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MEDIASTAN: WIKILEAKS ALLA CONQUISTA DELL’ EST!

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DI ISRAEL SHAMIR
thetruthseeker.co.uk

Cinque giornalisti sulla trentina attraversano in macchina i deserti e le più alte montagne dell’Asia Centrale. In mezzo a paesaggi mozzafiato, percorrono gallerie sterrate, rischiano la pelle su tornanti a strapiombo e si trovano circondati da greggi di pecore sulle strade di campagna, per visitare zone sconosciute dove si trovano le repubbliche sorte dopo la caduta dell’URSS. Incontrano persone interessanti e discutono sulla libertà di parola e dei suoi limiti.

Un road movie per eccellenza, un po’ come Easy Rider – di Wim Wenders, ma girato in un ambiente migliore
Presto veniamo a sapere che la loro non è una gita di piacere. Questi giovani erano stati inviati in una missione in terre lontane dal genio anticonformista di Julian Assange, mentre era prigioniero a Ellingham Hall in East Anglia. (Gli eventi si svolgono due anni fa, prima della fuga di Julian Assange nell’Ambasciata dell’Ecuador)

La sua avventura, quindi, avvenne per delega, non potendo uscire dalle mura del maniero. Assange fa qualche apparizione nel film, e una delle scene che ha girato, una veloce passeggiata notturna nei boschi, è un vero gioiello artistico, per il modo in cui il regista Johannes Wahlstrom (lo svedese della banda) comunica l’urgenza drammatica ed il forte coinvolgimento personale di Julian per il mezzo cinematico.

Assange parla alla redazione via Skype e discute con i suoi collaboratori sugli obiettivi dell’impresa. Così veniamo a sapere che il gruppetto deve consegnare, in quelle terre remote, le informazioni segrete del Dipartimento di Stato abilmente sottratte dal sergente Manning, per mezzo delle quali quei popoli potranno conoscere la verità su cosa pensano di loro i governi dal potere imperiale. Questa verità vorrebbe renderli liberi, ma per questo hanno bisogno di un mediatore: i media.

Qualcuno deve scegliere, tradurre, spiegare e pubblicare le informazioni perché raggiungano il target di riferimento. I missionari di Assange incontrano i redattori dei giornali, le agenzie di stampa e le stazioni radio per offrire il loro allettante e pericoloso carico che li renderà liberi. La maggioranza dei media rifiuta la loro offerta. Sono tutti troppo legati strettamente con la struttura di potere americano che con i suoi tentacoli abbraccia tutto l’Impero. Qualcuno li accetta, ma chissà se li userà veramente. (Personalmente ebbi più fortuna quando diffusi questo stesso tipo di informazioni in Russia, dove è vibrante un sentimento anti-americano). I nostri viaggiatori si rendono presto conto che i media dell’Asia centrale sono tutt’altro che liberi, per il modo in cui vengono presentati gli eventi ma anche per qualche parola sfuggita, si capisce che sono soggetti a tutti i potenti media mainstream occidentali.

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L’area in cui è girato il road-movie è in Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Kazakistan, Afghanistan e in tutti questi paesi vanno per trattare con i media locali: da qui il titolo – Mediastan.
I nostri viaggiatori apprendono che gli Stati Uniti pagano regolarmente i media locali per pubblicare articoli pro-USA, qualche articolo di questi viene prima pubblicato in Russia, per poi essere ripubblicato localmente, in modo da assumere una maggior autorità. Certi caporedattori risiedono veramente negli Stati Uniti e controllano i loro articoli in remoto.

Nel timido Turkmenistan visitano gli uffici centrali di un giornale, dove in ogni numero si pubblica in prima pagina una foto a colori del Presidente e una “nota del Direttore” che informa i lettori di non essere in cerca di guai. Lasciati gli uffici del giornale, il gruppetto guida lungo dei viali puliti che corrono tra case di marmo che sono delle meraviglie architettoniche in una Ashgabat, ricostruita dal nulla. A quanto pare non tutte le entrate del gas naturale sono state dirottate all’estero, e qualcosa è stato speso anche in casa, comunque i nostri visitatori finiscono per essere espulsi dalla repubblica, per evitare qualsiasi malinteso.

In Kazakistan incontrano i lavoratori delle zone petrolifere di Zhanaozen, che fecero uno sciopero della fame di un mese, di cui nessun media ha mai parlato, fino a quando non furono dispersi dalle pallottole della polizia. Una dozzina di scioperanti furono uccisi, molti feriti e molti altri imprigionati. Questo filmato è veramente notevole perché racconta le sofferenze e le lamentele di questi lavoratori prima della violenta repressione. Anche dopo questo dramma questo evento ha continuato ad avere poca attenzione dai media, perché il petrolio viene estratto da compagnie petrolifere occidentali e il Presidente, il Signor Nazarbayev, è considerato un “ Amico” dall’Occidente. Forse per questo i media mainstream considerano le sfilate del Gay-pride molto più importanti di una notizia che parla di uno sciopero della fame fatto dai lavoratori di lontani campi petroliferi.

I nostri viaggiatori poi si incontrano un personaggio già noto a Wikileaks, uno dei prigionieri rilasciati da Guantanamo, uno di quelli di cui si parla in uno dei fascicoli segreti della CIA usciti su Wikileaks (tra gli altri). Quest’uomo alto, triste, barbuto e di bell’aspetto, ha passato cinque anni in quel campo infernale e racconta che quel periodo della sua vita fu come un limbo e ricorda che fu imprigionato – come Edmond Dantes nel “ Conte di Monte Cristo”. A Guantanamo nessuno dice mai ai detenuti il motivo delle accuse mosse a loro carico. Alla fine quando venne a sapere che era stato rinchiuso, per tanto tempo, semplicemente perché gli americani volevano interrogarlo per sapere da lui l’umore tra i rifugiati tagiki in Afghanistan, divenne furioso: “Non avrebbero potuto semplicemente chiedermelo e lasciarmi andare?”.

L’episodio di questo afghano esula dal contesto principale del film, ma è il punto clou del road movie: Serve come collante per il regista per mettere insieme elementi tra i più disparati. In un Afghanistan settentrionale semi- occupato la nostra banda di avventurosi visita un campo svedese, dove l’ addetto stampa ammette di non avere nessuna idea del perché loro siano in quel posto. Gli afghani vogliono che se ne vadano, perché gli svedesi non usano pagare tangenti, ma si viene a sapere che sotto pressione americana, gli svedesi devono fare qualcosa che somiglia alla corruzione solo per poter restare in Afghanistan. Perché devono restare? Perché gli Stati Uniti vogliono fare impressione sugli indigeni facendo vedere che possono forzare la volontà degli svedesi e questo a loro non costa niente.

In un episodio quasi comico, Johannes cerca di offrire le sue informazioni criptate al capo della locale “Radio Liberty”, una rete di propaganda finanziata e gestita dagli americani. È un uomo solennemente convinto che Radio Liberty goda di una piena libertà di espressione e che possa parlare di qualsiasi argomento, senza subire nessuna censura. Secondo lui Johannes potrebbe offrire i documenti criptati anche all’ambasciata degli Stati Uniti !

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Il reame del Mediastan non resta rinchiuso in mezzo alle alte montagne dell’Asia Centrale ma si allarga fino al fiume Hudson e al Tamigi, perché qui Wahlstrom fa due incontri con due persone che prosperano in vetta alla catena alimentare dei media: a Londra, il Capo redattore del Guardian, Alan Rusbridger e a New York , l’allora Direttore Esecutivo del New York Times, Bill Keller. I due sono tranquilli, loquaci, eleganti, garbati e messi a nuovo dal chirurgo plastico, le loro risposte sono perfette e pronte come tutte quelle di chi è asservito al potere come, appunto, un editor di giornale.

The Guardian ebbe una parte ambigua nella storia di Wikileaks, una parte che probabilmente ora sta ripetendo con Snowden. Nel caso di Snowden, hanno pubblicato i suoi documenti, dopo averli precedentemente setacciati insieme alla NBA e questo indusse Snowden a rivelare la sua identità. Così il Guardian ha arricchito la propria reputazione di quotidiano ”progressista ” e alla fine ha anche commissionato al suo inviato, Luke Harding, di scriverci sopra un libro, che probabilmente non sarà mai pubblicato.
Si sono messi un fiore all’occhiello con i servizi segreti, rubando la fiducia dei loro lettori e adesso rischiano di finire per distruggere l’uomo.

Hanno fatto lo stesso con Julian: hanno usato il suo materiale, dopo averlo controllato e censurato per adattarlo meglio all’agenda dei loro padroni, e poi hanno pubblicato tutto lo sporco che hanno potuto trovare su di lui, buttandogli addosso il massimo del discredito che si poteva. Il New York Times ha fatto anche di peggio, ha collaborato con la CIA e il Pentagono dando sempre una mano nella caccia alle streghe contro Assange.

I lettori di Counterpunch hanno potuto seguire questa indefinibile saga, in tempo reale, fin dal suo inizio, probabilmente meglio di chiunque altro sul blog. Hanno potuto seguire come sono stati pubblicati i documenti segreti, e di come il Guardian ha diffamato Assange ( quando dopo aver ricevuto dati confidenziali dalla polizia svedese ne hanno snaturato il contenuto). Quando, qualche mese dopo, i documenti furono resi pubblici, un sito svedese scrisse: “Le volgarità stampate… soprattutto per colpa del velenoso Nick Davies del Guardian, non reggono più … Le informazioni tratte dai protocolli sono state tutte maliziosamente distorte da Nick Davies”.

“The Guardian” tendenziosamente metteva come titolo dei propri articoli qualche breve inciso (controverso) tratto dalle notizie criptate ricevute da Manning e consegnato a Assange. Il lettore medio raramente va oltre i titoli. In questo modo il Guardian dava sempre la colpa a Wikileaks, come se certe osservazioni fatte da funzionari USA, fossero illazioni o provocazioni, come si può vedere QUI. Il più delle volte il motivo vero di questi articoli era cercare di indebolire la Russia e delegittimare il suo presidente.
Solo ora possiamo capire il motivo di questi attacchi incessanti contro Putin – solo lui era abbastanza forte per frenare un imminente attacco degli Stati Uniti contro la Siria, e in questo modo segnare la fine dell’egemonia americana.

I documenti cablati che trattano dell’Asia centrale erano più interessanti, in un certo modo, perché gli ambasciatori USA di questa regione sono stati più incauti, a volte brutalmente franchi, nelle loro relazioni inviate al Dipartimento di Stato. “The Guardian” ha volutamente estrapolato solo qualche breve passo pubblicandolo per nascondere le prove della corruzione [ di aziende occidentali che operano in Asia Centrale ], come riportato in questo articolo di due anni fa, ma che ( sorpresa, sorpresa !) è difficile da ritrovare su Google. Wahlstrom chiede a Alan Rusbridger perché ha omesso di scrivere i nomi dei corruttori e riceve una risposta formale: erano persone troppo ricche e ci potevano portare in tribunale.

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Il film è pronto appena in tempo per coincidere con la prima proiezione di The Fifth Estate, un film di Hollywood sullo stesso argomento. Non è una coincidenza: Assange si è molto dispiaciuto per il progetto di Hollywood e ne ha parlato apertamente con il suo produttore, il regista e con l’attore che lo ha impersonato ed ha saggiamente deciso di tenere le mani fuori dal Mediastan: non si è voluto mettere in gioco lasciando completamente indipendente il regista. Questo non deve essere un film- groupie del guru di Wikipedia: il protagonista del film non è Julian Assange, ma i media.

I due film sono molto diversi. “Fifth Estate” è basato sul racconto di un collaboratore di Assange che poi è diventato un suo nemico e aspirante-rivale, Daniel Domscheit-Berg. Il film è stato prodotto con un budget che supera i US$ 40 milioni, mentre “Mediastan” è stato prodotto dal giovane regista Johannes Wahlstrom, un amico di Assange, con un budget ridottissimo e pagato di tasca sua, il Direttore della fotografia e altri tecnici si sono adoprati al meglio, ma con mezzi e risorse al minimo poi tutto l’equipaggio ha lavorato gratis. Nonostante tutte le avversità, sono riusciti comunque a produrre un thriller potente e inquietante per tutti quelli che abbiano voglia di pensare – una missione epica per raccontare la verità della vita a chi non ne vuol sapere.

Il film può essere classificato in una speciale nicchia di documentari che usano gli strumenti dei lungometraggi: è dinamico, avvincente, ricco di sfumature, un piacere per gli occhi e per spunti di riflessione, con una splendida fotografia del virtuoso russo della fotocamera Feodor Lyass (Theo per gli amici), che ha anche diretto il recente film russo di successo Dukhless.

Il regista Johannes Wahlstrom – ( non oso parlarne troppo bene, perché, dopo tutto, è mio figlio) – si è trasferito dall’Israele in Svezia dalla madre svedese, quando aveva 12 anni. E’ il suo primo lungometraggio, dopo aver lavorato alla televisione svedese e curato una rivista. E’ uno di quei giovani coraggiosi che vogliono cambiare il mondo, invece di sistemarlo.

Consiglio di vedere questo film, per il puro piacere di guardare volti giovani e appassionati, paesaggi selvaggi e terre lontane, ma anche per sapere meglio su come Wikileaks ha cambiato il mondo.

Israel Shamir
Fonte: http:// www. thetruthseeker.co.uk

Link : http://www.thetruthseeker.co.uk/?p=82498
19.10.2013

Traduzione per ComeDonChisciotte.org a cura di Bosque Primario

Pubblicato da Davide

  • MassimoContini

    notevole.

  • Primadellesabbie

    Trovato ugualmente, ma non funzionano i links.