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L'UNICA STRADA E L'UNICA VIA D'USCITA DA DAVOS

Renzi a Davos, per politica momento del 'carpe diem' © AP

DI RAUL ILARGI MEIJER
theautomaticearth.com

E’ bene farsi concorrenza, quando si tratta di tecnologia o di moda, di gadget o di qualsiasi altro oggetto di lusso. Ma non è bene farsi concorrenza per il cibo e per l’acqua, generi di cui oggi e sempre si avrà bisogno per la sopravvivenza. Ma, a sentire quelli che si sono riuniti a Davos, questa è la strada per cui ci stiamo avviando. Questo significa che tutto quello che rappresenta gli interessi di quelli di Davos è esattamente all’opposto di quanto rappresenta il nostro interesse, quindi: qualsiasi cosa ci chiedano di fare queste persone – nel nostro interesse – facciamo esattamente il contrario.

Dopo più di SEI ANNI di povertà sempre più profonda e di mercati sempre più al rialzo, di finanza creativa, di QE e di tassi di interessi ultra-bassi, di una invasione delle menti perpetrata con una propaganda menzognera, che pretende di farci apprezzare tutti i risultati finora raggiunti … ebbene tutto questo ci ha portato dove siamo oggi : in una situazione che deve ancora superare una serie di ostacoli che vengono, via via, creati da una crisi dagli aspetti molteplici. Semberebbe chiaro che questo modello, se non addirittura lo stampo di questo modello, si siano rotti. Ma per comprendere bene questo processo dobbiamo sapere esattamente che cos’ è questo modello.

Ora, si potrebbe essere tentati, e sembrerebbe anche logico, di consultarsi con chi ha progettato e costruito questo modello. Con chi, dopo tutto, non solo ha la pretesa di essere in grado di aggiustare questo stampo rotto, ma che ha anche occupato tutte le posizioni di potere che oossono incidere su questo processo. Ma questo comportamento è meno scontatodi quanto si possa immaginare. Perché ricordiamocelo – il modello è rotto. Hanno costruito un modello difettoso. O meglio, hanno costruito un modello che per loro funziona, o almeno per qualcuno funziona anche se non per gli altri, cioè NOI.

Ci sono stati incontri e feste a Davos, ma hanno invitato solo pochi: i ricchi, la loro corte di buffoni e i potenti. Insomma hanno invitato coloro che hanno avuto i maggiori vantaggi da questo modello rotto. Hanno invitato quelli che sono meno propensi a risolvere il problema, quelli che non riconoscono nemmeno che questo modello sia rotto. (Anzi) per loro funziona molto bene. Quelli di Davos credono in un solo modello, quello della centralizzazione e della globalizzazione crescente, perché questo è il modello che li ha portati dove sono oggi.

Questo significa che tutto quello che rappresenta il loro interesse è esattamente all’opposto di quello che rappresenta il nostro interesse, quindi questo significa che qualsiasi cosa ci chiedano di fare queste persone, probabilmente – nel nostro interesse – dovremmo fare esattamente il contrario.

Quanto più le nostre attività economiche diventano parte di una sola economia globale, tanto più i ricchi hanno possibilità di scegliere. E’ questo il principio che è riuscito a portarli fin dove sono arrivati. Tutti continuano a parlare della necessità di altre riforme, per rendere le economie più competitive tra di loro e, a sentirlo la prima volta, è una teoria che suona ragionevole, almeno finoa quando non ci si riflette sopra. E si capisce che è pura propaganda.

Quando cominciamo a parlare di beni di prima necessità, del cibo, dell’acqua e di un tetto sulla testa, non dovremmo cercare di competere con le altre economie. Questi non sono beni (NdT :quindi nessuno ne può essere proprietario) né per noi, né per i nostri simili che vivono nelle economie di altri paesi ( con cui ci mettono in concorrenza); un comportamento del genere serve solo a chi sta in alto per poter scegliere in un campo più grande. Più grande diventa il campo globalizzato, più sarà facile scegliere dove è più conveniente investire. Tutte le riforme’ sono orientate a rendere le nostre economie sempre più dipendenti dall’economia globale. E questo non è nel nostro interesse.

E non stiamo parlando solo di soldi, stiamo parlando anche della nostra sicurezza e della nostra indipendenza. A tutti piace l’idea di essere indipendenti, ma allo stesso tempo solo pochi si rendono conto che la globalizzazione è esattamente l’opposto dell’indipendenza. Il commercio globale va bene, a patto che sia limitato alle cose che non servono per la sopravvivenza, ma non va bene se e quando toglie la capacità ad una comunità o ad una società di provvedere a se stessa e di dover diventare dipendente.

Il protezionismo si è fatto una pessima reputazione, come se fosse intrinsecamente malvagio cercare di proteggere la propria comunità dall’esproprio delle proprie idee e delle proprie risorse: con la globalizzazione i sistemi economici non hanno più nessuna difesa per potersi garantire la capacità di provvedere ai propri bisogni primari, a quei bisogni fondamentali per la sopravvivenza in qualsiasi momento. Ma anche questa è solo propaganda.

Se le nostre società non sono state progettate e costruite per essere sufficienti per se stesse, finiranno con non avere altra scelta che dichiarare guerra ai vicini. Sulla stessa linea, se le nostre società non si doteranno di leggi severe per garantire che non si possa e non si vogliano distruggere le risorse naturali della terra su cui viviamo, anche in questo caso non ci sarà altra scelta che cominciare a farci guerra l’un l’altro.

Non pensiamo che si riuscirà a sciogliere il nodo gordiano dell’economia mondiale, con tutta l’arroganza e la propaganda che i massimi livelli della politica, dell’imprenditoria e del giornalismo che sono stati portati al tavolo di Davos e probabilmente – per noi – è meglio sperare che non lo facciano. Il nostro cervello non è fatto per pensare e per svilupparsi su scala globale. Quei pagliacci, prima o poi, salteranno tutti in aria. Dobbiamo concentrarci su quello che NOI possiamo fare da soli – in attesa che crolli quel loro sistema – con le persone che vivono intorno a noi, nelle nostre immediate vicinanze.

Ed è abbastanza facile farlo, davvero. I problemi economici che stiamo vivendo sono dei problemi artificiali, dei problemi inventati. Sono stati provocati da quel modello economico rotto imposto da quelli di Davos, dai banchieri centrali e da tutti gli altri che vorrebbero farci credere che quel modello sia l’unico e il solo modello esistente e che, il fatto che stiano cercando di riaggiustarlo è solo per il nostro bene e per la gloria. Ma non ci dicono che si stanno preoccupando solo della loro propria gloria.

Ancora una volta il FMI ha abbassato le sue previsioni sul PIL mondiale. Ma chi se ne frega? Chi è che ha ancora un pò di fiducia nel FMI? Questi numeri sono stati prodotti ad uso delle masse, e sono stati debitamente riportati dai media in sei modi diversi domenica scorsa. La Cina dice che la sua economia è cresciuta del 7,4% nel 2014. Ma non c’è nessuna ragione per credere alla Cina, come non c’e nessun motivo per credere al FMI. Se l’economia cinese fosse realmente cresciuta del 7,4% nel 2014, il petrolio non sarebbe arrivato a costare meno di 50 dollari.

Se ci piacesse quest’idea dell’economia globale, quella che questi pagliacci ci stanno inculcando, o se addirittura ci sembrasse buona l’idea di un Nuovo Ordine Mondiale, andremmo incontro solo a una peggior miseria e ad un maggior caos per miliardi di persone, solo per come è stato pensato questo sistema globale, e questa sarebbe la peggior cosa che potremmo fare in questo momento. Lo dobbiamo al nostro popolo, ed ai nostri figli, a cui dobbiamo lasciare in eredità qualcosa di meglio.

E’ bene farsi concorrenza, quando si tratta di tecnologia o di moda, di gadget o di qualsiasi altro oggetto di lusso che possiamo immaginarci. Ma non è bene farsi concorrenza per il cibo e per l’acqua di cui hanno e avranno sempre bisogno i nostri figli per sopravvivere. Ma ripeto, questa è la strada per cui ci stiamo avviando, questo è il percorso che, quelli di Davos, hanno previsto per noi.

Perché così loro diventeranno sempre più ricchi, se ci impongono di farci concorrenza per il cibo e per l’acqua. Divide et impera è un principio che ci arriva dall’ epoca romana, se non prima. Enoi” o meglio “loro” lo abbiamo perfezionato. Almeno fino a quando resteremo così divisi tra di noi, permetteremo che una piccola minoranza possa vedere la sua ricchezza accrescersi ad una velocità sempre maggiore rispetto a quanto noi potremo guadagnare e che dovremo spendere.

Quelli di Davos non sono uomini importanti, si tratta solo di una propaganda che ce li mostra sotto quella luce. Non c’è gloria nella ricchezza. Le persone veramente importanti sono i nostri vicini, le nostre famiglie ed essenzialmente i nostri bambini. E le risposte a tutti i loro insidiosissimi schemi sono veramente semplici: sono di una semplicità talmente evidente che non c’è ragione per non averlo ancora capito.

Prendiamo, per esempio, un dollaro che spendiamo sotto casa per comprare dei prodotti fatti vicino casa, questo dollaro circola in un modo molto più veloce dello stesso dollaro se lo spendiamo per comprare prodotti che ci vengono spediti da lontano. Quel dollaro circola almeno quattro volte più veloce, perché se ci compriamo dei beni prodotti vicino casa, mettiamo a disposizione dei capitali per creare lavoro locale che, in cambio, sovvenziona la stessa comunità, nella quale viviamo, con le tasse che vengono pagate sul reddito prodotto, e che la nostra comunità può spendere … e così via.

Ergo: se un qualsiasi bene prodotto localmente dovesse costare anche il doppio dello stesso bene disponibile sul mercato (bene che arriva da migliaia di kilometri di distanza) sarebbe comunque conveniente (per tutta la nostra comunità) scegliere e comprare un prodotto locale. Ma sarebbe più conveniente anche se costasse tre volte di più, perché alla fine noi – come comunità – saremmo comunque più ricchi.

Ci sarebbe solo una controindicazione e cioè che dovremmo lavorare (noi stessi) per far girare questa macchina. Dovremmo convincere la gente intorno a noi che comprare beni prodotti dal nostro vicino, sul nostro territorio – anche se ad un prezzo doppio o triplo di quello che pagheremmo se ne comprassimo uno che arriva dalla Cina – questo ci farà diventare tutti più ricchi in denaro e migliori come persone.

Può suonare stupido e ingenuo e, in prima istanza, può sembrare una cosa irrealizzabile, lo so. Ma non mi importa, perchè in realtà non è niente di tutto ciò.

E, del resto, questa è l’unica via dalla quale si può tentare di uscire da Davos. Tutto quello che dobbiamo fare è staccarci dalla dipendenza da questi pagliacci che si sono riuniti a Davos.

Lo so che non possiamo fare tutto da soli, ma alla fine,

perché dobbiamo continuare a credere di essere soli?

Raúl Ilargi Meijer

Fonte: http://www.theautomaticearth.com

Link: http://www.theautomaticearth.com/the-only-road-out-of-davos/

20.01.2015

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario.

Pubblicato da Bosque Primario

  • Cataldo

    Certo, buttiamo il bambino e teniamoci l’acqua sporca 🙂

  • makkia

    Chi sarebbe il bambino e chi l’acqua sporca?

  • Ossimoro

    La circolazione della moneta sul territorio dovrebbe essere stimolata e difesa (mi viene in mente una vecchia pubblicità che recitava "se tu dai una cosa a me io poi dò una cosa a te!")

    In un mondo globale, sempre più interconnesso, ė però un’utopia, ma dovrebbero esistere regole Per il controllo dei saldi della bilancia dei pagamenti, che dovrebbe avere saldo prossimo allo zero (sia partite correnti, sia conto finanziario).
    Si potrebbero adottare monete complementari locali (ottima l’idea del prof Fantacci per la moneta di Nantes) che in un periodo di crisi darebbero un aiuto all’economia locale, dato il loro ruolo anticiclico.
    Acqua e moneta, entrambi beni comuni.
  • Cataldo

    "Gettare il bambino con l’acqua sporca" è un modo di dire, che si utilizza quando qualcuno, per risolvere un problema, o rigettare una teroria, propone soluzioni che annullano i vantaggi cercati, o generano ulteriori problemi.

    Nel caso, il ricorso all’autarchia, proposto come forma di "resistenza" si scontra con la complessità spazio-temporale del nostro sistema di produzione, un paradigma che utilizza risorse materiali ed immateriali dislocate geograficamente su spazi come minimo continentali. Questo paradigma nasce molto prima delle altre "rivoluzioni", parliamo dal neolitico in poi*, pertanto vagheggiare arcadie autarchiche è segno di una scarsa impostazione della critica, che diventa una invettiva sterile, meritevole del tentato sarcasmo 🙂

    *con delle cesure e riorganizzazioni, come la crisi del 1200 a.c. nel bacino del mediterraneo allargato.