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LO STATO ISLAMICO IL CANCRO DEL CAPITALISMO MODERNO

DI NAFEEZ AHMED

middleeasteye.net

Il brutale ‘Stato islamico’ è un sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l’egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato islamico in tutto il mondo musulmano.

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa l’Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione all’occupazione dell’Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica estera occidentale. Dall’altra si attribuisce la sua nascita esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i cui valori e credenze – ferme all’epoca medievale – sono un naturale incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qaeda risalgono al 1970. Abdullah Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie cellule mujaheddin sparse, per la creazione di uno stato pan-islamico. La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del Pentagono. Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L’amministrazione Reagan, ad esempio, fornì 2 miliardi di dollari ai mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”. Una teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole, proiettili, soldati e mine”. Gli stessi libri di testo esaltavano anche una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a “strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli estremisti islamici terminò con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ho detto in una testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile del 1991 tra l’Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti domiciliari. Secondo l’accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di essere destabilizzati. E ‘ stato un do-ut-des: per proteggere il Regno, bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con il radicalismo islamico”, i governi statunitense e inglese continuarono a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qaeda dell’Asia Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda, per le stesse ragioni di prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro influenza sull’economia capitalistica mondiale. L’Arabia Saudita, dove risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’ intelligence olandese, il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni Unite. Erano accompagnati da forze speciali statunitensi. Lo “Sceicco Cieco”, accusato del bombardamento del WTC, era stato molto attivo nel reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qaeda in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad al-Qaeda.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di “collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto, allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante la Jihad, la resistenza Islamica contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan. Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre, quando i Talebani rifiutarono le proposte americane. Il progetto TAPI giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qaeda fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo di al-Qaeda.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo – guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area. Tra i beneficiari di questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad al-Qaeda in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker, questo ‘nuovo corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di opposizione. Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano, di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qaeda in Libia. Alla Francia pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle “opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford University. I proficui affari con i membri della NATO potevano “finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla NATO avevano stretti legami con al-Qaeda. Anche la CIA utilizzò i militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano dei piloti di al-Qaeda “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese, specialisti d’intelligence inviarono ad alti funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio pochi giorni prima che avvenisse l’intervento. “C’è una crescente possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti islamiche combattenti collegate ad al-Qaeda, reti che poi hanno dato vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009 funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana. Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli. Rapporti di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più violenti. Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico) desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana “moderato” erano in realtà dei militanti islamici. Divenne sempre più impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qaeda o allo stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre, aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari. Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qaeda e stato islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qaeda e lo stato islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi all’IS in Siria. La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e al-Qaeda in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo stato islamico non sarebbe quello che oggi è. Sì, la Turchia ci ha mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin jihadisti hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All’inizio di quest’anno, erano trapelati in rete dei documenti ufficiali autenticati dell’esercito turco (il Comando della Gendarmeria Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati “all’organizzazione terroristica di al-Qaeda” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA sono coinvolti nella rete di sostegno turco-islamica sponsorizzata da MIT. Uno di essi ha detto al Telegraph che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun risultato. L’anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio dello stato islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L’anno scorso, il vicepresidente americano Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli altri, hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qaeda e agli estremisti jihadisti” in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli “moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq and Syria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. L’invasione militare occidentale e l’occupazione dell’Iraq, corredate da torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qaeda non era in nessun posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione, coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante. Lo Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici attivisti politici e alimentato profondi risentimenti. Sono gli stessi alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo, con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse, le cause che lo hanno prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi ambientali: tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità, mancanza di agricoltura, calo dei proventi del petrolio causato dal picco nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egiitto allo Yemen, the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l’Occidente è molto più resistente alle crisi globali interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli – vivono in stato di povertà. Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Secondo il Minority Rights Group International, le condizioni dei musulmani britannici, in termini di “accesso all’istruzione, all’occupazione e alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento preoccupante di aperta ostilità” da parte delle comunità non musulmane, e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di sicurezza anti-terrorismo. L’evidente pregiudizio dei mezzi d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la formazione dell’identità generale che è il vero problema – non ciascuno dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l’interazione di questi problemi possono contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti della vita, iniziano a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei confronti della società in generale. Questa identità di esclusione, quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le crisi sociali prolungate possono creare ovunque le premesse per la nascita di tossiche ideologie xenofobe. Tali crisi minano le tradizioni di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di destra. Per i gruppi di élite più potenti, il loro senso di crisi potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi, minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti, finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione, non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I., anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla teologia, ma dall’ insicurezza di un’identità e di una psicologia fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere l’effetto – su chi le osserva – di avvertirle come fossero accadute a lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità. Questo può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli ideologi militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche, uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle guerre punitive, vengono prodotti dei video di propaganda che promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie origini, esistenza ed espansione. E’ solo un oppio del popolo di cui si nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano. Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I. continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed PhD è un giornalista, ricercatore di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà. Gli e’ stato conferito il premio Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal Guardian sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i conflitti geopolitici regionali. Ha anche scritto per The Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique e New Internationalist. I suoi studi sulle motivazioni di base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

27.04.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Pubblicato da Davide

  • Ercole

    Hai ragione da vendere effettivamente il capitalismo è il vero cancro della storia in tutte le sue sfaccettature  o lo combattiamo oppure lo subiremo con la sua crisi ci porterà ad un nuovo macello mondiale è già accaduto altre due volte : adoperiamoci per abbatterlo.

  • Gil_Grissom

    Guardi che l’articolista sostiene che il cancro e’ lo stao islamico non il capitalismo, si rilegga bene anche il titolo del pezzo: lo stao islamico, soggetto, e’ il cancro, predicato nominale, del capitalismo, complemento di specificazione. Ergo la conclusione logica e’ che l’ Islam e’ la malattia, la degenerazione, il capitalismo la parte sana.

  • RenatoT

    a me pare che il significato sia:

    Il capitalismo è la causa del cancro.
    Causa -> Effetto. 
    Poi uno puo’ interpretare le cose a modo suo, come sempre.. 🙂 
    A me non piace pensare che il cancro viene per caso.
    Definire poi il capitalismo parte sana… 
  • GioCo

    A me viene in mente che la Libia sia un obbiettivo di liberazione dei traffici di disperati. David Pugliese dell’Ottawa Citizen, dal cognome mi ricorda tanto uno nostrano, come dire … "di famiglia".
    Questo in effetti anche fosse non poteva sfuggire come elemento decisionale in ambito militare e geo-strategico, ma tuttavia Puglisi può aver semplicemente preso "la palla al balzo".
    Per l’Italia è evidente che la perdita dei rapporti con la Libia impoverisce il paese, ma ha un doppio-triplo effetto piacevole per la mafia nostrana: indebolisce le opposizioni (le forze di governo contrarie alle politiche mafiose), rende gli apparati di governo (anche locali) più dipendenti dai capitali mafiosi e "dulcis in fundo" potenzia i flussi migratori per effetto della destabilizzazione di un area critica. In sostanza rende meno probabile la stanzialità, fluidifica i flussi migratori, costringendo al movimento le fasce più deboli e a rischio che sono ancora capaci di fuggire.
    Ovviamente, dato che i flussi migratori rendono più probabile la diffusione delle cellule terroristiche, come ho già sottolineato in altri post (sono una copertura perfetta oltre che un incentivo al reclutamento e alla creazione di infrastrutture d’accoglienza idonee, non visibili) l’intento mafioso si sposa alla perfezione con le strategie neocon oggi (forse) all’apice.
    Come da decenni, dopotutto.

  • makkia

    Più che altro la tesi è che il capitalismo rappresenta il ricercatore che inocula cancro nella cavia e poi raccoglie i profitti e gli onori che derivano dalla sua ricerca. Se poi la cavia schiatta senza portare vantaggi tangibili… pazienza.

  • Gil_Grissom

    Non stavo riportando il mio pensiero ma solo facendo l’analisi logica della frase che eventualmente riporta il pensiero dell’articolista.

  • RenatoT

    esattamente 🙂

  • RenatoT

    giá… questo dimostra quanto sia facile giocare con le parole.