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OLIVE, NAVI E PENSIONI

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Osservate ben questa fotografia perché non so se si nota chiaramente: a parte le olive abbandonate sulla pubblica via, o quelle che nessuno raccoglierà sulla scarpata, sulla strada si notano migliaia di noccioli. Si tratta della “nuova usanza” di fare l’olio direttamente sull’asfalto: pratica, oltretutto, assai pericolosa, perché passare in moto sopra quel “mix” di olio e minuscoli noccioli è rischioso. Non fa niente: se avrete un incidente, potrete fare causa al Comune il quale (con comodo, ovvio) sarà obbligato a risarcirvi.

Questa è la situazione di chilometri di strade liguri: accanto, ci sono gli oliveti abbandonati con strati d’olive che marciscono, qualche (raro) podere con le reti stese (ma troppo tardi, sotto le reti c’è già una strato d’olive marce) e le cunette per il deflusso dell’acqua intasate da chili e chili di olive. Ho cercato dotte informazioni sulla situazione olivicola italiana e sono state tutte rassicuranti: tranquilli, ragazzi…sì, in un decennio hanno chiuso i battenti più di 200.000 piccole aziende…ma la superficie coltivata ad olivo è diminuita solo di un’inezia%. Sarà.

Si legge, però, che l’olio d’oliva italiano è solo un ricordo: grazie ai “saggi” provvedimenti dell’UE, soltanto una percentuale inferiore al 10% è sufficiente per qualificarlo come “olio d’oliva italiano”…cioè…olio comunitario con presenza d’olio italiano. Quanto? Ah, difficile dirlo…l’Italia produce circa la metà dell’olio necessario al consumo interno, la Spagna 4 volte l’Italia – ed ha il controllo dei mercati del Nord Africa, Marocco ed Algeria – ma l’olio spagnolo, e quello che diventa tale appena sbarca ad Alicante, è una schifezza rispetto all’olio italiano. Per due motivi: le cultivar, molto inferiori per qualità, ed il sistema di raccolta, che è molto diverso da quello italiano (gli spagnoli “ammucchiano” le olive sotto l’albero, quando hanno terminato la raccolta le portano al frantoio…immaginate che “fragranza”…). Qui, entrano in gioco i chimici, i quali sono in grado di farvi diventare qualsiasi schifezza almeno accettabile, quanto basta per stare, con accattivante etichetta e smaglianti luci, sullo scaffale di un supermercato.

La questione, però, è un’altra: di tutti gli olivicoltori che conosco, nessuno è sotto i 60 anni, ovvero sono quasi tutti pensionati che…fin che ce la faranno, dicono, poi…qualche santo sarà per il podere e per le olive. Quelle olive pestate sulle strade, però, già raccontano come la pensa il santo. L’olivicoltura è solo un settore dell’agricoltura italiana: il divario con Francia e Germania è abissale. In Germania, per 8 agricoltori sopra i 65 anni ce ne sono 8,1 sotto i 35, in Francia, per gli stessi 8 agricoltori ce ne sono 7,9 sotto i 35: c’est pareille, direbbe un francese. In Italia, sempre riguardo a quegli 8 agricoltori over 65, ce n’è solo uno sotto i 35 anni: un divario abissale. Le ragioni? Decenni di disinteresse, tagli verticali ed orizzontali ad ogni sostegno, menefreghismo da parte di tutte le parti politiche…chi se ne frega della terra? Pare che la terra produca così, da sola, semplicemente guardandola.

Per le olive, tanto per citare un dato, molti anni fa c’era un sussidio di 1000 lire (o 1 euro, non ricordo) per ogni litro d’olio che usciva dal frantoio: era poco, ammettiamolo, ma il costo di molitura, almeno, lo pagava lo Stato. Il quale, in questo modo, aveva anche dati precisi per quanto riguarda la produzione italiana…adesso? Tutto sta in quel che dichiarerà il frantoio il quale, beninteso, fra qualche settimana (conclusa la raccolta), riprenderà in mano le sanse che ogni olivicoltore ha lasciato, le sottoporrà ad una nuova estrazione intorno ai 60° – la prima è sui 28°, il cosiddetto “olio a freddo” – e venderà, poi, l’olio extra vergine super a freddo incontaminato con garanzia biologica che gli allocchi correranno a comprare, a costi superiori ai 10 euro il litro. Quindi, estraendo nuovamente quasi all’ebollizione, verrà fuori una delle tante schifezze che i chimici metteranno a posto. I chimici? Questi novelli maghi della frode? E che ci possono fare…fanno il loro mestiere, sono altri che dovrebbero spiegare perché ordinano loro di “nobilitare” certe schifezze.
Molti anni or sono, mi venne ordinato di valutare il contenuto di acido oleico (ossia se c’erano state sofisticazioni con altri oli non d’oliva) nell’olio di una grande marca: mi misi al lavoro – per gli addetti: saponificazione, idrolisi acida, estrazione dell’acido oleico, rotazione, mediante Mercurio, cis/trans del doppio legame e trasformazione in acido elaidinico (solido), pesata finale – e vidi che il risultato era circa il 50% di quello atteso, ossia del titolo in acido oleico che avrebbe dovuto avere quell’olio d’oliva. “Professore, devo aver sbagliato…mi viene la metà del previsto…” Il professore solleva gli occhi dal giornale “No, Bertani, è giusto, è giusto così…” “Ma come, la metà!” “E dai, Bertani, dattela…non farmi dire altro va…il voto sarà alto, tranquillo: consegni il risultato?” Oggi, dopo aver fatto un poco il contadino, capisco perché il mio olio è denso e verde, mentre quello della “grande marca” era (ed è) una bagnarola giallognola.

Non voglio, però, tediarvi oltre perché il “Fatto Quotidiano” ha recentemente pubblicato una lunga inchiesta (più articoli, che tutti potrete trovare facilmente) sulle frodi in campo oleario: sono le implicazioni sociologiche che m’interessano e ci torneremo. Andiamo avanti.

Proseguendo su queste strade dell’interno, ciascuna con il suo “tappeto” di noccioli d’oliva, si giunge alla periferia della grande Genova: Sestri, dove c’è l’aeroporto e ci sono i cantieri navali Fincantieri – ultimo ricordo dell’IRI – i quali, insieme al Muggiano, Riva Trigoso, Castellammare, Palermo e Monfalcone sono le principali sedi italiane. All’estero, Fincantieri lavora anche in Norvegia, Romania, Croazia, USA, Brasile, India, Emirates e Vietnam: ovviamente, con una galassia di compartecipazioni ed accordi commerciali d’ogni tipo. La loro specialità? Navi da crociera costruite con un sistema modulare che all’estero c’invidiano, perché i moduli vengono costruiti a terra e poi assemblati sulla nave, con precisione millimetrica: un lavoro di grande perizia e precisione, per i progettisti e per le maestranze. Non disdegnano poi di costruire portaerei, fregate e sottomarini, ma anche comuni navi mercantili, soprattutto nei cantieri delle “controllate” estere. Come va Fincantieri?

Per dare una risposta sensata bisogna prima valutare il sistema di riferimento: gli ordinativi sono al loro massimo storico e, dunque, sono necessari aumenti di capitale per far fronte all’espansione del lavoro conseguente alle commesse. Almeno, in un’economia sana così stanno le cose: hai più ordini e lavoro? Devi acquistare più materiali e pagare più maestranze? Ti servono dei capitali, che saranno remunerati con gli utili. Invece, pare di no: “Crisi di Fincantieri”, “Problemi a Fincantieri”, eccetera…questi sono i titoli sulla stampa. Perché?

Poiché l’unico fondo ancora nelle mani (parzialmente) del Tesoro è la Cassa Depositi e Prestiti, ossia la cassa che riceve il risparmio postale ed essendo Fincantieri ancora in mani statali, è giocoforza prenderli da lì. Ci sono, però, due ragioni che s’oppongono a questa semplice soluzione – prestarli ad un’azienda che ha un portafoglio ordini come quello di Fincantieri non è come darli alla banche, dal Monte Paschi in poi, che s’è “beccato” subito la prima rata dell’IMU da 3,9 miliardi, per poi restituirli e creare un “buco” di bilancio di 5 miliardi (1), ossia peggio di prima – però, proprio per questa ragione, tutti gli avvoltoi bancari e finanziari sono contrari a finanziare del semplice “lavoro”. Oddio, questi parvenu…perché non investirli sui future del petrolio che promettono così bene? Compro petrolio per 5 milioni di dollari stasera…domani li rivendo ad un centesimo di più ed o guadagnato 50.000 dollari! Perché bisogna lavorare? Salvo poi, quando il giochino non riesce, scaricare tutto sulle spalle degli azionisti – a volte circuiti, altre inconsapevoli: ho amici che mi hanno raccontato i raggiri per poi fare loro firmare le famose “obbligazioni subordinate” – ed oggi si osserva una cosa mai vista: per sanare i folli giochi dei banchieri, si prendono i soldi delle persone. Anche quelli di chi ha un conto sopra i 100.000 euro? Il governo deve decidere.

La seconda, è che tanti aspettano una privatizzazione di Fincantieri – i francesi ci provano dai tempi di Ateliers et Chantiers de Normandie – per “buttarci un piede” e poi…chissà…insomma, se questi rastrellano commesse ovunque, e poi non hanno soldi per costruirle…e se premessimo sui politici italiani e sulle banche di riferimento? Eppure, Fincantieri resiste (ed “esiste”) proprio per la tenacia della sua dirigenza e per le alte qualità delle maestranze: oggi, sono i francesi a temere una “cannibalizzazione” da parte italiana. C’è dunque una convergenza da molte parti su Fincantieri: basta “consumare” risorse! Il governo vuole avere libertà sulla Cassa Depositi e Prestiti per gestire i suoi affari – debito, “mance” elettorali, buchi di bilancio, ecc – insomma: ma cosa vuole questa gente? Lavorare? Eh sì, ma per lavorare ci vogliono soldi…in mano alle banche, investiti sui mercati emergenti, rendono di più…(quando rendono).

Il paradosso del “turbo” capitalismo – che assomiglia molto all’imperialismo di leninista memoria: vedi le guerre e le imprese neocoloniali – è che il denaro deve rendere profitti nel minor tempo possibile, e il lavoro ne richiede troppo. Ma – direte voi – per fare soldi bisogna che qualcuno produca (ossia lavori) ma per questo ci sono le economie emergenti…non la Cina o l’India, no…oramai si parla d’Indonesia…200 milioni di potenziali lavoratori…gente che lavora per un pezzo di pane…e cosa credete sia l’Ucraina, una semplice storia di missili? Per averli 500 chilometri più avanti quando la loro gittata è di 15.000? No, l’Ucraina è un posto dove, attualmente, la gente lavora per il corrispettivo di 100 euro il mese: piatto ricco, mi ci ficco! Solo che, lassù, è roba per i tedeschi, che non vogliono altri rompiscatole. Sentito parlare di Lebensraum d’hitleriana memoria?

La soluzione da trovare riguarda le popolazioni: come si può fare per tenere buona gente che non ha un reddito sicuro, o scarso, o nullo? La soluzione l’ha suggerita, a suo tempo, George W. Bush: lo stato sociale “caritatevole”, il welfare della mano tesa. Se non basta, ci sono i lacrimogeni e, se non bastano i lacrimogeni, si spara. Si noti: Padoan (sul decreto “Salva banche”): “non daremo rimborsi, bensì aiuti umanitari”. Carità. L’Italia è straordinariamente avanti su questa strada, poiché è l’unico Stato europeo a non avere separazione fra assistenza e previdenza. Non c’è mai stata! Ci ha sempre pensato e ci pensa l’INPS!

Pensioni, sussidi, cassa integrazione, mobilità, pre-pensionamenti…tutto nel gran calderone di Tito Boeri! E il governo, grazie alla “riforma” dell’INPS cominciata da Tremonti – ossia la soppressione di qualsiasi controllo interno sull’attività dell’ente – può fare tutta la “carità” che vuole, compresa la carità “pelosa” in tempo d’elezioni! Sulla “anomalia” italiana – negli altri Paesi l’assistenza ricade sul bilancio statale – c’è un vulnus giuridico enorme, lapalissiano: come si fanno a con-fondere due diritti, quello previdenziale (individuale) e quello all’assistenza (collettivo)? Soprattutto in tempi di sistema contributivo, quando “prendi quel che versi”, ma cosa “prendo”…il “mio” meno la cassa integrazione di qualcuno, il “mio” meno la mobilità di un altro…che senso ha? Invece, in Italia, si prende una cassa qualunque e, con essa, si finanzia l’assistenza: domani potrebbe toccare alla Cassa Depositi e Prestiti…basta che ci siano soldi da rastrellare…ricordate le famose “cartolarizzazioni” di Tremonti? Ovvio che hanno lasciato buchi di bilancio enormi, perché era sbagliata la premessa di vendere il Colosseo (cartolarizzandolo) per far quadrare il bilancio.

D’altro canto, quando un Paese vive per anni governato da una classe dirigente completamente fuorilegge – non perché dichiarato dall’Arcivescovo di Costantinopoli, ma dalla sua, stessa Corte Costituzionale! – cosa c’è ancora da spiluccare sul fronte del Diritto? Sono degli abusivi, dei portoghesi (in senso calcistico), dei falsari…gente che andrebbe giudicata e condannata, non osannata e riverita!

Il tirapiedi che hanno sistemato all’INPS, adesso, lancia allarmi ai giovani – andrete in pensione a 70 anni! Con 350 euro! – nella speranza che gli diano una mano non per “tagliare le unghie” alla classe politica & aggregati, che fanno il “sacco” della provvista previdenziale, ma a coloro che prendono una pensione di 2.000 euro (lordi) – 1.600 netti – per portare anche questi nella fascia di povertà. Poveri è bello, soprattutto dopo aver lavorato una vita. D’altro canto, la Corte Costituzionale ha già sancito la correttezza che gente come Amato incassi 31.000 euro e rotti il mese e che Ilona Staller (Cicciolina) prenda più di 3.000 euro per una sola legislatura, sponsorizzata da Pannella. All’epoca, gliel’avrà data? Mah…
Il problema di Boeri è recuperare (al voto, al consenso, ecc) quella larga fascia (milioni di persone) che è rimasta nel “limbo” della riforma Fornero: ossia coloro che, oggi, hanno dai 60 ai 66 anni: ah, se potesse dare loro qualcosa (sempre nell’ottica caritatevole di Bush II) e portarli a Renzi in dono! Perché Renzi un po’ disperato lo è: mica per nulla fa gli occhi dolci alla mafia siciliana per il Ponte sullo Stretto, che è ricomparso dal libro dei sogni! Altrimenti, non basta più Berlusconi come soccorso in Parlamento…B. oramai se ne frega, basta almeno “vederla” ogni tanto, bei tempi quelli del bunga-bunga…e non ce la fa più a tenere insieme che qualche voto…qui, il M5S va a vincere! (Poi, vedremo cosa saranno capaci di fare…)

Così, il buon Boeri s’è studiato di tagliare le pensioni più “ricche” – ossia di quelli che almeno campano – per fare una sola classe di pauperes, quelli dai 500 ai millecinque: dai tremila-quattromila in su bisogna lasciarli tranquilli…eh, sono quel che rimane dell’elettorato di Forza Italia… Combinate i dati che abbiamo citato.

Le olive non s’hanno da raccogliere, perché ci conviene di più fare affari con gli spagnoli & company – e si dimentica che in Francia si va ancora in pensione a 61-62 anni, ma molti non sapranno che la Francia è principalmente un Paese agricolo, non industriale – mentre le navi non sono da costruire perché costa troppo fornire capitali a Fincantieri, quei soldi ci servono per tamponare mille altre cose…comprese le pensione d’oro a migliaia di persone, altrimenti si crea un buco di bilancio. E, per risolvere l’arcano, si tagliano (con la scusa del contributivo, come se i boiardi di Stato avessero versato tutti quei contributi!) le pensioni intorno ai 2.000 euro (lordi) e si fa un po’ di carità (Bush II) a coloro che vanno avanti a pane e latte.

In altre parole, ci si dimentica di un assioma dl capitalismo “sano”: investimento di capitali, maestranze, materie prime e lavoro. Quindi, profitti e salari, sui quali poi si va a discutere per la loro divisione, ma quella è ancora una discussione “sana”, perché basata su ricchezza creata, non sulla fuffa. Non si capisce più quale tipo di capitalismo sia quello di Renzi & Co…capitalismo “magico”? “stordito”? “fantasioso”? “deliquescente”? “brigantesco”? Ma lo sapranno quali sono le regole del capitalismo?

Tutto bene? Ok, magari ci salta fuori anche il Ponte sullo Stretto: avanti tutta!

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2015/12/olive-navi-e-pensioni.html

10.12..2015

(1) http://www.lettera43.it/economia/finanza/monte-dei-paschi-sprofondo-rosso-stato-in-soccorso_43675159237.htm

Pubblicato da Davide

  • idea3online
    In una economia bilanciata tra Stato e Mercato, lo Stato dovrebbe controllare come il buon di padre di famiglia i prezzi all’ingrosso dei produttori delle piccole medie imprese agricole, mentre può delegare al mercato i prezzi al dettaglio, i quali dipendono molto dal territorio dove risiede il rivenditore. In linea di massima i produttori dipendono dalle materie prime fornite dallo Stato, e dal lavoro che è universale, energia esterna, ed energia di risorse umane, sono un costo di solito fisso. Al contrario le rivendite dei prodotti sono sottoposte ad una serie di costi variabili che permette anzi è meglio delegare al libero mercato il prezzo di vendita che trova un equilibrio. Lo Stato deve gestire i prezzi all’ingrosso, perchè solo immunizzando i produttori dalla speculazione, gli stessi possono sopravvivere. Mettere a rischio la produzione agricola, soprattutto i piccoli produttori, che dovrebbero essere incentivati, permette di risolvere il problema della disoccupazione, e liberare energia umana in creatività e appagamento personale. I produttori sono economia reale, i rivenditori sono economia finanziaria. L’economia reale è l’ossatura di uno Stato, quella finanziaria non è ossatura ma è linguaggio, espressione in vendita di beni materiali del Territorio. Per esempio se un rivenditore ha un invenduto, per un breve periodo non subisce un danno elevato, al contrario se il produttore subisce un invenduto per crollo dei prezzi dovuto all’attacco di speculatori dall’estero o dall’interno rischia la chiusura, e così muore la materia, la realtà. Per un rivenditore, o mercante la perdita è circoscritta e rotativa, dipende da tanti produttori, al contrario per un produttore la perdita è totale e determinata, la perdita non può essere gestita se è sotto attacco della speculazione. Se ci sarà il Mercante che aggredirà il produttore, alla fine il linguaggio ed l’irrealtà ha vinto sulla materia e realtà, mandando al lastrico il LAVORO, ed incentivando il MERCANTE, il LAVORO è priorità, il MERCANTE, è solo un mediatore, purtroppo si assiste che il MERCANTE è il principale attore ed il LAVORO dei piccoli produttori si trasforma in braccia a basso costo per il MERCANTE, cioè SCHIAVI. Il LAVORO deve essere tutelato dallo Stato, il MERCANTE è utile solo come mediatore tra produttori e cittadini. Perciò solo uno Stato che tuteli soprattutto i piccoli produttori agricoli tramite prezzi all’ingrosso che garantiscono la copertura dei costi fissi di una azienda, permetterà ad una nazione la sopravvivenza agli eventi estremi, milioni di piccoli produttori non tenuti a freno dal morso e dalle redini della burocrazia possono sprigionare risorse per uno Stato a 360 gradi, soprattutto la gestione della disoccupazione, e la gestione dell’energia umana diretta alla produzione di cibo che è la materia prima più importante del metabolismo umano.
    Tutto viene brevettato, ma non il LAVORO, il lavoro agricolo di uno Stato dovrebbe essere "brevettato e tutelato", le importazioni di prodotti agricoli solo a prezzi non inferiori a quelli che metterebbero a rischio i produttori agricoli del proprio Stato ed ecco che un servizio doganale che tuteli il LAVORO di una nazione è l’unico modo per trattenere e gestire l’avidità dei MERCANTI.
  • yago

    Mentre tutti sono diventati esperti di vino manca la cultura dell’olio. Eppure è molto più importante del vino in quanto ingrediente fondamentale della buona cucina. Un buon olio di oliva allunga la vita essendo un polinsaturo e ricchissimo di antiossidanti. Non tutti sanno che le manipolazioni fisico chimiche dell’olio distruggono quasi completamente le sue proprietà. La cosa più assurda è che si spendono cifre assurde per gli oli dei motori mentre si spendono due lire per l’olio alimentare. Forse tra qualche anno si capirà che sostituire olio di oliva con margarina, burro, oli di semi ecc. sarà anche una svolta economica in quanto la riduzione dei costi sanitari sarà di gran lunga preponderante rispetto a quanto risparmiato in supermercato.

  • lopinot

    Non mi fossilizzo sul caso dell’olio, credo fra l’altro che l’abbia preso come esempio esemplificativo di tutto un settore che si è illuso di poter contare sulla qualità di alcuni prodotti agricoli primo fra tutti il vino, abbandonando la protezione della produzione di massa.
    Tutta la riviera ionica della sicilia è stata colpita dall’importazione di limoni dal sud america e splendidi giardini di limoni sono abbandonati.
    Stesso per arance e ad esempio il latte che dobbiamo importare da paesi come quelli del Benelux che ci fanno la predica morale un giorno si e l’altro pure.
    Ignoro se qualcuno al potere abbia un percorso in testa o se invece tutto lo Stato sia diventato un apparato di controllo e oppressione destinato a trasformare l’Italia in un enorme campo di lavoro e sfruttamneto al servizio di chiunque passi calpestando i cittadini.
    Il concetto di produzione e lavoro con i passi fatti dal governo a guida PD sempre più si avvicina alle mquilladore messicane o alle Zone Franche nicaraguegne o del Salvador.
    Luoghi in cui lo Stato è assente e consente ai produttori di fare qualsiasi cosa per generare profitto in un regime di extraterritorialità.
    Nel caso italiano il governo fa anche peggio e gestisce la repressione e l’impoverimento in prima persona con leggi a senso unico, delega in bianco a speculatori e affaristi con l’ingrediente puculiare della malavita organizzata cui non sarebbe igienico levare una parte di bottino e che alla peggio può essee usata come arma di controllo nel caso gli Agenti Panzoni non tenessero botta a qualche protesta popolare.