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MARX TORNATO

Marx ForeignDI CHARLES KENNY
Foreign Policy

La classe operaia globale comincia a unirsi, ed è una buona cosa.

L’iscrizione sulla lapide di Karl Marx nel cimitero di Highgate a Londra recita, “Lavoratori di tutto il mondo. unitevi“. Di sicuro non è andata proprio in questo modo. Per quanto rumore il movimento “Occupy” sia riuscito a generare in pochi mesi, ora il silenzio è assordante. E non succede spesso di sentire di commessi di Detroit che fanno causa comune con i loro compagni cinesi di Dalian per mazziare il capo.

Infatti, mentre le multinazionali di tutto il mondo si mangiavano il potere contrattuale dei lavoratori, gli operai del mondo ricco sono diventati meno inclini ad aiutare i loro compagni salariati dei paesi poveri. Ma c’è una scuola di pensiero – e no, non deriva solo dai pochi professori trotzkisti rimasti alla New School di New York – che immagina il ritorno di una politica di classe globale. Se così fosse, le élite globali dovrebbero iniziare a tremare.

Certamente la cosa non suona minacciosa come l’originale chiamata alle armi, ma un nuovo spettro [1] potrebbe perseguitare l’1% più ricco al mondo: l’attivismo della classe media.

Karl Marx vide una logica apocalittica dietro alla lotta di classe. La battaglia della grande massa contro la piccola plutocrazia aveva una conclusione inevitabile: Lavoratori 1, Ricchi 0.

Marx pensava che l’impulso rivoluzionario proletario fosse soprattutto globale, che le classi lavoratrici sarebbero state unite in tutto il mondo dalla loro comune esperienza di povertà devastante e dall’alienazione della vita in fabbrica. Quando Marx scriveva, l’idea che la povera gente si somigliasse di paese in paese — o almeno ciò sarebbe avvenuto presto – era ragionevole. Secondo l’economista della Banca Mondiale Branko Milanovic, quando nel 1848 fu scritto il Manifesto Comunista la maggior parte della disuguaglianza del reddito a livello globale dipendeva dalla differenza fra classi su base nazionale. Sebbene alcuni paesi fossero più ricchi di altri, il reddito che poteva rendere un uomo ricco o confinarlo alla povertà in Inghilterra si sarebbe tradotto nella stessa cosa in Francia, negli Stati Uniti, persino in Argentina.

Ma, mentre la Rivoluzione Industriale prendeva piede, quella parità mutava drammaticamente durante il secolo successivo, una ragione per la quale la predizione di Marx circa una rivoluzione proletaria globale si rivelò errata. Solo pochi anni dopo la pubblicazione del Manifesto Comunista, i salari dei lavoratori cominciarono a crescere in Inghilterra. La tendenza proseguì nel resto d’Europa e in Nord America. Il mondo entrò in un periodo che l’economista di Harvard Lant Pritchett definisce elegantemente la “grande divergenza” [2].

La base dati di statistiche storiche del progetto Maddison [3] suggerisce che il PIL pro-capite nel 1870 (rivalutato al dollaro del 1990) fosse di circa 3.190 dollari in Inghilterra, comparato a una media africana di 648. Paragoniamo questa cifra con la Gran Bretagna del 2010, che ha avuto un PIL pro-capite di 23.777 dollari, mentre la media africana Africa era di 2.034. Centoquaranta anni fa l’africano medio era ricco un quinto del suo compagno inglese. Oggi, vale meno di un decimo.

Anche se molti americani si arrabbiano per gli assurdi salari elargiti agli amministratori delegati e per i i bonus degli hedge fund, viene poco compreso un plateale fatto economico: mentre l’Occidente decollava verso una crescita continua, le differenze di reddito fra paesi sovrastavano il divario di reddito all’interno dei paesi stessi. Questo significa che una segretaria a tempo determinato nell’Est di Londra può ancora avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ma se la mandi a Lagos potrà vivere come una regina. Se ti senti triste perché il tuo bonus di fine anno è quasi inesistente, considera questo: Milanovic stima [4] che il reddito medio del 5 per cento più ricco d’India è circa lo stesso del 5 per cento più povero degli Stati Uniti. Come le banche e le multinazionali, ricchezza e povertà sono ora globalizzate.

I lavoratori municipali di più basso grado in Europa e negli Stati Uniti sono ben più ricchi dei loro omologhi nei paesi poveri in via di sviluppo (anche quando si tiene conto del potere d’acquisto), e stanno comunque meglio della gran parte delle persone che in quei paesi ancora sopravvivono con i guadagni di piccole fattorie o minuscole aziende.

Mi dispiace Karl: il semplice fatto che la povera gente in Europa e in America faccia parte dell’élite reddituale secondo gli standard del Sud Asia o dell’Africa è perché i lavoratori di tutto il mondo non si sono ancora uniti. Il secondo congresso dell’Internazionale Comunista del 1920 condannò [5] lo spregevole tradimento di molti socialisti europei e americani durante la Prima Guerra Mondiale, quando usavano la difesa della madrepatria per camuffare il “diritto” della “loro” borghesia di schiavizzare le colonie. I rappresentanti riuniti sostenevano che la diffidenza generata poteva essere “eradicata solo dopo che l’imperialismo fosse stato distrutto nei paesi avanzati e dopo che l’intera base della vita economica dei paesi arretrati fosse stata radicalmente trasformata.”

Ma le cose potrebbero presto cambiare. La globalizzazione è stata la parola d’ordine degli anni ’90, ma è ancora un processo in fase di cambiamento. A mano a mano che i mercati globali diventano sempre più interconnessi, i redditi medi convergono. Gli ultimi dieci anni hanno visto i paesi in via di sviluppo crescere molto più rapidamente dei paesi ad alto reddito, diminuendo la differenza fra redditi medi.

L’economista Arvind Subramanian stima che la Cina nel 2030 sarà ricca come l’intera Unione Europea oggi e il Brasile non sarà molto dietro, attestandosi a un PIL pro-capite di 31.000 dollari. Egli suppone che l’Indonesia vedrà un PIL pro-capite di 23.000 dollari, quasi quanto oggi la forte e tecnologica Corea del Sud.

Semplicemente, questo significa che, nello spazio di una generazione al massimo, una buona porzione del mondo sarà presto ricca, o come minimo solidamente classe media. Secondo le previsioni che ho sviluppato con la collega Sarah Dykstra di Global Development, circa il 16 per cento della popolazione della Terra vive in paesi tanto ricchi da poter essere considerati dalla Banca Mondiale “ad alto reddito”. Se i tassi di crescita continueranno come nella decade passata, il 41 per cento della popolazione mondiale si troverà entro il 2030 nella fascia “ad alto reddito”. Quindi, se i paesi in via di sviluppo continueranno a crescere al ritmo che abbiamo visto di recente, la disuguaglianza fra nazioni si ridurrà, e la disuguaglianza all’interno delle nazioni tornerà la componente dominante della disuguaglianza globale.

Ciò significa che Marx aveva ragione anche solo se in anticipo di un paio di secoli ? Non esattamente. La realtà è che questa nuova classe media avrà una vita che la classe lavoratrice dell’era vittoriana poteva solo sognare. Lavoreranno in negozi e uffici illuminati da LED piuttosto che in oscure e infernali fabbriche. E vivranno quasi 40 anni più a lungo della persona media nel 1848 secondo l’aspettativa di vita alla nascita. Ma condivideranno la causa con i loro compagni operai che sono ad un oceano di distanza?

Forse, ma non perchè le barricate sono l’unica opzione praticabile. Marx ha predetto che la classe lavoratrice globale si sarebbe unita e ribellata perché ovunque i salari sarebbero stati portati a livelli di sussistenza. Ma, a mano a mano che i salari crescono e si livellano in tutto il mondo, la brutta situazione del proletariato – lavoro duro, paga bassa – oggi più che mai significa lavoro più semplice e paga migliore.

E sta portando centinaia di milioni di persone, solo in Cina, fuori dalla povertà. Chiaramente, le rivoluzioni comuniste della prima metà del ventesimo secolo si sono rivelate molto, molto peggio quanto a standard di vita rispetto ai mercati ben regolati dell’ultima metà.

Ma questo non significa che Warren Buffett possa trarre un respiro di sollievo. Invece, proprio perché il ricco e il povero di Lagos e di Londra si somiglieranno, sarà più probabile nel 2030 un’unione dei lavoratori di tutto il mondo. Mentre la tecnologia e il commercio livellano il campo di gioco e uniscono l’umanità, i previsti 3,5 miliardi di lavoratori nel mondo potranno capire quanto hanno in comune rispetto alle super ricche élite dei propri paesi.

Faranno pressioni sui governi per collaborare al fine di assicurare che il loro sudore e il loro sangue non arricchiscano troppo una piccola globale élite capitalista, ma siano diffusi più largamente.

Lavoreranno per fermare i paradisi fiscali dove i plutocrati del mondo nascondono i loro guadagni, e sosterranno i trattati per prevenire le corse al ribasso sui diritti del lavoro e nelle politiche fiscali pensate stilate per attrarre le compagnie. E spingeranno per assicurare che non siano solo i più ricchi del mondo a beneficiare di uno stile di vita globale, lottando per rendere libero il movimento di lavoratori, non solo all’interno dei paesi ma anche fra essi.

Certo, non è proprio una rivoluzione proletaria. Ma comunque, la classe media non è mai stata più focosa di quelle rivoluzionarie, solo la più efficace. La prossima decade non vedrà tanto la povertà disperata affrontare la plutocrazia, quanto la classe media riprendersi quanto le spetta. Ma questo potrebbe dipingere un sorriso spettrale sul volto di Karl Marx.

Note:

[1] Manifesto of the Communist Party : Introduction
[2] Divergence, Big Time
[3] New Maddison Project Database
[4] GLOBAL INCOME INEQUALITY BY THE NUMBERS: IN HISTORY AND NOW – AN OVERVIEW
[5] http://platypus1917.org/wp-content/uploads/2009/04/lenin-theses-on-the-national-and-colonial-question1.pdf

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Fonte: Foreign Policy

Link: Marx is back: The global working class is starting to unite — and that’s a good thing.

21.01.2014

Traduzione per Come Don Chisciotte a cura di FRANCESCO ALBANESE

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