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PALESTINA: UNA STORIA DI CENSURA MASCHERATA

DI NAFEEZ AHMED

Dopo aver scritto per The Guardian per oltre un anno, il mio contratto è stato unilateralmente rescisso dopo che scrissi un pezzo (trad it. qui) che andava “oltre quanto consentito” su Gaza. E’ così che il Guardian ha violato la libertà, prevista dal mio contratto, che l’editore è obbligato a proteggere. Ne sto parlando qui perché credo che sia nel pubblico interesse essere informati che un giornale vincitore del premio Pulitizerconsiderato voce-liberal-leader a livello mondiale – casualmente si sia impelagato in un atto di censura per nascondere al pubblico un argomento che mina la consistenza delle ragioni ufficiali dichiarate da Israele per essere ancora in guerra.

Il Gas di Gaza

Ho cominciato a collaborare con il Guardian come blogger ambientale a aprile 2013. Prima per più di dieci anni, ero stato autore, giornalista accademico e freelance per The Independent, Independent on Sunday, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quarzo, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique ecc.

Il 9 luglio 2014 ho pubblicato un articolo via Earth Insight blog sul sito web-ambiente di The Guardian sul ruolo che avevano avuto le risorse naturali della Palestina, in particolare le riserve di gas al largo di Gaza, come con-causa per l’invasione di Gaza fatta da Israele e nota come ‘Operation Protective Edge.’ Tra le fonti a cui mi riferivo c’era un documento politico scritto da colui che poi sarebbe stato il Ministro della difesa israeliano, Moshe Ya’alon, un anno prima della “Operation Cast Lead- Operazione Piombo Fuso”, dove sottolineava che non si sarebbe mai dovuto permettere ai palestinesi di sviluppare delle proprie risorse energetiche perché questo avrebbe alimentato e sostenuto il terrorismo palestinese.

L’articolo ormai ha avuto oltre 68,000 condivisioni sui social media ed è di gran lunga l’articolo più popolare scritto sul conflitto di Gaza fino ad oggi. Andando contro ogni buonsenso, Israele negli ultimi dieci anni ha considerato il controllo di gas di Gaza come una delle sue principali priorità strategiche. Per tre motivi principali.

In primo luogo, Israele a breve si troverà a dover affrontare una crisi del gas in gran parte per i tempi lunghi necessari per valorizzare le proprie considerevoli risorse nazionali di gas ; in secondo luogo, l’amministrazione Netanyahu non può digerire qualsiasi scenario in cui una amministrazione palestinese di Hamas possa aver accesso e possa sviluppare delle risorse in proprio; in terzo luogo, Israele vuole usare il gas palestinese come ponte strategico per consolidare i propri accordi con le dittature arabe, la cui popolazione nazionale si oppone all’offerta si Israele di firmare accordi bilaterali.

In ogni caso, il più grande ostacolo per l’accesso di Israele al gas della striscia di Gaza è l’amministrazione di Hamas, che ha rigettato tutti gli accordi che Israele aveva preso con il Gruppo British Gas e con le precedenti Autorità palestinesi per lo sviluppo del gas.

La censura nella terra della libertà

Dal 2006, The Guardian strombazza ai quattro venti il suo essere la voce liberale-leader del mondo. Per anni, il giornale ha sponsorizzato il prestigioso Freedom of Expression Award ed ha vinto il Premio Pulitzer per il suo report sulla National Security Agency (NSA). In generale, il giornale si vanta di essere sempre stato in prima linea nella lotta contro la censura, in particolare nel mondo dei media. Questo è il motivo per cui l’approccio tenuto con la mia storia sul gas di Gaza è così inquietante.

Il giorno dopo aver pubblicato il mio post, mi telefonò James Randerson, assistente al editor nazionale. Sembrava irritato e senza giri di parole, mi disse di punto in bianco che il mio blog sul Guardian doveva essere immediatamente chiuso. Non perché il mio articolo non fosse corretto, o che fosse falso, o scandalosamente diffamatorio, e nemmeno per aver violato l’etica giornalistica, o il mio contratto. No. Il pezzo gas su Gaza “non era una storia che parla dell’ambiente” e quindi il “post era inappropriato” per il sito-web sull’ambiente del Guardian:

“Stai scrivendo troppe storie che non parlano dell’ambiente, quindi non abbiamo altra scelta. Questo articolo non doveva essere pubblicato su questo sito ( dell’ambiente), anzi in realtà avrebbe dovuto essere tra riportato solo tra i Cif [ossia nella sezione del Guardian Comment Is Free].

Sono rimasto scioccato, più che perplesso. Come si può leggere sul mio Profilo sul Guardian, il ruolo che mi era stato commissionato prevedeva notizie su geopolitica ambientale, energetica e crisi economiche.” Anzi, quando mi presentai a fine 2012 al blog di The Guardian, un mio pezzo precedentemente scritto su collegamenti tra operazioni militari israeliane e gas di Gaza su “Le Monde diplomatique” era riportato nel mio curriculum.

Per questo dissi a James che la risoluzione era una reazione eccessiva, forse avremmo potuto semplicemente incontrarci per discutere su questioni editoriali e lavorare insieme su un ritocco ai limiti del mio mandato. Sarei felice di collaborare il più possibile” dissi. Non volevo perdere il contratto. James di punto in bianco si è chiuso e ha detto che i miei “interessi andavano sempre verso argomenti che non erano adatti e che non si voleva veder pubblicati sul sito ambiente”.

Alla fine, le mie educate proteste non hanno ottenuto nulla e nel giro di un’ora è arrivata una email che mi informava della risoluzione del contratto.

In base a questo contratto, però, ero già stato oggetto di un controllo editoriale come previsto dal mio mandato – e da maggio ad aprile, c’è stata una revisione e supervisione dei post per garantire una rapida pubblicazione sul sito basata indipendentemente sul personale giudizio editoriale. I termini e le condizioni del contratto firmato recitano:

“Lei è tenuto a mantenere regolarmente il suo blog e stabilirne il contenuto. Potrà pubblicare dei messaggi propri se non soggetti a modifiche (approvazioni) da subGNM. Occasionalmente il GNM potrebbe richiedere pubblicazioni su argomenti di interesse non previsto nel suo blog, ma Lei non av nessun obbligo di includere o recensire questi argomenti.

I termini sottolineano inoltre che la risoluzione del contratto con effetto immediato potrebbe avvenire solo se l’altra parte commette una violazione grave di uno qualsiasi degli obblighi ai sensi del presente accordo e al quale non si riuscirà a porre rimedio“; o se l’altra parte ha commesso una violazione sostanziale di uno qualsiasi dei suoi obblighi ai sensi del presente accordo, a cui si è in grado di porre rimedio, ma che non è messo in atto entro un periodo di trenta (30) giorni dal ricevimento della comunicazione scritta in tal senso.”

Il problema è che non avevo commesso nessuna violazione di nessuno dei miei obblighi contrattuali. Al contrario, The Guardian aveva violato il suo obbligo contrattuale per quanto riguarda la mia libertà di determinare il contenuto del mio blog, semplicemente perché non gli piaceva quello che avevo scritto. Questa è censura.

Come sottolinea l’Index on Censorship: “L’assenza di una censura diretta prevista dallo stato, che sarebbe molto visibile, prevale in molti paesi del mondo e può contribuire alla opinione diffusa che in un paese non ci sia nessuna censura e quindi che il problema non esista.” Tuttavia la censura britannica che attualmente agisce all’interno di una democrazia liberale può manifestarsi” in molte forme diverse, sia direttamente che indirettamente, qualche volta un po’ più sottilmente, altre volte un po’ più evidentemente.

Le barriere invisibili

Ironia della sorte, pochi giorni dopo, sono stato contattato dal direttore di The Ecologist una delle riviste ambientali più importanti del mondo che ha voluto ristampare la mia storia sul gas di Gaza. Dopo la pubblicazione di una versione aggiornata del mio pezzo del Guardian, The Ecologist ha pubblicato anche un mio approfondito follow up in risposta ai commenti riportati sul The National Interest (ironicamente scritti da un contractor di una compagnia petrolifera statunitense che ha investito nei giacimenti di gas off-shore di fronte alla Marina di Gaza). Ovviamente, essendo stato espulso da The Guardian, non ho potuto rispondere dal mio blog come avrei fatto normalmente.

Questo followup si basava su una serie di fonti e documenti pubblici, tra cui importanti pubblicazioni commerciali e finanziarie, e su documenti ufficiali del Foreign Office britannico (FCO) consultabili liberamente. Questi ultimi documenti dimostrano che, malgrado la scoperta di enormi giacimenti di gas nelle acque territoriali di Israele, esiste una impossibilità reale per estrarre gas in tempi brevi, per impedimenti burocratici, tecnologici, logistici e normativi (…. ) per cui Israele potrebbe dover affrontare un problema di fabbisogno già dal prossimo anno. I campi di gas in territorio israeliano non potranno entrare in produzione fino al 2018-2020 e, secondo il FCO, i tecnici israeliani hanno individuato negli 1,4 miliardi di metri cubi di gas al largo di Gaza un economico stop-gap” che potrebbe risolvere sia le esigenze energetiche nazionali immediate di Israele che le sue ambizioni di esportazione fino a quando i campi di Tamar e del Leviathan potranno realmente cominciare a produrre.

Affrontando un argomento come questo su The Guardian, a quanto pare avevo attraversato una sorta di barriera invisibile dato che questo argomento era semplicemente off-limits.

L’energia è parte dell’ambiente, anzi no, comunque non lo è in Palestina

Per illustrare quanto sia stata assurda la pretesa del Guardian di considerare la storia delle risorse di gas di Gaza come consideriamo che solo poche settimane prima, Adam Vaughan, editor del sito internet sull’ambiente del Guardian, aveva personalmente acconsentito ad un mio intervento sulla seguente storia: Iraq blowback’: L’ Isis alimenta la produzione per un’insaziabile dipendenza dal petrolio la cooptazione occidentale di stati del Golfo “gli jihadisti hanno creato il miglior amico dei neocon: un Frankenstein islamista.

Tutti i titoli delle storie sull’ambiente che propongono i blogger sono consultabili in un foglio di calcolo condiviso su Google, in modo che gli editori possano tener traccia di quello che i blogger stanno facendo e che progettano di pubblicare. Adam aveva visto il titolo della mia proposta e il 16 giugno mi aveva chiesto di vedere la bozza : “ti dispiacerebbe mandarmi una anteprima, per favore, prima di pubblicarla? Solo perché mi sembra si tratti di un argomento molto delicato “, si legge nella sua e-mail.

Gli mandai l’articolo completo ed una sintesi e nel corso della giornata, gli feci uno squillo per sentire quello che ne pensava, e lui mi rispose: . Grazie, mi dispiace, sì credo che vada bene

Così un articolo sull’ ISIS e sulla dipendenza dal petrolio “andava bene”, mentre un pezzo su Israele, su Gaza e sul conflitto per le risorse di gas non andava bene”.

Davvero? Le risorse di gas off-shore non sono parte dell’ambiente? A quanto pare, per The Guardian, non in Palestina, dove l’ambiente di Gaza è stato bombardato e fatto in mille pezzi dalla IDF.

Il Fattore Blair

Nel frattempo, la saga del gas Israeliano-diGaza continua. Poco più di una settimana fa, Ha’aretz ha pubblicato qualche aggiornamento interessante sul valore strategico di tutta la faccenda. Citando Ariel Ezrahi, Tony Blair, attuale consulente energetico per il Quartetto del Medio Oriente (USA, ONU, UE e Russia), ha notato che c’è una ragione per cui la Giordania che recentemente ha firmato un accordo con Israele per l’acquisto del suo gas dal campo Leviathan aveva contemporaneamente annunciato la sua intenzione di comprare gas, anche da Gaza. Anche se Israele cerca di riposizionarsi come uno dei principali esportatori di gas nella regione, come Egitto e Turchia, deve convivere con la convinzione generale che “è molto difficile firmare un contratto di gas con Israele, malgrado un disperato bisogno” perché la popolazione di tutti gli stati nazionali non è d’accordo con questo tipo di affari.

“Se io fossi Primo ministro di Israele“, ha detto il consigliere per l’energia di Blair, “Mi piacerebbe pensare a come aiutare i paesi vicini a districarsi dalla marmellata, e se Israele si chiude al mercato del gas palestinese, questa non è una cosa intelligente.” Allora Israele deve trovare un modo per far aprire il mercato del gas palestinese e per inserirlo nel complesso emergente nell’offerta delle esportazioni israeliane: sarebbe saggio per Israele prendere almeno in considerazione quello che può essere il contributo palestinese in queste offerte“, ha detto Ezrahi. Penso che sia un errore per Israele correre a chiudere accordi regionali senza considerare quella che può essere la contribuzione palestinese per gli interessi del gas israeliano.”

Israele, appoggiata dagli alleati occidentali, vuole servirsi dei palestinesi “come di un asset che si sforza di includere nella sua rete regionale, e come ponte verso il mondo arabo“, vendendo il gas palestinese a vari mercati,” o promuovendo accordi con le multinazionali per lo sviluppo dei campi israeliani di Tamar e Leviathan che consentiranno di vendere gas a basso prezzo alle Autorità [palestinesi].”

Ma c’è ancora un’altra sfida quando si parla di Palestina, cioè Hamas: “Non posso incontrarmi con persone legate a Hamas“, ha detto il consigliere per l’energia di Blair. “E’ un divieto molto rigido dettato dal Quartetto. [enfasi aggiunta] Nemmeno gli americani entrano a Gaza. Quindi non è solo Israele che ha escluso qualsiasi accordo sul gas con i palestinesi se è coinvolto Hamas, ma anche Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia.

Ma Israele non ha nessuno strumento per eliminare Hamas dalla striscia di Gaza almeno se non vogliamo dirla come Moshe Ya’alon, che predica una azione militare per cambiare le cose sul terreno.

Nel corso dei circa 70 articoli scritti per The Guardian, non c’è stato un solo pezzo che non sia stato pertinente con il tema su cui avevo mandato di scrivere: geopolitica dell’ambiente interconnesso, energia e crisi economiche. La conclusione è inevitabile: The Guardian aveva semplicemente deciso che i conflitti sulle risorse disponibili, al di la dei territori occupati da Israele, non dovevano essere coperti dal giornale. Va notato che, prima del mio post, il giornale non aveva mai riconosciuto l’esistenza di un legame tra l’azione militare del IDF e il gas di Gaza. Ora che io sono andato via, dubito che ci sarà qualcun altro che ne parlerà ancora.

Beh, almeno Ya’alon e il suo capo Netanyahu, saranno contenti. Per non parlare di Tony Blair.

Il custode “Liberal”

Quando ho cominciato a parlare, in via riservata a un certo numero di altri giornalisti, dentro e fuori The Guardian di quello che mi era successo, tutti indistintamente mi hanno detto che la mia esperienza – anche se particolarmente scandalosa non era del tutto senza precedenti.

Un senior editor di una pubblicazione nazionale britannica – che ha scritto spesso per la sezioneL’opinione del Guardian” – mi ha detto di sapere che tutta la copertura della questione israelo-palestinese è strettamente controllata” di Jonathan Freedland, direttore esecutivo del Guardian.

Un altro giornalista mi ha detto che un editor del Guardian gli aveva commissionato una storia che discutesse la soppressione della critica a Israele nei discorsi pubblici e sui media, ma che Freedland aveva respinto l’articolo senza nemmeno revisionarlo.

Molti altri giornalisti con cui ho parlato, dentro e fuori The Guardian, si sono spinti fino a descrivere Freedland come il gatekeeper-non-ufficialedel giornale sul conflitto in Medio Oriente, che invariabilmente china il capo per dare un taglio proIsraele (all’informazione).

Questi aneddoti sono stati pubblicamente corroborati da Jonathan Cook, ex reporter per il Medio Oriente, caposervizio esteri e columnist per The Guardian, che attualmente è di base a Nazareth, dove ha vinto numerosi premi per il suo lavoro. Un profilo di Cook sul sito di notizie ebraicoprogressista Mondoweiss sottolinea che un punto di svolta fondamentale nella carriera di Cook avvenne nel 2001, al suo rientro da Israele, dopo una indagine sull’omicidio di 13 manifestanti-arabi-non-violenti da parte della polizia israeliana, durante la seconda intifada dell’anno precedente.

Cook scoprì che la polizia aveva messo in atto una politicashoot-to-kill/ spara-per uccidere” contro delle vittime inermi come alla fine fu confermato anche da un’inchiesta governativa. Ma The Guardian non pubblicò la sua indagine, e scelse di non commentare il fatto. Cook dice che mentre il giornale è aperto a segnalazioni e approfondimenti esemplare, e addirittura si spinge fino a condannare l’occupazione, ci sono alcune linee che semplicemente non possono essere attraversate, come il mettere in discussione la capacità di Israele di definirsi contemporaneamente sia uno stato ebraico che democratico, o gli aspetti critici sulla sua dottrina di sicurezza.

La critica feroce di Cook sul suo ex giornale appare su un articolo del 2011 su Counterpunch ed è molto utile per comprendere meglio il mio caso:

“The Guardian, come altri media mainstream, investe pesantemente — sia finanziariamente che ideologicamente —  nel supportare l’attuale Ordine Globale. Un tempo era in grado di escludere e ora, nell’era di Internet, deve denigrare quegli elementi della sinistra le cui idee rischiano di mettere in discussione un sistema di potere e di controllo della società di cui il Guardian è un’istituzione fondamentale.

Il ruolo di questo giornale, come quello dei suoi cugini di destra, serve a limitare gli orizzonti dell’immaginazione dei lettori ed è utile ad alimentare un dibattito, nella sinistra, appena sufficiente per far credere ai suoi lettori che i giornali siano pluralistici, ma le prospettive radicali che propongono per mettere in discussione le basi stesse su cui poggia il sistema di dominio occidentale, sono semplicemente ridicole.

Il mese scorso, Cook ha fatto notare la sottigliezza e la forza di un linguaggio insensibile usato da The Guardian nel parlare della Crisi di Gaza che, in effetti, serviva a “far scomparire” i palestinesi, in particolare identificando in Freedland un giocatore importante in questa partita. E’ questo un orgoglio del Guardian” per aver contribuito a creare Israele e questo orgoglio è ancora palpabile sul giornale, soprattutto tra i redattori più anziani “che ebbero un ruolo nell’indirizzare i media su come raccontare il conflitto Jonathan Freedland, tra gli altri è un punto di riferimento“.

UPDATE 4 Dic 2014 (10.13AM): Jonathan Freedland risponde via TwitLonger :

“Leggo di essere rimasto coinvolto personalmente alla fine del tuo pezzo sul Guardian. Non voglio essere scortese, ma non avevo letteralmente sentito mai parlare di te o del tuo lavoro fino a quando ho letto il tuo pezzo su Twitter, poche ore fa. (Il sito web ambiente Guardian, dove hai scritto, ha un editor differente dal sito del Guardian “Comment is free” che ora è sotto la mia supervisione.) Non avevo idea che avessi scritto per il Guardian, né che il tuo contratto fosse stato rotto e nemmeno la minima conoscenza del tuo pezzo sul gas di Gaza, fino a poche ore fa.

Ma c’è di più, nei giorni di luglio di cui parli, io ero all’estero – in vacanza-. Per dirla crudamente, il mio coinvolgimento nel tuo caso è proprio zero. Mi auguro per una questione di integrità giornalistica, che tu rettifichi e che rifletta meglio su questi fatti. Forse potrai mettere anche questo mio commento condiviso su Twitter, più ampiamente come hai fatto per il pezzo che hai scritto ieri.

(…. ) e la polemica personale continua ( qui ) come la CENSURA che sicuramente non è un problema ambientale ( NdT.).

Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un autore bestseller, premiato giornalista investigativo, e ricercatore sulla international security, oltre che commentatore politico, regista, consulente per strategia e comunicazione e attivista per il cambiamento. Ha debuttato con un romanzo di fantascienza ZERO POINT, lo scorso Agosto 2014. Il suo ultimo libro non di fiction è stato A User’s Guide to the Crisis of Civilization: And How to Save It (2010), che ha ispirato il premiato documentario The Crisis of Civilization (2011).

Fonte: http://www.commondreams.org

Link: http://www.commondreams.org/views/2014/12/04/palestine-not-environment-story

4.12.2014

Pubblicato da Bosque Primario

  • cardisem

    A proposito del suddetto " Jonathan Freedland", di cui apprendo adesso e con il quale non ho nessuna possibilità di comunicazione diretta, il punto pare a me essere il seguente:

    – ha o non ha il ruolo che gli viene attribuito, non già con riguardo al singolo caso di censura (su cui non mi pare ci siano dubbi), ma in generale con riguardo alla copertura di "Israele” e di ciò che può dirsene e come deve dirsene?

    Che da oltre un secolo a questa parte vi sia un controllo pressoché assoluto dei media "occidentali” è giudizio (o "pre"-giudizio) diffuso. Si tratta perciò di poterne documentare ogni volta l’esistenza…

  • albsorio

     http://italian.ruvr.ru/2014_12_07/Laeroporto-internazionale-di-Damasco-bombardato-dallAviazione-israeliana-7274/ 

    Ora il problema è di ricondurre Israele al rispetto del diritto internazionale, direi che le reprimende diplomatiche non servono, bisogna riconoscere lo Stato di Palestina e garantire che possano godere dei proventi dello sfruttamento del metano scoperto di fronte alle sue coste.
    Sempre nel rispetto del diritto internazionale deve Israele ritirarsi dai territori occupati.
    I bulli hanno rotto le scatole al mondo intero.
  • Truman

    L’affare continua su Counterpunch, dove Jonathan Cook ha pubblicato l’articolo Guarding a Taboo [www.counterpunch.org] (che si potrebbe rendere con “Il Guardiano del tabù”).