Home / ComeDonChisciotte / NON CHIAMATELO POPULISTA! NIGEL FARAGE VA PRESO SUL SERIO
11719-thumb.jpg

NON CHIAMATELO POPULISTA! NIGEL FARAGE VA PRESO SUL SERIO

DI MARCELLO FOA
Il Cuore del Mondo

Sarà perché sono cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, ma a me quelli che parlano chiaro e hanno il coraggio di esporsi in persona piacciono; li ammiro anche quando non sono del tutto d’accordo con loro o lo sono solo in parte. Nigel Farage, il leader del Independence party (Ukip) che ha appena vinto alle elezioni britanniche, appartiene a questa stirpe. Lo seguo da tempo ammirandone l’eloquio, straordinario, e l’audacia dei suoi interventi all’Europarlamento contro le lobby e la nomenklatura che domina l’Europa. Ogni volta che l’ho ascoltato, ho pensato: questo ha una marcia in più.

Non mi sono però meravigliato nel vedere come i grandi media nazionali hanno dato la notizia del suo trionfo alle elezioni britanniche. Quasi nessuno l’ha data in prima pagina, ma solo all’interno con titoli nei quali è apparsa subito la parola magica: “populista”. L’aggettivo che da un paio di decenni serve a marchiare chiunque esca dall’ortodossia di destra o di sinistra. E’ un riflesso condizionato che ha un certa efficacia, in quanto riduce il pericolo di un contagio e di un effetto emulativo negli altri Paesi.

Ma Nigel Farage non è un populista. Non lo è nell’aspetto, inappuntabile, rassicurante, da uomo d’affari quale è stato in passato; non lo è nelle argomentazioni sempre puntuali, motivate, competenti e non lo è neppure nelle origini politiche considerato che si richiama e legittimamente può proporsi come l’erede della Thatcher. Con idee forti e non sempre condivisibli, ma sempre motivate.

Non è un Beppe Grillo inglese: è molto più solido, strutturato, preciso nella visione politica (vedi al riguardo la lucida analisi di Stefano Magni)

Claudio Messora, autore del blog Byoblu, lo aveva intervistato un anno fa. (vedi video qui sotto)

Ecco alcuni passaggi chiave:

La mia visione dell’evoluzione della societá umana é che se vogliamo avere scuole, ospedali e stato sociale, per avere tutte queste cose devi creare profitto! Perché é grazie al profitto che la gente paga le tasse. E ció che abbiamo adesso in questa unione europea é qualcosa che si definisce libero mercato ma che in realtá è totalmente controllato dagli stati, completamente nelle mani di grandi banche e multinazionali, che sta bloccando la genuina libera impresa e le piccole, medie imprese dal nascere e svilupparsi, e stiamo assistendo alla bassa crescita, a un disastroso indebitamento, un vero brutto affare per coloro per i quali, io credo, queste cose sono state pensate e realizzate: la parte debole della societá. Dobbiamo fare soldi, realizzare profitti, dobbiamo competere con il Brasile, con l’India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo. Ma tutto ció che stiamo facendo é avvolgerci in un mantello che dice: “Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú,” “si puó andare in pensione prima.” Non funziona. Non paga. Una volta pensato attentamente a tutto questo, il mercato é ció che dà profitto, il profitto ci dá le tasse, le tasse ci danno il buono stato sociale in ogni stato libero.

E ancora:

Il mio partito non é anti-europeo affatto. Vogliamo un’Europa con cui fare affari, collaborare, saremo perfino ottimi vicini di casa. Personalmente ho un grande affetto per l’Italia e gli Italiani, e per 7 anni, quando facevo un lavoro diverso quando ero nel business, ho avuto un’agenzia a Milano ed ho speso un sacco di tempo a girare l’Italia, in affari con aziende italiane. E, come ho detto in precedenza, noi non siamo meglio, non siamo peggio, siamo certamente, peró, molto differenti da voi. Rimaniamo con le nostre proprie forme di governo, monete, lingue, culture. Saremo uniti, faremo affari, saremo amici e buoni vicini e ci siederemo attorno a un buon piatto di spaghetti con il vostro delizioso vino, e saremo amici. Ma non dovremmo essere forzati insieme nella stessa unione politica, e il mio partito continuerá a portare avanti questa politica, per un Regno Unito libero, indipendente e democratico, non governato da Herman Van Rompuy, Barroso o altri orribili insignificanti burocrati che adesso stanno comandando le vite di 500 milioni di persone, nei fusi orari europei.

Vi chiedo: queste sono parole di un pericoloso estremista o di un intellettuale coraggioso, di un liberale moderato, di un vero democratico?

Merita davvero di essere liquidato come “populista”? O forse sono le sue idee, così semplici eppure rivoluzionare, a far paura? E’ così scandaloso informarsi, riflettere, discutere?

Non su questo blog, che apre il dibattito su Farage. E che di Farage tornerà ad occuparsi, statene certi.

Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it/
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/05/05/non-chiamatelo-populista-nigel-farage-va-preso-sul-serio/
6.5.2013

Pubblicato da Davide

  • nigel

    Farege colpisce non per la profondità di ciò che dice, ma semplicemente perchè “..nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.”

  • Tonguessy

    dobbiamo competere con il Brasile, con l’India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo. Ma tutto ció che stiamo facendo é avvolgerci in un mantello che dice: “Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú,” “si puó andare in pensione prima.” Non funziona. Non paga.
    Eccolo qua….L’idea che una classe di lavoratori con oltre mezzo secolo di battaglie sindacali possa competere con altri lavoratori senza diritti e sfruttati è un classico del pensiero neoliberista. La competizione può esistere se e solo se ci sono dei sistemi di protezione, come i dazi e le dogane. Tolti questi gli “ottimi vicini di casa” si rivelano dei cavalli di troia capaci di scardinare il nostro welfare. Si lavora il doppio alla metà dei soldi per stare in competizione. Che non riesce comunque, quindi si delocalizza, ed ecco la disoccupazione. Non si va più in pensione perchè buona parte dei soldi versati servono a mantenere i disoccupati, frutto di erronee politiche aziendali e tragiche politiche europeiste, con abolizione di frontiere e dazi.
    Capitali, know how e intelligenze fuggono all’estero, qui restano solo sottoccupati e disoccupati: cosa si inventa questo signore? Che si lavora fino a crepare e si mantiene uno Stato collassato a causa dei trattati europei? E’ questo che vuole?

  • segretius

    Thatcher, profitto……. Meglio il populismo. Attenti a non farsi ingannare.

  • Giovanni_D

    Vorrei solo ricordare che “populista” non è assolutamente un termine dispregiativo. Infatti come ha ricordato recentemente Dario Fo, populista significa : del popolo e per il popolo. Per cui sia Nigel Farage che Beppe Grillo che sono stati tacciati di populismo ne dovrebbero andare fieri a dispetto di chi crede in tal modo di discreditarli.

  • nigel

    I connotati neoliberisti di Farage li ho appresi dall’intervista di Messora, negli interventi al Parlamento europeo si evincono semplicemente il rifiuto dell’eurolager e un sincero spirito democratico. Resta l’osservazione da te sollevata, che merita seria riflessione. Idee più chiare al riguardo le ha Marine Le Pen: http://www.youtube.com/watch?v=8FFAvTFDS3g

  • Georgejefferson

    “La mia visione dell’evoluzione della societá umana é che se vogliamo avere scuole, ospedali e stato sociale, per avere tutte queste cose devi creare profitto!”

    Detto anche reddito,potere d’aquisto,utile.In largha misura esiste gia,ben nascosto dagli ULTRA ricchi che si sono appropriati della vita di milioni di persone con l’inganno e la truffa della monopolizzazione di interi settori dopo lo sfruttamento sistematico di masse di persone schiavizzate consolidando interessi secolari e che non dividono l’utile con nessun tipo di Stato sociale,se non le briciole

    “Perché é grazie al profitto che la gente paga le tasse.”

    La gente quanti?Se tutti allora il cosidetto profitto va REdistribuito in modo piu equo.Altrimenti se solo il Mercato libero deve decidere azzeriamo tutti i patrimoni e partiamo ad armi pari,senza illuderci che ci sia giustizia in una competizione NON AD ARMI PARI ma di giganti ladri contro poveracci

    “E ció che abbiamo adesso in questa unione europea é qualcosa che si definisce libero mercato ma che in realtá è totalmente controllato dagli stati, completamente nelle mani di grandi banche e multinazionali”

    Contraddizione in termini,o e’ controllato totalmente dagli stati…o da banche e multinazionali.A meno che vogliamo vedere lo Stato come uguale a banche e multinazionali…siccome io non la vedo cosi direi piuttosto che abbiamo banche e multinazionali che comandano con l’etichetta”Stato”,e se per me uno Stato deve rappresentare gli interessi di tutti allora NON SONO STATO,sono ladri

    “che sta bloccando la genuina libera impresa e le piccole, medie imprese dal nascere e svilupparsi, e stiamo assistendo alla bassa crescita, a un disastroso indebitamento, un vero brutto affare per coloro per i quali, io credo, queste cose sono state pensate e realizzate: la parte debole della societá.”

    Ok

    “Dobbiamo fare soldi, realizzare profitti”

    Ma anche redistribuire,altrimenti il capitalista che fa profitti se ne vada dove non c’e’ una COMUNITA che costruisce STRADE/PONTI/OSPEDALI/FORZE DELL’ORDINE/INFRASTUTTURE/RICERCA/INNOVAZIONE/CURA DEGLI ANZIANI/KNOW HOW e vediamo quanti profitti riesce a fare da solo

    “dobbiamo competere con il Brasile, con l’India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo.”

    Ma anche COOPERARE,cercando il piu possibile sviluppo dal mercato interno.Altrimenti quando i paesi in via di sviluppo (le masse)prenderanno coscienza del fatto che la COMPETIZIONE non ad armi pari deriva anche dal secolare sfruttamento del resto del mondo saran dolori.Ditelo agli uomini d’affari

    “Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú,” “si puó andare in pensione prima.”

    DEMAGOGIA,populismo e’ un complimento.Gli ultra ricchi ladri dell’utile pubblico devono guadagnare di meno e lavorare di piu..la conseguente REdistribuzione puo far lavorare meno tutti gli altri al pari potere d’aquisto.Mi presenti uno studio,o piu studi comparati dove mostra quando e a quanto si debba andare in pensione DOPO UNA MAGGIORE EQUITA DI REDISTRIBUZIONE E GIUSTIZIA SOCIALE,poi ne riparliamo

    ” il mercato é ció che dà profitto, il profitto ci dá le tasse, le tasse ci danno il buono stato sociale in ogni stato libero.”

    Liberta per tutti significa PIU CONTROLLO DA PARTE DI TUTTI.Siccome viviamo in un mondo di uomini con tutte le loro debolezze ed ingiustizie perpetrate,non esiste mano invisibile di un dio che rende tutti gli uomini onesti cosi da stare meglio tutti.PIU CONTROLLO DA PARTE DI TUTTI necessita di uno STATO che faccia lo STATO.Quindi piu partecipazione da parte di tutti al controllo contro monopoli privati che mangiano utili,e monopoli FINTI pubblici che fanno mangiare utili della comunita a miliardari privati togliendo risorse a scuole, ospedali e stato sociale

    Mi fermo qua,l’urgenza e’ abbattere questa oligarchia europea,quindi un bicchiere di vino col Farage ci puo stare

  • geopardy

    Sono tutte cure Faraginose, che non vogliono minimamente ammettere che un mondo legato al solo principio del profitto non è possibile, se non in termini di fortissime disuguaglianze.

    Per giustificare questa ideologia si sono inventati il mito della crescita infinita, altrimenti, infatti, non potresti coniugare profitto totale e “benessere” diffuso, è una semplice operazione di logica.

    Nessuno di questi, che ci propongono le proprie ricette economiche, mette mai al centro di esse il problema delle risorse mondiali, che non sono soggette alla logica delle nostre ideologie e sono tutt’altro che infinite.

    Comincio ad essere stanco di dover scegliere tra la padella e la brace.

    Concordo, comunque, che un modo per limitare le disuguaglianze sia quello di costringere i massimi accumulatori di ricchezza a ridurre drasticamente il surplus per essere reinvestito, sottraendolo al loro diretto controllo e senza pretesa di rientro per essi.

    Geo

  • geopardy

    L’eventuale rientro, attraverso l’acquisto di merci, dovrà essere, semmai, un atto di volontà del cittadino e non imosto dall’alto.

    Geo

  • geopardy

    Anche una parzialissima verità come in questo caso.

  • vic

    Farage dice quel che molti europarlamentari dovrebbero dire forte e chiaro: non vogliamo essere sudditi di gente come Van Rompuy!

    Su questo mi pare che moltissimi siano d’accordo.

    Sul resto, be’, lui fa parte di un ex impero che oggi soffre per non esserlo piu’. Ogni tanto rimette i ghingheri imperiali, per esempio con la Tatcher, e s’impegola in una guerra all’altro capo del mondo. Ma lo fa esattamente come lo fanno gli USA, scegliendosi un nemico minuscolo, lontanissimo da casa.
    Una delle verita’ perche’ l’occidente e’ in crisi e’ piuttosto semplice: la vecchia era coloniale ha cambiato fattezze, ci sono nuovi coloni in campo, i vecchi coloni s’arrabattano e devono inventarsi nuove modalita’.

    Il discorso sulla necessita’ di essere competitivi nel mercato globale ha i suoi retroscena nascosti. Puo’ essere condivisio se con questo si intende promuovere l’innovazione, stimolare le proprie aziende a non dormire sugli allori. Non sta affatto in piedi se la competizione riguarda il costo del lavoro. E’ come nella boxe: la competizione ha senso se ci sono regole condivise e se gli antagonisti sono della stessa stazza, suppergiu’. E se ci sono arbitri che decretano chi viola le regole.

    Il discorso sulla competitivita’ nasconde un altro fatto evidente: nell’era della globalizzazione la competitivita’ in un certo settore riguarda un manipolo di enormi multinazionali, che agiscono in due modi: 1) accordandosi con le altre due o tre competitrici; 2) accorpandosele. In pratica riducendo la tanto decantata competizione. Ogni grande multinazionale vuole diventare lei dominante nel mondo.

    E’ una mentalita’ perversa. E pure menzognera quando tira in ballo il presunto libero mercato, che a quei livelli globalisti e’ ridotto ai minimi termini.

    In realta’ si deve discutere di come far convivere due tipi di economia: la globalizzazione e l’economia locale. Mettere in competizione il sarto locale con il sarto cinese e’ cosa dell’altro mondo. Far morire il sarto locale perche’ quello cinese e’ piu’ “competitivo” e’ una forma di degenerazione del pensiero. L’economia locale ruota attorno alla figura dell’artigiano, il quale e’ in relazione con la globalizzazione attracerso i macchinari che usa, o le materie prime di cui ha bisogno.
    Proprio qui sta il punto: l’efficienza.

    L’artigiano acquista una certa macchina perche’ la ritiene migliore delle altre, fa meglio al suo scopo. Magari fa meglio al suo scopo proprio perche’ altri artigiani come lui sono in continuo contatto col fabbricante e gli fanno notare cosa potrebbe migliorare. Accanto alla competizione entra in gioco la nozione di collaborazione. Nozione che viene amplificata dalla nozione di rete: artigiani che agiscono in una rete territoriale. Sostenendosi vicendevolmente. Pochi competono fra loro, tutti sono nella rete di collaborazione.
    La globalizzazione sta producendo l’effetto perverso di distruggere queste grandi reti, magari sottili ed invisibili pero’ efficaci, di collaborazione locale. La cosiddetta competizione a livello globale implica una enorme collaborazione a livello locale. Che e’ l’antitesi dello schiavismo. Che funziona se c’e’ un minimo di benessere, un minimo di stato funzionante, con servizi garantiti, con la sicurezza del diritto, ecc. ecc.

    Un altro aspetto che la solita tiritera della competitivita’ tende a nascondere e’ l’altra faccia della nozione di efficienza: bisogna essere efficienti per essere competitivi, bisogna centralizzare per essere efficienti, bisogna abbattere i costi per essere efficienti. Tutto vero?
    Si’ e no. Si’ perche’ e’ il solito mantra insegnato nelle solite scuole. No perche’ l’efficienza non e’ un concetto da tener presente in modo esclusivo. C’e’ anche il concetto di rischio: come ridurre i rischi, quelli piccoli ma anche quelli grandi, che sono i piu’ devastanti; quelli ricorrenti, quelli sporadici e quelli rari se non unici.
    A questo punto entra in scena l’antagonista della centralizzazione: la ridondanza!

    Non mi e’ noto nessun partito che abbia come slogan la ridondanza.
    Eppure ce l’abbiamo sotto gli occhi quotidianamente: la natura stessa e’ zeppa di ridondanze. Sono le ridondanze che mantengono in vita la vita, malgrado catastrofi grandi e piccole, locali o epocali.

    Ma cosa presuppone la ridondanza, pensandoci bene?
    Presuppone il cosiddetto savoir faire non piu’ centralizzato ma decentralizzato. Il che spesso e’ anche una scelta azzeccata di efficienza: piccole distanze, piccoli costi di trasporto. Ma il nucleo e’: saper fare qui, non in Cina (Cina per modo di dire).
    Una societa’ che perde il saper fare, s’impoverisce. Anche se all’apparenza magari sembra piu’ ricca perche’ qualcuno s’arricchisce oltremisura.

    La ridondanza e’ insita nella nozione di libero mercato, perche’ si sottintende che esistano tantissimi attori e non uno sparuto manipolo, che alla fine diventa un manipolo manipolatore.

    La ridondanza a livello politico significa tolleranza di tanti stati, non la loro sudditanza ad un manipolo di oscuri funzionari che agiscono nell’ombra.

    Insomma il signor Farage mi convince solo sul giudizio riguardo all’UE attuale. Non mi convince per il resto perche’ non parla di ridondanza, la vera base di una societa’ funzionante e resiliente.

    Mi scuso per lo sfogo

    😉

  • Georgejefferson

    Ragionevole,se ne puo parlare…leggi questo pero se ti va:

    DA JOHN KLEEVES,estratto

    Cosa si intende per Capitalismo? Un’economia di libero mercato, il quale lasciato a sé stesso e senza interventi statali permette la creazione di grandi ricchezze concentrate.
    Si intende questo, eppure se ci pensiamo vediamo che con un mercato veramente libero non potrebbero affatto crearsi grandi ricchezze concentrate: con un mercato veramente libero non potrebbe esserci il Capitalismo!
    Il fatto è che le grandi ricchezze concentrate, diciamo le grandi aziende, per nascere e mantenersi hanno bisogno sempre di opere pubbliche, di opere della collettività.

    Immaginiamo ogni grande azienda, di qualunque settore, ai suoi albori. L’industria dell’auto per esempio. Dopo l’invenzione del semovente in vari Paesi degli imprenditori pensarono alla produzione di massa. Hanno venduto bene le prime serie, ma poi avrebbero dovuto fermarsi: era necessaria una rete stradale adatta. Ma in un mercato libero lo Stato non ti fa le strade perché devi vendere le tue auto ma ti dice: se le vuoi compra i terreni e asfalta, caro il mio imprenditore privato, e rispetta i diritti dei confinanti, che sono liberi cittadini in un libero mercato.

    Avrei voluto vedere come avrebbero potuto svilupparsi i colossi del settore, come la Ford o la Fiat: avrebbero dovuto comprare striscia di terra dopo striscia di terra, asfaltarla, recintarla e dotarla di un’infinità di sottopassaggi e cavalcavia, curarne la manutenzione, rendere conto degli incidenti che vi avvenivano. Sarebbe stato impossibile anche il primo passo, l’acquisto dei terreni, perché ogni contadino avrebbe chiesto cifre esorbitanti è ovvio.

    Sarebbe rimasto al nostro candidato capitalista delle quattro ruote il mercato militare: jeep e camion per l’Esercito, che viaggiavano sulle strade da lui fatte, per i suoi scopi. E il tutto vincolato dallo Stato (divieto di esportare, tipi di prodotti, eccetera), perché è roba di importanza strategica.
    Oppure pensiamo all’industria aeronautica e alle compagnie aeree. Begli oggetti gli aerei passeggeri, ma richiedono aeroporti e in un libero mercato lo Stato ti risponde come prima: Cosa c’entro io? Fatteli! E in luoghi deserti, dove non infastidiscano nessuno col rumore, perché i miei cittadini sono liberi cittadini in un libero mercato, e hanno dei diritti.

    Rimarrebbe come prima solo il mercato militare, con basi escluse ai voli civili. Poca cosa e coi soliti vincoli.
    Oppure pensiamo all’energia elettrica da portare a ogni domicilio: grandioso, ma occorre attraversare con i cavi le proprietà degli altri, che potrebbero rifiutare o chiedere un tot, perché sono liberi cittadini in un libero mercato. Lo stesso per telefoni e telefonate: bisogna attaccare cavi alle case altrui. O per il trasporto via mare, per l’import-export e per le crociere turistiche: hai bisogno di porti attrezzati e in un libero mercato o te li fai o non trasporti. Lo stesso per ogni altro settore potenzialmente atto a dar luogo a grandi aziende, al grande capitale. Semplicemente in un libero mercato, e ripeto libero, queste non possono neanche nascere.

    Si obietterà: ma così sarebbe impossibile lo sviluppo economico e civile! L’osservazione è irrilevante: questi sono gli esiti di un libero mercato di liberi uomini. E poi lo sviluppo economico e civile non sarebbe impossibile; solo, dipenderebbe dalla volontà dello Stato, che comincerebbe a fare i patti con le aspiranti grandi aziende o imprese: faccio le strade, i porti, eccetera, ma voglio la maggioranza della proprietà delle vostre aziende perché sono io che vi faccio vivere. In breve – sorpresa – l’esito fisiologico di un veramente libero mercato è la statalizzazione di ogni attività economica rilevante. Puoi possedere tutti i mezzi di produzione che vuoi, ma se il mercato è proprio libero non vai da nessuna parte.

    Le Vere Leggi del libero mercato

    E anche se per mera ipotesi, per passatempo speculativo, concediamo che in un libero mercato possano nascere grandi aziende private, come farebbero poi a mantenersi? Un libero mercato è un mercato dove la gente per quanto riguarda i fatti economici fa e disfà a suo piacimento, e lo Stato non interviene, non premia e non punisce. Non lo ha detto Adam Smith, il profeta del Capitalismo, che lo Stato non deve interferire, che ci pensa la invisible hand (la “mano invisibile”) del libero mercato a regolare tutto per il meglio?
    Bene, allora io compro a credito e non pago: è un atto economico e lo Stato non deve intervenire. Dirà il medesimo: Non c’è stato furto (non ha preso la roba dallo scaffale ed è scappato) ma il mancato rispetto di un patto economico fra le parti: il mercato è libero, per definizione non possono esserci leggi che lo regolino, e quindi arrangiatevi; neanche chiedo la restituzione della merce, perché la vostra transazione, non essendo regolamentata, non ha valore giuridico e perciò chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, ma se in seguito alle recriminazioni ci sono violenze su persone o cose interverrò invece immancabilmente, a punirne l’autore.

    Cosa rimane ai produttori e ai venditori in questo regime di libertà economica?

    Cosa fa la invisible hand?

    Dice di consegnare la merce solo a fronte di un pagamento immediato e in contanti, ecco cosa dice. Come fa il contadino al mercato: nella mia mano il cavolfiore, nella tua il soldo. E questa è la Prima Vera Legge dell’economia di libero mercato.
    Ma così, appunto, addio grandi aziende, addio banche, addio Capitalismo. L’invisible hand di Adam Smith protende il medio, gli gira dietro la schiena, e va su.
    Oppure io vedo sul libero mercato un bell’oggetto, lo faccio uguale e lo vendo, magari a un prezzo più basso, perché sono un mago nell’arte della concorrenza. Strilli e strepiti del fabbricante originale, ma cosa deve dire lo Stato in un mercato libero? Che la cosa non lo riguarda perché io non ho rubato oggetti (ho pagato il campione ostentatamente, o meglio, l’ho comprato a credito), non ho fatto violenze né altro, ma solo lavorato, da cittadino libero in un libero mercato, dove si può fare nell’economico tutto quello che si vuole.

    Cosa dice ora l’invisible hand? Dice che non val la pena di far niente che possa essere riprodotto a costo inferiore dal primo napoletano che passa, che è la Seconda Vera Legge dell’economia di libero mercato. E ripete il suo gesto su Adam Smith.

    Oppure io sono un bambino ignorante, che non vuole andare a scuola. Il Capitalista protesta con lo Stato: Obbliga i genitori a mandarlo a scuola almeno sino ai 16 anni, dove insegnerai queste e queste materie, e poi allettali a mandarlo all’università, perché mi servono operai, quadri e dirigenti per la mia azienda; beninteso, io non garantisco il posto a nessuno, perché c’è il libero mercato!

    Ma in un Paese a libera economia di mercato lo Stato per mere ragioni di civiltà impone un’istruzione di base, che a 12 anni è senz’altro soddisfatta, e poi non obbliga più nessuno a continuare perché non deve raggiungere alcun obiettivo economico: il mercato fa da sé, non è vero? Se chi continua non è sufficiente per le esigenze dello Stato (scuole, ospedali, ricerca, Esercito, eccetera), questi pagherà studenti perché continuino, garantendo anche l’impiego. Cosa dice l’invisible hand ? Che al massimo si può possedere una fattoria con tanti braccianti agricoli perché per il resto bisognerebbe formarsi il personale a proprie spese, cosa proibitiva: la Terza Vera Legge dell’economia di libero mercato. Ancora la mano invisibile torna su Adam Smith.

    Oppure io sono un ladruncolo di supermercato, come ce ne sono decine di migliaia. Ho rubato e lo Stato è disposto a processarmi, ma vuole la presenza fisica del proprietario leso, che dica che la merce era sua, perché in un libero mercato, dato che l’economico non è regolamentato, solo le persone fisiche sono anche persone giuridiche, che possano promuovere azioni giudiziarie. Se si tratta del proprietario di una catena di supermercati dovrà passare la vita fra un processo e l’altro in tutte le città del Paese. Se è una società per azioni con tanti azionisti dovranno muoversi tutti: sono i proprietari. Ovvio che ogni volta bisogna lasciare perdere. L’invisible hand ? Dice che non si deve sorpassare la dimensione del negozietto di famiglia, perché altrimenti si è spolpati dai furti: la Quarta Vera Legge dell’economia di libero mercato.

  • mincuo

    Mi pare un po’ confuso questo Kleeves. Per dire poco.
    Che significa le quote le ho io Stato perchè io “ti permetto” di fare l’industria automobilistica?
    E fattela.
    Chi impedisce allo Stato di fare un’industria automobilistica di Stato, coi soldi delle tasse?
    O le apatatine fritte?
    E cosa c’entra Adam Smith. E cosa c’entra il liberismo. Come se il lberismo fosse sospeso in cielo e non prevedesse invece proprio lui uno Stato e con delle regole precise. La solita confusione tra liberismo e quel che ne hanno fatto. Pure confusione tra Stato e quel che ne hanno fatto, cioè le lobby di Stato, non lo Stato.

  • ottavino

    Proprio bravo ‘sto Farage. Bravo perchè chiaro. “Se vuoi avere ospedali devi fare profitto, dal quale prelevare con le tasse”. Bene. Questo ci serve per capire cosa non dobbiamo fare. Non dobbiamo fare profitto (nel senso, accanircisi), non dobbiamo fare ospedali, non dobbiamo fare scuole. E’ semplice.

  • Georgejefferson

    come “non argomentare”anzi no..le patatine dello stato,infatti

  • cavalea

    Le risposte nell’intervista mi sorprendono non poco. Insomma alla fine ritroviamo sempre gli stessi propositi della finanza usuraia e del turbocapitalismo, anche se cucinati in salsa diversa, giusto per attirare degli incauti golosi.
    Mi spiace, vedevo quest’uomo come una valida alternativa al disastro combinato dalla UE e BCE, nei loro fallimentari interventi nelle politiche economiche dei paesi membri.

  • mincuo

    Mi sembrava pure abbastanza dire un pensierino su industria automobilistica. Che poi varrebbe pure per la bottega di meccanico, stando a questo genio, visto che il meccanico ripara auto che appunto gli sono state “permesse” dallo Stato e perciò lo Stato, vista la logica, dovrebbe avere le quote pure del meccanico.
    Ma una cosa hai ragione Jefferson ed è che non vale la pena proprio. Chissà cosa ci sia da argomentare poi su un livello simile, con uno che non ha la minima idea di gettito, risorse finanziarie, utilità, capitale di rischio di terzi e liberazione di risorse pubbliche, Dio solo lo sa.

  • braveheart

    @ mincuo.
    Mi pare abbastanza chiaro kleeves.
    Liberisti/liberali alla Smith , ma anche altri, propugnano l’evanescenza dello stato, e kleeves, attraverso paradossi e estremizzazioni mette a nudo la pochezza dei loro argomenti.
    Cioè, poche regole e precise ; detto così sembra bello e giusto, poi vai a vedere la realtà , e ti chiedi : poche quanto ? In che ambiti di più e in quali di meno ?
    Per non parlare dei vari Bruno Leoni o degli austriaci, magari pensando addirittura ad un moneta emessa dai privati.
    Insomma, che si debba notevolmente sforbiciare le “mansioni” di uno stato, lo ritengo doveroso, ma come al solito c’è chi vorrebbe buttare il bambino con l’acqua sporca.
    Ricordo un confronto in un altro forum, co STI liberisti, in cui, discutendo con uno che ha seminato a Pordenone il mais ogm, poi bloccato da Zaia, mi dava dell’oscurantista statalista antiliberale, solo perché mi appellavo al principio di prudenza scientifica nel caso degli ogm.
    Ma lui si appellava al fatto che in molti paesi sono permessi e quindi lui ne ha il diritto, e che non essendoci evidenze scientifiche, riconosciute dall’Europa o dall’Italia, lui ha il diritto di seminare.
    Cioè, la volontà di una comunità su cosa può rappresentare un pericolo, su cosa vale la pena seminare ( in Italia e’ inutile combattere sulla quantità produttiva data dagli ogm, vista l’estensione), e sopratutto non abbiamo estensioni che giustifichino le distanze di sicurezza contro l’impollinazione eterogena.
    Insomma, loro rifuggono la dittatura delle maggioranze, non tenendo conto che la forzA di una comunità sta nella condivisione.

  • Fedeledellacroce

    Dio non esiste e di conseguenza non sa un bel niente.
    Il buon senso non é esclusiva degli economisti.
    John Kleeves, pseudonimo usato da Stefano Anelli, ha scritto libri interessanti rivelando veritá scomode.
    Ha fatto una brutta fine.

  • Georgejefferson

    cosa deve il parassita renditiero capitalista alla comunita?Nulla,infatti tutto da solo si e’ fatto.E che centra la comunita?Al massimo la riconoscero quando arriveranno le spranghe..intanto me la godo “perche merito”,giusto le patatine e entrate/uscite

  • nuvolenelcielo

    carisma, energia, lucidità e intelligenza molto fuori dal comune. sarà un personaggio chiave se il mondo riuscirà a prenderere la strada dei popoli e non dei burocrati.

  • Merio

    Anche io personalmente faccio fatico a trovare basi scientifiche solide su cui basare la mia opinione anti-OGM(non ho tempo per fare ricerche approfondite)… però vedo la storia della Monsanto… non è che mi fidi molto… anzi non mi fido proprio per niente…

  • nuvolenelcielo

    peccato quando si parla di Farage vedere introdurre discussioni sterili sul liberismo contro non-liberismo, mentre qui la dicotomia a cui siamo di fronte è DEMOCRAZIA contro non-democrazia. Forse bisognerebbe capire che bisogna prima avere la democrazia e non l’oligarchia, e poi una volta ottenuta, IN UNA FASE SUCCESSIVA, tramite il voto, si decidono le politiche sociali più gradite e attuali. E’ inutile buttare il sugo sulla pasta cruda, non si fa una figura intelligente (è quasi ora di cena, mi è venuta questa metafora). End of Conversation.

  • FreeDo

    Farage e’ abbastanza lontano da noi, ci riguarda poco. Invece e’ da Marcello Foa che dobbiamo guardarci: strisciando, si insinua, cercando di inoculare il batterio neoliberista facendosi scudo di Claudio Messora. No, quelle dell’intervista non sono “parole di un pericoloso estremista”, ma di un degno successore della Thatcher. Appunto.

  • bardo

    Nulla di che ‘sto Farage. Fa parte del giochino. E ci siamo rotti di ‘sto giochino, signor presidente e cari colleghi… Oramai c’è una popolazione di esseri umani, qua in giro, che non si fa più prendere in giro, da nessuno. I giornalai poi…. Io prendo sul serio solo me stesso, chiaro?

  • No_Fear87

    mah…se ultimamente mi erano nati dei dubbi ora ho le conferme.
    Farage sta scadendo sempre di più dopo l’attentato dell’aereo nel 2010 (o era 2011 boh?) molto probabilmente ha preso paura,

    E’ dal 2008 che lo sento, e non ha mai fatto nulla…

  • consulfin

    premesso che, come dice anche Giovanni prima di me
    “populismo s. m. [dall’ingl. populism (der. di populist: v. populista), per traduz. del russo narodničestvo]. –

    1. Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale.

    2. Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale: il p. nella letteratura italiana del secondo dopoguerra.” http://www.treccani.it/vocabolario/populismo/ [www.treccani.it]

    Premesso quanto sopra, a me questo Nigel non sembra affatto un populista. Sembra anzi un alto borghese che pretende di estrarre, come tutti i capitalisti, sempre più ricchezze dalla classe lavoratrice. E, per farlo, tira in ballo concetti edulcorati e indorati al punto che ormai la classe lavoratrice li ha o li sta per fare proprii: uno di questi è la competizione. Bisogna competere con Cina e Brasile. Certo! Che poi dalla competizione, da ogni competizione, esca un vincitore a scapito di tanti sconfitti non ha importanza. Tanto lui sta e da per scontato di stare tra i vincitori.

  • mincuo

    Lo Stato siamo noi. E se non siamo noi allora si parla di un’altra cosa, una lobby di Stato. Lo stesso vale per il liberismo, e la sua truffa odierna. Il liberismo non esiste se non dentro regole precise. Che le fa lo Stato, che siamo noi, e se non siamo noi non è lo Stato, ma una lobby di Stato. Che può essere, anzi è, in combutta benissimo con una lobby privata. E’ tutto lì. Per l’indottrinato liberista fasullo lo Stato è un alieno parassita, per l’indottrinato statalista lo Stato è una specie di papà estraneo, non siamo noi, e l’alieno profittatore cattivo è il privato. Questo è il livello, inculcato come si voleva e questo livello fa sì che tu sia pro o contro, come si voleva, in modo che sempre a stessa minestra tu abbia, in qualunque caso. Amen.

  • Giovina

    Noi gia’ andiamo “dopo” in pensione e non “prima”. Si lavora fino a settanta anni. Se non si riferisce a questo allora forse vuole innalzare a 80……e chi ci arriva. Io sono cosi’ stanca che manco lo posso applaudire ‘sto simpaticone………..

    Ve lo ricordate il Gabbiano Livingston? Non voleva vivere solo per mangiare.
    Siamo arrivati al punto che ci sembra retorica la filosofia di Jonathan…..che ci vergogniamo di dire che bisogna lavorare di meno, semplicemente perche’ si lavora troppo, mentre da altra parte non si lavora per nulla.
    Siamo arrivati al punto che addirittura vorremmo obbligare con delle leggi il lavorare stesso…
    Farage difende l’astrazione nazione, ossia la sua sovranita’ o diritto di autodeterminazione perche’ si dimentica degli uomini che compongono proprio quella nazione che idealizza.
    Lui sta sulle nuvole, nella terra e nel fango stanno invece i nostri piedi.
  • geopardy

    Ribadisco una mia convinzione, niente di buono uscirà da questo sistema , i suoi aggiustamenti , come ha ben osservato Tonguessy, non funzionano e non funzioneranno.

    Millenni di lotte per tornare alle Piramidi, questo e solo questo può uscire dalla testa malata di un anglosassone di oggi, in barba a tutti i progressi del passato.

    Gente che vive di scommesse, ma sono gli altri a pagare quelle perse e loro a prendere i proventi di quelle riuscite.

    Mi facciano il piacere di tornare ai cavalieri della Tavola Rotonda, erano più simpatici a quel tempo.

    Ragionano come fossero soli al mondo, come gli israeliani e come gli statunitensi (lo stesso ceppo ideologico li accomuna), si comportano da alieni e sono alienati.
    Un sistema che è all’opposto delle leggi dell’ecosistema non può durare in eterno su questo pianeta, tant’è che, con i loro compari di oltre oceano, pensano a trasferirsi nello spazio.

    Ci vadano pure, nessuno li piangerà.

    Geo

  • Cornelia

    A me uno che mette nella stessa frase le perole “ospedale” e “profitto”, già nun me piace.

  • braveheart

    Giusto mincuo.
    Quindi la verità sta nell’equilibrio fra queste visioni.
    Noi dobbiamo essere lo stato, con gli strumenti per esercitare il controllo diretto.
    Punto.

  • eresiarca

    Infatti, Foa è più insidioso di altri, perché inserisce cose condivisibili su uno sfondo in cui nessun caposaldo della visione liberista è messo in discussione.

  • Jor-el

    Un altro genio che vuole “competere” con la Cina. E magari con l’India, il Bangladesh, il Vietnam…

  • siciliano

    Speriamo che sia sincero, e non un’altra mossa subcutanea del sistema

  • mincuo

    Dio non esiste è una proposizione indecidibile signor Fedeledellacroce. E la sua esistenza però ha un’argomentazione logica inattaccabile, se è per quello.

  • nuvolenelcielo

    Farage ha un lato positivo deflagrante. Chi altro sa e ha l’abilità e il coraggio di andare a dire, efficacemente, in faccia alla UE la verità sull’euro e sull’unione europea? Quindi usiamo le cose positive delle persone, Farage ha ormai fama internazionale su queste cose, quindi non buttiamo tutto nel cesso per favore. Le politiche economiche vengono DOPO LA DEMOCRAZIA.