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NON HO TEMPO PER LAVORARE

DI ALESSIO BUZZELLI
odioilgolf.blogspot.it

Fare come Essere – Per essere qualcosa o qualcuno è necessario essere individuabile da qualcosa o qualcuno. Poter essere riconosciuto come individuo, quindi. Individuo inteso come realtà che non si può dividere, che non può essere divisa senza perdere la sua essenza, la sua effige, il suo carattere. Una particella indivisibile. Come tale, questo individuo deve mostrare un minimo grado di autonomia, deve poter definire in qualche modo se stesso e le proprie circostanze. In breve, essere un individuo è una sporca questione di senso.

Nella foto: Sisifo”, Tiziano, 1549, olio su tela, esposto al Museo del Prado, MadridDi far senso, anche. Persino di dover far senso. Faccenda assai complicata oggi, dico io. In questa sciocca post-post-modernità che è talmente post da divenire pre. La questione di cosa essere e di come essere è la vera questione per l’Uomo. Qui ed ora. Non fosse altro che negli ormai scomodi vagoni della Grande Locomotiva Occidentale l’identità individuale è cosa che sempre meno riguarda l’individuo. E’ come se piovesse dal cielo. Qualcuno la lascia cadere e tu prendi quella che ti tocca. Piovono pietre, ma pazienza. Sempre meglio che essere niente.

Bene, una di queste pietre identitarie –diciamo così – è oggi il lavoro. Nuovo (ma nemmeno tanto) Idolo, Totem dell’uomo moderno. Pervasivo, invasivo, persuasivo. Dovunque, comunque lavoro. Glorificato, denigrato, agognato. Lavoro. Unità di misura delle umane cose. Per campare devi lavorare, altro non si dà. Da secoli questo assunto viene ripetuto, fino a trasformarsi quasi in legge della natura. In legge della coscienza, in condizione a priori. Che si provi ad immaginare la propria vita senza lavoro. Impossibile. Sarebbe come immaginare uno spazio infinito, un tempo eterno, un lavoro fisso. Tanto è vero che si parla persino di un diritto al lavoro, quasi coincidesse con un più generale diritto alla vita. O, meglio, alla sopravvivenza. Paradosso? Mica tanto, se per la così detta società c’è una totale identità tra la funzione produttiva alla quale il singolo assolve e la propria identità, il proprio essere così e non altrimenti. Il principio di individuazione sembra ormai essere: tu sei quello che fai. La condizione e insieme la causa di questo processo è da ricercarsi nella struttura economica, politica e sociale del nostro tempo e del nostro spazio. Non è sempre stato così e non lo sarà sempre – ammesso che un sempre ci sarà ancora.

L’esistenza umana trasformata in produttività umana è parto malriuscito di quell’inspiegabile idea secondo la quale si ha diritto alla vita solo se si contribuisce con la propria fatica a far girare gli ingranaggi di una macchina abnorme, eterodiretta e votata all’accumulo di qualunque cosa esista. Ovverosia esisti se contribuisci al funzionamento di qualcosa che è talmente grande, talmente complesso e talmente forte da nascondersi alla comprensione dei più. Grandi segreti di un sistema, quello capitalista del nuovo millennio, che non sa morire perché non vuole. Ma l’agonia genera mostri, l’abbiamo imparato.

Il suicidato dal lavoro è l’ultimo orribile capolavoro di questa agonia che chiamano crisi sistemica per non spaventarci troppo. Questo accade quando perdere il lavoro significa perdere la propria identità. Tempo per essere, Tempo per fare – l’esistenza non si misura con il Tempo. L’esistenza è Tempo. Costituita da porzioni di Tempo e sottomessa alle regole del Tempo: per vivere ci vuole Tempo. Per essere, soprattutto, ci vuole Tempo. Dicevamo che l’individuo deve formarsi da sé, deve poter definire se stesso e, per ciò, possedere un certo grado di autonomia. Diversamente, si ha bisogno di qualcosa che ti dia forma, che ti informi. Ma in tal caso salta il concetto di individuo e subentra quello di protesi, copia, surrogato di un individualità altra.

Per essere individuo, dicevamo, c’è bisogno di tempo. Tempo per ragionare, desiderare, riflettere, sbagliare, scegliere, rinunciare, amare, odiare. Per autodeterminarsi, per essere se stessi. Sappiamo però che il Tempo individuale è un tempo finito, limitato, che si esaurisce. E sappiamo anche che l’unica cosa che l’uomo può fare con il Tempo è quello di sceglierne l’utilizzo. Entro i limiti del possibile, naturalmente. Ognuno può fare da sé un breve calcolo e scoprire quanto tempo l’uomo di oggi dedichi al lavoro. E, per sostenere la tesi che qui si prova ad accennare, basta davvero questo semplice calcolo. Se la quasi totalità degli attimi a disposizione di un uomo vengono occupati (spesso abusivamente) da un’occupazione lavorativa, ecco che di tempo per il resto non c’è n’è. Il resto è naturalmente tutto il resto: la costruzione della propria individualità. Se lavori pensi al lavoro, there is no alternative. Chiedetevi ora perché il Tempo non occupato dal lavoro si chiami tempo libero e non, che so, tempo divertente. La risposta è contenuta nella domanda. La definizione di libero prevede un termine di paragone implicito per essere sensata. E il secondo termine è qui quello di costretto. Se ne inferisce che l’altra specie di Tempo, quello lavorativo, sia un Tempo costretto, non libero. E dunque impersonale, divisibile, non-individuale. C’è della coerenza in tutto questo: noi non scegliamo di lavorare, noi dobbiamo lavorare.

L’idea che lavorare sia un libero atto della volontà è un’illusione. Il lavoro-dovere si è trasformato nella coscienza in lavoro-volere sino ad apparire come una legge immutabile del mondo, un’idea inconscia radicatasi in noi dopo secoli e secoli di abitudine. Di nuovo: se non hai tempo per diventare te stesso, sarai individuato per ciò che farai. Cioè per ciò che non sarai. Perché il lavoro, comprando Tempo, compra l’esistenza. Lo scopo: il grande assente – Niente ha uno scopo in se stesso. Nemmeno il lavoro. E’ l’essere umano in quanto essere teleologico che per vivere ha bisogno di cercare e trovare uno scopo, una finalità in tutto ciò lo riguarda. E, a dire il vero, l’uomo è sempre riuscito a trovare uno scopo. Spesso distorto, ingannevole, vano. Ma l’uomo, per sua fortuna, non è Dio. Può sbagliare. Epperò sembra che oggi questo animale giustificatore faccia una fatica del diavolo a trovare uno scopo al lavoro così come oggi è concepito e organizzato. Sono andati i bei tempi in cui lavorare voleva dire poter toccare con mano la propria sopravvivenza. Ancora più lontano è il tempo in cui lavorare significava poter esprimere la propria personalità, il proprio talento, la propria vocazione. Il “lavoro come opera” è morto.

Certo, oggi il lavoro è ancora legato alla sopravvivenza, d’accordo. Ma alla sopravvivenza di chi? Alla sopravvivenza di cosa? E’ del tutto evidente che oggi l’uomo non lavora più per la propria esistenza, intesa come esistenza individuale. Oggi il lavoratore sgobba per la propria esistenza commerciale, consumistica, edonistica. Si lavora per poter consumare, per poter soddisfare dei bisogni che sono per la maggior parte indotti. Si lavora per restare un ingranaggio efficiente tra altri infiniti ingranaggi senza i quali, dicono, l’essere umano perirebbe. Si lavora per nutrire quel Grande Individuo impersonale che chiamiamo società. Si lavora per tutti e per nessuno. In summa: si lavora per consumare, per poi lavorare di nuovo. Lavorare per lavorare. Il lavoro smette così di essere un mezzo – uno strumento – volto al raggiungimento di un qualche scopo per divenire scopo esso stesso. Scopo a se stesso. Stando così le cose, risulta impossibile rispondere alla fatale domanda “a che scopo?”. L’uomo moderno ha creato le condizioni tali per cui è avvenuto nel concetto di lavoro un avvitamento di scopi, tanto che oggi non se ne trova nessuno.

Che senso ha, ad esempio, chiedere le “ferie”, ovvero elemosinare uno sputo del mio tempo a qualcuno che misteriosamente è riuscito a comprarlo? Dov’è lo scopo in tutto ciò?

Infine, ma non alla fine – Tutto questo per dire che l’uomo deve riformare il concetto di lavoro per giungere ad una esistenza riformata. Prima però deve tornare ad essere un individuum intero e liberarsi dalla sua attuale condizione di organismo scisso – di dividuum – tra quello che deve essere e quello che vuole essere. Trovare un nuovo “a che scopo?”.

Ecco di cosa ha bisogno oggi l’umanità. Non “liberare l’uomo dal lavoro” ma liberare il lavoro dall’uomo. Da questo uomo.

Alessio Buzzelli
Fonte: http://odioilgolf.blogspot.it
Link: http://odioilgolf.blogspot.it/2012/07/non-ho-tempo-di-lavorare.html
5.01.2013

Pubblicato da Davide

  • antomicla

    Giustissimo, bell’aticolo, grazie: Ron Hubbard lo chiama “facsimile di servizio”

  • Primadellesabbie

    Si, ma non é mica facile. Per riuscirci bisogna prendere un piccolo di uomo, mandarlo a scuola, costringerlo a confrontarsi con altri piccoli di uomo su temi che non si sognerebbe mai di esplorare, facendogli credere che si tratta dell’essenza indispensabile “dell’essere uomo”. E mica per poco tempo, si é cominciato con pochi anni (ma ogni giorno) poi, siccome qualcuno non era sufficientemente “imprintato” (termine usato in falconeria) si é allungato via via fino ai 13/18 anni attuali.

    Quando si é sicuri che, da buon prigioniero ignaro, consenziente e collaborativo, ha imparato cosa si può pensare e cosa no, cosa diverte e come e cosa no, quale deve essere considerata gerarchia e quale no, lo si rilascia in libertà vigilata affinché si trovi da solo una nuova prigione.

    Il sistema non funziona alla perfezione, qualche volta bisogna intervenire perché alcuni si danno all’alcolismo, alle droghe o ad altre forme di disperata ribellione, ma si é dato vita ad una iniziativa chiamata psichiatria che sta studiando come migliorare.

    Comunque per il momento non si conoscono sistemi migliori per indurre un essere dotato, purtroppo, dal buon Dio (o dalla natura) di caratteristiche tali da renderlo capace ed idoneo di esplorare l’infinito, partendo dall’osservazione delle cose che lo circondano, a consumare la vita andando in un ufficio o in un capannone a fare e dire cose quasi sempre completamente inutili e “ricrearsi” guardando la televisione e facendo shopping.

    Bravo Buzzelli buon tema e ben svolto, complimenti.

  • Aironeblu

    Un articolo che affronta temi profondi, che ci ricorda l’importanza di sviluppare autonomamente la nostra individualità, per riavvicinarci alle vere ragioni della nostra esistenza, che vanno certo ben oltre i meccanismi della produzione organizzata. Purtroppo viviamo in una realtà già definita e forgiata ad immagine di un sistema economico consumistico che divora con i suoi ingranaggi ogni piccolo spazio della nostra complessità individuale, ridotta intenzionalmente a pura espressione produttiva.
    Un recinto sapientemente costruito, con tanto di filo spinato e cani da guardia, da cui è difficile uscire soprattutto per la paura di quanto può esserci oltre le rete…

    Ma prendere coscienza della nostra natura e della nostra complessità, del modo in cui impieghiamo il nostro tempo, che è la nostra vita, ci può certamente aiutare a compiere tutte quelle scelte fondamentali che anche dentro al recinto sociale in cui viviamo possiamo ancora compiere, per dedicare un po’ più della nostra energia a noi stessi e un po’ meno alla macchina produttiva.

  • Tonguessy

    L’amico Rino ama ripetere: “Lavora chi non ha niente di meglio da fare”

  • albsorio

    “Lavoro. Unità di misura delle umane cose”—- credo siano i soldi—- Certo è che a me non manca il lavoro, mancano i soldi, poi se vediamo la tendenza attuale è lavorare di più per meno soldi, il che è un cotrosenso in tempo di crisi dove sarebbe meglio lavorare meno e lavorare tutti, questo assurdo, del lavorare di più, ha un senso perchè se hai il tempo di pensare magari cominci a capire e fare domande, cosa questa non gradita, meglio quindi tenere il capo chino senza disturbare i manovratori.

  • rebel69

    Ottimo articolo che secondo me sottolinea come i tempi stanno cambiando e di come l’umanità sia protesa verso qualcosa in più del materialismo che ha caratterizzato le nostre vite.Mi viene in mente che nella Genesi il lavoro era stata una punizione per l’uomo e nei vangeli si menziona il lavoro solo per procurarsi il NECESSARIO alla vita.Nei monasteri San Benedettini la vita era scandita dalle 8 ore per lavorare,8 per MEDITARE e 8 per riposare.Se ci riflettiamo un attimo credo che non sia conveniente spaccarsi la schiena per quello che si guadagna,almeno la maggior parte di noi,per cosa poi?La maggior parte del frutto del nostro lavoro serve per cose futili e ci abbassiamo a fare cose che non ci nobilitano o realizzano.Questo articolo è un ottimo spunto per provare a cambiare le nostre abitudini e maturare sotto molti aspetti della nostra vita e non dico che sia facile.

  • zapper

    docu tedesco sul reddito di esistenza come infrastruttura pubblica:
    http://grundeinkommen.tv/?p=263 [grundeinkommen.tv]
    sottotitolato

  • sisifo

    Siamo difronte, tra laltro, ad uno dei grossi fallimenti della sinistra, impantanata ancora in una fantomatica, quanto inutile, rivendicazione del diritto al lavoro (cosa, peraltro, diventata anacronista poiché, nel frattempo, non c’è più nemmeno il lavoro; e si lamentano pure se la gente non va a votare).

    Ci sarebbe dal morir dal ridere, se la cosa non avesse i connotati della tragedia.

  • Penta

    Bisognerebbe individuare una parola per distinguere il lavoro salariato dal lavoro non salariato.
    Perché anche pensare è lavoro: non si parla di “lavorio della mente”?
    E molte tecniche di meditazione orientali non presuppongono un’attività fisica?

  • stimiato

    Ragazzi, che bello. Ogni tanto fa piacere sentire parlare di grandi temi.

  • cavalea

    Ho avuto il piacere di conoscere persone che questi concetti li hanno praticati e vissuti come si conviene.
    Posso dire che si tratta di soggetti dotati di una saggezza superiore alla media, anche se rifiutati dalla società dei benpensanti, che non tollera nessun tentativo di cancellare la pericolosa sindrome di Stoccolma, plasmata con diabolica perversione dal solito potere, nemico di ogni libertà e autonomia.

  • grillone

    l’articolo è molto bello e interessante, ma io ho una visione meno radicale di questa. sicuramente dovremmo tutti lavortare di meno, per avere piu tempo libero, un corpo meno affaticato, e una mente piu fresca, ma abolire completamente il lavoro probabilmente è sbagliato, almeno secondo me

  • Mariano6734
  • tersite

    Ma anche il tuo commento non è male!

  • codroipo

    Avevo descritto su questo sito la mia esperienza:
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=9983#103624
    Confermo ad un anno da allora che la qualità della vita ne ha giovato ancora di molto.
    Passeggio per oltre un’ora al giorno, incontro vecchi, giovani, signore d’ogni eta’.
    A questo punto penso che sarebbe piuttosto difficile riprendere a lavorare un giorno.
    Ricordo che quando lavoravo, quei pochi giorni di ferie erano rovinati fin dal primo giorno dal pensiero del rientro 15 giorni dopo in azienda.
    Anche il fine settimana lo stesso problema, il venerdi’ sera ero gia’ intristito al pensiero del lunedi’ mattina.
    Questa e’ la sensazione piu’ bella che sento, il non avere piu’ il pensiero del rientro che mi tormenta.

  • Ercole

    Hai capito la differenza tra il borghese, e il lavoratore in fabbrica :i benestanti si prendono il piacere della vita sulla pelle di chi lavora ,mentre il povero subisce la pena della vita….e per questo che ci tengono in regime di sottomissione ,e insistono nel dire che questo e il migliore dei mondi possibili!!!!!

  • rebel69

    Sono stato uno scapestrato e se avessi avuto la tua perseveranza e non avessi sperperato in cazzate,quello che ho guadagnato in 28 anni di lavoro mi sarebbe stato più che sufficiente per vivere fino la fine dei miei giorni coltivando tantissimi altri aspetti della vita.Comunque per quanto mi riguarda non mi sento tanto schiavo del sistema,questa sarebbe solo una scusa,ma più che altro schiavo di me stesso e delle mie cattive abitudini vizi o desideri.Comunque non è ancora troppo tardi.Buona vita codroipo.

  • Mariano6734

    salve, cerco gente con cui fare rete e scappare a questa trappola: https://wildoranges.wordpress.com/