Home / ComeDonChisciotte / “NOI SIAMO I GIOVANI/I GIOVANI/I GIOVANI”: LA QUESTIONE GENERAZIONALE

“NOI SIAMO I GIOVANI/I GIOVANI/I GIOVANI”: LA QUESTIONE GENERAZIONALE

DI CHRISTIAN CALIANDRO
minimaetmoralia.it

Mario Monicelli – che si è suicidato a novantacinque anni, la sera del 29 novembre 2010, lanciandosi dalla finestra del bagno al quinto piano del reparto di Urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, e diventando il fantasma italiano acutissimo che ci ossessionerà ancora a lungo, consigliandoci e aiutandoci in questi tempi difficili – aveva le idee molto chiare su ciò che era successo all’Italia:

Ci ha fregato il benessere. La generazione che l’ha toccato per prima si è illusa che fosse eterno, inalienabile. Invece era stato conquistato dai padri con sofferenza e sacrificio. Così l’ha dissipato senza trovare la formula per rinnovare il miracolo, e gli eredi di quel gruppo umano hanno deluso le aspettative ad ogni livello. Gente senza carattere, priva di ambizioni, sommamente pretenziosa e basta.

Del resto, in una memorabile puntata del programma Match (1977), condotto nientemeno che da Alberto Arbasino (ah, la RAI di quei tempi!), Monicelli aveva duellato proprio con l’alfiere, allora regista esordiente, della generazione a cui appartengono gli attuali cinquantenni-sessantenni: Nanni Moretti. Nel corso del ‘duello’, il maestro della commedia è tranquillo e ascolta volentieri, mentre il secondo è spocchioso, inutilmente aggressivo. Poi, improvvisamente, al trentaduesimo minuto (quasi a fine puntata), Monicelli perde la pazienza e diventa irresistibile:

–  Volevo dire un’altra cosa, a proposito di cattiveria: io sono cattivo, non tu.

–  Io non ho detto…

–  Tu dicevi: “voglio essere cattivo”, rivolto a me. Io voglio essere cattivo…

–  Ma tu non sei cattivo, perché Un borghese piccolo piccolo non è un film cattivo, è un film molto ambiguo, secondo molti reazionario, anche secondo me… Il giustiziere della notte, Sordi che tortura uno, tutto il sangue…

–  Ma no, io voglio essere cattivo nella mia domanda a te. Adesso si sta parlando, da un anno, di un film che tu hai fatto [Io sono un autarchico, N. d. A.], che nessuno ha visto o che pochissimi hanno visto. Hai avuto la fortuna che ne hanno parlato tutti, se ne è parlato in televisione: ma guarda che il tuo film è grazioso, niente di più. Invece si è creata questa cosa per cui tu adesso sei l’esponente della nuova regia italiana, della nuova nouvelle vague italiana: no, non è vero. Sei un buon regista…

–  Ma io che c’entro, mica mi so’ fatto pubblicità da solo.

–  Sì sì: te la sei fatta da solo benissimo. Sei stato il press agent più straordinario che ci sia nella gioventù italiana dai quarant’anni in giù, credimi. Che il film poi sia grazioso, siamo d’accordo: ma ti assicuro che è molto meno di quello che tu credi. [i]

Ecco ciò che si dice “un momento di verità”. E in quel giro di anni, ce ne sono molti altri: si potrebbe addirittura tracciare (anche se non è questo il luogo), l’intera storia di una generazione attraverso le opere (film, romanzi), che ne ritraggono i membri. Il figlio di Picchio in Primo amore, obeso e perennemente in eskimo: abbandonato dal padre in tenera età, vive con una donna orribile e fa il pittore da strapazzo in uno sgabuzzino del suo appartamento fatiscente. Marco Millozzi di Caro papà che non parla e non vuole parlare con suo padre Albino, al quale trasmette tutta la sua ostilità e il suo disprezzo, e che gli dice a un certo punto con grande amarezza: “è come se le lampadine in voi si spegnessero tutte insieme”. I fascistelli romani ritratti da Goffredo Parise ne L’odore del sangue [ii], che a loro volta echeggiano i fascisti agghiaccianti e robotici di San Babila ore 20: un delitto inutile (Carlo Lizzani 1976); il culto della morte che caratterizza un’intera generazione, tematizzato in modo paradossale in un racconto prezioso e trascurato di storia controfattuale come Una storia vera (1977) di Umberto Eco [iii]; i ritratti impietosi e fulminanti che costellano quel libro ancora straordinariamente attuale che è Un paese senza (1980) di Alberto Arbasino:

La trappola attuale sembra ancora più cupa. Alla certezza di un universo nemico si somma infatti la consapevolezza di una iniquità e di uno sfascio “tipicamente italiani”, e quindi non rimediabili con la cacciata di invasori oppressori a cui addossare le colpe, e da sostituire prontamente con italiani molto abili, molto lavorativi, e capaci di migliorare la situazione economica e la condizione culturale.

Di qui (la piccola borghesia sogna, sogna…) nasce quel trip nell’Immaginario che Edoardo Sanguineti chiama “demagogismo onirico” e Alberto Ronchey definisce “vampirismo ideologico” (vampirismo passivo, evidentemente, come per le fidanzate di Dracula). E ne deriva quell’andare non tanto “in paranoia”, bensì in schizofrenia, dissociazione, disgregazione, deterioramento, che è il grande tema e il grande disturbo delle generazioni giovani… (…)

“Non sanno gestire le loro libertà”, sentenzierebbero i vecchietti. Ma la dissociazione sembra arrivare abbastanza lontano. Questa, infatti sembra la prima generazione che contemporaneamente lotta per rovesciare lo Stato, e per ottenere posti fissi e stipendi perpetui dallo Stato medesimo: come per recuperare quella situazione di inamovibilità contro la quale si facevano le rivoluzioni vere, quelle per conquistare le libertà personali senza condizioni. [iv]

Da questi testi e da questi film emerge in definitiva il ritratto di una generazione “storta”, pressoché irrimediabilmente. Gli adulti di allora (i Monicelli, i Risi, i Parise, gli Arbasino) riconoscono e denunciano una forma patologica: la fragilità unita alla violenza, alla crudeltà; l’instabilità, il disordine mentale ed esistenziale. Oggi, i “grandi”, gli adulti sono invece proprio i membri di quella generazione: e l’incomprensione, l’incompatibilità si presentano a parti invertite. I baby boomers non capiscono affatto la solidità e la serietà, perché gli sono estranee, non fanno parte del loro bagaglio umano e morale. Essi hanno trasferito intera, invece, la loro personale e antica instabilità nel sistema sociale, nel tessuto collettivo, plasmandolo a loro immagine  e intaccando le strutture che reggevano tutta la baracca.

Christian Caliandro
Fonte: www.minimaetmoralia.it
Link: http://www.minimaetmoralia.it/wp/italia-revolution-christian-caliandro/
13.08.2013

NOTE

[i] Cfr. href=”http://www.youtube.com/watch?v=q4B95f2Mo1c&feature=related (icorsivi sono miei, N. d. A.).

[ii] Cfr. G. Parise, L’odore del sangue, cit., p. 53: “(…) portava naturalmente blue-jeans e scarpe da ginnastica. Una catena d’oro al collo con una croce (se era fascista doveva portare la croce bene in vista, si trattava di vedere il peso della catena, molto importante per l’estrazione sociale: se fosse stata di grosso peso si trattava di un proletario, di un borgataro, se sottile di un borghese). Certamente, oltre che bello, e conoscendo i gusti di Silvia, un mediterraneo, un mezzo arabo o indio, [giunto a] questi risultati mi perdevo. Di ragazzi così, con queste caratteristiche, ce n’erano a migliaia a Roma: seminati in Piazza del Popolo, a Piazza Euclide, al Pantheon nelle ore piccole e in mille altri posti. Il fatto che appartenesse o dicesse di appartenere a Ordine nuovo mi portava in direzione della borghesia, di quella borghesia romana detta generone, fascista e papalina, che produce quel genere di figli, nullafacenti, debolissimi, fragilissimi, così deboli e fragili nonostante gli atteggiamenti politici, le palestre, il virilume abbandonato a marcire come mondezza nelle strade di Roma dal fascismo; e ancora ritrovabile dopo quasi quarant’anni dalla sua caduta; ma così è, così è Roma, la città più fascista e ancora fascista d’Italia.”

[iii] Cfr. U. Eco, Una storia vera, “la Repubblica”, 25 febbraio 1979, pubbl. in Sette anni di desiderio, cit., pp. 114-118.

[iv] A. Arbasino, Un paese senza, Garzanti, Milano 1980, p. 124 (i corsivi sono miei, N.d.A.).

Questo pezzo è tratto da Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani).

Pubblicato da Davide

  • GioCo

    Conqustato dai padri con fatica e sacrificio, da quei padri che poi non hanno voluto che i loro figli conoscessero le stesse pene, la stessa fatica, lo stesso sacrificio che era alla base del loro successo.
    Non si è mai responsabili a metà e non si può dire “loro hanno scelto diersamente” senza ammattere almeno il fallimento della propria politica educativa. Il benessere di cui i giovani sono stati vittime non è la conquista passiva dello stesso, ma proprio il prodotto delle pene di chi si è sacrificato a vuoto (cioé senza saper tramettere anche il valore del sacrificio).

    Poi, dire che il prodotto sia dato dal sacrificio dei padri è anche quella una mezza verità. L’industria nasce per il profitto, sulla base dello spreco e dello sperpero delle risorse per produre disvalore (cioé se è un prodotto industriale e di solito il tentativo di immettere “il peggio possibile” facedolo passare per il meglio). Non è come lavorare sodo la terra con il proprio sudore è un sacrificio ben diverso! Un sacrificio doppiamente miope, perchè opera per la distruzione del sistema delle risorse, immaginato come sfruttabile in eterno, per la distruzione della società, immaginata come mera consumatrice di beni futili e in sovrabbondanza, e per la propria, dato che poi nessuno “è fesso” e tutti subuscono “il prodotto”, loro malgrado, come la pappetta sparata a forza giù nel gozzo del neonato. Monicelli è bravo, ma non tanto nell’autocritica quanto nei film che ha prodotto.

  • Aironeblu

    Beh, pare che i tempi del benessere facile che ha prodotto una generazione “viziata”, siano ormai morti e sepolti: chissà che non possa uscire anche qualcosa di buono da questa neopovera Italia, facendo mettere i piedi per terra a quella parte di Italia presuntuosa, arrogante e pretenziosa descritta da Caliandro. Consoliamoci con la sparizione di questa piccola e fastidiosa borghesia.

  • Tonguessy

    la consapevolezza di una iniquità e di uno sfascio “tipicamente italiani”
    Quindi il pressapochismo e lo sfascio tipicamente, chessò, britannici (mai visti i personaggi della periferia di Londra?) sono di tutt’altra caratura? O non è piuttosto che la fatica (finalmente?) non fa più parte della cultura del nuovo millennio, tutta centrata sul terziario e sull’edonismo, indipendentemente da quale parte dell’Impero si voglia considerare?

  • 4gatti

    La società, nel suo insieme, si è letteralmente instupidita.

  • Tonguessy

    Commento interessante. Ma come si fa a trasmettere il “valore del sacrificio” quando il disvalore della gratuità la fa da padrone? Senza l’iphone da 700€ sei solo uno sfigato sociale…..questo è il mantra con cui i cosiddetti “creativi” riempiono le videate e le pagine stampate. Come si può combattere efficacemente contro quel numeroso e ben foraggiato esercito che trasmette continuamente disvalori? Che senso ha oggi il “valore del sacrificio”?

  • haward

    Gli stessi problemi, mutatis mutandis, li ritroviamo in tutto l’Occidente e non solo in Italia che, pure, avendo la propria storia, ha le sue peculiari caratteristiche. Ma se tu, volutamente, distruggi qualunque riferimento, ancorchè minimo, di tipo etico, spirituale, civile ed ideologico, (pur con tutti i limiti oggettivi di tali realtà), quale generazione ti aspetterai?

  • alvise

    Monicelli si è salvato in tempo dalla mia critica, peccato che non la potrà leggere.Questo benessere che lui sottolineava, in fondo gli è venuto bene visto che avevamo i denari per andare a vedere i suoi film.A tutti, speculatori e non, gli è tornato utile il “benessere”.Col benessere Moicelli si finanziava i suoi film, avrei voluto sentire le sue parole se il benessere non ci fosse stato, come avrebbe analizzato i magri introiti.Sempre la solita storia del gay è il culo degli altri

  • GioCo

    E’ una domanda che mi sento rivolgere spesso dai “vecchi” e non è una risposta facile, ci ho messo una vita ad averne una parte. Il problema maggiore è che io non ho un pregresso di sacrifici, me lo sono dovuto costruire per capirlo. Il punto è che NESSUNO può tramettere il sacrificio come valore, ma CHIUNQE può scegliere se conviene, quando conviene. I Padri della “società civile”, detta anche occidentale (ma per me è meglio se la chiamassimo “accidentale”, nel senso degli accidenti che bisognerebbe tirargli dietro ogni volta) hanno basato l’educazione sul prinicpio della mancanza. Fin da quando sei piccolo, la società ti pressa a guardare ciò che ti manca: non ti sei lavato i denti, non hai studiato, non ti sei presentato alla nonna, etc. Questa “società della mancanza” pilota tutte le scelte successive ed è OVVIO che un bambino poi si senta agganciato a un sottosistema di vendita che ti offre la via facile per colmare quelle tue mancanze. Per rompere il sistema basterebbe iniziare un autocritica che comprenda il fallimento di questa politica educativa che è solo un sottoprodotto industriale che ha fatto leva sul bisogno e sulla mancanza proprie del primo dopoguerra (in Italia, all’estero in altre situazioni artificiali di precarietà). Per “guarire” ognuno deve fare i conti con se stesso e iniziare a ribaltare la politica del “non” il pensiero del “manca”. Ogni pensiero negativo nasce da uno positivo (NON viceversa, così funziona il nostro subconscio) per ciò il pensiero della mancanza è completamente indotto, può essere solo un prodotto. In quanto tale quindi possiamo benissimo disfarcene anche subito. Non ci serve. Ogni pensiero negativo è possibile esprimerlo in positivo: come mai non ti lavi i denti? Cosa ti impedisce di studiare? Cosa sta succedendo con la nonna? Il pensiero positivo spinge a indagare il nostro giudizio a mettere prima sotto la lente critica il pensiero che abbiamo e poi (forse) provare a esprimere un giudizio, a smettere di pensare che i comportamenti altrui siano pilotati da mancanze perchè c’è una sola astromonica, apocalittica, smisurata mancanza. La nostra, del nostro ereditato civile “pensiero accidentale”. Nient’altro.

  • Tonguessy

    Beh, la colpa ed il peccato non sono una novità. Il principio della mancanza potrebbe risalire a tale “peccato originale”. Che però ancora non spiega (o almeno mi manca di notare tale connessione) la mancanza del sacrificio come valore, specialmente se teniamo conto che tale valore era ben presente fino a pochi decenni fa. Quindi l’anima peccatrice rimane la stessa, ma cambiano le condizioni di contorno. Sono quindi queste ultime che hanno determinato l’annichilimento del valore in questione. No?

  • GioCo

    Possiamo ragionare secondo il canone di colpa e di perdono, ma questo è un pensiero “moderno” (nel senso che potremmo farlo risalire al nocciolo del pensiero di sant’Agostino) sconosciuto nel cristinesimo arcaico che traeva linfa dai culti millenari pre-cristiani, così come il concetto di “paganesimo” che verrà molto dopo. Ha avuto le sue regioni storiche e sociali che (putroppo e menomale) erano di natura transitoria. Oltretutto è un pensiero duale. Entrambe le cose non aiutano a comprendere, ci costringono in un limbo di nebbia e vacuità cognitiva. E’ più utile tentare esercizi di pensiero laterale e intelligenza emotiva che non rinunciano al concetto ma lo integrano. Per esempio, che l’anima è il suo ambiente. Non c’è una cosa dentro una cosa, (un anima nel suo corpo) nel senso che il corpo non è confinato dentro una pelle, una esteriorità, più di quando non lo sia nella sfera del micro ambiente abitato. Come dire che la pelle è quella del nostro corpo, delle nostre cellule ma anche del nostro limite sensoriale. Sono tutte “pelli” (confini) e tutte equamente e di buon diritto identificabili come “contenitori” di un identico contenuto Spirituale. In questo senso il valore di sacrificio di pochi decenni fa, non era quello che trovavi nelle generazioni precedenti e non è quello odierno. Ancora: il sacrificio non è un Valore in sé. Se non sposti il focus non riuscirai a capirlo. E’ la cosa in sé a costituire un sacrificio: ad esempio, un moderno giovane che sta davanti alla console videogame per 18 ore, compie un sacrificio e spaventoso. E’ ovvio che è così, ma non si riesce a vederlo. Per questo il ragazzo perseguita a giocare. Non ha alternatite efficienti (NON efficaci, efficienti). Lui sa che in quel modo sfogherà le sue frustrazioni emotive e per ciò tra il bilanciamento del perduto/guadagnato avanza il guadagno emotivo. E facile far notare che un drogato da videogame è un soggetto difficilmente educabile ma prima di arrivare a quel punto ne ha fatta di strada!! E quando siamo intervenuti noi? Quanto tempo abbiamo perduto nell’omettere i milioni di segnali che il soggetto ci ha mandato circa le sue evidenti frustrazioni? Che occasioni abbiamo dato perché queste fossero incanalate in sacrifici per lui più adatti? Ecco, in questo senso, il problema è porsi le domande corrette …

  • Tonguessy

    Credo che la colpa, purtroppo, non goda di quella “natura transitoria” che descrivi. Non a caso i videogames (o le droghe) possono essere letti come un’esercitazione ad arginare tale senso di colpa. Chi non ha colpe non ne sente il bisogno, e chi è senza colpa scagli la prima pietra. L’idea stessa di “ricominciare” tipica del “rewind” di ogni estatico reinizio sottolinea la necessità di annullare quanto finora fatto, o vissuto, per impostare un esito differente, più pieno e soddisfacente. Chi ha vissuto al di fuori di tutto questo non ne sente l’immenso peso esistenziale. Ma chi lo può vantare? Comunque stiamo andando ben oltre il tracciato della discussione iniziale. La mia analisi partiva dalla constatazione che a parità di condizioni quel “valore del sacrificio” era presente, e quando le condizioni cambiano, non è più presente come prima. Ho posto l’attenzione sulle variazioni, che a mio modo di vedere non sono religiose, ma di altro tipo. Buona giornata.

  • GioCo

    Si, era presente nella coscienza di chi allora viveva in quel modo. Ma non in sé, non in quanto valore, poiché non è un valore. Provo a chiarire ancora. Il valore era di un ben determinato sacrificio non del “sacrificio” e basta. Per esempio il sacrificio del pane in tempo di penuria (duante la guerra o subito dopo). E’ chiarissimo che non c’è modo di insegnare quel sacrificio in assenza di penuria ma è anche chiaro che chi ci è passato ha dato poi al cibo un valore ben diverso rispetto a noi e quello è per lui la misura del sacrificio. Casa, denaro, vestiti, tutto rientra in questo discorso. Quando nella ripresa del ’50 e ’60 il valore si spostò verso il lavoro e le rivendicazioni sindacali, erano le ore di lotta in fabbrica a costituire un sacrificio: mica te le pagavano! Ma i vecchi non approvavano questo comportamento sempre: erano tanti quelli che disprezzavano “i magnapan a ufo” che scioperavano per non lavorare e non tutti erano padroni di fabbrica, la maggioranza erano (o diventavano) artigiani e contadini. Quando poi negli anni ’80 vi fu “il grande tradimento” dei sindacati, che portarono gli stessi a patteggiare senza deleghe per tutti i lavoratori con le controparti dello Stato, divenne il consumo e il denaro, per ciò la misura di quanto “denaro sacrifichi” sempre “per il bene di coloro a cui vuoi bene”. Adesso è ancora quello il concetto di sacrificio dominante, ma per le “vecchie generazioni”, per le nuove è già cambiato e si sta spostando verso l’immagine, il valore estetico del successo personale. Se noti ad ogni cambio corrisponde una delusione cocente del “valore di sacrificio” precedente. Come la guerra, che si è portata via il concetto di “comunità” in cui il sacrificio era nello stare entro la medesima e le sue leggi “morali” di ferro (per lo più dettate dalla chiesa) perché fuori di essa eri solo “un malandrino” o una “prostituta”; successivamente cambiò ancora per diventare i “generi di prima necessità” fino alla ripresa economica, per diventare “il lavoro” fino alle delusioni delle lotte sindacaliste, etc … Ora, è più “morale” il sacrificio di allora? Ha prodotto una generazione forte ma anche sorda e dura di comprendonio. Ha prodotto strade e palazzi ma niente spazi per bambini ne riflessioni serie sul valore della crescita. Ha prodotto scuole e sapere, ma non si è mai interrogata seriemante su come trasmetterlo perché producesse desiderio e curiosità (in effetti negli anni ’60 il sapere era visto più o meno come “opera di satana” o giù di lì). Basta leggere qualcosa su don Milani per capire il clima di quegli anni. Era un epoca di grande tolleranza ma non per chi viveva l’incubo dell’handicapp. C’è da piangere a vedere “i sanatori” cosa raccoglievano. Perché non parliamo di quella responsabilità? E’ facile giudicare un giovane che non sa come rispondere all’anziano quando deve difendere la propria esistenza e nessuno gli fornisce le armi per capire in che mondo si trova. Un giovane plagiato in un modo (dalla società che si trasforma) che deve rispettare dettami incomprensibili (dei padri che lo allevano). Ma se vogliamo aiutarli a capire il valore del sacrificio, cerchiamo prima di capire noi di che sacricio stiamo parlando e in quale misura è nel QUI ed ORA conveniente per chi lo deve prarticare, perché un sacrificio c’è sempre, anche per il malandrino, ma bisogna saperlo scorgere e opporre a una alternativa per lui funzionale e per tutti più sana.