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METAMORFOSI DELLA MONDIALIZZAZIONE

DI GILLES BONAFI
Global Research

Nel seguito un estratto del mio intervento al Convegno su Maghreb e mondializzazione, tenuto il venerdì 21 giugno presso la sala conferenze dell’Assemblea Nazionale.

Esso consentirà di comprendere meglio la resilienza (adattamento a un ambiente in cambiamento) delle grandi strutture regionali al fine di resistere all’impatto della crisi, una vera metamorfosi della mondializzazione.

Per cominciare, si rileva indispensabile un’analisi sul punto in cui si trova l’economia nazionale. Permetterà infatti di comprendere meglio le difficoltà attuali e l’urgenza di ripensare i nostri modelli economici (americani o cinesi).
Innanzitutto, bisogna valutare l’impatto della crisi sugli scambi mondiali. Per questo, esiste un indicatore di primo ordine che ho già studiato su questo blog (un richiamo è qui necessario): il Baltic Dry Index (BDI) che serve a misurare il livello dei prezzi del trasporto marittimo delle materie secche, una media dei prezzi praticati su 24 percorsi mondiali. Questo indice è un indicatore eccellente per la produzione industriale futura. Infatti, le materie secche comprendono i minerali, il cemento per esempio, i cereali, i prodotti di base che saranno presto trasformati.

Come possiamo constatare, l’uscita dalla crisi non è all’ordine del giorno e, in più, assistiamo in questi ultimi mesi a un crollo costante di questo indice, che il 24 maggio 2013 era a 828 punti. Stiamo ritornando lentamente ma certamente verso gli abissi della fine del 2008, nonostante i milioni di miliardi di dollari iniettati in pura perdita.

Per ricordare, prima della crisi, nel maggio 2008, questo indice aveva raggiunto il suo record di 11793 punti. Noi capiamo quindi meglio la contrazione dell’attività manifatturiera in Cina, che si inscrive in un contesto mondiale di collasso degli scambi.

Impatto della crisi in Cina e resilienza

L’indice PMI (Purchasing Managers Index) dei direttori degli acquisti in Cina, pubblicato qualche giorno fa da HSBC, si è stabilito a 49,6. Cadendo sotto lo sbarramento del 50, indica chiaramente una contrazione dell’economia cinese. In più, con una crescita del PIL stimata al 7,5% nel 2013 (più vicina al 7% da parte mia) la Cina sta entrando in una zona di forte turbolenza. Infatti, la Cina deve integrare 20 milioni di lavoratori ogni anno (demografia, immigrazione ed esodo rurale), il che la obbliga a non scendere sotto il 7,5% di crescita. La pressione sociale che ha generato delle forti crescite dei salari (17,1% nel 2012) e l’impatto dei costi ambientali pongono ormai dei grossi problemi di competitività alla Cina, che assiste inoltre allo sviluppo dei suoi concorrenti asiatici.

Per lottare contro questo, la Cina ha messo in opera un rinforzo dei suoi scambi (+30,2% nel marzo 2013) presso l’ASEAN (Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico) e sviluppato nel maggio 2013 la creazione di uno spazio doganale comune.
(1)

Impatto della crisi negli USA e resilienza

Il modello economico americano conosce, anch’esso, grossi problemi. Ecco qualche cifra poco conosciuta al pubblico:

– il debito del governo federale americano ha oltrepassato la barriera del 100% dei debiti nel marzo 2012 (105% oggi). Ogni anno gli USA iniettano 1200 miliardi di dollari (più di 100 miliardi al mese) nella loro economia, dalla messa in opera del Quantitative Easing (QE1, 2 e 3) e questo fenomeno non sembra volersi fermare.

FONTE (2)

– il 10,6% dei crediti immobiliari residenziali USA (che rappresentano circa 5000 miliardi di dollari) non sono rimborsati agli USA secondo l’ultimo rapporto dell’OCC (Ufficio di controllo della concorrenza, pagina 13/69), un organismo del tesoro americano incaricato della tutela delle banche. L’immobiliare commerciale è un altro settore in crisi. La spesa per le costruzioni è scesa di 37 miliardi di dollari rispetto alla fine del 2012.

FONTE (3)

– il tasso di disoccupazione non riflette per nulla la realtà, perché milioni di americani hanno superato la durata massima di cassa integrazione. Non percepiscono quindi più nulla di questi stanziamenti e spariscono dalle statistiche. La maggior parte degli Stati americani versano dotazioni per la disoccupazione (State Unemployment Insurance Benefits) per una durata massima di 26 settimane, quando la durata media della disoccupazione è di 39,9 settimane al maggio 2013.

FONTE (4)

Davanti alle difficoltà, gli USA hanno in effetti sviluppato gli scambi in seno all’ALENA: +70% con il Canada e +80% con il Messico, a partire dall’inizio della crisi, secondo il centro ricerche della Fed di St Louis. Parallelamente, gli USA hanno ridotto considerevolmente le loro importazioni fuori dall’ALENA, il che mostra l’importanza di un’integrazione regionale. Le importazioni dei prodotti cinesi sono inoltre diminuite di 12,2 miliardi di dollari negli ultimi cinque mesi (da 39,5 MD$ nel novembre 2012 a 27,3 MD$ nel marzo 2013). La crescita degli scambi in seno all’ALENA permette così di subire meno la concorrenza delle importazioni cinese e ciò si traduce nello sforzo di crescita nella zona nord-americana.

Impatto della crisi in Europa e resilienza

L’Europa è anch’essa toccata pienamente da una crisi senza precedenti e per mostrarlo basta analizzare l’esplosione del debito dei paesi europei dal 2008.

In Grecia il debito è letteralmente esploso da 5 anni passando dal 107% al 165% del suo PIL (x15). Per l’Irlanda il debito pubblico si è moltiplicato per cinque dal 2007, superando il 120% del suo PIL nel 2013. Il livello d’indebitamento spagnolo si è duplicato in cinque anni raggiungendo oggi l’85% del PIL. La Francia si avvicina ormai alla fatidica soglia del 100% del debito e supererà il 93,4% del debito a fine 2013, secondo la Commissione europea.
Il debito della Germania e del Regno Unito è ormai all’83%.

L’Europa rischia quindi la dislocazione e non avrà che una sola soluzione (ciò che scrivo dall’inizio della crisi) ossia la creazione di un Fondo Monetario Europeo (FME). Il FESF (Fondo Europeo di stabilità finanziaria) creato nel maggio 2010, poi il MES (meccanismo europeo di stabilità) guidato dal CERS (Comitato europeo di rischio sistemico) non sono che le tappe verso cui sembra ineluttabile, poiché, davanti a montagne di debiti (euro-obbligazioni / euro-bonds) e ogni stato, già pesantemente indebitato (voti degradanti) deve alimentare i fondi con una crescita della divergenza tra tassi di interesse (spreads) sul debito sovrano. L’Europa uscirà quindi rinforzata da questa crisi poiché si doterà di una BCE in possesso del monopolio dell’emissione dell’euro, dei fondi propri (creazione di una tassa europea?) e soprattutto di un tesoro europeo.

Malgrado tutto, il volume degli scambi mondiali dei prodotti commerciali è sceso considerevolmente e la disoccupazione crescerà ancora.
Lo vediamo chiaramente, con la crisi noi assistiamo a una metamorfosi della mondializzazione.
Da un lato, lo scambio delle mercanzie intercontinentali crolla, dall’altro gli scambi regionali si sviluppano parallelamente al rinforzarsi della governabilità di queste regioni, una forma di protezionismo regionale.

Per spingere più in profondità l’analisi, conviene comprendere la quintessenza di tutto il movimento.

Un movimento necessita in effetti l’unione di due forze antagoniste, ad esempio la flessione del braccio (o della gamba) che mette in gioco due muscoli opposti o antagonisti: il bicipite contratto e il tricipite decontratto.

Ancora una volta si ha l’unione dei contrari …

Gilles Bonafi

Fonte: www.mondialisation.ca

Link: http://www.mondialisation.ca/la-metamorphose-de-la-mondialisation/5343186
18.07.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di BARBARA SIMONA LEVA

NOTE

1) http://www.wcoomd.org/fr/media/newsroom/2009/june/18th-meeting-of-asean-directors-general-of-customs.aspx

2) http://gillesbonafi.blogspot.fr/2012/11/la-dette-federale-des-usa-vers-linfini.html

3) mortgage-metrics-q4-2012.pdf
4) http://research.stlouisfed.org/fred2/series/UEMPMEAN?cid=32451

Pubblicato da Truman

  • ilsanto

    Secondo me la globalizzazione è stata un errore madornale, prima si doveva fare l’aggregazione regionale per paesi più omogenei. Quindi a grandi linee prima si doveva fare l’area Europea, Nord Americana, Latino Americana, l’Unione Africana, Area Islamica, ovviamente la Cina o l’India viste le dimensioni non necessitano di un’area più vasta.
    Essendo aree omogenee dal punto di vista culturale ed economico non ci sarebbe stato un grosso impatto e solo in seguito, gradualmente aprirsi.

  • bstrnt

    Tutte le manovre che hanno portato alla globalizzazione sono state anticipate da una accurata preparazione. I politici e i tecnici più seri e preparati sono stati emarginati o messi fuori gioco a favore di zotici quisling in grado solo di prendere ordini dalle organizzazioni finanziarie principali che possono essere ascritte a poche dinastie.
    Possiamo vederne i nefasti esempi qui in Italia, ma dalle altre parti è sostanzialmente la stessa cosa.
    Le aggregazioni regionali non possono avvenire se non sono decise da queste élite che chiaramente non lo fanno a fin di bene delle popolazioni.
    Inutile dire che l’humus nel quale possono prosperare queste politiche di falsità e rapina, chiamate ampollosamente globalizzazione, è la corruzione, la sottocultura e il pensiero unico.
    La sottocultura imperante è congegnale a questo scopo, basta vedere come nel civile occidente sono state svilite scuole e università, d’altra parte se vuoi controllare un popolo, devi educarne i figli, meglio se sottratti totalmente all’educazione famigliare.
    Le centomila incombenze alle quali ci si deve assoggettare per vivere in un paese “civile”, sono congegnali al progetto globale.
    Può essere mai possibile che 50 fa una famiglia di 4 o più persone fosse in grado ti tirare avanti con solo un membro che lavorava e mettere da parte anche qualcosa, e dopo 50 anni con i progressi tecnologici verificatesi, una famiglia con egual numero di componenti (o meno) è necessario che siano almeno due a lavorare, magari per più ore, e a malapena raggiungono la fine del mese, quando non si indebitano adirittura.
    Il capitalismo dice che: quando qualcuno percepisce di più di quanto ha prodotto, da qualche parte ci deve essere qualcuno che produce più di quanto percepisce.
    Nel dopoguerra erano le così dette nazioni “civili” (quelle che civilmente si erano scannate poco tempo prima) a far la parte di quelli che percepivano di più di quanto producevano, poi le nazioni gabbate hanno cominciato a opporre resistenza, quelle piccole sono state democraticamente stroncate (Indonesia, Cile, Argentina e via via fino alla Libia), quelle più grandi Cina, India,Brasile sono riuscite ad avere politiche proprie anche se vengono puntualmente demonizzate e subiscono vari tentativi di contenimento (classica la collana di perle per il contenimento della Cina).
    Con questi presupposti, solo un collasso delle “democrazie” fondamentaliste puritane (sul tipo di quello dell’ex-URSS) potrà portare ad aggregazioni regionali di qualche consistenza.