dominante. La sollevazione giovanile del 1968 (che in Italia è durata ben 10 anni!) non è stata altro che il prodotto dell’ingresso dei figli degli operai nei licei e nelle università. Questi due fattori, insieme ad altri minori, hanno portato la classe dominante a radicalizzasi e a sferrare un formidabile contrattacco. La proletarizzazione delle classi medie è il segno che le classi sociali esistono, non il contrario. Le cosiddette “elites” della finanza non sono altro che l’espressione finanziaria di una classe dominante nata in Europa cinque secoli fa e che ora ha esteso il suo dominio in (quasi) tutto il mondo. Queste elites non vivono sulla Luna, sono espressione di un sistema che ha generato un modello di società BASATA sulle divisioni di classe. Il rapporto di produzione, il rapporto fra capitale e lavoro, modificano e riconfigurano continuamente la stratificazione classista della società. Oggi la borghesia urbana ha ceduto il passo a una neoclasse dirigenziale incaricata di agevolare il trasferimento verso l’alto della ricchezza sociale, da qui l’emergere anche mediatico, di figure come Marchionne, paradigma del dirigente moderno portatore di criteri scientifici di sfruttamento non solo all’interno della sua azienda, ma nell’intera società. Dall’altra parte, la classe operaia protagonista della “società dei consumi” si è assottigliata, mentre emerge una nuova classe precaria che, delocalizzata e divisa fra disoccupazione e sottoccupazione, stenta a trovare una coscienza “per se” ed è quindi meno capace di solidarietà di classe. Non siamo noi comunisti quelli che hanno inventato la lotta di classe, c’è sempre stata. Noi possiamo anche non crederci, decidere di non farla, ma LORO la fanno, tutti i santi giorni.

  • RicBo

    Ottimo Navarro, peccato che spesso usi anche lui il linguaggio del Potere, chiamando ad esempio liberismo ciò che liberismo non è

  • Nauseato

    Assolutamente d’accordo.
    E non solo.
    Io mai ho visto qualcuno diventare ricco svolgendo onestamente il proprio (onesto) lavoro.
    Certamente ci sono state e ci sono delle eccezioni. Ma in generale se si lavora onestamente (si pagano le tasse, si pagano adeguatamente e puntualmente i propri collaboratori e/o fornitori, si lavora coscienziosamente badando alla qualità più che alla quantità, si praticano politiche di prezzi “corretti” [da notare le virgolette] e si improntano i rapporti alla correttezza …) ebbene, ricchi non si diventa di certo. Anzi …

    Per diventare ricchi occorre essere squali e avere come primo comandamento quello di FOTTERE. Chiunque sempre e costantemente. Anche la propria madre se fosse necessario.