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MAGISTRA BARBARITATIS

DI FRANCO CARDINI

francocardini.net

Come avrete notato, l’isterismo nei confronti dell’Iran sembra per il momento passato di moda; così come gli attacchi diretti contro il “tiranno Assad”. Forse i pasticci combinati dai fondamentalisti sunniti neoalleati degli occidentali in Libia e in Siria e intoccabili a causa dei loro correligionari e protettori che dominano capitali e pozzi petroliferi hanno convinto i nostri media (fino a pochi mesi fa abituati a servirci i misfatti di al-Qaeda giornalmente a pranzo e a cena) che, per uscire dall’imbarazzo, adesso è meglio tacere. Il che in fondo è molto comprensibile, visto che – al peggio non c’è mai fondo – le sciocchezze combinate da Monsieur Hollande sono state tali da farci quasi rimpiangere, se ciò fosse possibile (ma chissà…), perfino quelle di Mister Bush jr.

D’altronde, che l’Iran faccia notizia solo in caso negativo, è qualcosa cui siamo abituati. E non è certo un paese ideale: basti la frequenza con la quale, laggiù, si condanna a morte (non che negli emirati arabi si scherzi, intendiamoci: ma con quelli bisogna far business, e allora pazienza…).

Eppure va detto non solo che l’Iran è un paese di grande e antica cultura, che dovrebb’essere cosa nota, ma che anche da esso c’è da imparare. Prendete il caso di cronaca di qualche settimana fa. Un ragazzo iraniano uccide durante una lite un altro ragazzo: e viene condannato a morte. Ma la legge penale iraniana, dominata dall’Islam sciita, non punisce secondo i cànoni del diritto romano: lo stato non si accolla il “monopolio della vendetta”, non ne fa un diritto-dovere pubblico. Un omicidio è un vulnus diretto non primariamente contro la società costituita, lo stato, bensì anzitutto contro la famiglia della vittima, i suoi parenti diretti.

Negli Stati Uniti, un paese nel quale il diritto penale vaia da stato a stato e di conseguenza anche la pena di morte, e dove forte si avverte – accanto alla tradizione del diritto romano – quella del Common Law, l’idea del monopolio statale della violenza (e della vendetta) è sempre restata, come si sa, indigesta: al punto che in molti stati in caso di pena capitale nei confronti di un omicida la famiglia della vittima ha il diritto di assistere all’esecuzione. Si tratta di una concessione a quel diritto alla vendetta che noialtri conosciamo dal diritto consuetudinario germanico, la Fehde, ma che un po’ ci ripugna. Per noi i due termini abituali del problema sono l’assunzione del diritto di comminare la pena da parte dello stato da una parte, l’istanza cristiana del perdono dall’altra: ma si tratta di due realtà in linea concettuale reciprocamente estranee. Chi sbaglia deve pagare il suo debito nei confronti della società: se il suo delitto ha offeso qualcuno, vi sono strade giuridiche per assicurarsi di un qualche risarcimento al quale si può anche rinunziare. La dimensione del perdono è comunque un fatto di coscienza privata che non riguarda la legge. E’ semmai previsto il caso che una pena venga annullata da una grazia sovrana.

Questo concetto di pubblicizzazione del reato e della pena non appartiene al diritto coranico e non esiste nella legislazione iraniana, che funziona in modo diverso. In caso di condanna capitale per omicidio (per il quale è prevista l’impiccagione) a giustizia iraniana condanna a morte e predispone, ma non esegue la condanna: il diritto di darle o no corso spetta ai parenti della persona uccisa. Ciò è importante in quanto un assassinio non è concepito secondo il nostro concetto di “pubblico”, ma nemmeno secondo quello – sempre nostro – di “privato”. Gli affari di sangue riguardano i gruppi di parentela, sono faccende familiari/tribali: e la pena prevista per il responsabile serve a placare il gruppo che si ritiene offeso, quindi a impedire l’instaurarsi della spirale della violenza.

Poiché il sistema penale iraniano è ispirato da valori religiosi dell’islam sciita, la dimensione del perdono non è primaria: lo sarebbe nel cristianesimo, fede di pace e d’amore; non è così nell’Islam come nell’ebraismo, che sono religioni “di legge”. Per noi occidentali, se siamo cristiani (e anche se non lo siamo, e perché la nostra etica “laica” è largamente ispirata al cristianesimo), “la miglior vendetta è il perdono”; per il musulmano, come per l’ebreo, la cosa fondamentale è che giustizia sia fatta. Parafrasando quel che Churchill diceva a proposito della flotta (che essa per gli inglesi è una necessità, per i tedeschi un lusso), si potrebbe dire che per i cristiani il perdono è un obbligo morale imprescindibile, per i musulmani e gli ebrei un meritorio optional.

Ed ecco che cos’è accaduto poche settimane fa in Iran. All’impiccagione dell’omicida di un giovane sono presenti i familiari di quest’ultimo. La loro presenza è indispensabile: spetta a uno di loro togliere il fatidico sgabello da sotto i piedi del condannato che ha già la corda al collo, e farlo penzolare nel vuoto. Chi farà il gesto? Si fa avanti al madre dell’ucciso: che schiaffeggia l’assassino di suo figlio.

E’ il gesto liberatorio, d’un antico sapore che gli antropologi ben conoscono. E’ la vendetta rituale, che soddisfa la famiglia dell’ucciso e simbolicamente costituisce in prezzo del sangue. Ora, il ragazzo è libero: e ha trovato un’altra madre da ripagare con affetto filale per la nuova vita che essa gli ha regalato.

Non voglio dedurne alcuna conseguenza, alcuna morale. Non voglio fare l’apologia del regime degli ayatollah né proporre alcuna tesi apologetica o recriminatoria. Lo Spirito soffia dove vuole.

Magistra Barbaritas? Certo: può capitare. Non è per questo il caso di ripetersi il “Passiamo ai barbari” di Salviano di Marsiglia. La società iraniana resta piena di problemi e di contraddizioni, ed è tutt’altro che un mondo esemplare.

Però nasce quasi spontaneo il confronto con Dead Man Walking. Ricordate il film, splendidamente interpretato da Susan Sarandon e Sean Penn e rigorosamente ispirato a un caso di cronaca? Esso racconta la Via Crucis di un assassino che assistito da una donna di alta ed energica spiritualità si pente amaramente e sinceramente del suo peccato (ch’è anche un reato) e ne chiede perdono. La famiglia dell’ucciso assiste, immota, asettica, alla morte dell’uccisore del loro caro per mezzo di un’iniezione letale. Non un moto di compianto, di umana pietà, di perdono. Siamo nell’America profonda, quella delle sette protestanti che, più che dal Vangelo, si fanno ispirare dalla Bibbia. L’America sempre un po’ nostalgica del Buon tempo Antico in cui ci si faceva giustizia da soli, ma soprattutto fedele al principio dell’Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente. Si tratta di modelli culturali e di forme di civiltà. Anche quello è un caso, esattamente comequello iraniano. Centomila altri casi contraddicono l’uno e l’altro. Constatiamo, ricordiamo, valutiamo. E’ tutto.

Franco Cardini

Fonte: www.francocardini.net

4.05.2014

Pubblicato da Davide

  • Silvio_DellAccio
    Ottimo articolo, grazie! http://www.silviodellaccio.it [www.silviodellaccio.it]

  • eresiarca

    Solo una precisazione: i "ribelli siriani" NON sono sunniti, perché rigettano le quattro scuole giuridiche che definiscono l’Islam sunnita, per l’appunto.

  • lucamartinelli

    Caro prof. Cardini, l’articolo è più o meno interessante ma il punto è un altro. Non vorrei che anche lei si fosse bevuto un pò di propaganda ma lei sbaglia a definire il governo iraniano "il regime degli ayatollah". Vede, mi permetto di ricordarle che laddove il popolo vota e sceglie i suoi rappresentanti non si può parlare di regime ma si deve riconoscere uno stato democratico. Un pò come a Cuba, caro Cardini Franco. Lì il popolo non solo vota ma forma addirittura le liste elettorali, visto che la Costituzione vieta ai partiti di farlo. Colgo l’occasione per riconoscere perl a millesima volta la capacità e l’intelligenza degli illuminati nel condizionare il pensiero dei sudditi. Termino ricordando che l’ottimo presidente iraniano Mahamud Ahmadinejead, accusato di ogni infamia e nefandezza, di tirannia e dittatura, è tornato a insegnare all’università, una volta perdute le elezioni.

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