Home / ComeDonChisciotte / NELLY CONTRO L'INSIGNIFICANZA
14201-thumb.jpg

NELLY CONTRO L'INSIGNIFICANZA

DI PANAGIOTIS GRIGORIOU

greekcrisis.fr

È impossibile comprendere l’insignificanza attuale se non si riesce a vedere la forma più delirante del progetto contemporaneo, vale a dire la totale manipolazione dei destini e dei significati. La storia del tentativo di corrompere il deputato Khaikàlis si trasforma così subito in un patetico feuilleton. Il procuratore ha interrogato come testimone il faccendiere che ha cercato di corromperlo, però non lo ha arrestato.

La confusione regna sovrana, salvo per Nélly Andrikopoùlou, già passeggera del «Mataroa» [l’imbarcazione neozelandese che nel 1945 portò in Francia numerosi giovani studenti greci in fuga dalla miseria postbellica, N.d.T.], le cui esequie sono state celebrate lunedì 22 dicembre ad Atene. C’era un bel sole.

Era il 22 dicembre 1945, alla vigilia della guerra civile in Grecia, quando oltre 130 greci si imbarcarono sul «Mataroa», salpato dal Pireo per l’Italia e – da qui – diretti a Parigi. Queste donne e uomini, la maggior parte dei quali avevano una borsa di studio del governo francese ed erano in alcuni casi accompagnati dalla famiglia, hanno trovato asilo in Francia grazie all’aiuto del direttore dell’Istituto Francese dell’epoca, il filoellenico Octave Merlier. Alcuni dei più importanti intellettuali e artisti greci erano sulla nave, come Cornelius Castoriadis (nato nel 1922 a Costantinopoli), secondo il quale quell’esodo aveva avuto un ruolo fondamentale nella Storia.

Nélly Andrikopoùlou era su quella nave. Nata nel 1921 a Costantinopoli, fu pittrice, scultrice e scrittrice, e più tardi avrebbe sposato il pittore e poeta Nìkos Engonòpoulos, uno dei primi artisti surrealisti della Grecia. Peraltro il «Mataroa» era una nave già dotata di un’aura di gloria, dato che era stata per tre volte luogo di memoria: aveva già accompagnato le truppe americane verso l’Irlanda in preparazione dello Sbarco in Normandia e nel luglio del 1945 aveva altresì convogliato alcuni fuggiaschi della Shoah, in particolare dei bambini del campo tedesco di Buchenwald, verso la Palestina.

François Dosse, il biografo di Cornelius Castoriadis, sottolinea che “quel viaggio si rivelò in seguito propizio per le avventure sentimentali. Pur avendo una relazione con Nelly Andricopoulou, il giovane Castoriadis riannodò i contatti con Mimica Cranaki, che era stata sua compagna ad Atene e che avrebbe continuato ad esercitare una vera e propria fascinazione su di lui” (cfr. F. Dosse, Castoriadis, une vie, 2014, p. 35). Aggiungerò solo che anche la poetessa Màtsi Hatjilazàrou era in quella nave, e che Cornelius Castoriadis aveva stretto anche con lei una relazione che sarebbe durata per qualche anno ancora a Parigi (cfr. l’intervista di Matsi Hatjilazàrou a Stathis Tsagarousianòs). Quello che François Dosse non dice, è che Nélly Andrikopoùlou mantenne una relazione epistolare con Corneille (per gli amici, Castoriadis) praticamente fino alla morte del grande filosofo, nel 1997. Non conoscevo Nélly personalmente, ma per caso (?) avevamo alcuni amici comuni. Perciò so da fonte certa che Nelly ha sempre conservato le lettere che Cornelius le inviò per decenni.

Lontano, molto lontano dalla confusione che regna dopo questo affare di Stato e delle rivelazioni del deputati Khaikàlis, che peraltro hanno costretto il primo ministro Samaràs a sporgere denuncia per calunnia, gli amici di Nélly – quindi i nostri amici – hanno potuto salutarla per l’ultima volta. Distrutti.

Proprio questo mese di dicembre 2014 (ancora un caso?) e fino al 28 del mese, al Théâtre du Soleil di Parigi il gruppo del «Mataroa», su ispirazione di un’opera di Nélly, propone la sua versione di questa “memoria perduta”. “Fra i passeggeri di questa «arca» contemporanea, che avrebbero brillato in Europa per le loro opere e che ci rendono fieri, possiamo elencare i filosofi Cornelius Castoriadis, Kòstas Axelòs e Kòstas Papaïoànnou, gli scultori mémos Makrìs, Kòstas Valsàmis e Bella Raftopoùlou, i pittori Dìkos Vizàntios, Eléni Stathopoùlou e Anna Kindùni, la pittrice e scrittrice Nélly Andrikopoùlou, i poeti Màtsi Hatjilazàrou e Andréas Cambàs, gli autori Elli Aléxiou, Mimìka Cranàki e Andréas Kédros, i medici Eleni Thomopoùlou, Evàngelos Brìkas e Andreas Glinòs, Dimistris e Ioannis Marinòpoulos, che diventeranno celebri imprenditori, gli architetti Aristoménis Provelengios, Nikos Chatzimichàlis, Takis Zenetos e Panos Tzelepis, l’architetto e urbanista Georges Candilis, il regista Manos Zacharis e il direttore d’orchestra Dimitris Chorafas, lo storico Nicolas Svoronos e l’accademico Emmanuel Kriaràs”.

“Nel 2014, al cuore di una crisi economica e soprattutto sociale di una portata mai vista dalla caduta della dittatura, un gruppo di artisti diviso fra Atene e Parigi riesce, grazie al loro lavoro di ricerca e alla loro tenacia, ma anche dopo mille difficoltà e momenti critici, a realizzare un folle sogno. In questo periodo estremamente difficile che ancora una volta vive il nostro Paese, nel quale crollano tutti i punti fermi e nel quale l’Europa intera vacilla, un periodo nel quale questo Paese è trascinato verso un futuro incerto e oscuro e dove tornano ricordi che avremmo voluto dimenticare, l’unica arma che abbiamo per resistere a un mondo che affonda è riacquistare la capacità di sognare e di farci portare lontano da questo paesaggio disperato.” Ancora una volta, come direbbe Cornelius, si tratta di immaginario e di sogno. Si gira in tondo.

Nélly aveva lavorato a lungo, dopo il suo ritorno in Grecia, come guida turistica per l’Ufficio del Turismo, gli straordinari viaggiatori di un tempo avrebbero certamente apprezzato quello che – all’epoca – si avvicinava forse di più a una forma di iniziazione.

Dopodiché la Grecia non c’è più (proprio per nulla), e sull’esempio del vasto… nulla ci inoltriamo – crisi o no – nell’era del «teoliberalismo», come dice Susan George, trattandosi “della capacità retorica delle lobbies delle multinazionali, molto raffinata dato che adattano perfettamente il loro discorso alle culture locali (…). È una grossa regressione di tutto un sistema che si orienta completamente verso il dio mercato e vuole per questo abbattere tutte le “barriere” commerciali, tutti i limiti sociali”.

Cornelius Castoriadis si poneva il problema già nel 1990: “è possibile uscirne? Un cambiamento non è possibile a meno che, e solo se, ci sarà un nuovo risveglio, se comincerà una nuova fase di creatività politica ricca di umanità, cosa che implicherebbe d’altro canto l’uscita dall’apatia e dalla privatizzazione che caratterizzano le società industriali contemporanee (…). In caso contrario il cambiamento storico non si fermerà certo, qualunque idea di «fine della storia» è assurda per molteplici ragioni, ma il rischio è che questo cambiamento anziché produrre individui più liberi in società più libere faccia emergere un nuovo tipo umano, che possiamo provvisoriamente definire «zappantropo» o «riflessantropo», una tipologia di essere tenuto al laccio con l’illusione della propria individualità e della sua libertà attraverso meccanismi ormai indipendenti da qualunque controllo sociale, gestiti da sistemi anonimi, il cui dominio è già fin d’ora ben avviato (…). Quello che la filosofia politica può fare è porre questo dilemma che oggi ci si presenta di fronte. Non può certo risolverlo da sola. Può essere risolto solo dalla collettività umana, risvegliata dal sonno e capace di rimettere in marcia la propria attività creatrice” (cfr. Cornelius Castroiadis, Anthropologie, philosophie, politique, in «Les carrefours du labyrinthe 4 – La montée de l’insignifiance», p. 148.)

Sembrerebbe che questo nuovo tipo-antropologico, risultato logico dello «zappantropo» o del «riflessantropo», sia ormai ben diffuso. Recentemente, mentre condividevo queste riflessioni con il mio amico Làkis Proguìdis (anche lui amico di Cornelius), Làkis mi ha detto spontaneamente che vista sotto questa prospettiva Castoriadis è stato certamente l’ultimo dei filosofi.

Nélly, Cornelius, Màtsi, il nostro mondo, qualche minuto (storico) prima degli ultimi ed estremi usurpatori.
Con Nélly Andrikopoùlou seppellita, il «Mataroa» continuerà a solcare i mari da qualche parte. Quella stessa mattina del 22 dicembre ho visto un uomo rubare un pollo arrosto in un supermercato ateniese. È fuggito e i dipendenti del supermercato non lo hanno voluto inseguire.

È impossibile capire l’insignificanza attuale se non si riesce a vedere, giorno dopo giorno, la forma più delirante del progetto contemporaneo.

Panagiotis Grigoriou

Fonte: www.greekcrisis.fr

Link: http://www.greekcrisis.fr/2014/12/Fr387.html#deb

22.12.2014

Traduzione per www.comedonchsciotte.org a cura di MARTINO LAURENTI

Pubblicato da Davide

  • italy4d

    Solo grazie, Panagiotis.

  • Tonguessy

    Il "Mataroa" faceva parte di un progetto modernista, dove ognuno, a seconda di capacità ed inclinazione, aveva un posto. E c’era posto per tutti. Magari non nella dittatura dei colonnelli, ma da qualche parte il posto giusto si trovava. Oggi invece non c’è più posto per nessuno, perchè il progetto modernista è arrivato al proprio limite e non c’è stato alcun rinnovamento. Svanito il sogno di una società meccanizzata a misura d’uomo, è rimasta solo la società meccanizzata, sempre più dannatamente meccanizzata e sempre più maledettamente disumanizzante. Da questa fase postmoderna parte "l’insignificanza attuale", ovvero la resa dell’umanità nei confronti delle macchine. Macchine che determinano tutti i trasferimenti di danaro tra privati e tra nazioni, macchine che esautorano i lavoratori e tolgono loro stipendi e diritti, macchine che guidano la percezione, che la alterano, macchine che colonizzano l’immaginario collettivo. L’entropia meccanica ha generato il caos comunicativo e sociale, ed ognuno, ormai incapace di comunicare al di fuori delle macchine, se ne sta rintanato nel proprio guscio e fa l’unica cosa rimasta plausibile secondo la consolidata civiltà delle macchine: osserva il mondo. Estraniati ed alienati, i popoli subiscono il fato, quello stesso fato che decenni prima sembrava saldamente nelle loro mani attraverso meccanismi democratici faticosamente acquisiti e diritti sociali conquistati col sangue. L’indistinto postmoderno fa tabula rasa delle antiche distinzioni, e così destra è sinistra ed i diritti sociali sono naufragati nei diritti umani, quelli che fanno alzare in volo bombardieri e droni, ancora macchine.
    Machina ex deus, questo il motto postmoderno. Dell’Uomo, nessuna traccia.

  • Georgios

    Ma che
    bella storia natalizia, che bell’albero di Natale con Castoriades la
    stella più brillante.

    Eh sì,
    sempre meglio far una carriera accademica in qualche università
    francese coltivando anche il mito del rifugiato politico dagli allori
    ben meritati, quasi un naufrago della Mataora che e’ riuscita a
    salvare e a consegnare alla civiltà e alla neo-cultura della
    neo-sinistra occidentale gli ultimi residui del revisionismo
    filosofico greco del dopoguerra. Chiamato, com’è?, ah sì,
    postmoderno.

    Sempre
    meglio che affrontare le patrie galere o peggio ancora i plotoni di
    esecuzione in un paese dilaniato dalla guerra civile. Come
    Beloghiannis, come Batsis e come tanti altri intellettuali che non
    hanno preferito la carriera accademica e che quindi non c’è oggi
    nessuno a ricordare e a raccontare delle storie tristi e lacrimose
    sul loro conto. Come invece accade con i padri spirituali delle varie
    correnti sinistrose di SYRIZA che si appresta a seppellire quel che
    ancora rimane di questo povero paese tradito da tutti. Soprattutto
    dai sinistri.